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MEETING DI RIMINI 1999
tratto dal n. 09 - 1999

Le nostre radici di libertà e tolleranza


Alcuni stralci del discorso del presidente algerino. Che ha citato sant’Agostino e ricordato il vescovo di Algeri, «il nostro buono e vecchio amico Mohammed Habid Duval»


di Abdelaziz Bouteflika


Signor presidente Andreotti, eccellenze, signore e signori, […] questo incontro che vuole essere “un crocevia di testimonianze e di storia” e “un ponte fra le culture del Mediterraneo”, mi spinge ad essere un testimone estremamente attivo, estremamente “partecipativo” a questo nobile obiettivo di comprensione e di comunicazione, affinché il partner mediterraneo, spesso presunto sconosciuto attraverso un’esclusione inconsapevole, diventi “il vicino”, diventi il compagno dei grandi progetti di concordia umana che vogliamo per noi stessi e per le generazioni future. […]
Giulio Andreotti e Abdelaziz Bouteflika durante il Meeting

Giulio Andreotti e Abdelaziz Bouteflika durante il Meeting

I miti tessuti attorno all’ignoto [cfr. il titolo del Meeting di Rimini 1999: L’ignoto genera paura, il Mistero genera stupore], eppure così vicino, devono essere metodicamente combattuti, se vogliamo costruire un avvenire comune nella regione. Deve essere così, poiché le relazioni umane ed economiche fra i popoli del Mediterraneo risalgono di fatto a oltre duemila anni fa. Risalgono principalmente a quell’epoca lontana in cui, per lunghi secoli, esso era il Mare Nostrum di un Impero costituito all’ombra della pax romana che ha visto fondersi nello stesso crogiolo gli apporti delle diverse civiltà del perimetro mediterraneo.
È necessario ricordare a questo proposito, i fecondi scambi all’epoca del re algerino Massinissa con Roma. È necessario altresì ricordare che uno dei suoi successori, Giugurta, fece i propri studi a Roma prima di ergersi contro l’occupazione romana. E che cosa dire, poi, dell’algerino sant’Agostino che tanto diede alla Chiesa. Teologo, filosofo, scrittore, tribuno e uomo d’azione, l’autore della Città di Dio e delle Confessioni, che fu vescovo di Ippona, l’attuale Annaba, è considerato giustamente come uno dei dottori più influenti e più prestigiosi della Chiesa cattolica. Di lui è stato detto che «trattava una questione di diritto come un avvocato di Roma, una questione di esegesi come un dottore di Alessandria, argomentava come un filosofo ateniese, commentava un documento d’archivio come il più erudito degli storici. Raccontava un aneddoto come un borghese di Cartagine, un exploit dei Circoncellioni come un operaio di Ippona…». Potrei dire personalmente che è stato cartesiano prima di Cartesio.
Inoltre, le relazioni fra la riva nord e la riva sud del Mediterraneo sono andate intensificandosi nell’età contemporanea, anche se si erano stabilite in termini ineguali e opinabili.
Infine è forse necessario ricordare che il Maghreb di oggi si costruisce sulle basi di una vera e propria modernità, che ha come punti di riferimento i grandi princìpi della cultura politica universale, vale a dire la democrazia e la dignità dei cittadini? Chi può supporre che una nazione moderna e particolarmente attiva nella vita internazionale come l’Algeria sia incapace di dominare la propria demografia?

L’immagine della mezzaluna sull’Europa così attivamente diffusa dai media, presuppone anche l’esistenza di una minaccia dell’islam violento sul mondo occidentale. Allora, bisogna ricordare che le nazioni arabe e musulmane hanno ereditato soprattutto un islam di civiltà che nella sua lunga storia ha assimilato e ha arricchito la cultura greca e che considera che sono le acquisizioni della civiltà universale che hanno fatto le nazioni moderne.
In quanto responsabili, con tutti i mezzi istituzionali e attraverso una pratica politica molto attenta, cerchiamo di rafforzare nei nostri concittadini il senso della tolleranza e dell’apertura. Se l’islam è religione di Stato per motivi sociologici, noi cerchiamo di far sì che questo stesso Stato vigili sul rispetto e sulla libertà di coscienza e di culto.
La Chiesa algerina che ha partecipato con noi agli sforzi della decolonizzazione e che è solidale con il popolo algerino in tutte le sue sofferenze, è una Chiesa presente in tutti i contatti, in tutti i dialoghi fra le culture. Desidero, in proposito, cogliere questa occasione per rendere un omaggio particolare ai cristiani d’Algeria, in primo luogo, poi a quelli di Francia, anche a quelli dell’Italia e di altre parti che hanno abbracciato questa causa della lotta per la liberazione del mio Paese; e soprattutto desidero rendere omaggio alla Chiesa cattolica, guidata dal compianto monsignor Duval – che Dio l’abbia in gloria – che divenne dopo l’indipendenza il primo cardinale algerino. Il nostro buono e vecchio amico Mohammed Habid Duval, monsignor Duval, come noi lo chiamavamo, il cui ricordo non abbandonerà mai i nostri cuori finché saremo a questo mondo, ha vissuto la sua “algerinità” nei momenti più difficili con la passione di Cristo e il calvario di Gesù: la salvezza sia su di lui, allo stesso titolo dei Profeti delle grandi religioni monoteistiche.
D’altronde, come possiamo immaginare il cristianesimo quale religione straniera in terra islamica quando decine di milioni di cristiani vi vivono da sempre e godono del rispetto e della duplice protezione delle comunità e degli Stati? L’islam vero e proprio, così come insegnato dalle nostre teologie ufficiali, si considera come un messaggio che continua i monoteismi precedenti e, in particolare, il monoteismo cristiano. Ma bisogna anche dire che la prima convenzione di riconoscenza e di convivialità fra comunità monoteistiche considerava gli ebrei come cittadini a pieno titolo nella società di Medina diretta dal Profeta a partire dal 622.
L’Algeria, proprio per questo modello islamico e soprattutto a causa dello spirito di tolleranza e di apertura che ne caratterizza le comunità, ha consentito la sopravvivenza dell’antico giudaismo berbero, così come l’accoglienza delle popolazioni ebree espulse dalla Spagna dai capi dell’Inquisizione. Queste popolazioni, perfettamente integrate nella cultura araba e maghrebina, hanno partecipato in maniera estremamente attiva alla vita economica, artistica e culturale del nostro Paese. Il dialogo e gli scambi fra le tre religioni monoteistiche, per noi, quindi, rimangono una costante della nostra politica culturale.

Il presidente dell’Algeria Abdelaziz Bouteflika

Il presidente dell’Algeria Abdelaziz Bouteflika

Le deformazioni introdotte dall’ideologia di violenza vengono combattute con determinazione dai nostri Stati moderni, perché sono rivolte in primo luogo contro l’islam di civiltà.
La nostra concezione della laicità, definita prudente anche da una parte dei nostri stessi concittadini, merita anche una spiegazione per i nostri partner.
Le nostre società non hanno conosciuto, come è stato per l’Europa e soprattutto per la Francia, quelle violente campagne di scristianizzazione che hanno fatto della laicità del secolo passato una dottrina politica anticlericale. L’islam, nelle sue fonti e nei suoi orientamenti, riconosce tutte le altre religioni e vediamo che nel corso della storia musulmana, le religioni asiatiche, quali quella di Zoroastro, il buddismo, l’induismo, godevano dello statuto di religioni riconosciute dagli Stati. Questa apertura, purtroppo molto poco nota alle culture ufficiali dell’Europa, viene considerata dagli intellettuali musulmani una laicità specifica che prendeva il nome di intercomunitarismo.
Forse una laicità sprovvista di tutti i residui della scristianizzazione verrà a fare dei nostri Stati moderni degli Stati che proteggano realmente le varie comunità religiose e culturali?
D’altronde il realismo politico richiede che vengano accettate le differenze, nella pratica, dei grandi princìpi che fanno la democrazia, poiché il peso della storia non può non gravare con lo stesso onere su tutte le società del nostro mondo moderno.
Infine, verremo forse accusati, a causa di questi rapidi cenni sui due mondi ai quali pensiamo di appartenere realmente – vale a dire quello afro-asiatico e quello occidentale – di nutrire troppe ambizioni?
Pensiamo che una nuova militanza si imponga alla nostra generazione divenuta attiva e realmente responsabile in questo inizio di secolo.
Da un lato, l’islam (non quello deteriorato dalle ideologie oscurantiste e che quindi non è islam) ha ancora un ruolo da svolgere, innanzitutto per realizzare il proprio rinnovamento e poi per partecipare, come ha fatto altre volte, al progresso umano come partner di tutte le religioni, persino delle grandi filosofie che si prefiggono di moralizzare la nostra vita politica ed economica.
L’ambizione dell’Algeria, legittimata dalla sua presenza effettiva e attiva nelle due culture, quella arabo-musulmana e quella occidentale, è di rafforzare tutti i ponti per lo scambio, per la comprensione e per il rinnovamento comune. Due secoli di insediamento nel materialismo hanno lasciato il nostro mondo, malgrado le immense acquisizioni scientifiche e politiche, in un inaridimento morale e spirituale che viene sentito come la crisi principale della nostra civiltà.
La nostra comune ambizione, e i Paesi nuovi quali noi siamo vi aderiscono pienamente, è quella di realizzare una universalità arricchita da un vero e proprio rinnovamento morale che non esclude nessuno, che non emargina nessuno, una visione umana, una visione globale.
Fin dagli albori della nostra storia siamo, musulmani e cristiani, sensibili ai diritti dei popoli alla loro dignità e a tutte le promozioni della civiltà. L’ardore dei primi apostoli che erano intrisi di spiritualità, ha permesso ai piccoli popoli di accedere al rango delle grandi nazioni, così come il senso dell’uguaglianza fra gli uomini nei primi musulmani ha fondato le prime basi dell’universalità. Questi stessi diritti dei popoli e questo stesso senso dell’universale oggi devono riprendere nuova linfa in una azione comune fra l’Oriente e l’Occidente e forse in opere di avanguardia, a partire dal nostro Mediterraneo.
Il Mediterraneo, questo bellissimo mare, è il più bello di tutti; la sua bellezza però non suscita in me alcuna emozione finché il volto del mio Paese è sfigurato. Il cielo del Mediterraneo è certamente dell’azzurro più bello ma non può suscitare in me il sogno di spiccare il volo quando il cielo del nostro futuro si tinge del rosso del sangue e della violenza.
Nessun popolo può, in un contesto simile, partecipare allo slancio universale di liberazione se non assapora direttamente la propria libertà. Nessun popolo può comprendere la solidarietà internazionale se non ne sente gli effetti e se non è lui stesso, al suo interno, solidale.
Capirete dunque che, egoisticamente, il mio Mediterraneo non può essere innanzitutto altro che l’Algeria, il cui popolo deve poter vivere nella libertà e nella solidarietà, due ideali che sono minacciati nei loro fondamenti stessi. Capirete allora perché vi parlo con insistenza soprattutto della speranza da restituire all’algerino di vivere e di acquisire responsabilità nel suo Paese, soprattutto della concordia civile e delle ferite che abbiamo subìto piuttosto che di altri aspetti della vita nazionale e internazionale, comunque importanti e con una posta in gioco rilevante per il presente e per il futuro.


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