Il Giubileo è già finito?
«L’ansia di farne un evento mediatico l’ha bruciato in un attimo, come una manifestazione televisiva tra le tante. Il tentativo di attirare sul Giubileo i riflettori del mondo gli ha tolto qualcosa: questo è l’Anno Santo meno santo della mia vita». Intervista con Pupi Avati
Intervista con Pupi Avati di Roberto Rotondo e Antonio Termenini
«Ma il Giubileo è gia finito? È la sensazione che ho
avuto fin dai primi giorni seguiti all’apertura della Porta Santa:
c’era stata una grande attesa, una vigilia a temperatura molto
elevata, ma dopo la notte del 24 dicembre in mondovisione si è fatta
strada l’impressione che l’avvenimento Giubileo fosse
già completamente bruciato». Pupi Avati è uno dei
più grandi ed eclettici registi italiani in circolazione, è
un credente, un cattolico praticante, collaboratore di spicco di Sat2000,
la tv satellitare dei vescovi italiani, un uomo sincero e intelligente, che
non nasconde la sua delusione. Aggiunge: «Sono convinto che a
bruciare il Giubileo, a far sì che non sia durato nel tempo, sia
stato lo stesso tentativo di farne un evento mediatico, di proporlo in
maniera così evidente, spettacolare, cercando in tutti i modi di
fargli puntare i riflettori del mondo addosso. A questo punto non è
importante sapere se questo tentativo sia riuscito o sia fallito, parlare
di audience o di share perché comunque,
come ogni evento televisivo, si è consumato in un attimo. Infatti
del Giubileo, che durerà ancora per molti mesi, non si parla
già più».

Ma, anche se non è fondamentale:
l’esperimento è riuscito? Come giudica gli appuntamenti del
Giubileo visti in televisione?
PUPI AVATI: Un esperimento fallito. La trasformazione del Giubileo in un evento mediatico è decisamente naufragata. Perché, come tutte le cose che appartengono all’area più personale, più sacra della persona, anche la pratica giubilare – l’acquisto dell’indulgenza, il pellegrinaggio per chiedere la remissione dei peccati – non passa attraverso la macchina da presa. Non “buca” il video.
Non solo: l’aver forzato questo appuntamento situandolo in una dimensione non sua gli ha indubbiamente tolto qualcosa. Credo che questo sia stato l’Anno Santo meno santo tra quelli, seppur pochi, che io ho vissuto nella mia vita. E proprio per quest’ansia di farne un evento mediatico. Inoltre, nonostante la copertura massiccia dei mass media, non c’è stata una vera attenzione da parte della gente. A parte il momento in cui abbiamo visto l’anziano Pontefice aprire le porte delle Basiliche giubilari: la prima, quella di San Pietro, indossando quello stranissimo mantello, il piviale. La seconda, quella di San Giovanni in Laterano, spinta all’inizio invano perché era chiusa dall’interno. Ma questo Papa più invecchia, più si ammala, più si piega su se stesso, più acquista fascino, carisma, più produce commozione, emozione e affetto. Eppure, anche la notte del 24 dicembre ho ripensato all’apertura del Giubileo del 1950, che avevo vissuto da Bologna e del quale non c’erano immagini televisive, ma ci arrivavano solo i suoni di una radiocronaca gracchiante. Paradossalmente fu una cerimonia più sentita, più vissuta. Era un fatto che avveniva in un posto ben preciso del mondo. Non in ogni angolo del globo a portata di telecomando.
Ma il Giubileo non è stato solo l’apertura della Porta Santa...
AVATI: Certo, ma c’è stata un’identificazione tra queste due cose: tutta questa attesa, questa aspettativa, questa montatura, questo gran parlare del Giubileo prima che iniziasse, ha creato un grosso imbuto, alla fine del quale è uscita una sola cosa, un solo evento: l’apertura della Porta Santa. Evento che poi, in realtà, si è anche molto ridimensionato, e non ha prodotto, temo, quel tipo di grande suggestione che ci si aspettava.
Non è una critica alla regia e alla realizzazione dei programmi dedicati al Giubileo in questi due mesi. Anzi. Tornando all’apertura della Porta Santa, la telecamera non è mai stata indiscreta, invasiva, nei riguardi della cerimonia e del Pontefice; però, malgrado questo, è stato troppo. Perché la televisione non ha pudore, senso del proprio limite, coscienza che non si può passare indifferentemente da Striscia la notizia al Giubileo e poi alla sintesi dell’ultima partita di calcio. La televisione appiattisce tutto. Tutto è allo stesso livello. Ed è il Giubileo ad abbassarsi al livello di Striscia la notizia, non viceversa.
La Chiesa ha dunque sbagliato qualcosa nel cercare spazi nei mass media per promuovere il Giubileo?
AVATI: No, la Chiesa non ha nessuna responsabilità. Perché giustamente, legittimamente, anzi doverosamente si adegua a quelli che sono i mezzi usati nei tempi in cui è chiamata a operare. Inoltre la Chiesa è la prima a rallegrarsi, a gioire per quest’anno così speciale anche attraverso eventi festosi e di spettacolo. Questo non è certo contro i dogmi della fede. Temo solo che il Giubileo sia diventato una delle tante cose che non riesce ad allargare il teleschermo, che non riesce ad allargare la pagina del giornale, rimane solo un momento come tanti. Capisco però che era difficile sottrarsi a quest’obbligo. Perché è un obbligo ormai: quale evento ha l’ardire, il coraggio, la sfrontatezza di sottrarsi alla televisione, ai media?
Dov’è allora il problema?
AVATI: C’è oggi troppa presunzione di conoscere già tutto. Non c’è lealtà nel rapporto con alcuni contesti (non parlo solo della fede) che, come dicevo prima, non sono totalmente rappresentabili. La creatività, la morte, l’amore sono contesti che solo l’esperienza diretta ci permette di conoscere. Sono più grandi, più ampi, più profondi, più toccanti di come il più bravo commentatore del mondo, il più attento, il più ossequioso, li possa raccontare. L’atteggiamento migliore è un sentimento di grande deferenza e rispetto verso il mistero rappresentato. Nei miei film ho cercato di rendere questo evidente. In quello su Mozart, girato ormai molti anni fa, il protagonista, nel momento in cui compone, nel momento in cui ha un rapporto unico con la sua creatività, con questo dono altissimo, è inquadrato molto da lontano, attraverso dei pertugi. Io quasi sbirciavo qualcosa che avveniva in quel momento, che mi affascinava ma che non sapevo spiegare del tutto.
Io credo che un uomo per quanto intelligente, se è autentico, può nel suo lavoro solo ribadire la propria inadeguatezza. Per questo il cinema quando ha cercato di narrare e di descrivere degli eventi che hanno a che fare col sacro, col miracoloso, con i santi, ha sempre fallito. Salvo rari casi: Dreyer in Ordet e Pasolini nel Vangelo secondo Matteo, per citarne qualcuno.
Lei accennava al Giubileo del 1950. È un Anno Santo a cui è particolarmente legato...
AVATI: Sì, e per tanti motivi: avevo dodici anni, era il primo Giubileo del dopoguerra, c’era un’Italia che si ricostruiva, che aveva ritrovato tutte le sue energie, c’era un entusiasmo diffuso. Ed era un Paese dove ti accorgevi se uno era cattolico o non lo era. Specialmente dove vivevo io, a Bologna: l’appartenenza, che definirei – con un termine non del tutto calzante – “ideologica”, caratterizzava la vita della gente in qualsiasi momento. Era chiaro cos’era un cattolico e cos’erano i comunisti. Nella mia famiglia, poi, c’erano entrambe le anime ed era un continuo discutere su tutto. Non che ami le divisioni e i litigi, ma era una cosa che ci costringeva a far venire fuori quello che eravamo e quello in cui credevamo. Mi colpì molto che il Giubileo era super partes: in casa le mie zie erano marxiste, avevano deciso di non andare più a messa, non si confessavano più, non facevano più la comunione neppure a Pasqua, con grande disperazione di mia madre e di mia nonna. Però presero parte al Giubileo con noi, vennero a Roma e fecero il pellegrinaggio alle Basiliche giubilari. Venimmo in maggio e ho un bel ricordo anche di come fu organizzato il viaggio. Perché la decisione di fare il Giubileo in un certo periodo dell’anno, l’organizzazione del pullman, ogni particolare, erano decisioni che venivano prese assieme a tantissime altre famiglie, ai sacerdoti. Era davvero un evento popolare.
E di Roma cosa la colpì?
AVATI: Roma era considerata una città santa, era come andare a Gerusalemme. Io non so se la città, nell’immaginario collettivo cristiano abbia mantenuto quest’idea di santità. Forse per alcune persone, per quelli che vengono da molto lontano, andare alle tombe di Pietro e di Paolo ha ancora quel significato che aveva per noi. Se leggiamo le cronache medievali, il pellegrinaggio a Roma per il Giubileo era una cosa unica, attorno alla quale costruire un’attesa e un ricordo di tutta un’esistenza. Per me era un po’ così, era l’incontro con una città dove erano accadute cose molto importanti. C’è tutto l’inizio del film di Fellini Roma che spiega molto bene qual è l’atteggiamento di un ragazzino che vive nelle Gallie, come vivevamo noi, che ad un certo punto scende a Roma: l’aveva immaginata per tanto tempo, gliela avevano raccontata a scuola e a casa; poi si trova là per due giorni, e in quei due giorni vede tutto quello che aveva letto e studiato, il grande Impero romano, le Basiliche, le memorie dei primi cristiani, il papa, il Vaticano. Era un coacervo di cose assolutamente straordinarie...
Tornando al rapporto televisione-Chiesa. Se è così difficile, perché lei è impegnato nelle scelte editoriali di una tv cattolica, addirittura la tv della Conferenza episcopale?
AVATI: La nostra è una televisione fatta di approfondimenti, di riflessioni. Comunque l’utilità di un mezzo come Sat2000 – l’ho anche detto al cardinale Ruini e ai suoi collaboratori – nasce a partire da una constatazione: nell’arco di questi ultimi decenni c’è stata una caduta verticale di curiosità e d’interesse da parte del mondo dei credenti nei riguardi del mondo dei non credenti e viceversa. Mi spiego meglio: i cristiani oggi vivono e pensano esattamente come gli altri, chiamiamoli non credenti o chiamiamoli pagani. Tranquillamente, serenamente, pacificamente, tutti fianco a fianco senza che la fede produca una vita in qualche modo diversa da quella degli altri. Mi sarebbe piaciuta una televisione che avesse fatto emergere delle differenze e anche se avesse creato dissapori, difficoltà, beh... magari! Ma credo si stia andando nella direzione opposta.
Su cosa sta lavorando in questo periodo?
AVATI: Il film che sto per fare si rifà sicuramente ad un’esperienza non mia, è ambientato nel Medioevo e narra la storia di alcuni cavalieri che vogliono recuperare il sacro lino, la Sindone, e portarlo in Occidente. È un film sulla sacralità della vita, intesa come ricerca, come impresa, avventura.
Il 18 febbraio c’è stato il Giubileo degli artisti... a giugno ci sarà quello dei cineasti. Oggi cosa ne è del rapporto tra arte e Chiesa?
AVATI: Penso che arti come la musica e la poesia abbiano ancora l’opportunità di esprimere qualcosa. Altri strumenti come la saggistica, il cinema, li vedo totalmente out. Le arti figurative, poi... Mi dispiace, ma vedo tante chiese massacrate, rovinate dalla pittura sacra degli ultimi decenni. La benedetta ingenuità di alcuni parroci con la complicità di alcuni pittori di arte sacra ha prodotto veri scempi in luoghi di culto, che, nella loro essenzialità, erano assolutamente straordinari. Io vivo in Umbria gran parte del mio tempo e confesso che a volte, entrando in certe piccole chiesette medioevali deturpate da questa arte sacra moderna, mi domando come sia stato possibile. Perché impediscono la preghiera. Sono presenze inquietanti.
E il suo giudizio sul Giubileo degli artisti?
AVATI: Premetto che se c’è una cosa della quale io diffido fortemente sono proprio le tavole rotonde, i convegni e i raduni degli artisti. Perché già prendervi parte vuol dire riconoscersi artista. Una definizione che io non riuscirei mai a darmi, nei riguardi della quale vivrei una sorta di imbarazzo e di incubo, perché mi parrebbe quasi offensiva. Non si può essere artisti di professione: il caso ha voluto (o Dio ha voluto) che delle persone, in certi momenti della loro vita, con un pennello, una matita, o una macchina fotografica, o altro abbiano creato qualcosa. C’è qualcosa di miracoloso nell’arte, è un attimo e poi si continua brancolando per cercare di nuovo quel dono. Per questo, darsi un patentino di artista non ha senso. Uno fa di professione il regista cinematografico, non può fare di professione l’artista, non c’è il mestiere dell’artista. È uno stato di grazia. Quindi queste occasioni lasciano il tempo che trovano. Anche perché quando due artisti si incontrano, se lo sono davvero, di solito tacciono, hanno fretta di tornare al loro mondo, quel loro mondo carico di stupore e di meraviglia. Da una riunione di cineasti cattolici, di artisti cattolici, non mi aspetto veramente nulla.

Il regista Pupi Avati
PUPI AVATI: Un esperimento fallito. La trasformazione del Giubileo in un evento mediatico è decisamente naufragata. Perché, come tutte le cose che appartengono all’area più personale, più sacra della persona, anche la pratica giubilare – l’acquisto dell’indulgenza, il pellegrinaggio per chiedere la remissione dei peccati – non passa attraverso la macchina da presa. Non “buca” il video.
Non solo: l’aver forzato questo appuntamento situandolo in una dimensione non sua gli ha indubbiamente tolto qualcosa. Credo che questo sia stato l’Anno Santo meno santo tra quelli, seppur pochi, che io ho vissuto nella mia vita. E proprio per quest’ansia di farne un evento mediatico. Inoltre, nonostante la copertura massiccia dei mass media, non c’è stata una vera attenzione da parte della gente. A parte il momento in cui abbiamo visto l’anziano Pontefice aprire le porte delle Basiliche giubilari: la prima, quella di San Pietro, indossando quello stranissimo mantello, il piviale. La seconda, quella di San Giovanni in Laterano, spinta all’inizio invano perché era chiusa dall’interno. Ma questo Papa più invecchia, più si ammala, più si piega su se stesso, più acquista fascino, carisma, più produce commozione, emozione e affetto. Eppure, anche la notte del 24 dicembre ho ripensato all’apertura del Giubileo del 1950, che avevo vissuto da Bologna e del quale non c’erano immagini televisive, ma ci arrivavano solo i suoni di una radiocronaca gracchiante. Paradossalmente fu una cerimonia più sentita, più vissuta. Era un fatto che avveniva in un posto ben preciso del mondo. Non in ogni angolo del globo a portata di telecomando.
Ma il Giubileo non è stato solo l’apertura della Porta Santa...
AVATI: Certo, ma c’è stata un’identificazione tra queste due cose: tutta questa attesa, questa aspettativa, questa montatura, questo gran parlare del Giubileo prima che iniziasse, ha creato un grosso imbuto, alla fine del quale è uscita una sola cosa, un solo evento: l’apertura della Porta Santa. Evento che poi, in realtà, si è anche molto ridimensionato, e non ha prodotto, temo, quel tipo di grande suggestione che ci si aspettava.
Non è una critica alla regia e alla realizzazione dei programmi dedicati al Giubileo in questi due mesi. Anzi. Tornando all’apertura della Porta Santa, la telecamera non è mai stata indiscreta, invasiva, nei riguardi della cerimonia e del Pontefice; però, malgrado questo, è stato troppo. Perché la televisione non ha pudore, senso del proprio limite, coscienza che non si può passare indifferentemente da Striscia la notizia al Giubileo e poi alla sintesi dell’ultima partita di calcio. La televisione appiattisce tutto. Tutto è allo stesso livello. Ed è il Giubileo ad abbassarsi al livello di Striscia la notizia, non viceversa.
La Chiesa ha dunque sbagliato qualcosa nel cercare spazi nei mass media per promuovere il Giubileo?
AVATI: No, la Chiesa non ha nessuna responsabilità. Perché giustamente, legittimamente, anzi doverosamente si adegua a quelli che sono i mezzi usati nei tempi in cui è chiamata a operare. Inoltre la Chiesa è la prima a rallegrarsi, a gioire per quest’anno così speciale anche attraverso eventi festosi e di spettacolo. Questo non è certo contro i dogmi della fede. Temo solo che il Giubileo sia diventato una delle tante cose che non riesce ad allargare il teleschermo, che non riesce ad allargare la pagina del giornale, rimane solo un momento come tanti. Capisco però che era difficile sottrarsi a quest’obbligo. Perché è un obbligo ormai: quale evento ha l’ardire, il coraggio, la sfrontatezza di sottrarsi alla televisione, ai media?
Dov’è allora il problema?
AVATI: C’è oggi troppa presunzione di conoscere già tutto. Non c’è lealtà nel rapporto con alcuni contesti (non parlo solo della fede) che, come dicevo prima, non sono totalmente rappresentabili. La creatività, la morte, l’amore sono contesti che solo l’esperienza diretta ci permette di conoscere. Sono più grandi, più ampi, più profondi, più toccanti di come il più bravo commentatore del mondo, il più attento, il più ossequioso, li possa raccontare. L’atteggiamento migliore è un sentimento di grande deferenza e rispetto verso il mistero rappresentato. Nei miei film ho cercato di rendere questo evidente. In quello su Mozart, girato ormai molti anni fa, il protagonista, nel momento in cui compone, nel momento in cui ha un rapporto unico con la sua creatività, con questo dono altissimo, è inquadrato molto da lontano, attraverso dei pertugi. Io quasi sbirciavo qualcosa che avveniva in quel momento, che mi affascinava ma che non sapevo spiegare del tutto.
Io credo che un uomo per quanto intelligente, se è autentico, può nel suo lavoro solo ribadire la propria inadeguatezza. Per questo il cinema quando ha cercato di narrare e di descrivere degli eventi che hanno a che fare col sacro, col miracoloso, con i santi, ha sempre fallito. Salvo rari casi: Dreyer in Ordet e Pasolini nel Vangelo secondo Matteo, per citarne qualcuno.
Lei accennava al Giubileo del 1950. È un Anno Santo a cui è particolarmente legato...
AVATI: Sì, e per tanti motivi: avevo dodici anni, era il primo Giubileo del dopoguerra, c’era un’Italia che si ricostruiva, che aveva ritrovato tutte le sue energie, c’era un entusiasmo diffuso. Ed era un Paese dove ti accorgevi se uno era cattolico o non lo era. Specialmente dove vivevo io, a Bologna: l’appartenenza, che definirei – con un termine non del tutto calzante – “ideologica”, caratterizzava la vita della gente in qualsiasi momento. Era chiaro cos’era un cattolico e cos’erano i comunisti. Nella mia famiglia, poi, c’erano entrambe le anime ed era un continuo discutere su tutto. Non che ami le divisioni e i litigi, ma era una cosa che ci costringeva a far venire fuori quello che eravamo e quello in cui credevamo. Mi colpì molto che il Giubileo era super partes: in casa le mie zie erano marxiste, avevano deciso di non andare più a messa, non si confessavano più, non facevano più la comunione neppure a Pasqua, con grande disperazione di mia madre e di mia nonna. Però presero parte al Giubileo con noi, vennero a Roma e fecero il pellegrinaggio alle Basiliche giubilari. Venimmo in maggio e ho un bel ricordo anche di come fu organizzato il viaggio. Perché la decisione di fare il Giubileo in un certo periodo dell’anno, l’organizzazione del pullman, ogni particolare, erano decisioni che venivano prese assieme a tantissime altre famiglie, ai sacerdoti. Era davvero un evento popolare.
E di Roma cosa la colpì?
AVATI: Roma era considerata una città santa, era come andare a Gerusalemme. Io non so se la città, nell’immaginario collettivo cristiano abbia mantenuto quest’idea di santità. Forse per alcune persone, per quelli che vengono da molto lontano, andare alle tombe di Pietro e di Paolo ha ancora quel significato che aveva per noi. Se leggiamo le cronache medievali, il pellegrinaggio a Roma per il Giubileo era una cosa unica, attorno alla quale costruire un’attesa e un ricordo di tutta un’esistenza. Per me era un po’ così, era l’incontro con una città dove erano accadute cose molto importanti. C’è tutto l’inizio del film di Fellini Roma che spiega molto bene qual è l’atteggiamento di un ragazzino che vive nelle Gallie, come vivevamo noi, che ad un certo punto scende a Roma: l’aveva immaginata per tanto tempo, gliela avevano raccontata a scuola e a casa; poi si trova là per due giorni, e in quei due giorni vede tutto quello che aveva letto e studiato, il grande Impero romano, le Basiliche, le memorie dei primi cristiani, il papa, il Vaticano. Era un coacervo di cose assolutamente straordinarie...
Tornando al rapporto televisione-Chiesa. Se è così difficile, perché lei è impegnato nelle scelte editoriali di una tv cattolica, addirittura la tv della Conferenza episcopale?
AVATI: La nostra è una televisione fatta di approfondimenti, di riflessioni. Comunque l’utilità di un mezzo come Sat2000 – l’ho anche detto al cardinale Ruini e ai suoi collaboratori – nasce a partire da una constatazione: nell’arco di questi ultimi decenni c’è stata una caduta verticale di curiosità e d’interesse da parte del mondo dei credenti nei riguardi del mondo dei non credenti e viceversa. Mi spiego meglio: i cristiani oggi vivono e pensano esattamente come gli altri, chiamiamoli non credenti o chiamiamoli pagani. Tranquillamente, serenamente, pacificamente, tutti fianco a fianco senza che la fede produca una vita in qualche modo diversa da quella degli altri. Mi sarebbe piaciuta una televisione che avesse fatto emergere delle differenze e anche se avesse creato dissapori, difficoltà, beh... magari! Ma credo si stia andando nella direzione opposta.
Su cosa sta lavorando in questo periodo?
AVATI: Il film che sto per fare si rifà sicuramente ad un’esperienza non mia, è ambientato nel Medioevo e narra la storia di alcuni cavalieri che vogliono recuperare il sacro lino, la Sindone, e portarlo in Occidente. È un film sulla sacralità della vita, intesa come ricerca, come impresa, avventura.
Il 18 febbraio c’è stato il Giubileo degli artisti... a giugno ci sarà quello dei cineasti. Oggi cosa ne è del rapporto tra arte e Chiesa?
AVATI: Penso che arti come la musica e la poesia abbiano ancora l’opportunità di esprimere qualcosa. Altri strumenti come la saggistica, il cinema, li vedo totalmente out. Le arti figurative, poi... Mi dispiace, ma vedo tante chiese massacrate, rovinate dalla pittura sacra degli ultimi decenni. La benedetta ingenuità di alcuni parroci con la complicità di alcuni pittori di arte sacra ha prodotto veri scempi in luoghi di culto, che, nella loro essenzialità, erano assolutamente straordinari. Io vivo in Umbria gran parte del mio tempo e confesso che a volte, entrando in certe piccole chiesette medioevali deturpate da questa arte sacra moderna, mi domando come sia stato possibile. Perché impediscono la preghiera. Sono presenze inquietanti.
E il suo giudizio sul Giubileo degli artisti?
AVATI: Premetto che se c’è una cosa della quale io diffido fortemente sono proprio le tavole rotonde, i convegni e i raduni degli artisti. Perché già prendervi parte vuol dire riconoscersi artista. Una definizione che io non riuscirei mai a darmi, nei riguardi della quale vivrei una sorta di imbarazzo e di incubo, perché mi parrebbe quasi offensiva. Non si può essere artisti di professione: il caso ha voluto (o Dio ha voluto) che delle persone, in certi momenti della loro vita, con un pennello, una matita, o una macchina fotografica, o altro abbiano creato qualcosa. C’è qualcosa di miracoloso nell’arte, è un attimo e poi si continua brancolando per cercare di nuovo quel dono. Per questo, darsi un patentino di artista non ha senso. Uno fa di professione il regista cinematografico, non può fare di professione l’artista, non c’è il mestiere dell’artista. È uno stato di grazia. Quindi queste occasioni lasciano il tempo che trovano. Anche perché quando due artisti si incontrano, se lo sono davvero, di solito tacciono, hanno fretta di tornare al loro mondo, quel loro mondo carico di stupore e di meraviglia. Da una riunione di cineasti cattolici, di artisti cattolici, non mi aspetto veramente nulla.