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CHIESA
tratto dal n. 02 - 2000

Qualcosa che viene prima. L’evidenza di un incontro



di Gianni Cardinale


Il cardinale Pierre Eyt

Il cardinale Pierre Eyt

Una volta si chiamavano disputationes, ed erano dibattiti dialettici, anche accesi, in cui i teologi disputavano di questioni riguardanti la fede. In epoca medievale le disputationes per eccellenza erano quelle che si svolgevano alla Sorbona. E proprio dalla celebre Università parigina è partita una disputatio che ha visto di fronte due principi della Chiesa di oggi. Da una parte il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e dall’altra il cardinale Pierre Eyt, arcivescovo di Bordeaux. Principale argomento del contendere: la risposta alla crisi attuale della Chiesa deve passare attraverso delle riforme istituzionali della Chiesa stessa (Eyt) oppure c’è qualcosa che viene prima delle questioni istituzionali (Ratzinger)?
Tutto è nato dalla conferenza che il porporato tedesco ha letto il 27 novembre scorso durante il colloquio «2000 ans après quoi?» nel celebre Ateneo parigino. La relazione di Ratzinger è arrivata sulla prima pagina di Le Monde del 3 dicembre che ne ha pubblicato ampli stralci (30Giorni l’ha pubblicata integralmente nel numero di gennaio). È stato inusuale che l’intervento di un porporato abbia avuto un tale risalto sulla laicissima stampa transalpina. Altrettanto inusuale è stata la reazione critica del cardinale Eyt espressa in un articolo apparso su La Croix del 9 dicembre col titolo Per una evoluzione dei rapporti fede-ragione. Non molto tempo dopo, il 30 dicembre, lo stesso quotidiano cattolico ha pubblicato una replica di Ratzinger col titolo Fede, ragione e istituzioni della Chiesa. Un botta e risposta, una disputatio in piena regola, quindi. Dai toni, ovviamente, fermi ma gentili, adeguati alla figura dei protagonisti (c’è da aggiungere che Eyt ha pure scritto una lettera a Ratzinger per manifestare la mancanza di intenti polemici personali). Le Monde del 25 febbraio ha elogiato questo scambio di idee tra i i due porporati parlando di «insolita libertà di parola» in Vaticano e aggiungendo: «Un cardinale che osa rispondere, per interposto giornale, ad un altro cardinale, non si era mai visto prima. Le cose si stanno muovendo?».
Ma chi sono i protagonisti di questo dibattito, inedito, almeno nelle sue forme, nella Chiesa di fine millennio? Ratzinger, 73 anni ad aprile, non ha bisogno di molte presentazioni. È una delle personalità più note del Sacro Collegio. Teologo famoso fin dall’epoca del Concilio Vaticano II, nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga e creato cardinale nel ’77 da Paolo VI, è attualmente l’unico porporato europeo creato da papa Montini che siederebbe in un eventuale conclave. Convocato a Roma da papa Wojtyla nel 1981, presiede da allora l’ex Sant’Uffizio. Dal novembre ’98 è anche vicedecano del Collegio cardinalizio.
Il cardinale Joseph Ratzinger

Il cardinale Joseph Ratzinger

Meno conosciuta è la figura di Eyt, che compirà 66 anni a giugno. Nato nel territorio della diocesi di Bayonne, nei Paesi baschi francesi (come il cardinale Roger Etchegaray), compie studi superiori giuridici ed economici ed entra in seminario nel ’54. Presta il servizio militare come sottotenente in Algeria, dal ’56 al ’59. Studia filosofia e teologia all’Istituto Cattolico di Tolosa. Viene ordinato sacerdote nel ’61 a Bayonne. Nel ’63 è a Roma, cappellano di San Luigi dei Francesi. Nell’Urbe studia alla Pontificia Università Gregoriana e diventa dottore in teologia nel ’67. Nello stesso anno entra nel corpo accademico dell’Istituto Cattolico di Tolosa e nel ’75 ne diventa rettore. Nell’80 viene nominato membro della Commisione teologica internazionale e l’anno dopo diventa rettore dell’Istituto Cattolico di Parigi. Nominato coadiutore di Bordeaux nell’86, Eyt ne diventa arcivescovo tre anni dopo. Partecipa a cinque sinodi, compreso l’ultimo sull’Europa; nell’87, in quello sui laici, svolge l’incarico di segretario speciale. Giovanni Paolo II lo crea cardinale nel novembre ’94. Nell’occasione papa Wojtyla gli dice: «Molte volte, nel corso degli ultimi anni, ho avuto l’occasione di apprezzare la sua competenza teologica e la sua dedizione pastorale». Non è un caso quindi che il mese successivo venga nominato membro della Congregazione per la dottrina della fede, incarico che gli è stato confermato recentemente per un secondo quinquennio. Eyt ha partecipato con una certa frequenza alle riunioni settimanali della Congregazione, anche se ultimamente ha diradato le sue apparizioni per motivi di salute. Spesso i suoi contributi sono risultati originali. A volte critici. Nel ’97, ad esempio, prende pubblicamente le distanze dall’istruzione vaticana sul ruolo dei laici nella pastorale, firmata da otto dicasteri tra cui l’ex Sant’Uffizio. Eyt si mostra anche particolarmente duro nei confronti del mondo tradizionalista francese, in primis con i seguaci di Lefebvre (significativa la conferenza tenuta al Centro San Luigi di Roma nel marzo ’96 su «Storia, tradizione, tradizionalismo. Il cattolicesimo francese alla prova»). Analoga durezza suscita lui stesso negli ambienti lefebvriani (il loro foglio, Sì sì, no no nel maggio ’99 stigmatizzava l’affermazione di Eyt che «il regno di Dio, in buona teologia, non va confuso con la Chiesa»).
Il botta e risposta con Ratzinger che pubblichiamo in queste pagine ha aumentato la notorietà del cardinale di Bordeaux. Immancabilmente Eyt è finito nelle liste dei papabili che periodicamente, e inutilmente, compaiono sui mass media. Ad esempio Sette, il supplemento del Corriere della Sera del 17 febbraio, lo ha designato come new entry nel pantheon dei “candidati” al Soglio di Pietro, come esponente, insieme al cardinale Carlo Maria Martini (ampiamente citato da Eyt nel suo articolo su La Croix), dell’ala liberal del Collegio cardinalizio. Nello stesso settimanale Ratzinger viene definito come “candidato” super partes.
Insieme ai testi di Ratzinger ed Eyt pubblichiamo anche alcuni brani tratti da Véronique. Dialogue de l’histoire et de l’âme charnelle di Charles Péguy. Non ci sembra una scelta impropria. In fondo lo scrittore francese un secolo fa aveva prefigurato quello che il cardinale tedesco dice oggi: c’è qualcosa che viene prima delle istituzioni, l’evidenza di un incontro. La risposta alla crisi della Chiesa odierna non è quindi, per Péguy ieri e per Ratzinger oggi, un problema istituzionale. Ma è che riaccada quell’incontro. Altrimenti tutti i doveri e tutte le istituzioni sono inevitabilmente percepiti come oppressivi.


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