Occhiello
I giovani di padre Pio
I mass media non ne parlano mai. Eppure sono proprio loro, i Gruppi di preghiera, che fanno sì che san Pio da Pietrelcina non sia solo un devoto ricordo. Tra loro ci sono moltissimi ragazzi
di Stefano Maria Paci

La folla durante la cerimonia di beatificazione di Padre Pio in Vaticano
Già, perché indubitabilmente è lui, san Pio da Pietrelcina, come verrà chiamato dal 16 giugno, il santo più significativo di questo nuovo millennio. Un santo che muove masse di fedeli mai viste nei secoli: per la sua beatificazione, il 2 maggio del 1999, Roma ha temuto di essere messa sotto assedio per l’invasione dei suoi devoti, tanto che il sindaco scrisse una lettera ai cittadini della Città eterna consigliando di non uscire da casa o di andare in vacanza così da non creare disagi. Per la canonizzazione sono 300mila le persone alle quali sarà consentito di assistere alla cerimonia – la più vista della storia – in piazza San Pietro. Milioni e milioni, in tutto il mondo, quelli che la seguiranno via radio e tv. Ogni sceneggiato, giornale, libro che parla di lui diventa un caso per i record di ascolti e di vendite. Basta mettere il suo volto in copertina per aumentare la tiratura di un giornale. «È semplice: se parliamo di lui, vendiamo», ci spiega Paolo Occhipinti, direttore del settimanale Oggi.
Su internet, i siti che parlano del frate con le stimmate sono ben 40.500. Un santo per l’era del web? Eppure, la sua era una fede semplice, quasi di altri tempi, fatta di poche cose essenziali: preghiere, messe, rosari (aveva costantemente tra le mani la corona della Madonna). Nel suo confessionale, ci dice padre Luciano Lotti, il francescano che è lo storico di padre Pio, si sono inginocchiate almeno un milione e duecentomila persone. Quella di Francesco Forgione era la stessa fede che aveva appresa da sua madre. Una fede che a molti appariva superata, retrograda. Eppure ancora oggi, nel millennio delle scoperte e della “Grande Rete”, la fede di questo frate affascina e commuove persone dei cinque continenti. A qualsiasi razza o cultura appartengano.
Il miracolo della preghiera
Ne è esempio una delle più grandi opere di padre Pio, i Gruppi di preghiera. Affascinati dalla fama di prodigi che circonda l’immagine del frate (ma lo stesso Giovanni Paolo II il giorno dopo la sua beatificazione sottolineò che «la testimonianza di padre Pio costituisce un potente richiamo alla dimensione soprannaturale, da non confondere con il miracolismo, deviazione da cui egli sempre si difese con fermezza»), i mass media non ne parlano mai. Eppure, sono proprio loro, i Gruppi di preghiera, che rendono presente, in tutto il mondo, concretamente, padre Pio, e fanno sì che il suo non sia solo un devoto ricordo. A ricordarlo fu un finissimo diplomatico come il cardinale Agostino Casaroli, all’epoca segretario di Stato vaticano, quando, il 3 maggio 1986, dopo anni di gestazione, presentò a San Giovanni Rotondo gli statuti. È grazie ai Gruppi di preghiera, disse, che il frate di Pietrelcina non rimane solo un esempio consolatorio del passato, ma «è reso presente nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle famiglie con la sua fede profonda, con il suo esempio e la sua spiritualità».
E sono loro che hanno contribuito ad innalzarlo alla gloria degli altari. Negli atti riservatissimi del processo canonico, si può leggere che l’esistenza dei Gruppi di preghiera è «l’indubbia prova della fama di santità del Servo di Dio».
Una vera task force spirituale. Che in questi anni si è sviluppata sorprendentemente, e continua a crescere. I Gruppi di preghiera voluti da padre Pio erano qualche decina nel 1960, alcune centinaia nel 1980, sono migliaia e migliaia oggi. «Attualmente sono 2.739: 2.332 in Italia e 407 all’estero», dice Fabio Comparato, responsabile del Centro internazionale Gruppi di preghiera, l’organismo che li coordina. E le regioni italiane in cui sono più diffusi sono la Sicilia (240), la Puglia (220) e il Lazio (190). Presenti in 34 Stati, dal Gambia allo Sri Lanka, dal Perù all’Australia, ogni gruppo conta dai 30 ai 300 membri: centinaia di migliaia di persone diffuse nei cinque continenti. «Non siamo in grado di dire il numero dei partecipanti ai Gruppi, perché non abbiamo tessere né vincoli associativi. La fede, per sua natura, è libera», spiega Comparato, che è stato vicino a padre Pio sin dall’inizio di questa avventura.
Come nacquero i Gruppi
«Già negli anni Quaranta padre Pio incitava i suoi “figli spirituali” a pregare assieme» ricorda Fabio Comparato. «E, ad un certo punto, ci siamo accorti che erano sorti dei gruppi, in forma semiufficiale. Nel 1947 c’era un gruppo a Roma, nel ’49 uno a Udine. Nel 1951 ce ne erano in Inghilterra, in Svizzera, negli Stati Uniti. Così, venne creata una struttura provvisoria di coordinamento». I Gruppi crebbero di pari passo con l’ospedale Casa sollievo della sofferenza. Ma non servivano, come erroneamente si ripete spesso, per raccogliere fondi per esso. «Padre Pio ha voluto che l’opera sociale, l’ospedale, che serve per alleviare le sofferenze fisiche, fosse affiancata dai Gruppi di preghiera, che “lavorano” sul piano spirituale. I due aspetti si completano a vicenda: è difficile dire chi svolga il lavoro più proficuo. Sono le due braccia con cui padre Pio continua ancora oggi ad esercitare il suo ministero».
I Gruppi godono di notevole indipendenza: la responsabilità è del sacerdote che li segue. Il Centro internazionale, di cui fanno parte 30 persone, e che in seduta plenaria si riunisce una volta all’anno, prepara però dei sussidi che aiutano la catechesi. E i Gruppi rendono periodicamente conto al Centro dell’attività svolta. Talvolta esiste anche la figura del coordinatore diocesano. Messa, meditazione, preghiera e catechesi sono le attività dei Gruppi. L’incontro, si svolge una volta al mese. «Questa è l’indicazione che diamo, anche se poi i Gruppi possono decidere diversamente. Ma è bene non fare cose troppo stressanti» spiega con realismo Comparato «perché la gente non ha tempo. Io stesso avrei difficoltà a fare più di un incontro al mese».
Il nome Gruppi di preghiera comparve per la prima volta sul bollettino della Casa sollievo della sofferenza. Era il giugno 1950, e quella espressione la scrisse Guglielmo Sanguinetti, che tutte le sere riceveva da padre Pio nella sua cella istruzioni per l’Opera che nasceva. Secondo le indicazioni di padre Pio, i Gruppi di preghiera dovevano distinguersi per la loro fedeltà alla Chiesa, al Papa e ai vescovi, per la formazione cristiana integrale, per la vita di preghiera, per la carità generosa verso i sofferenti. Possono nascere spontaneamente, ma hanno una regola inderogabile: devono essere guidati da un sacerdote, e ricevere l’approvazione del vescovo locale. «Niente benestare senza il sacerdote, niente benestare senza il vescovo: erano queste le direttive che ci aveva dato padre Pio», rammenta oggi Comparato. E aggiunge: «Lo faceva anche perché voleva evitare degenerazioni e un culto esagerato nei suoi confronti».
Attualmente, ogni sera, alle 21 circa, nella cripta del convento di San Giovanni Rotondo, fra Modestino, il frate che è stato più vicino a padre Pio, si riunisce in preghiera con i suoi confratelli recitando il rosario in comunione spirituale con tutti i Gruppi di preghiera sparsi nel mondo. Ed è diventata un’abitudine che chi partecipa ai Gruppi e vuole chiedere qualche grazia a padre Pio, la chieda proprio in quel momento. «Sa una cosa?» ci confida fra Modestino: «Padre Pio fece una promessa. Vincolò il suo Paradiso alla felicità dei suoi figli. “Non entrerò in Paradiso fino a quando non ci sarà entrato l’ultimo dei miei figli spirituali”, disse. E lui, le promesse le manteneva. Sempre».

Una madre con un bambino in braccio al Santuario di San Giovanni Rotondo
Ma chi sono i componenti dei Gruppi di preghiera? Solo vecchiette pie e devote? Persone che recitano rosari in sacrestie male illuminate? Macché. Sono migliaia e migliaia i giovani che ne fanno parte, in ogni angolo del pianeta. Ragazzi che vivono la loro fede con passione ed entusiasmo. «Io» racconta Fabio, 21 anni, di Bologna «ho incontrato il cristianesimo incontrando i Gruppi di preghiera. Prima pensavo fosse una cosa di altri tempi, o che andava bene per Papa Boys un po’ ebeti. Invece, l’incontro con chi aveva già conosciuto padre Pio mi ha cambiato la prospettiva di vita. A parte gli incontri di preghiera e di meditazione e un po’ di volontariato, faccio le stesse cose di prima. Ma è completamente nuovo il senso con cui le faccio, e nuovo il gusto con cui le vivo». Gli fa eco Caterina, 23 anni, studentessa universitaria di Brindisi: «Devo ammettere che la figura di padre Pio non mi affascinava. Quell’insistere sulle stimmate, il fanatismo che mi sembrava fosse generato dai suoi tanti miracoli, i fenomeni inspiegabili e un po’ inquietanti che lo circondavano. Poi, per caso, mi è capitato di leggere qualche sua lettera. Mi hanno colpito, ho cercato di saperne di più. E ho scoperto una persona completamente diversa dall’immagine che mi era stata proposta dai mass media. Un frate innamorato di Cristo che sapeva che Dio era concretamente presente accanto a lui, e con cui parlava a tu per tu, con confidenza. E mi ha stupito la tenerezza che aveva verso tutti, altro che quel personaggio scontroso e rude che mi era stato dipinto. Ne sono rimasta talmente colpita, che mi sono chiesta come si poteva fare la sua stessa esperienza. Ed eccomi qui, in un Gruppo di preghiera». Luca ha 17 anni, ed è di Roma: «Ho incontrato i Gruppi nella mia parrocchia. Mi ha invitato un mio compagno di classe. “Vieni, che ci si diverte un sacco” mi ha detto. Io ero scettico, ma lui era molto simpatico, e così, per prova, ci sono andato. Era febbraio. A marzo ho partecipato al Convegno annuale di tutti i giovani dei Gruppi. Eravamo tantissimi, e la fede per la prima volta mi è parsa una cosa concreta e non astratta. A mia volta ho invitato altri amici a venire, e adesso nella mia classe siamo in quattro, e tutti ci guardano con un po’ di stupore, perché tra noi siamo diventati davvero molto uniti, e anche i professori se ne accorgono».
Un santo
per il mondo
Migliaia di questi ragazzi saranno a festeggiare in piazza San Pietro, il 16 giugno. Tanti, tantissimi altri, vivranno quel momento con la stessa intensità anche se sono sparsi nei cinque continenti. «I Gruppi di preghiera hanno vissuto l’attesa di questo momento nella interiorità e nella preghiera» ci spiega monsignor Riccardo Ruotolo, il loro presidente. «Ora è venuto il momento di gioire». E così, il 16 giugno, la Chiesa proclamerà che Francesco Forgione è diventato san Pio da Pietrelcina.
Non la sua eccezionalità, non i doni prodigiosi che il Signore gli ha concesso per mostrare una pallida luce dell’amore e della compassione che Dio ha per l’uomo che ha creato, vengono additati ai fedeli. Ma la sua fede, la fede umile e semplice che aveva imparato dalla madre e che aveva mantenuto attraverso faticosissime prove, è mostrata come esempio ai cristiani. La sua santità, che fu così crudelmente messa in dubbio e osteggiata durante la vita, spesso anche dai suoi confratelli e dalle autorità ecclesiastiche, viene adesso solennemente riconosciuta e indicata come modello per tutta la Chiesa.
Ma padre Pio, il loro padre Pio, per i ragazzi e gli anziani dei Gruppi di preghiera, santo lo era già da tempo. E per loro ha messo in gioco la cosa che ha più cara. Gli ha promesso che non entrerà in Paradiso senza di loro, senza l’ultimo di loro.
E domenica 16 giugno 2002, in piazza San Pietro, quell’uomo che oggi è vestito di bianco ma che un giorno, come tante altre persone, si era inginocchiato per confessarsi da lui, e che un’altra volta gli chiese, ed ottenne, un clamoroso miracolo per una sua amica ammalata di cancro, forse sorriderà, mentre lo addita come modello a tutta la Chiesa, pensando che nemmeno san Pietro, che di quel Paradiso ha le chiavi, riuscirà a convincere ad entrare quel frate umile, buono e testardo, finché non avrà adempiuto quella promessa.