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MEETING DI RIMINI 1999
tratto dal n. 09 - 1999

Libertà. Una parola vera per la quale Gesù ci ha redento


L’intervento di Giulio andreotti al meeting di rimini durante la giornata dedicata alla politica estera, a cui hanno partecipato anche il ministro dini e il presidente algerino Bouteflika


L’intervento di Giulio Andreotti durante la giornata dedicata alla politica estera


L’auditorium del Meeting durante la giornata del 23 agosto, dedicata alla politica estera, dal titolo: «Si vis pacem para bellum. Il mondo del 2000: pax americana?».

L’auditorium del Meeting durante la giornata del 23 agosto, dedicata alla politica estera, dal titolo: «Si vis pacem para bellum. Il mondo del 2000: pax americana?».

Il 23 agosto scorso il Meeting di Rimini ha dedicato una giornata alla politica estera. Moderati da Giorgio Vittadini, al mattino, dopo una introduzione di Gabriele Gatti, segretario agli Esteri della Repubblica di San Marino, hanno parlato il ministro degli Esteri Lamberto Dini e il senatore Giulio Andreotti, mentre nel pomeriggio ha svolto una relazione molto impegnativa il nuovo presidente della Repubblica algerina, sua eccellenza il dottor Abdelaziz Bouteflika. Riportiamo la trascrizione dell’intervento del nostro direttore.

Cari amici, era naturale che il Meeting di questo scorcio del 1999 dedicasse un rapido consuntivo a quello che è il secolo che si sta chiudendo e cercasse di individuare alcune possibili linee, non dico per tutto, ma almeno per una prima parte del secolo venturo, il ventunesimo. Noi lasciamo al secolo che viene una eredità ricca di ombre e di luci. Abbiamo un’eredità pesante di due guerre mondiali, un’eredità di tante guerre minori, che però, come produttrici tremende di morti e di desolazione, hanno già superato le due guerre mondiali. Il quesito è quindi su come si possa lavorare per evitare la conflittualità o almeno, nell’immediato futuro, per ridurla. Noi lasciamo al secolo futuro tutta una serie di conquiste straordinarie, lo spazio, l’uomo che ha raggiunto la luna, le trasmissioni divenute, anche se creano qualche problema, oggetto e soggetto di stupore, il sistema Internet; tutta la serie di progressi in medicina che lasciano però più forte l’amaro in bocca quando si constata che non si è ancora raggiunta, per alcuni dei più terribili mali, l’individuazione dell’origine e quindi del rimedio; un alfabetismo molto cresciuto nelle diverse parti del mondo, sia pure in una percentuale non uniforme; l’accordo generale sul commercio raggiunto negli ultimi anni che ha visto, sotto la guida di un italiano, l’ambasciatore Ruggiero, delle meravigliose conquiste (è stata un’eredità così difficile quella lasciata da Ruggiero che ci sono voluti mesi per avere un successore e si è dovuto fare un compromesso tra i due candidati che erano in competizione: fare metà tempo per ciascuno). Ma credo che nessun evento positivo cancelli certamente la memoria di quello che era incredibile e che purtroppo è avvenuto: parlo dello sterminio dei campi di concentramento.
Il termine “pax americana” può sembrare un termine provocatorio. Il ministro Dini ha già chiarito molto bene quella che è una linea interpretativa della impostazione di questo nostro incontro. Noi ricordiamo i messaggi di Pio XII che si incentravano, proprio in nome della pace, sulla ricerca di un ordine diverso, di un vincolo giuridico interno ed internazionale. Non a caso il motto di Pio XII era “opus iustitiae pax”. Questa giustizia deve essere concretizzata. Noi abbiamo avuto anni felici, sia pur tormentati, attraverso un utilizzo del mezzo militare concepito dall’Occidente come deterrente, cioè in una funzione rigidamente difensiva. Questa filosofia della deterrenza ha funzionato, anzi ha funzionato benissimo, perché l’avversario non solo è stato scoraggiato dall’assumere iniziative offensive, ma ha finito con il dissolversi. Oggi abbiamo ancora di più una coscienza che la sicurezza non è una sicurezza esclusivamente o prevalentemente militare. Il peso degli americani in tutti o quasi tutti i campi, a cominciare da quello militare, è enorme. A convincerci tuttavia che il peso militare non va sopravvalutato vi è un’esperienza. Gli americani sono bravissimi nell’uso dei computer. Però qualche volta dimenticano che l’uomo non può mai essere completamente soggetto né alla meccanica né all’elettronica. C’era uno studio professionale importante, negli Stati Uniti, che dava consigli sugli investimenti stranieri e nell’elaboratore venivano immesse 99 voci. La voce più rilevante era quella della capacità e dell’ammodernamento militare. In virtù di questa voce, il Paese che era in testa nella sicurezza degli armamenti era l’Iran imperiale. In poche settimane chi aveva investito in base a questi dati forniti dall’elettronica si trovò completamente espropriato non solo degli interessi ma anche del capitale; questo perché qualche volta dobbiamo non sentirci uomini al servizio delle macchine (pur rispettando certamente quello che è il dato del progresso che le macchine, nel senso ampio di questa espressione, rappresentano).
Pio XII tra la gente del quartiere San Lorenzo, a Roma, bombardato dagli alleati nel luglio ’43. Durante la conferenza, Andreotti ha ricordato i messaggi di Pio XII (il cui motto era “opus iustitiae pax”) che si incentravano sulla ricerca di un ordine diverso, di un vincolo giuridico interno e internazionale

Pio XII tra la gente del quartiere San Lorenzo, a Roma, bombardato dagli alleati nel luglio ’43. Durante la conferenza, Andreotti ha ricordato i messaggi di Pio XII (il cui motto era “opus iustitiae pax”) che si incentravano sulla ricerca di un ordine diverso, di un vincolo giuridico interno e internazionale

Vorrei partire – non sarò lungo – da due osservazioni. La prima è del presidente Nixon, il quale diceva che gli anni tremendi per gli Stati Uniti sarebbero iniziati allorché non vi sarebbe più stata l’Unione Sovietica «perché avremo» diceva «la tentazione del potere». Tutti sappiamo che, in ogni campo, una regola della modernità è l’antimonopolio. Se si ha un monopolio di carattere politico, si devia, in un settore determinante, proprio da questa regola base. L’altra frase è di George Kennen, uno dei cervelli dell’équipe di Kennedy, che si occupava in modo particolare di comunismo internazionale. In una intervista recente, riportata sul Foglio di qualche giorno fa, rilasciata alla Rivista dei Libri di New York, ha detto: «Posso dire senza esitazione che il mondo non sarà mai dominato da un unico centro politico, quale che sia il suo potere militare».
Parto da questa convinzione, che condivido, per affrontare il problema che già Dini ha individuato molto bene, e cioè: come ci si pone nei confronti del ruolo globale degli Stati Uniti? È stato ricordato, giustamente, e non dobbiamo mai dimenticarlo, che abbiamo molti debiti nei confronti degli Stati Uniti, specialmente quello relativo alle due guerre mondiali in cui solo l’intervento degli Stati Uniti ha fatto pendere l’ago della bilancia nel senso giusto. Ma vi sono anche le politiche che gli Stati Uniti hanno perseguito e delle quali, noi degli anni della ricostruzione e dello sviluppo dell’Italia democratica e repubblicana, non ci potremmo mai dimenticare; parlo del Piano Marshall e della necessità di avere gli Stati Uniti nella difesa dall’aggressione dell’Unione Sovietica. Se i Paesi europei avessero dovuto provvedervi autonomamente, forse non ci sarebbero neppure riusciti, e comunque avrebbero dovuto dedicarci tutte le risorse che invece hanno potuto dedicare al proprio sviluppo, Italia compresa. Allora credo che dobbiamo essere molto attenti a non giudicare per dogmi positivi o negativi il rapporto del mondo con gli Stati Uniti, in tutte le sue forme. Certamente gli Stati Uniti sono la Casa Bianca, sono il Congresso, sono le università, sono i giornali, la cultura, la Coca-Cola, i film americani… Un mondo di cose delle quali qualche volta si può rischiare di avere piccole indigestioni… Però noi dobbiamo guardarle con attenzione e senza pregiudizi. Vorrei qui ricordare anche – perché ogni tanto compare lo spettro della Cia – che nella storia della Repubblica Italiana c’è stato un momento nel quale si è avuta una presenza notevole degli americani, superiore, a mio avviso, a quella che sarebbe stata giusta, che premeva perché si facesse in Italia un governo di centrosinistra recuperando i socialisti e isolando i comunisti.
Oggi siamo in una condizione, da un certo punto di vista, privilegiata ma anche delicatissima perché sono aperti gli archivi e ci sono dei volumi di documentazione. Uno è uscito qualche mese fa, di Gentiloni Silveri, sul peso degli Stati Uniti nella formazione del governo di centrosinistra (parlo del governo degli anni Sessanta). Attualmente ne è uscito uno ancora più consistente del professor Buti, della Terza Università di Roma. In esso c’è una documentazione notevolissima e, tra l’altro, si parla di un convegno organizzato a Bologna nel 1961 con molta pretesa perché erano stati invitati personaggi autorevoli come Atcheson, ma di fatto il rappresentante americano più importante fu quello della Cia. Ora, in questo caso la Cia era benedetta da chi, poi, si è specializzato nell’attribuirle perfino l’eclissi solare.
Qui il discorso andrebbe per le lunghe ma queste aperture di archivi, con queste schedature, si prestano a ricostruzioni notevoli. Ho letto degli elogi, per esempio di Pietro Nenni, persona rispettabilissima, che ha sofferto molto nella sua vita, ma vederlo definito in alcuni atti americani come l’uomo più popolare d’Italia, l’uomo che aveva combattuto soltanto contro il comunismo… a me i conti non quadrano da questo punto di vista.
Un’altra caratteristica che viene da queste ricostruzioni di archivio è un notevole sottofondo di diffidenza antidemocristiana in quanto considerata la “Democrazia cristiana italiana papista”. Sulla Democrazia cristiana tedesca non fanno delle riserve, ma su quella italiana… Forse capisco (sono passati alcuni decenni) che, fino a qualche tempo fa, anche qui in Romagna, ad esempio, non era facile distinguere lo stesso Stato Pontificio dalle organizzazioni strettamente ecclesiali… Qualcuno qui faceva una certa fatica e non mi preoccupa che questo potesse accadere in America. Del resto lo stesso Kennedy aveva avuto le sue difficoltà nella Convention che lo aveva designato. L’ultimo degli oratori aveva detto che Kennedy era un uomo meraviglioso, in pace, in guerra, nella terra, nello spazio, però non gli era favorevole perché il Santo Padre avrebbe potuto esercitare un’influenza su di lui. Parlò poi Truman e disse che si preoccupava non tanto dell’influenza del Santo Padre quanto di quella del padre…
Roma 1948: arrivano gli aiuti del Piano Marshall

Roma 1948: arrivano gli aiuti del Piano Marshall

C’è un altro punto che, sorvolando, voglio accennare. È il rapporto tra Stati Uniti e Organizzazione delle Nazioni Unite. Voi ricordate che prima della guerra c’era la Società delle Nazioni che era nata dall’idea di un presidente americano, ma il Congresso americano non aveva ratificato l’adesione e la Società delle Nazioni era senza gli Stati Uniti. L’Onu è nata nel dopoguerra in America, a San Francisco, con una prospettiva più ampia e, indubbiamente, con una serie di aspettative che, badate, sarebbe ingiusto vedere con critico sconforto. Il governo del mondo, come si dice, non so se basterà il XXI secolo per averlo, però ancora adesso le Nazioni Unite non solo con l’Assemblea generale, con il Consiglio di Sicurezza, ma con tutte le agenzie specializzate, esercitano un lavoro formidabile. Pensiamo all’Unicef per i bambini nel mondo. Comunque le Nazioni Unite sono una organizzazione in cui cinque nazioni, come sapete, per ragioni storiche, hanno la possibilità di bloccare le decisioni. Ho chiesto e ho potuto avere l’elenco dei veti posti dal 1948 ad oggi: gli Stati Uniti hanno posto il veto 73 volte; i russi 243 e sono fortemente in testa. Ma è interessante vedere che gli Usa hanno posto il veto per 32 volte sui problemi del Medio Oriente. Perché cito questo? Per una finalità specifica che mi riprometto di enunciarvi soltanto: perché una differenza tra Europa e Stati Uniti è stata marcata proprio sul modo di affrontare il problema del Medio Oriente e, specificamente, il problema dei rapporti di Israele con i palestinesi e con gli altri vicini. L’Europa ha cominciato presto a indicare la linea giusta (1980, Dichiarazione di Genscher – che noi ricordiamo in una presenza molto bella qui al Meeting – e Colombo). Quando Arafat era considerato un terrorista e non aveva il visto per andare né negli Stati Uniti, né in Inghilterra, né in molti altri Paesi, noi abbiamo indicato questa strada. Vi è stato un momento, nel 1976, in cui una risoluzione sullo status di Gerusalemme fu votata 14 voti contro 1, l’1 degli Stati Uniti; gli Stati Uniti mettono il veto, quella decisione non diventa una decisione delle Nazioni Unite. Cito questo non per mettere un accento su un aspetto importante però storicamente superato da quando noi abbiamo visto, tramite i buoni uffici della Norvegia, riconoscere, nella platea così importante del giardino della Casa Bianca, la necessità della linea negoziale, vedere Arafat vicino a Rabin che, poveretto, pagò con la sua vita, poi questo atto di coraggio come Sadat aveva già pagato con la sua vita il congiungimento, in qualche maniera, con lo Stato di Israele sul piano diplomatico. Oggi la linea negoziale procede con mille difficoltà ma anche con tante speranze e il governo italiano – sono grato particolarmente al ministro Dini – ci lavora con grandissima convinzione e con grandissima attenzione. Ma qui, ecco, giovani, vogliamo toglierci via un principio sbagliato che c’è, quando si dice che l’Italia non può avere una sua politica. Certamente non siamo così velleitari da non considerarci compresi in alcuni cerchi più generali di collegamenti di carattere politico. Però su Paesi che noi conosciamo di più, su Paesi che ci sono più vicini, possiamo e dobbiamo marcare una posizione che, in un primo momento, può essere fastidiosa e non condivisa, ma che poi viene ad essere riconosciuta. Vorrei citarvi una frase molto bella e significativa (questo è detto per qualcuno che non ama leggere nelle carte e negli archivi). Una frase di un segretario di Stato americano in una lunga stagione importante del presidente Reagan, George Shultz. È del 1984. Sono quattro righe: «Il fatto che l’Italia mantenga discreti contatti con vari elementi della comunità palestinese può essere utile, così come in altre aree di delicata diplomazia gli sforzi italiani sono per noi importanti e noi americani speriamo che questa operazione continui». Questo è, secondo me, il criterio con cui noi dobbiamo guardare questi problemi. Certamente, se poi vediamo, invece, che bisogna essere amici “sull’attenti”, e non qualche volta “sull’attenti” e qualche volta “sul riposo”, allora, ecco, è un concetto militaristico della diplomazia e della politica che io non condivido nemmeno da lontano. Certamente gli Stati Uniti sono molto sensibili a chi la pensa come loro: ogni anno pubblicano un volume nel quale prendono in esame tutti i voti che ci sono alle Nazioni Unite e vedono chi converge e chi diverge. Insomma, non voglio dire che sia l’albo dei buoni o dei cattivi perché è uno spirito statistico che ispira questo. Forse non è male osservare che i Paesi dell’Ovest sono per il 78,4% nella stessa direzione. Non è male. I Paesi dell’Africa, per esempio, solo il 48,7%; poi la statistica continua osservando i singoli Stati, dal più bravo al meno bravo, a seconda di come uno la vede perché poi c’è chi la considera rovesciata e darebbe i voti all’incontrario. Israele è il Paese più fedele, 95%, il meno fedele è l’India con il 23%. L’Italia è al 73,4%, siamo in una posizione molto giusta quindi è anche giusto, secondo me, essere “sul riposo”, perché, rimanendo sempre “sull’attenti”, si rimane anche anchilosati. Mi avvio alla “semiconclusione”: ho detto che dire che l’Onu vale solo se è governo del mondo è una utopia e un’illusione. Lavorare perché l’Onu accresca la propria capacità di influenza e di determinazione è un dovere e corrisponde ad una precisa linea politica che il governo italiano ha e che si sta molto bene sviluppando. Però ci sono due cose che vorrei ancora dire. Accanto a questo quadro dell’Onu, ci sono le cosiddette organizzazioni regionali su cui vorrei mettere l’accento. Mi riferisco poi a quello che ha detto poc’anzi il ministro Dini. Noi dobbiamo riconoscere agli Stati Uniti, in modo particolare, una grande conquista. Mi riferisco specificamente al presidente Reagan, nel quale in questi giorni, con molta tristezza, vediamo una vita che fisicamente si sta spegnendo. È stato un grande personaggio. Reagan ha guidato una politica nella Alleanza – ma in un quadro più ampio del mondo – di apertura e di fiducia a Gorbaciov che cercava di innovare (purtroppo era una macchina che non fu più capace di camminare, reggere). Reagan, con la concordia di tutti e con una posizione attiva della nostra nazione – insieme a delle altre, certamente, ma attiva e con una grande convinzione – impostò la politica della riduzione degli armamenti, riuscendo ad avere la riduzione a metà degli arsenali nucleari. E questo fatto insieme ad un discorso parallelo e contemporaneo di esaltazione dei diritti umani, con delle aperture tali che sembravano impossibili. Quando, in una delle riunioni, Reagan venne a dire al Consiglio atlantico di avere proposto a Gorbaciov una serie di emendamenti al Codice penale sovietico (che consentiva, tra l’altro, di essere ricoverati in manicomio senza nemmeno un certificato medico, che era un po’ troppo per la verità), a noi sembrò quasi improponibile questo e, invece, fu accolto. Cioè marciarono contemporaneamente gli indirizzi della riduzione (e quale riduzione! Metà, ripeto, degli armamenti nucleari) e la esaltazione dei diritti umani passando non più dalla sovranità degli Stati da assicurare, ma dal diritto delle persone. Un indirizzo che non poteva esaurirsi in un quadriennio di presidenza e nemmeno se raccolto, come è stato, dal suo successore, George Bush, ma che rappresenta uno dei momenti più esaltanti che vi siano stati negli ultimi decenni. Questo abbinamento dei diritti umani al disarmo è veramente una linea che, giovani, noi dobbiamo far riprendere; una linea che negli ultimi anni sembra un po’ dimenticata, ingiustamente dimenticata, che deve essere invece fatta riprendere perché c’è una necessità di una concertazione globale. Certamente, e questo è importante dirlo, ci sono momenti in cui occorre anche la forza e guai se in quei momenti non si ha il coraggio di esercitarla. Però io credo che, quando (l’ha ricordato poc’anzi il ministro Dini) si è creato il Tribunale per i crimini internazionali, si è superato una specie di mito, cioè che all’interno di ciascuno Stato si è padroni di fare quello che si vuole. Certamente è una battaglia dura. Alcuni Paesi non marginali come gli Stati Uniti non hanno dato ancora la loro adesione. Probabilmente ci vuole del tempo perché maturi questa convinzione. Però è la strada giusta ed è la strada su cui i Meeting successivi dovranno lavorare.
1963: Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio,  con il ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani. Dice Andreotti: «Nella storia della Repubblica Italiana c’è stato un momento in cui si è avuta una presenza notevole degli americani, superiore a quella che sarebbe stata giusta, che premeva perché si facesse in Italia un governo di centrosinistra recuperando i socialisti e isolando i comunisti»

1963: Pietro Nenni, vicepresidente del Consiglio, con il ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani. Dice Andreotti: «Nella storia della Repubblica Italiana c’è stato un momento in cui si è avuta una presenza notevole degli americani, superiore a quella che sarebbe stata giusta, che premeva perché si facesse in Italia un governo di centrosinistra recuperando i socialisti e isolando i comunisti»

L’ultimo punto che vorrei toccare è questo: vi è tra le tante istituzioni, un’istituzione che è importante ma che è ancora ad uno stato potenziale piuttosto poco espresso. Mi riferisco alla Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa: Osce. Qual è la caratteristica? La caratteristica è che comprende tutti i Paesi europei, in più Stati Uniti d’America e Canada. Nacque nel 1975, e per l’Italia firmò – con una doppia firma perché era anche presidente comunitario di turno – Aldo Moro. Qualcuno domandava: «Ma che significato ha un’intesa di cooperazione e sicurezza con una nazione come la Russia sovietica dove Breznev enuncia la “sovranità limitata”?». Ricordo la risposta che Aldo dette al Parlamento; disse: «Guardate, Breznev passerà ma queste cose rimarranno e daranno il loro frutto». Il protocollo di Helsinki fu ripreso nel 1990 a Parigi e rappresenta una piattaforma sulla quale bisogna lavorare perché è essenziale, certamente rispetto a tante altre cose. Noi abbiamo forse troppe istituzioni (bisognerà fare un po’ di semplificazioni), però credo che questa è una caratteristica che non possiamo non considerare come essenziale. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa unisce e non divide ed è anche uno stabile collegamento sia con gli Stati Uniti che con il Canada. Noi abbiamo in questo anche una garanzia giuridica internazionale per i diritti umani. Certamente non sono cose che si improvvisano né in una generazione né in un piccolo numero di anni o di decenni. Ma quando abbiamo visto codificare questi princìpi della libertà di movimento, della libertà religiosa, della preoccupazione per le minoranze, sappiamo che sono stati segnati degli indirizzi (che la mia generazione, certamente – noi siamo in “prorogatio”–, non potrà vedere completamente attuati) che, credo, rappresentino l’unica strada vera (accanto ad altre pur importanti ma non sostitutive di questa) per costruire un avvenire che sia un avvenire cautelato. L’ideale sarà avere una polizia europea che, proprio per la natura stessa di questa piattaforma a cui io mi sono riferito, è una polizia in cui Europa vuol dire anche Stati Uniti e Canada come parti integranti ed essenziali di questa realtà. Io non posso che accennarvi per avviarmi davvero alla conclusione. La “pax americana” è un modo di dire che mi piace poco. Se vale questo latino più o meno buono dal punto di vista letterario, diciamo pure “pax cum America” e non “pax americana”. Attenzione, a tempi brevi le accondiscendenze di principio sono più gradite e la libertà di adesione, ma anche di critica, piace. Leggo solo un passo di un libro interessante che ha scritto l’amico Martini, per molti anni a capo della Sicurezza. Dà di me una definizione che non mi dispiace: «Andreotti comprendeva che l’Italia non poteva non far parte del Patto atlantico ma la politica del Patto, evidentemente condizionata dalla politica estera degli Stati Uniti, non sempre si adattava alla sua visione, alla sua visione ecumenica del mondo, in un certo senso potrei dire che questo tipo di politica gli andava stretto».
Ma qui bisogna chiarirsi che cosa vuol dire. Io credo che noi non possiamo lasciare dei dubbi. Da parte mia dobbiamo concludere almeno questo intervento con una molto netta precisazione: nel momento in cui gli Stati Uniti hanno avuto difficoltà, guai a chi non esprimeva una solidarietà, ma guai morali vorrei dire, perché era un dovere. E fui contento, in una occasione in cui si discuteva del Vietnam – tema difficile – di avere potuto scrivere una frase che vidi che il segretario di Stato Dean Rusk poi raccolse parlando agli universitari di Boston. Dicevo che certamente gli americani avrebbero potuto lasciare i vietnamiti al loro destino, ma cosa avrebbero detto negli anni Quaranta, cosa avrebbero detto gli europei, e noi italiani, se avessero ceduto alle tentazioni isolazioniste e non fossero intervenuti per combattere e per morire nel nostro continente?
Il voto dei delegati per la stesura della Carta delle Nazioni Unite, nel 1945

Il voto dei delegati per la stesura della Carta delle Nazioni Unite, nel 1945

Questo io credo che sia un modo obiettivo di porre il problema americano e mi pare che, a conclusione di questa impostazione per forza di cose riassuntiva, possa essere presa una frase ancora di Shultz nel Consiglio atlantico del 1983. Shultz parlò di solidarietà atlantica nella fermezza, nella pazienza, nella ragionevolezza, nel dialogo. Allora per la “pax” di cui qui si parla, io lascerei perdere la frase “Si vis pacem para bellum”, non mi piace nemmeno un poco. “Si vis pacem para pacem”. Questa deve essere, io credo, la nostra particolare filosofia. Oltre le cooperazioni allo sviluppo, l’integrazione del popolo attraverso le emigrazioni in America, è stata eccezionale, è stata sofferta, non facile, contrastata, ma straordinaria l’educazione all’accoglienza. La tradizione biblica è quella di porre lo straniero accanto agli orfani e alle vedove come oggetto di una particolare attenzione. Questa è, io credo, la consegna che noi dobbiamo dare alle generazioni del terzo millennio. Le cose saranno più facili, meno facili… Facili non saranno mai perché i contrasti sono inevitabili, gli interessi umani sono degli interessi che portano ad una serie di contrasti, ad una serie di prevalenze non sempre guidate, anzi forse poco spesso guidate da ragioni di carattere obiettivo. Però a me pare importante questo: quello che dobbiamo raccogliere proprio da questo secolo che si chiude, pieno di luci, pieno di ombre. Sono caduti tanti poteri. Se guardiamo l’inizio del secolo, cos’era l’Impero russo, cos’era l’Austria-Ungheria, che cos’era l’Impero turco… Sembra preistoria ed è sostanzialmente preistoria. Io credo che quello che noi dobbiamo, insomma, sentire come cristiani e come italiani, è che ci sono linee su cui si possa fare, si debba fare tutta una serie di ipotesi subordinate, legate al tempo, legate allo spazio, legate alle opportunità. Ma vi sono alcune linee nelle quali non può essere assolutamente ammessa alcuna transazione. In questo caso, io credo che noi dobbiamo essere orgogliosi di avere anche nella vita pubblica – e non come un fatto organizzativo, ma come uno stimolo ed un controllo, e un condizionatore di carattere morale – la nostra fede di cristiani. Tutto questo che, in altri tempi, sembrava contrastante, tra obblighi civili, obblighi spirituali, obblighi religiosi, oggi noi possiamo vederlo in una sintesi riassunta poi in un parola vera per la quale Gesù ci ha redento: la libertà.



Come evitare aspirazioni egemoniche

Un brano dall’intervento del ministro degli Esteri italiano

Il terzo, grande obiettivo della nostra politica estera (accanto all’approfondimento dell’integrazione europea e della sua estensione oltre il periodo attuale, in prospettiva ed in forme diverse, all’intero continente) è il perfezionamento degli strumenti della legalità internazionale, per accentuarne il carattere pluralistico e democratico, anche oltre il bilanciamento del potere degli Stati Uniti ad opera dell’Europa. Gli stessi Stati Uniti saranno così meglio in grado di riconoscere quello che possono e non possono fare, di coniugare idealismo morale e superiorità tecnologica. Gli Stati Uniti hanno iniziato come nazione all’ombra di un destino più che di un passato. Hanno di fronte un’Europa più spesso tragica e pessimista, dove si sono intrecciate tutte le culture del vecchio mondo. Che non sia più un’Europa passiva e impotente!
Da sinistra, Arafat, Peres e Rabin mostrano gli attestati del premio Nobel per la pace ricevuto nel 1994

Da sinistra, Arafat, Peres e Rabin mostrano gli attestati del premio Nobel per la pace ricevuto nel 1994

Spetta soprattutto all’Europa ed agli Stati Uniti pensare regole e procedure nuove, che rendano accettabile l’erosione graduale della sovranità nazionale, in nome di una responsabilità globale. Sarà così più facile evitare che dietro la difesa del diritto si nascondano aspirazioni egemoniche; oppure la ricerca di nuove missioni per l’Alleanza atlantica, priva del nemico di ieri; o anche egoismi dell’Europa, fortezza assediata dai mali del mondo. L’autoinvestitura dell’Alleanza atlantica non può diventare la regola.
Nella tradizione soprattutto europea, in quella nostra nazionale, la difesa della libertà comporta una sempre più precisa definizione della legalità internazionale, nella quale i diritti siano il punto di riferimento morale per la valutazione della politica, anche di una politica di potenza. Per non affidarsi sempre al connubio, appunto, di una generosità umanitaria e di una logica di potere, anche all’ombra di una tradizione così gloriosa come quella americana. Noi europei, gli sconfitti del 1945, abbiamo appreso che una sconfitta può anche essere una liberazione.
Fino a quando i diritti umani saranno poco istituzionalizzati, permarranno sempre dubbi sul rapporto tra legittimità ed efficacia. La graduale costruzione di una “cittadinanza universale” è un processo di apprendimento che tutti dobbiamo portare a compimento. Altrimenti avremo una corsa alla frammentazione, alla ricerca di indipendenze ottocentesche, soffocate economicamente e culturalmente, asservite a potenze limitrofe.

Lamberto Dini


Sia guerra. Ma alla povertà

San Marino non ha nessuna forza né di carattere politico né militare né di carattere economico. L’unica forza deriva dal diritto e, sicuramente, anche dalla partecipazione agli organismi internazionali. Ebbene, a un Paese così piccolo un’utopia sia permessa: che le ingenti ricchezze che sono impiegate per la guerra e per gli armamenti possano essere impiegate per combattere la fame, combattere la povertà, la grande povertà presente in gran parte dell’umanità.

Gabriele Gatti


Se cerchi la pace va’ incontro ai poveri

Non posso chiudere il mio intervento, trovandomi su questo suolo italiano carico di storia, di scienze, di arti e di intelligenza inventiva, senza indirizzare il mio sincero saluto e i sensi del mio profondo rispetto in primo luogo a sua santità Giovanni Paolo II: che Iddio gli dia salute e gli conceda una lunga vita. Sia permesso a un musulmano algerino, quando la crisi scuote il suo Paese – dove l’islam è tradizionalmente la religione dello Stato – di rivolgere questa raccomandazione terapeutica: «Se cerchi la pace va’ incontro ai poveri».

Abdelaziz Bouteflika


Pace. E non tregua armata

Le armi creano ingiustizia e creano guerra, o comunque creano una pace dettata dalla paura delle armi. Noi crediamo che la pace debba diventare una condizione normale dell’uomo, dell’esistenza dell’uomo e dei popoli. Oggi, purtroppo, vediamo tante guerre, alcune sono molto conosciute, alcune sono addirittura dimenticate. Io credo che tutti noi dobbiamo provare vergogna di fronte a quello che sta succedendo e dobbiamo impegnarci perché questo non succeda. Io credo che un grande ruolo lo potrà giocare l’Europa in questo senso. Il nostro continente è un continente molto importante, di grandi potenzialità. Forse un’Europa meno impegnata nell’economia, meno burocratica e un’Europa più degli ideali, un’Europa dei popoli, un’Europa che sappia garantire le varie identità nazionali, un’Europa così sicuramente potrà portare un grande contributo per una pace vera che, ripeto, non potrà mai essere una pace armata.

Giorgio Vittadini


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