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SIRIA
tratto dal n. 04 - 2007

Reportage. Ora et labora dove Dio si dice Allah

Un monastero in mezzo all’islam


Storia di un gesuita romano e di un monastero in rovina che rifiorisce in terra araba. Diventando il crocevia di incontri amichevoli tra cristiani e musulmani. Con uno sguardo realistico e libero anche davanti alle lotte di potere mondano che agitano il Medio Oriente


di Gianni Valente


Il monastero di Mar Musa visto dal deserto sottostante

Il monastero di Mar Musa visto dal deserto sottostante

Il sentiero a lastroni rosa che si inerpica su per la gola rocciosa assomiglia alla cicatrice di un’immensa ferita. Una specie di esile sutura rimarginatasi zigzagando per dribblare strapiombi e infidi ghiaioni nel corpo aspro di una delle montagne del Jabal al-Qalamoun, tra Damasco e Aleppo. Lì sotto, il deserto da dove sale il vento tiepido di primavera si distende verso l’Iraq impazzito di bombe e terrore. Lassù in alto, invece, la luce radente della sera rende ancor più inarrivabile lo skyline scabroso del monastero di Mar Musa al-Habashi, San Mosè l’Abissino. I bastioni millenari affacciati sul dirupo, lì dove già una vecchia torre romana vegliava a sentinella dell’ostile limes persiano, ancora oggi danno l’impressione della cittadella inaccessibile ai briganti, della fortezza issata sul baratro da chi voleva vivere al riparo dalle tempeste della storia. Ma basta camminare in salita una mezz’ora, arrivare in cima, per accorgersi che si tratta di tutt’altro. La porta del monastero è ancora bassa, così che per entrare bisogna piegarsi, ma almeno adesso è sempre aperta.
Qui, proprio ai tempi di Muhammad, era arrivato Mosè l’Abissino, figlio del re d’Etiopia, in fuga dal suo destino dinastico per il desiderio di farsi monaco. Aveva preso dimora in una delle grotte che punteggiano la montagna, per rendere grazie a Dio con una vita di preghiera. Poi, mentre tutt’intorno si distendevano i secoli della civilizzazione islamica, sulla montagna di Mar Musa la vita cristiana aveva continuato a fiorire in un monastero di rito siriaco, incastonato in un alveare di caverne abitate dai monaci come celle di una laura cenobitica. Il declino era cominciato solo nel XVIII secolo. L’ultimo monaco era già partito nel 1830 quando il monastero diviene proprietà della Chiesa siro-cattolica. Da allora tutto sembrava destinato al disastro. Il vento e la neve, i vandali e la pioggia stavano sbriciolando la rocca monastica portando a valle frammenti di affreschi millenari e di fonti battesimali insieme ai detriti delle dolomie. Ogni anno, il 27 agosto, vigilia della festa di San Mosè l’etiope, solo i cristiani della vicina Nabek si ricordavano di salire alla cittadella in rovina, a ripetere preghiere di nostalgia tra i resti desolati del monastero. Fino a quando da quelle parti passò Paolo Dall’Oglio, gesuita romano, figlio scavezzacollo di sant’Ignazio. E anche, almeno un po’, di san Francesco.

Un nuovo inizio
Una delle pareti affrescate della chiesa del monastero di Mar Musa, con la rappresentazione del Giudizio universale (XI secolo)

Una delle pareti affrescate della chiesa del monastero di Mar Musa, con la rappresentazione del Giudizio universale (XI secolo)

A raccontare di padre Paolo si rischia di scivolare nel cliché dell’idealista ostinato dall’ego ingombrante. Figlio di uno dei leader democristiani della prima ora («quando tornavano in treno dalle grandi manifestazioni, a De Gasperi capitò di addormentarsi sulla spalla di mio padre Cesare, che alla fine degli anni Quaranta dirigeva i gruppi giovanili»), quartogenito di otto fratelli, casa borghese al quartiere Salario. E poi la militanza a sinistra, da cristiano “per il socialismo”, il volontarismo del ragazzo benestante da esercitare nelle borgate romane, lo scoutismo, il servizio militare negli alpini («volevamo occupare la caserma, aspettavamo da un momento all’altro il golpe degli americani…»). Fino al sorprendente proposito di entrare nella Compagnia di Gesù, emerso nel ’74 come risposta traboccante a una vocazione avvertita in mezzo ai mille desideri di vivere alla grande. Un’avventura che anche per casi fortuiti – un viaggio dalla Turchia alla Giordania, o l’incontro con l’islamologo gesuita Arij Roest Crollius – appare subito segnata dal fascino per il mondo musulmano, per quella moltitudine «che in ogni Paese s’inginocchia nel medesimo gesto, e prega sussurrando con la stessa lingua le sue parole di sottomissione all’unico Dio». A Pedro Arrupe già nel febbraio ’75 il novizio romano confida baldanzoso il suo desiderio di «offrire la vita per la salvezza dei musulmani». Il generale gesuita, squadrandolo con uno sguardo un po’ beffardo, risponde che «è una missione difficile, ma se è la volontà del Signore, si farà». Otto mesi dopo Paolo è già a Beirut a studiare arabo come un forsennato. L’olandese Peter-Hans Kolvenbach, a quel tempo alla guida della provincia gesuita del Medio Oriente, lo ospita nella residenza della Compagnia a pochi metri dalla linea verde che divide i fronti della guerra civile nella martoriata capitale libanese. E poi gli studi islamici a Damasco e all’Orientale a Napoli, e la scelta intuitivamente felice di radicarsi in una Chiesa locale d’Oriente, «di quelle che erano sopravvissute alla profezia coranica e per secoli avevano coabitato con essa». Sceglie il rito della Chiesa siriaca, «apostolica, semitica, popolare, una povera Chiesa di cristiani ai bordi del deserto, che non è mai stata imperiale» e la cui liturgia, «senza transitare per la lingua greca, ha assunto l’arabo, la lingua sacra dell’islam, conservando inni e preghiere in lingua siriaca (o aramaica) parlata da Gesù stesso». Nell’estate 1982, in cerca di un posto isolato dove ritirarsi per i suoi esercizi spirituali, le indicazioni di una vecchia guida della Siria pubblicata nel ’38 lo portano alle rovine del monastero di Mar Musa, abbandonato da due secoli. Entra nella chiesa dal tetto scoperchiato, la sua torcia elettrica scruta gli affreschi dell’XI secolo miracolosamente conservati: volti di santi e di sante dipinti nelle navate e fin sotto gli archi, e, sulla parete di fondo, un Giudizio universale con il Paradiso che si popola di profeti, evangelisti, santi e monaci, e l’Inferno pieno anch’esso di chierici e vescovi. All’inizio pensa soltanto che varrebbe la pena restaurare quel posto, magari coinvolgendo qualche amico monaco a Roma – i benedettini, o magari i trappisti. Ma poi, proprio in quei giorni, passano di lì dei cacciatori musulmani. Rimangono sorpresi di trovare qualcuno in quel posto. Cenano con lui, leggono insieme il Corano, prima di partire gli lasciano tutto il cibo che portano con loro, come per fare l’elemosina a un monaco. E il 27 agosto la stessa sorpresa la provano i cristiani di rito siriaco che come ogni anno a quella data salgono da Nebek. Pregano dentro la chiesa a cielo aperto insieme ad abuna Paolo, che a quel punto, in cuor suo, ha già deciso: quello è il posto buono per viverci tutta una vita.
Da bravo gesuita, s’imbarca nella sua impresa non programmata cercando senza pudori tutte le sponde possibili: Palazzi vaticani, governo siriano, Farnesina, Comunità europea, agenzie di volontariato internazionale, scuole archeologiche di restauro. Affronta col suo piglio vulcanico ostacoli di ogni tipo, come la ben comprensibile e prudente diffidenza di alcuni locali, tanto cristiani che musulmani. Anche il legame con la Compagnia di Gesù vive alcuni anni di “sospensione” prima che le cose si chiariscano. A partire dal ’91, Mar Musa ridiventa la sede di una piccola comunità monastica, con ramo maschile e femminile, riunita intorno alle tre «priorità»: preghiera (con le liturgie quotidiane in arabo secondo il rito siriaco), lavoro manuale (olive, capre, carne e formaggio, affreschi da restaurare, lavori in cucina, biblioteca) e ospitalità, «che nel mondo semita, arabo e d’origine nomade», sottolinea Paolo, «è la virtù più alta». A ben guardare, niente di originale. Ora et labora. Se non fosse che si è nel cuore dell’islam. E che gli ospiti a cui Paolo apre le porte del monastero sono soprattutto i figli e le figlie della Umma islamica. Quelli che ogni giorno ripetono almeno cinque volte, ad Allah grande e misericordioso, quell’affidamento alla misericordia divina senza il quale nessuno può piacere a Dio.

Il padre gesuita Paolo Dall’Oglio durante una celebrazione liturgica 
a Mar Musa

Il padre gesuita Paolo Dall’Oglio durante una celebrazione liturgica a Mar Musa

Farsi tutto a tutti
Ne salgono in tanti, soprattutto il venerdì, nel loro giorno di festa. Da soli, a gruppi, a famiglie coi bambini. Entrano nella chiesa togliendosi le scarpe, siedono a terra sui tappeti beduini, talvolta rivolti verso il muro bianco posto in direzione della Mecca. Ma hanno anche gesti devoti davanti ai volti della Vergine Maria, di Gesù e di Giovanni Battista. Poi mangiano sotto la grande tenda che funge da refettorio, o tra i lastroni di pietra del fianco della montagna disseminato di grotte per apprendisti eremiti. Le loro visite rilassate sono anche il riflesso più ordinario dell’ordito di incontri e rapporti col mondo islamico che i monaci di Deir Mar Musa hanno intessuto in più di quindici anni. Se il grande gesuita Matteo Ricci aveva assunto i riti della tradizione confuciana nella sua missione di testimoniare Cristo nel Celeste Impero, anche per padre Paolo non è scandaloso assimilare pratiche e costumi condivisi dall’ambiente musulmano circostante. Quando i suoi amici musulmani digiunano per il Ramadan, anche lui si unisce alla loro pratica penitenziale. «Non è per imitazione» dice, «ma per simpatia in Cristo». I giovani cristiani del posto gli hanno raccontato spesso d’aver digiunato insieme agli amici musulmani durante il servizio militare o trovandosi fuori casa per lavoro. A chi lo accusa di creare scandalo e confusione risponde che lui non si è inventato nulla. Che da queste parti «le popolazioni cristiane arabe hanno custodito per secoli la percezione di essere una comunità di destino unica con la maggioranza musulmana. E di essere testimoni di Cristo per i musulmani, molto più che di fronte ai musulmani, più con la vita che con le parole». Una prossimità che ha disseminato i propri indizi non solo nel vissuto quotidiano, ma anche tra i gesti più consueti della vita di fede. Così, anche nei santuari più antichi della cristianità siriana, come quello mariano di Saydnaya o quello di Santa Tekla, a Maalula, si entra scalzi e si prega in ginocchio sui tappeti, come in qualsiasi moschea. E proprio a Deir Mar Musa, i restauri che hanno salvato gli affreschi dell’XI secolo hanno riportato alla luce anche numerose iscrizioni arabo-cristiane piene di espressioni e vocaboli cordialmente ripresi dal lessico devozionale musulmano, a partire dall’incipit coranico «nel nome di Dio clemente e misericordioso». Una commistione inevitabile, visto che le Chiese di qui hanno assunto come lingua liturgica la stessa del Corano, quella che tutto l’islam utilizza come lingua sacra. «E che guarda caso», sottolinea Dall’Oglio, «è anche l’ultima citata tra le parlate nelle quali per miracolo s’udì l’annuncio degli apostoli, il giorno di Pentecoste».
Le voci sulle effusioni di simpatia filoislamica praticate a Deir Mar Musa sono giunte fino ai Palazzi vaticani. Quando il monastero ha chiesto l’approvazione della propria regola, i testi e le informazioni sulla comunità monastica sono stati sottoposti al vaglio attento delle Congregazioni romane, durato dal 2002 al 2006. Dopo esami scrupolosi e alcuni ritocchi nei testi, è arrivato il nulla osta che apre la strada all’approvazione canonica da parte della diocesi siro-cattolica di Homs, che ha giurisdizione sul monastero. Abuna Paolo e i suoi compagni sanno bene che non l’avrebbero certo fatta franca se a emettere giudizio fosse stato il plotone di opinion leader che da anni spargono in tutti i media d’Occidente allarmi sull’aggressione islamista della civiltà cristiana. E finiscono per descrivere gli islamici come un miliardo di potenziali tagliagole. Fosse per loro, anche gli sparuti monaci di Deir Mar Musa sarebbero da iscrivere ex officio nella lista dei disertori, colpevoli di commercio col nemico.
Il fatto è che, a guardarla da quest’altura sul deserto siriano, tutta l’incandescente questione dei rapporti tra mondo islamico e mondo cristiano si mostra sotto un’altra luce, e suggerisce valutazioni se non altro originali. A sentire abuna Paolo, il mondo islamico rappresenta a volte piuttosto un provvidenziale e paradossale alleato anche geopolitico dell’avventura cristiana nel mondo. La miliardata di musulmani che ogni giorno, secondo le parole del Concilio, «rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno», sono per l’iperbolico gesuita «la massa di contenimento di ogni pretesa egemonica “crociata” nelle sue diverse forme, comprese quelle “laiche” della modernità secolarizzata e globalizzante». Mentre il terrore islamista che insanguina il mondo e sgozza anche tanti poveri cristi che portano il nome di Gesù «non sarebbe esploso senza l’immensa palude di complicità occidentali che hanno preparato il terreno alle piante velenose». La stessa febbre identitaria che ha contagiato tanti leader cristiani, «quest’ansia di dover continuamente dimostrare la “superiorità” della propria religione, in fondo tradisce l’angoscia profonda del mondo cristiano, il sospetto che Lui, Cristo, non sia davvero vivo, e allora occorre stringere i denti per “convincersi” della verità del cristianesimo e della sua superiorità morale attraverso la vittoria culturale e socioeconomica nelle religioni».

L’altare della chiesa di Mar Musa; sullo sfondo, l’affresco absidale – molto deteriorato – con la Vergine Maria circondata da santi padri della Chiesa

L’altare della chiesa di Mar Musa; sullo sfondo, l’affresco absidale – molto deteriorato – con la Vergine Maria circondata da santi padri della Chiesa

La pazienza di Dio
A Damasco, uno dei tre minareti dell’immensa moschea degli Omayyadi è conosciuto come il minareto di Gesù. Secondo una tradizione custodita dai musulmani damasceni, proprio su quella torre Gesù apparirà nel giorno del suo ritorno per sconfiggere l’Anticristo, per annunciare la fine dei tempi e dividere i buoni dagli empi. Il Concilio Vaticano II ha detto che la Chiesa onora e guarda con stima i musulmani che «cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio», e «attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini resuscitati».
L’attitudine “mimetica” o meglio inculturale di abuna Paolo e dei suoi compagni verso la marea islamica orante che li circonda non è solo una versione aggiornata dei vecchi “camuffamenti” di cui s’accusavano i gesuiti, e nemmeno una strategia politica di sopravvivenza per minoranze assediate. Lui fa notare che «l’islam non è un fenomeno temporaneo né effimero». La negazione coranica della divinità di Cristo «è analoga al rifiuto ebraico di raccogliere l’annuncio evangelico». E se san Paolo ha abbracciato il rifiuto degli israeliti nella prospettiva della fine dei tempi, quando «tutto Israele sarà salvato» (Rm 11, 26), abuna Paolo per analogia proietta sui tempi ultimi anche le sue speranze «di unirci per intercessione della Vergine Maria, al cospetto di Cristo giudice misericordioso e re di pace, al coro degli angeli e dei santi insieme ai salvati dell’Umma di Muhammad». Nel frattempo, che poi è il tempo della Chiesa, il cordiale “stare” in mezzo all’islam dei discepoli del Nazareno, quello già vissuto da san Francesco, da Charles de Foucauld e per secoli dalle millenarie Chiese minoritarie d’Oriente, gli sembra ancora l’unica via efficace e disarmante per «mostrare l’amore di Gesù per i figli d’Ismaele». E porre la propria sola speranza nella Sua azione che anche oggi può toccare i cuori e inumidire gli occhi di chi vuole. «Io stesso già mi sarei convertito all’islam da molto tempo» dice di sé abuna Paolo «se non avessi assaporato nella mia vita la tenerezza di Gesù di Nazareth, il Figlio dell’Altissimo».


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