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GIUBILEO DEL 2000
tratto dal n. 09 - 1999

Uccellacci e uccellini


Resti romani dal I al III secolo dopo Cristo con coloratissimi affreschi sono stati rinvenuti durante la costruzione, in territorio italiano, della rampa d’accesso al megaparcheggio del Gianicolo. La Soprintendenza archeologica ha sospeso, almeno momentaneamente, i lavori


di Lorenzo Bianchi


Un particolare degli affreschi romani rinvenuti durante gli scassi per la costruzione della rampa di accesso al parcheggio di Propaganda Fide

Un particolare degli affreschi romani rinvenuti durante gli scassi per la costruzione della rampa di accesso al parcheggio di Propaganda Fide

Il 17 agosto scorso a Roma, durante i lavori per la costruzione della rampa di accesso al parcheggio di Propaganda Fide dal lato di via del Gianicolo, nell’area degli horti di Agrippina e poi di Nerone, sono venuti alla luce ambienti di epoca romana con muri intonacati e dipinti, all’altezza di circa quattro metri sopra l’attuale piano stradale. L’intervento della Soprintendenza archeologica di Roma, che ha imposto il blocco dei lavori per verificare la consistenza dei rinvenimenti, ha impedito che venissero immediatamente distrutti dalle macchine scavatrici ed ha permesso di poter avviare lo scavo archeologico, affidato alla cooperativa Ianus, di cui è responsabile la dottoressa Carla Socrate, sotto la direzione del responsabile di zona della Soprintendenza, il dottor Claudio Mocchegiani Carpano.
Il ritrovamento era prevedibile. Infatti, già qualche sondaggio aveva mostrato, durante i lavori di consolidamento dei lati della rampa, la presenza di materiale sparso (al momento del ritrovamento i muri apparivano infatti già intaccati dalle palificazioni di cemento armato fatte nei mesi precedenti). Ma, soprattutto, proprio lì accanto, all’imbocco della galleria del Gianicolo, erano stati ritrovati e distrutti notevoli resti negli anni 1938-1939 durante la costruzione del traforo. Questi resti, di cui quelli venuti in luce in questi giorni sono la diretta prosecuzione, come dimostrano il medesimo orientamento e la medesima fattura, furono visti e documentati dall’archeologo Guglielmo Gatti per almeno 30 metri di lunghezza. Erano strutture (alcune in opera laterizia, altre in opera reticolata) la cui parte principale appariva costituita da un corridoio in cui si affacciavano da sud varie aperture. Si trovarono anche suspensurae (cioè pilastrini che sostengono il pavimento di un ambiente, formando un’intercapedine per permettere la circolazione di aria calda: un impianto di riscaldamento, insomma), cosa che fa pensare forse anche a un ambiente termale. Alcune pareti erano dipinte con decorazioni a motivi arborei e a ghirlande, altre a tinta unita, gialla o rossa. Si rinvennero inoltre notevoli frammenti di cornicioni marmorei, una vasca della lunghezza di quattro metri, intonacata all’interno, con il fondo di cocciopisto ed un foro per l’uscita dell’acqua. Si recuperarono tratti di tubo di piombo iscritti. Il tutto era databile nell’ambito del II secolo dopo Cristo, secondo l’opinione di Gatti. Prima che tutto fosse distrutto, egli ne trasse degli schizzi commentati, custoditi nell’Archivio centrale dello Stato (Cartelle Gatti XIV, 6228-6233). La documentazione d’archivio relativa ai ritrovamenti degli anni 1938-1939 è stata pubblicata, insieme a una planimetria, proprio due mesi fa nel mio volume Roma. Il monte di Santo Spirito tra Gianicolo e Vaticano («L’Erma» di Bretschneider, Roma, pp. 85-89), dopo essere già stata annunciata a gennaio di quest’anno su queste pagine (Un parcheggio sul luogo del martirio dei primi cristiani, in 30Giorni, n. 1, gennaio 1999, pp. 56-69).
Dopo il blocco dei lavori per la rampa, lo scavo ha portato al ritrovamento di vario materiale mobile, comprese delle monete, e all’individuazione di successive fasi di utilizzazione dell’antica abitazione, fino a quando, il 7 settembre, finito il clamore giornalistico sul ritrovamento, e quando ormai sulla stampa si dava per imminente la decisione di sospendere la ricerca archeologica e proseguire con i lavori della rampa, sono state scoperte altre tre pareti affrescate, questa volta non solo a bande o con disegni geometrici, come le prime venute in luce, ma con «dipinti di apprezzabile qualità raffiguranti elementi architettonici stilizzati, uccelli e motivi floreali. Le strutture appartengono verosimilmente a una domus di età imperiale, di cui è da accertare l’eventuale pertinenza a edifici degli horti di Agrippina», come recita testualmente il comunicato stampa del Ministero per i Beni e le Attività culturali. Si è dunque deciso di continuare, per altre due settimane, lo scavo archeologico, che potrà quasi certamente riservare altre sorprese, almeno nella direzione che va verso la collina di Propaganda Fide, verso cui si dirigono le strutture (verso il Tevere le indagini sono già precluse dalle palificazioni in cemento armato gettate nei mesi scorsi).
La rampa vista dall’alto durante la posa delle strutture in cemento armato

La rampa vista dall’alto durante la posa delle strutture in cemento armato

Nell’attesa dell’analisi dettagliata e della pubblicazione scientifica (speriamo rapida) di quanto rinvenuto da chi ha effettuato lo scavo, si possono comunque trarre delle importanti considerazioni. E cioè: questi resti, unitamente a quelli rinvenuti nel 1938-1939 e forse anche alle cisterne tuttora presenti immediatamente dietro il muro del bastione di Sangallo, nel terreno dei Gesuiti, formavano un vasto complesso le cui fasi di utilizzazione sembrano andare dal I al III secolo dopo Cristo. Non deve trarre in inganno l’attuale orografia della zona, trasformata prima dal bastione cinquecentesco, che ha separato drasticamente il monte di Santo Spirito dal resto del Gianicolo, e poi ulteriormente modificata dal traforo gianicolense, che ha acuito la separazione con una notevole asportazione di terreno. Si deve immaginare invece una valletta che dal giardino dei Gesuiti, dove sono le cisterne, scendeva gradatamente fino al luogo dell’attuale imbocco del traforo, ma a una altezza di almeno quattro metri sull’attuale piano stradale, per risalire poi dolcemente verso Sant’Onofrio e verso Propaganda Fide.
Questi resti costituiscono un tassello importante per la ricostruzione della topografia antica di tutta la zona tra piazza del Sant’Uffizio, borgo Santo Spirito, il Tevere, gli Orti Torlonia (dove si sta ora costruendo la rampa) e la collina di Propaganda Fide. Come si è già altrove a sufficienza dimostrato, è proprio questo il territorio che ospitava effettivamente la villa di Agrippina, poi di Caligola e poi di Nerone. Sappiamo che aveva strutture abitative, addirittura un circo (dove ora è la basilica di San Pietro), giardini di un certo livello, porticati, terrazze sul Tevere. Sappiamo che Nerone vi fece crocifiggere e bruciare vivi i cristiani dopo l’incendio di Roma del 64 dopo Cristo. Tutt’altra cosa, insomma, da quel che pensava il direttore dei lavori del parcheggio di Propaganda Fide, e che testualmente e pubblicamente dichiarò nella conferenza stampa tenutasi in Vaticano il 17 febbraio dell’anno scorso a scassi già abbondantemente avviati, quando definì la zona solo un posto dove «Nerone ci andava perché era un bel posto di villeggiatura a due passi da Roma, e molto più ritengo che non i famosi Castelli».
Certamente questi resti hanno avuto la sfortuna di trovarsi proprio dove il progetto degli ingegneri prevede lo svincolo per il parcheggio; e chissà quanti altri ne sono andati perduti fra tutti i lavori attorno a San Pietro, se anche il direttore dell’ufficio cantieri per il Giubileo, Maurizio Pucci, il 2 settembre scorso ha tranquillamente dichiarato all’Ansa: «Resti così ne sono stati trovati a bizzeffe anche in altri cantieri, ma i lavori sono proseguiti». Almeno in questo caso, però, si è avuta qualche notizia e si avrà, anche se si procederà alla distruzione, una documentazione. Non che sia il massimo, anzi: l’archeologo sa che anche un frammento può essere importante per la comprensione e la ricostruzione del passato. Ma è sempre qualcosa di più di tutto ciò che, dalle sepolture di martiri o di semplici fedeli alle prime mura vaticane del IX secolo, è stato cancellato senza colpo ferire nella zona negli ultimi anni; cancellato, alle volte, proprio da chi avrebbe dovuto salvaguardare la santità del luogo e la memoria del nostro passato, che è parte del presente e di noi stessi. Cancellato in quei luoghi affidati al Vaticano, con privilegio di extraterritorialità e con la facoltà di darvi «l’assetto che creda» agli edifici, «senza bisogno di autorizzazioni o consensi da parte di autorità governative, provinciali o comunali italiane», proprio perché queste «possono all’uopo fare sicuro assegnamento sulle nobili tradizioni artistiche che vanta la Chiesa cattolica» (Trattato fra la Santa Sede e l’Italia, 11 febbraio 1929, art. 16).


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