«Un giubbileo pe ttanti ladri è ppoco»
L’Anno Santo straordinario del 1832 fu oggetto di quattro sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli...
di Serena Ravaglioli
Nel 1832 papa Gregorio XVI,
in ricordo del 18° centenario della Redenzione, indisse un Anno Santo
straordinario, valido soltanto per i cittadini dello Stato Pontificio,
anche se molte deroghe furono poi accordate, dato il gran numero di
richieste, ai fedeli delle diocesi degli Stati italiani confinanti.
Questo Giubileo straordinario di Gregorio XVI è argomento di quattro sonetti del Belli, composti fra il novembre e il dicembre 1832 e intitolati il primo L’anno-santo, il secondo Er zanatoto ossii er giubbileo e gli ultimi due Er giubbileo. In essi, facendosi schermo col commento dei popolani, Belli dà la sua visione, al contempo irriverente e sdegnata, della celebrazione giubilare, lasciando emergere tutta la sua insofferenza per quelle forme religiose, quali appunto le preghiere volte a ottenere le indulgenze o i suffragi, nelle quali a suo giudizio si manifestava una concezione utilitaristica della religione.
L’ipocrisia che già Massimo d’Azeglio aveva rimproverato ai romani a proposito dell’Anno Santo del 1825, è il tema del primo sonetto: il Giubileo dovrebbe essere un periodo di penitenza e di pentimento, invece nella disinvolta interpretazione popolare diventa l’occasione buona per peccare in santa pace e «alegramente», sicuri di poter essere subito perdonati: «Bbeato in tutto st’anno chi ha ppeccati,/ Ché a la cusscenza nun je resta un gneo!/ Bbasta nun èsse ggiacobbino o ebbreo,/ O antra razza de cani arinegati». È sufficiente per ottenere questa sanatoria eseguire poche pratiche religiose, come il pellegrinaggio alle chiese privilegiate, magari con il capo coperto di cenere e cantando cori: «Tu vva’ a le sette-cchiese sorfeggianno,/ Méttete in testa un po’ de scenneraccio,/ E ttienghi er paradiso ar tu’ commanno».
Significato analogo (zanatoto vuol dire infatti “sana-totum”) ha il titolo del secondo sonetto, nel quale Belli riporta il commento favorevole di un popolano sull’editto di promulgazione dell’Anno Santo dopo la sua affissione nelle sacrestie. Il Belli non manca di sottolineare come parte dell’apprezzamento sia dovuto a motivi di ordine materiale: «Mancosiamale che nnun zemo cani!/ Già sta attaccato pe le sagristie/ Un bell’editto pe abbassà li grani/ E ppe ffà tterminà le caristie». È significativo che nel prosieguo del sonetto le parole del documento ufficiale vengano deformate e due dei termini utilizzati da quello appaiano invertiti: mentre nell’editto si diceva che avrebbe ottenuto il perdono giubilare chi avesse pregato «per la concordia de’ Principi Cristiani, estirpazione delle eresie ed esaltazione della Santa Madre Chiesa», il sonetto del Belli recita: «Chi dduncue.../ Pregherà ppe li prencipi cristiani,/ Poi pe l’esartazzion de l’aresie/ E ppe l’estirpazzion de Santa Cchiesa»; l’inversione, oltre che a mirare a un facile effetto comico, vuole forse alludere al modo in cui il linguaggio delle autorità viene sempre frainteso e ripetuto in maniera approssimativa dal popolo. Il significato del sonetto è comunque sempre lo stesso: basta poco, una breve preghiera accompagnata da una qualche penitenza corporale (tutt’al più una «bbona snerbatura a la distesa») e il cristiano lucra il Giubileo: «Abbasta che nnun zii turco né abbreo/ Né de st’antra canajja che jje pesa;/ Er Papa j’arigala er giubbileo».
Un punto di vista particolare è quello del popolano del terzo sonetto dedicato dal Belli all’Anno Santo. Anche lui è pronto a riconoscere che i benefici del Giubileo sono di giovamento «a cchi ttribbola in ner monno/ E a cchi sta ttribbolanno in purgatorio». Ma per quelli che fanno il suo mestiere questo «Deusinaddiutorio» (aiuto divino, dal versetto della preghiera «Deus in auditorium meum intende») è una rovina: «Chi ccampa co le mmaschere, fratello,/ Sto ggiubbileo nun ha da dillo un furto,/ Un’invenzion der diavolo, un fraggello?». Anche in occasione di quell’Anno Santo straordinario, infatti, come di consuetudine, erano stati proibiti i festeggiamenti del carnevale, che oltre a rappresentare il divertimento più gradito dai romani, erano fonte di guadagno per un certo numero di persone che, come appunto il parlante di questo sonetto, si occupavano della loro organizzazione ed esecuzione. Per questi, dunque, l’Anno Santo era un flagello e si comprende come fosse limitato il loro apprezzamento per questo «tesoro spirituale» che «colpì il finire dell’anno 1832 ed il cominciare del 1833». Sono queste le parole usate dal Belli nella sua nota esplicativa, dalle quali emerge in pieno la valutazione negativa che egli dava dell’evento.
Ancora più caustico è il giudizio espresso nell’ultimo sonetto della serie, nel quale, abbandonate le valutazioni di carattere religioso, si allude ai soli aspetti economici delle celebrazioni. Ed ecco che la «gran raggione» che ha indotto Gregorio XVI a proclamare l’Anno Santo è identificata nella volontà di convertire il banchiere Rothschild («ll’abbreo Roncilli»), «cuer zu’ amico abbreo/ Che jje venne un mijjaro pe un mijjone» e «Ggira ancora cqua e llà strillanno aeo/ Senza vienì a la santa riliggione». Belli si riferisce al pesante debito che lo Stato Pontificio, a causa delle disastrose condizioni in cui versava l’erario, aveva contratto l’anno precedente con la banca Rothschild per coprire le spese militari e di polizia. Il fatto che ci si fosse rivolti a una banca ebrea e gli altissimi interessi che questa aveva richiesto (più del 60%), pretendendo fra l’altro, clamorosamente, di trattenerli in anticipo (cosicché del prestito di tre milioni di scudi l’erario ne percepì in realtà meno di un milione e novecentomila), avevano suscitato forti perplessità e critiche fra i benpensanti; di esse Belli si era fatto eco in altri due sonetti, La sala de Monzignor Tesoriere e Er prestito dell’abbreo Roncilli: «Gessummaria! che mmonno tristo!/ …un Papa ha da pijjà cquadrini/ Da un omo c’ha ammazzato Ggesucristo!» «Ma er papa farà espone er Zagramento/ Pe cconvertì a Ggesù benign’e ppio/ Chi l’ajjutato al zessant’un per cento». Rotshchild, d’altra parte, non è certo il solo che avrebbe bisogno di essere convertito. Alla fine del secondo sonetto intitolato Er giubbileo Belli si chiede: «Ve pare che cce siino sott’ar zole/ Poc’antri ladri cqui da convertilli?». Anzi di fronte al dilagare della corruzione si può temere «Che un giubbileo pe ttanti ladri è ppoco».
Questo Giubileo straordinario di Gregorio XVI è argomento di quattro sonetti del Belli, composti fra il novembre e il dicembre 1832 e intitolati il primo L’anno-santo, il secondo Er zanatoto ossii er giubbileo e gli ultimi due Er giubbileo. In essi, facendosi schermo col commento dei popolani, Belli dà la sua visione, al contempo irriverente e sdegnata, della celebrazione giubilare, lasciando emergere tutta la sua insofferenza per quelle forme religiose, quali appunto le preghiere volte a ottenere le indulgenze o i suffragi, nelle quali a suo giudizio si manifestava una concezione utilitaristica della religione.
L’ipocrisia che già Massimo d’Azeglio aveva rimproverato ai romani a proposito dell’Anno Santo del 1825, è il tema del primo sonetto: il Giubileo dovrebbe essere un periodo di penitenza e di pentimento, invece nella disinvolta interpretazione popolare diventa l’occasione buona per peccare in santa pace e «alegramente», sicuri di poter essere subito perdonati: «Bbeato in tutto st’anno chi ha ppeccati,/ Ché a la cusscenza nun je resta un gneo!/ Bbasta nun èsse ggiacobbino o ebbreo,/ O antra razza de cani arinegati». È sufficiente per ottenere questa sanatoria eseguire poche pratiche religiose, come il pellegrinaggio alle chiese privilegiate, magari con il capo coperto di cenere e cantando cori: «Tu vva’ a le sette-cchiese sorfeggianno,/ Méttete in testa un po’ de scenneraccio,/ E ttienghi er paradiso ar tu’ commanno».
Significato analogo (zanatoto vuol dire infatti “sana-totum”) ha il titolo del secondo sonetto, nel quale Belli riporta il commento favorevole di un popolano sull’editto di promulgazione dell’Anno Santo dopo la sua affissione nelle sacrestie. Il Belli non manca di sottolineare come parte dell’apprezzamento sia dovuto a motivi di ordine materiale: «Mancosiamale che nnun zemo cani!/ Già sta attaccato pe le sagristie/ Un bell’editto pe abbassà li grani/ E ppe ffà tterminà le caristie». È significativo che nel prosieguo del sonetto le parole del documento ufficiale vengano deformate e due dei termini utilizzati da quello appaiano invertiti: mentre nell’editto si diceva che avrebbe ottenuto il perdono giubilare chi avesse pregato «per la concordia de’ Principi Cristiani, estirpazione delle eresie ed esaltazione della Santa Madre Chiesa», il sonetto del Belli recita: «Chi dduncue.../ Pregherà ppe li prencipi cristiani,/ Poi pe l’esartazzion de l’aresie/ E ppe l’estirpazzion de Santa Cchiesa»; l’inversione, oltre che a mirare a un facile effetto comico, vuole forse alludere al modo in cui il linguaggio delle autorità viene sempre frainteso e ripetuto in maniera approssimativa dal popolo. Il significato del sonetto è comunque sempre lo stesso: basta poco, una breve preghiera accompagnata da una qualche penitenza corporale (tutt’al più una «bbona snerbatura a la distesa») e il cristiano lucra il Giubileo: «Abbasta che nnun zii turco né abbreo/ Né de st’antra canajja che jje pesa;/ Er Papa j’arigala er giubbileo».
Un punto di vista particolare è quello del popolano del terzo sonetto dedicato dal Belli all’Anno Santo. Anche lui è pronto a riconoscere che i benefici del Giubileo sono di giovamento «a cchi ttribbola in ner monno/ E a cchi sta ttribbolanno in purgatorio». Ma per quelli che fanno il suo mestiere questo «Deusinaddiutorio» (aiuto divino, dal versetto della preghiera «Deus in auditorium meum intende») è una rovina: «Chi ccampa co le mmaschere, fratello,/ Sto ggiubbileo nun ha da dillo un furto,/ Un’invenzion der diavolo, un fraggello?». Anche in occasione di quell’Anno Santo straordinario, infatti, come di consuetudine, erano stati proibiti i festeggiamenti del carnevale, che oltre a rappresentare il divertimento più gradito dai romani, erano fonte di guadagno per un certo numero di persone che, come appunto il parlante di questo sonetto, si occupavano della loro organizzazione ed esecuzione. Per questi, dunque, l’Anno Santo era un flagello e si comprende come fosse limitato il loro apprezzamento per questo «tesoro spirituale» che «colpì il finire dell’anno 1832 ed il cominciare del 1833». Sono queste le parole usate dal Belli nella sua nota esplicativa, dalle quali emerge in pieno la valutazione negativa che egli dava dell’evento.
Ancora più caustico è il giudizio espresso nell’ultimo sonetto della serie, nel quale, abbandonate le valutazioni di carattere religioso, si allude ai soli aspetti economici delle celebrazioni. Ed ecco che la «gran raggione» che ha indotto Gregorio XVI a proclamare l’Anno Santo è identificata nella volontà di convertire il banchiere Rothschild («ll’abbreo Roncilli»), «cuer zu’ amico abbreo/ Che jje venne un mijjaro pe un mijjone» e «Ggira ancora cqua e llà strillanno aeo/ Senza vienì a la santa riliggione». Belli si riferisce al pesante debito che lo Stato Pontificio, a causa delle disastrose condizioni in cui versava l’erario, aveva contratto l’anno precedente con la banca Rothschild per coprire le spese militari e di polizia. Il fatto che ci si fosse rivolti a una banca ebrea e gli altissimi interessi che questa aveva richiesto (più del 60%), pretendendo fra l’altro, clamorosamente, di trattenerli in anticipo (cosicché del prestito di tre milioni di scudi l’erario ne percepì in realtà meno di un milione e novecentomila), avevano suscitato forti perplessità e critiche fra i benpensanti; di esse Belli si era fatto eco in altri due sonetti, La sala de Monzignor Tesoriere e Er prestito dell’abbreo Roncilli: «Gessummaria! che mmonno tristo!/ …un Papa ha da pijjà cquadrini/ Da un omo c’ha ammazzato Ggesucristo!» «Ma er papa farà espone er Zagramento/ Pe cconvertì a Ggesù benign’e ppio/ Chi l’ajjutato al zessant’un per cento». Rotshchild, d’altra parte, non è certo il solo che avrebbe bisogno di essere convertito. Alla fine del secondo sonetto intitolato Er giubbileo Belli si chiede: «Ve pare che cce siino sott’ar zole/ Poc’antri ladri cqui da convertilli?». Anzi di fronte al dilagare della corruzione si può temere «Che un giubbileo pe ttanti ladri è ppoco».