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MEETING DI RIMINI 1999
tratto dal n. 09 - 1999

La rivincita di Algeri


Favorire la riconciliazione nazionale e riprendere un ruolo-guida nel Mediterraneo, guardando anche al processo di pace israelo-palestinese. Ecco le grandi chances della leadership moderata di Abdelaziz Bouteflika


di Raffaello Fellah


Lindipendenza dell’Algeria è stata frutto della sollevazione di tutto un popolo, l’unica conquistata a così caro prezzo tra tutti i Paesi colonizzati (si ebbero più di un milione di morti). Senza De Gaulle, che ebbe il coraggio politico di recidere il cordone coloniale concedendo l’indipendenza da Parigi, il solco di sangue sarebbe stato ancora più profondo.
Il bacino del Mediterraneo, particolare di uno degli affreschi nella terza loggia del Palazzo Apostolico in Vaticano

Il bacino del Mediterraneo, particolare di uno degli affreschi nella terza loggia del Palazzo Apostolico in Vaticano

La lotta all’occupante francese ha forgiato il carattere della prima classe politica che ha governato il Paese; leader come Ferhat Abbas, Krim Belkasem, Mohammed Ben Bella, Houari Boumedienne e l’allora giovane Abdelaziz Bouteflika, sono riusciti a traghettare il Paese verso uno stadio di autosufficienza, attuando profonde modifiche sociali il cui valore permane tuttora (dall’istruzione obbligatoria fino ai 16 anni alla riforma agraria). Anche se Ben Bella prima e Boumedienne poi, si sono però ispirati al socialismo comunista imprimendo all’economia uno statalismo e una rigidità i cui frutti amari sono ancora evidenti ai giorni nostri.
Tutti conosciamo il grande terrore che ha martoriato sino ad oggi l’Algeria. Ma gli algerini, nella stragrande maggioranza, sono contrari alla violenza, e le dimissioni del precedente presidente Zeroual sono state un atto responsabile che ha favorito una tornata elettorale quanto più possibile democratica (ci sono stati oltre trenta candidati), nonostante gli osservatori occidentali siano stati tendenzialmente pessimisti sul grado di reale libertà di queste elezioni e, conseguentemente, sul loro risultato (pesano, in questo giudizio, sia le lotte intestine dei vari gruppi di potere che il persistere di azioni terroristiche). Costoro basano il loro giudizio seguendo però il criterio di quella democrazia “occidentale” che in Algeria non può, né potrà essere per molto tempo, applicata ideologicamente come noi la intendiamo. Nel breve termine, e ciò non deve apparire cinico, il massimo dell’aspirazione, non solo per l’Algeria ma per buona parte dei Paesi arabi, è che si possa raggiungere una democrazia tipo Stato di Singapore. Ma il realismo politico di Abdelaziz Bouteflika potrebbe magari farci qualche (grande) sorpresa positiva. Chi scrive nutre grandi speranze per le sorti algerine, all’indomani dell’elezione di Bouteflika e dei chiari segnali che egli ha coraggiosamente dato nel senso di una difficile ma inesorabile necessità di giungere alla concordia civile nel Paese.
Già ministro degli Esteri e presidente dell’Assemblea delle Nazioni Unite, ed ora presidente della Repubblica, Bouteflika ha uno spessore internazionale da giocare a vantaggio del recupero di prestigio dell’Algeria nel contesto delle nazioni, oltre che una linea politica ben definita. Per l’Algeria può aprirsi una nuova pagina di stabilità, vista la posizione equilibrata in cui si colloca il suo programma di governo. Bouteflika non si è mai confuso con il potere degli anni rampanti e delle spartizioni, è in grado di tranquillizzare sia i militari che i moderati, vuole passare ora, dopo prudenti aperture iniziali, ad un dialogo nei fatti per recuperare le opposizioni intransigenti. Il suo programma economico prevede l’accelerazione delle privatizzazioni secondo le aspettative degli organismi monetari internazionali e un forte impulso alle opere di pubblica utilità per l’assorbimento della disoccupazione.
Negli anni in cui ricoprì in passato incarichi governativi, Bouteflika cooperò affinché l’Algeria sapesse tenere un atteggiamento fermo di fronte al primo dirottamento palestinese di un aereo dell’El Al, al fine di garantire l’incolumità dei passeggeri (che infatti si salvarono tutti); quando era ministro degli Esteri, l’Olp di Arafat tenne ad Algeri lo storico congresso in cui riconobbe l’esistenza dello Stato d’Israele; durante la sua presidenza dell’Onu, Arafat fu invitato a tenere per l’Assemblea il discorso con pistola e ramo d’ulivo nelle mani, ed è legata a questa apertura la decisione successiva dell’Olp di indire ad Algeri il summenzionato congresso. Non è improprio rilevare un parallelismo tra queste audaci posizioni (tali erano per l’epoca) e la politica di “ascolto” seguita dall’Italia nei confronti di molti soggetti politici considerati ostici dalla comunità internazionale, Arafat compreso.
Ecco la mia conclusione. Stiamo vivendo un tempo di grandi opportunità per la pace e la stabilità del Maghreb, del Mediterraneo, dell’Europa e dell’Occidente in generale. La pace può venire dal Mediterraneo. In Algeria è stato eletto il moderato Bouteflika, e la Libia gheddafiana, sgravata delle sanzioni Onu, sta decisamente lavorando per riprendere il suo posto nel mondo, seguendo le orme del “riconciliatore” Nelson Mandela. E se un modello è utile in politica, io credo che Abdelaziz Bouteflika potrà essere il De Gaulle d’Algeria, che incarnando le aspettative del suo popolo guidi il Paese alla riconciliazione e al progresso sociale. E ancora, nessuno dimentichi le immense potenzialità che l’Algeria riappacificata può offrire al processo di pace israelo-palestinese, che ancora naviga nelle acque agitate dei negoziati inaugurati ad Oslo e rinvigoriti ora con la recente firma degli accordi di Sharm el Sheikh (o Accordi di Wye River 2). Algeri può guidare il mondo arabo alla pace vera con Israele, secondo un pragmatismo politico che potrebbe essere un esempio di dinamicità per molte cancellerie occidentali.


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