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TIMOR EST
tratto dal n. 09 - 1999

Nuove barbarie agli albori del terzo millennio


Stralci della conferenza stampa di monsignor Ximenes Belo, vescovo di Dili e premio Nobel per la pace


Brani della conferenza stampa di monsignor Ximenes Belo di Gianni Cardinale


Carlos Filipe Ximenes Belo, amministratore apostolico di Dili e premio Nobel per la pace si è concesso ai giornalisti per una lunga conferenza stampa il 14 settembre, il giorno dopo il suo arrivo a Roma e il suo incontro con il Papa a Castel Gandolfo. Si è trattato di una conferenza stampa «vulcanica», come ha scritto il Corriere della Sera.
Monsignor Ximenes Belo, 51 anni, salesiano, dall’88 vescovo a Dili, ha potuto parlare in piena libertà. Ma soprattutto ha potuto raccontare, ed è stata la parte più drammatica e commovente della conferenza, il dramma del suo popolo che lo scorso 30 agosto, con un referendum, cui ha partecipato il 98,6 per cento della popolazione, ha detto “sì” all’indipendenza dall’Indonesia con la schiacciante maggioranza del 78,5 per cento.
Di seguito pubblichiamo ampi stralci della conferenza stampa cui hanno partecipato un centinaio di giornalisti provenienti da tutte le parti del mondo. Ha cominciato a parlare il direttore della sala stampa della Santa Sede, Joaquín Navarro-Valls:

Tutti abbiamo seguito con la naturale e adeguata costernazione l’evolversi dei fatti a Timor orientale e avete seguito gli interventi che la Santa Sede ha fatto. Ho chiesto a monsignor Ximenes Belo di venire oggi qua e illustrarci un po’, con la prospettiva che soltanto lui ha, l’evolversi della situazione.
CARLOS FILIPE XIMENES BELO: Ringrazio la Santa Sede, il dottor Joaquín Navarro-Valls di questa opportunità che mi dà di parlare un po’ di Timor Est. Ieri sono andato a Castel Gandolfo dal Santo Padre. Siamo stati insieme a pranzo. Un pranzo un po’ prolungato perché dovevamo parlare di Timor. Sua Santità era commosso e domandava della situazione, dei preti, delle suore, delle nostre strutture ecclesiali. Poi, a un certo punto, mi ha chiesto: «Che cosa può fare la Santa Sede per aiutare il popolo di Timor Est?». Io ho risposto: «Santità, lei si è già interessato, la ringraziamo per le sue parole e ci permettiamo di chiedere se può parlare con il presidente Clinton affinché prenda iniziative immediate per far arrivare a Timor forze internazionali di pace: questa è la prima urgenza per salvare la popolazione fuggita sulle montagne e nelle foreste. E poi l’altra urgenza è come far arrivare a Timor gli aiuti umanitari, perché la gente ha bisogno di cibo, ha bisogno di medicine». Queste mie richieste hanno trovato un’accoglienza calorosa da parte del Santo Padre. Poi abbiamo parlato di tante altre cose: Sua Santità ha chiesto della situazione dell’Indonesia, della situazione della Chiesa cattolica, si è parlato anche della pancasila, l’ideologia dello Stato indonesiano [articolata in cinque princìpi: Dio, umanità, unità nazionale, democrazia, giustizia sociale, a cui ogni confessione religiosa e ogni organizzazione deve aderire per garantirsi l’esistenza]. Sua Santità ha detto: «Loro hanno questi valori, espressi nella pancasila. Dovevano praticare la convivenza, la concordia, la riconciliazione: ma purtroppo questi valori rimangono solo una teoria». A Sua Santità ho detto che sarei rimasto qui ancora alcuni giorni e ho promesso alla Santa Sede di tornare a Timor, una volta che le forze internazionali saranno nel Paese, per essere subito in mezzo al gregge disperso di Timor orientale.
Sono uscito da Timor Est perché c’era la necessità di informare la Santa Sede sulla situazione. All’inizio di quest’anno i militari indonesiani sapevano ormai che sarebbero usciti sconfitti dalle urne. Hanno creato quello che noi tutti conosciamo: le milizie. Hanno cominciato nel dicembre del 1998 ad Ainaro, nel sud di Timor Est. E poi a gennaio-febbraio in un altro distretto a nordovest di Dili, a Likisia. E poi, man mano, in tutti i distretti. Chi sono le milizie? Alcuni timoresi che sono stati a Giava occidentale, nei centri di addestramento delle truppe speciali dell’Indonesia. Altri provengono da Timor occidentale. Altri ancora sono di altre isole. Alcuni vengono direttamente dalle truppe speciali di Giacarta. Queste milizie sono state create soprattutto per spaventare il popolo, per fare una guerra psicologica contro la popolazione affinché non pensi né al referendum né all’indipendenza. Queste milizie hanno bruciato le case, hanno ammazzato la gente. Da aprile fino ad oggi non è stata presa alcuna misura per fermare le loro azioni.
Si è trattato di un attacco alla resistenza timorese, affinché il popolo non abbia la possibilità di godere l’indipendenza conquistata tramite il referendum. E si è trattato di un attacco diretto alla Chiesa cattolica, ai vescovi, ai sacerdoti, ai religiosi, ai nostri catechisti, con la distruzione delle nostre strutture: curia, chiese, scuole e tanti altri centri di servizio al popolo di Dio. Perché questo attacco alla Chiesa? Primo, perché la Chiesa è stata finora la forza morale di appoggio al popolo. È stata la voce di quei timoresi che non possono parlare liberamente. Secondo, per l’affare del premio Nobel per la pace che ho ricevuto nel ’96. Gli indonesiani non hanno mai accettato questo, che è stato uno schiaffo per loro. Terzo, per il ruolo della Chiesa nel referendum. Durante la campagna per la votazione del 30 agosto i militari e i timoresi proautonomia [ma contrari all’indipendenza] dicevano che l’unica soluzione per Timor era quella di rimanere una regione autonoma dell’Indonesia. Hanno speso miliardi e miliardi per comprare i voti, hanno organizzato milizie per forzare la coscienza della gente semplice. Noi due vescovi [oltre a Belo a Timor Est c’è un altro vescovo cattolico: Basílio do Nascimento, amministratore apostolico di Baucau] abbiamo pubblicato una nota pastorale chiedendo solo una cosa: ognuno deve votare secondo la propria coscienza. In quella lettera noi non appoggiavamo né l’indipendenza né l’autonomia, ma dicevamo: voi avete la libertà di votare secondo la vostra convinzione, secondo la vostra coscienza. È questo che i nostri amici, i nostri fratelli favorevoli all’autonomia, non hanno accettato. A noi due vescovi ci chiedevano di parlare apertamente dell’autonomia come della via migliore per Timor Est. Un’altra ragione per cui attaccano le chiese è questa: quando c’è qualche problema, dicono, i leader, gli attivisti, i giovani della resistenza cercano rifugio nelle chiese, nelle case parrocchiali. Per fermare questo non c’è altro modo, dicono, che attaccare la Chiesa, le case parrocchiali, la casa del vescovo. E per questo, domenica 5 settembre a Dili, quando c’erano quattro ministri indonesiani, incluso il generale Wiranto, hanno assaltato la curia vescovile, hanno bruciato parte della costruzione, distrutto tutti i documenti, ucciso 25 persone che avevano trovato rifugio in una sala. La mattina dopo, è stata la volta della mia residenza. Alle dieci e mezzo sono apparsi dapprima alcuni con le motociclette che sparavano pistolettate e poi immediatamente, sono arrivate le milizie che hanno cominciato a sparare. C’erano anche soldati indonesiani, ma erano lì non per proteggere la gente, ma per dirigere l’azione delle milizie.
Perciò devo dire che è stata una strategia ben studiata, ben pianificata per farla finita con i leader della resistenza e farla finita con la Chiesa cattolica.
Grazie, eccellenza. Molto chiaro, molto drammatico anche.

[Cominciano le domande dei giornalisti]
Per quanto riguarda le Conferenze episcopali dell’Asia, come si sono comportate? Per esempio, la Conferenza episcopale del Giappone ha chiesto al primo ministro nipponico di interrompere l’assistenza finanziaria nei confronti dell’Indonesia. E le altre?
XIMENES BELO: Ho avuto messaggi di solidarietà dalle Conferenze episcopali di Australia e di Nuova Zelanda. Dalle Conferenze dell’Asia non abbiamo ricevuto nulla. Riguardo l’Indonesia: nella stessa ora in cui le milizie stavano assaltando la casa, io ero al telefono con il cardinale di Giacarta e lui, attraverso il telefono, sentiva il suono delle armi. La posizione dell’episcopato indonesiano nel passato è stata molto debole. Da India, Filippine, Malesia e da altri Paesi, non abbiamo ricevuto ancora segni di solidarietà.
Lei ha già accusato varie volte il generale Wiranto di essere dietro questa strategia del terrore a Timor Est. Crede che in questa vicenda di Timor Est ci sia anche un’operazione interna delle forze armate per aumentare il loro potere in Indonesia?
XIMENES BELO: Forse. Non sono esperto di queste lotte interne per conquistare il potere. Personalmente ho incontrato il generale Wiranto il 5 settembre. Gli ho detto che erano ormai quattro-cinque giorni che non dormivamo e gli ho chiesto di fare una indagine su chi andava a fare le sparatorie dalle cinque del pomeriggio alle cinque della mattina. Poi ho pregato Wiranto di dire alle milizie di lasciare libere le vie di comunicazione. Un paio di giorni prima ero andato a Baucau e mi avevano fermato tre volte per controllare se dentro la mia auto ci fossero armi automatiche. Non ha fatto nulla. E poi le milizie prendono soldi, macchine, aiuti logistici dal comandante militare di Dili e dal comandante di Bali. E credo che il generale Wiranto sappia tutte queste cose. E perché non prende le dovute misure?
Come ha fatto lei a salvarsi e a rifugiarsi all’estero, quella mattina del 5 settembre quando la sua casa era circondata e sparavano?
XIMENES BELO: Beh, quando hanno incominciato ad attaccare la casa, facendo fuoco in tutte le direzioni, io ero dentro con alcuni giovani che mi proteggevano. Poi c’è stato un momento di silenzio. Allora abbiamo deciso di evacuare. I giovani tentavano di chiudere la porta ma ho dato loro uno schiaffo e siamo usciti. Quando siamo arrivati nel giardino, tutti piangevano, una lamentazione generale. Chiedo perdono a Dio, ma in quell’occasione ho dato degli schiaffi alle donne che piangevano e ho detto: «Adesso non è il momento di piangere». Ho cercato di calmare la gente e li ho fatti sedere. Poi ho chiesto ad alcuni della milizia di andare a prendere dell’acqua per spegnere il fuoco. Loro mi hanno risposto: non possiamo fare nulla perché sopra di noi ci sono i nostri capi, che sono gli indonesiani. In quel momento è arrivata una macchina con un ufficiale che portava l’ordine del capo della polizia di Dili, un colonnello protestante, che voleva parlare con me. Allora ho lasciato tutta quella moltitudine, forse quattromila-seimila persone che avevano trovato rifugio nella mia casa e nella piazza vicina. Quando sono arrivato dal comandante della polizia, lui mi ha chiesto: «Vescovo, dove vuole andare a riposare?». «Non ho un posto» gli ho detto «e se lei me lo chiede le dico che voglio andare a Baucau, a 130 chilometri a est, per parlare con l’altro vescovo». Così lui mi ha offerto l’elicottero per andarci. Allora sono arrivato a Baucau, sono rimasto lì una notte e il giorno seguente. Alle dodici è arrivata una macchina delle Nazioni Unite raccogliendo gente che voleva andare in Australia. Ho chiesto se c’era un posto per me, hanno risposto “sì”. Sono andato all’aeroporto militare di Baucau e con un aereo militare australiano sono andato a Darwin. Per me è stato molto duro lasciare la mia gente, ma avevo la coscienza di dover informare il Santo Padre di questa situazione.
Volevo sapere, monsignore, se pensa che uno dei modi possibili della Santa Sede per rinforzare l’appoggio alla Chiesa cattolica a Timor possa essere quello di rafforzare l’autorità dei vescovi passandoli da amministratori a vescovi titolari.
XIMENES BELO: Non abbiamo queste pretese… Non c’è problema per questo...
Si è anche parlato della possibilità di creare una terza diocesi…
XIMENES BELO [visibilmente irritato]: Come si può pensare a una terza diocesi con la gente morta lì. Una terza diocesi per guidare gente morta, affamata? Sono domande senza senso...
Riguardo alla sua richiesta al Santo Padre di intervenire direttamente presso il presidente Clinton per accelerare i tempi dell’arrivo delle forze internazionali e degli aiuti, vorrei conoscere più precisamente la reazione del Papa. Ha promesso di fare questo?
XIMENES BELO: Il Santo Padre ha detto sempre: «Sì, sì...». E poi i canali passeranno attraverso la Segreteria di Stato. Al pranzo era presente anche monsignor Tauran e credo che la seconda sezione della Segreteria di Stato stia prendendo delle misure.
Perché proprio il presidente Clinton? Lo considera...
XIMENES BELO: Eh, lui è il padrone del mondo! La regina d’Inghilterra anche...
Come valuta fino a questo momento il ruolo di leadership degli Stati Uniti in questa crisi?
XIMENES BELO: Speriamo che sia ragionevole, che non abbia due misure, una per il Kosovo e l’altra per Timor. Che abbia lo stesso interesse per salvare la povera gente.
In genere si chiede l’intervento della comunità internazionale per far intervenire le Nazioni Unite. In questo caso, le Nazioni Unite già c’erano a Timor Est per vigilare sulle elezioni. Quindi, si chiede una presenza che era già lì.
XIMENES BELO: Si trattava di una presenza solamente civile. Io ho sempre insistito che non si può mandare a Timor gente solo civile, con le mani vuote. Bisogna portare le pistole, e anche fare fuoco. Prima dicevo così: questi signori sono andati e hanno fatto un bel lavoro per far svolgere il referendum. Adesso c’è un’altra esigenza. L’intervento Onu ora non deve essere di natura burocratica, ma deve prendere la forma di una forza internazionale di pace.
Lei ha difeso l’idea che i timoresi possano prendere le armi per difendersi. Lei pensa che i timoresi abbiano bisogno di armi o debbano seguire il consiglio del Vaticano che dice che è il tempo della preghiera e dell’unità?
XIMENES BELO: Finora il popolo di Timor non ha reagito. Anche in passato le milizie hanno attaccato e ucciso. E sempre la resistenza timorese non ha attaccato, non ha ucciso, non ha bruciato le case. Secondo me agire così è un bene, ma è anche necessario difenderci. Non dico «prendi le armi e vai», come ha scritto un giornale italiano trasformando le mie parole. Ma c’è la responsabilità di difendersi, questo la morale lo ammette. Però continuiamo a pregare. A Timor pregano, pregano in Portogallo, pregano in Spagna, pregano in Italia e speriamo che tutti voi anche preghiate e non solamente parliate, parliate!
A Timor, in un futuro che speriamo prossimo, sarà possibile la convivenza tra indipendentisti e autonomisti?
XIMENES BELO: È un problema difficile. Noi possiamo dire che quelli che hanno votato per l’autonomia, e quindi contro l’indipendenza, non arrivavano neanche a 95.000, sono solo il 21 per cento. Loro adesso cantano, come i galli, perché hanno l’appoggio militare dell’Indonesia. Invece quei poveretti di guerriglieri non hanno nulla. Hanno solamente la verità, la giustizia dalla loro parte. Come Chiesa, continueremo a unire tutti i timoresi, affinché Timor sia patria di tutti, risolvendo i problemi in modo pacifico e non con la guerra.
Pochi giorni fa, a Lisbona, ha parlato della necessità di perdono. Quale può essere il ruolo della Chiesa nel futuro di Timor?
XIMENES BELO: Il ruolo della Chiesa sarà lo stesso: perdono, perdono, fino alla fine del mondo. Non c’è un’altra evangelizzazione.


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