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UN ANNO SANTO CON AGOSTINO
tratto dal n. 02 - 2000

La costante priorità della grazia


«“È per grazia di Dio che siete stati salvati” (Ef 2, 5): ciò è valido dal principio alla fine dell’esistenza cristiana». Intervista con il teologo luterano Harding Meyer


Intervista con Harding Meyer di Niels Christian Hvidt e Gianni Valente


Miniature tratte dall’evangelario dell’abbazia benedettina di Groß Sankt Martin, a Colonia, dell’inizio del XIII secolo: Gesù Cristo in gloria

Miniature tratte dall’evangelario dell’abbazia benedettina di Groß Sankt Martin, a Colonia, dell’inizio del XIII secolo: Gesù Cristo in gloria

«Questo è l’orrendo e occulto veleno del vostro errore: che pretendiate di far consistere la grazia di Cristo nel suo esempio e non nel Suo dono». Così rispondeva ai pelagiani sant’Agostino.
Tra le diverse comunità cristiane quella luterana, nelle sue vicende storiche, avrebbe dovuto custodire con sollecitudine tale fede nel primato della grazia per la salvezza del peccatore. Per Lutero, la dottrina della giustificazione era l’articulus stantis seu cadentis Ecclesiae. E invece, negli ultimi decenni, anche tra i figli spirituali di Lutero, l’assoluta necessità della grazia è stata spesso oscurata. Sostituita da mille imperativi etici, per i quali Gesù Cristo stesso è solo un modello per stimolare il proprio sforzo morale.
Ad accennare, nell’intervista che segue, a questa dinamica, presente anche nel mondo riformato, è il professor Harding Meyer, autorevole teologo luterano, uno degli estensori della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, sottoscritta lo scorso 31 ottobre ad Augusta dai rappresentanti della Chiesa cattolica e della Federazione luterana mondiale. Il cammino per giungere a tale accordo confessionale è stato segnato da accese discussioni all’interno del mondo luterano. Un congruo numero di accademici e di teologi luterani si è anche dissociato dalla firma della Dichiarazione, che riconosce la fede comune di cattolici e luterani su punti essenziali della dottrina della giustificazione. Ma secondo Meyer proprio il dialogo con la Chiesa cattolica sulla giustificazione è stata un’occasione propizia per tornare con lo sguardo «al cuore stesso della dottrina e della religiosità luterane».
Harding Meyer, tedesco, è stato per quattro anni segretario teologico dell’Unione luterana mondiale, a Ginevra. Fin dal ’67 ha preso parte alla commissione internazionale per il dialogo cattolico-luterano, divenendo nel ’71 direttore dell’Istituto per la ricerca ecumenica a Strasburgo. Ha tenuto corsi di teologia in Brasile, negli Stati Uniti e presso la Pontificia Università Gregoriana. Tra le sue pubblicazioni spiccano gli studi su Pascal, su Lutero, sul Concilio Vaticano I e sulla teologia ecumenica.

Per Lutero quello della giustificazione per grazia era l’articulus stantis seu cadentis Ecclesiae. È ancora così nel mondo luterano o l’accento è posto altrove?
HARDING MEYER: Vi sono state diverse epoche storiche del luteranesimo – durante l’ortodossia luterana del XVII secolo e, successivamente, durante l’illuminismo e il pietismo – nel corso delle quali l’importanza centrale della dottrina della giustificazione è passata in secondo piano. Ma nel XIX secolo si assiste ad uno sforzo considerevole per restituirle nuovamente il suo significato originario. Caratteristica della teologia luterana del Novecento, in particolare, e del cosiddetto “rinascimento di Lutero” emerso in questo stesso periodo, è proprio il ruolo primario che assume la dottrina della giustificazione nella teologia e nel pensiero luterani. Il dissidio interno al protestantesimo a proposito della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, emerso soprattutto in Germania, che a volte ha assunto toni anche aspri, si comprende proprio alla luce di quanto ho appena detto. La dottrina della giustificazione, infatti, non è affatto un elemento secondario dal punto di vista teologico, bensì il cuore stesso della dottrina e della religiosità luterane e, quindi, dell’“identità luterana”.
Le tentazioni

Le tentazioni

In tutti i dialoghi condotti nel corso dei decenni passati tra i luterani e le altre Chiese – non solo con i cattolici, ma anche con i riformati, gli anglicani, i metodisti – si riflette chiaramente questo aspetto. In ognuno di questi dialoghi lo sforzo di trovare un’intesa sulla questione della dottrina della giustificazione assume un’importanza rilevante, se non addirittura primaria. Di ciò ho parlato ampiamente diversi anni or sono in un libro di documentazione sulla dottrina della giustificazione nel dialogo ecumenico.
Un mio collega e amico metodista, grande esperto del dialogo ecumenico, mi ha detto una volta: «A causa del forte risalto che voi luterani date alla dottrina della giustificazione vi contrapponete a tutto il mondo cristiano». Sul momento non ho avuto nulla da obiettare. In seguito però gli ho regalato il mio libro sulla giustificazione nel dialogo ecumenico e come dedica ho trascritto la commovente strofa di uno dei canti religiosi più amati da noi che parla della giustificazione divina del peccatore. L’autore di questi versi è Jochen Klepper, un poeta perseguitato a causa della moglie ebrea e morto suicida nel 1942. Con questo gesto ho voluto mostrare come la giustificazione non sia solo una questione teologica e dottrinaria, ma faccia parte anche della religiosità luterana vissuta, sia una lex orandi.
Nella liturgia, nella teologia e nella pastorale della Chiesa cattolica a volte sembrano azzerati i riferimenti all’operare della grazia, che rimane solo come preambolo, come richiamo iniziale, seguito da un dilagare di buoni propositi, di progetti culturali ecclesiastici e di esortazioni alla coerenza. Simili dinamiche si verificano anche nel mondo luterano?
MEYER: Mi auguro che il vostro giudizio critico sulla liturgia, la teologia e la pastorale cattoliche non sia così corrispondente alla realtà. Se così fosse, si avrebbe un distacco fatale dalla tradizione agostiniana, alla quale si ricollegano le nostre due Chiese. È sul riconoscimento della costante priorità della grazia divina e in questo senso del sola gratia che poggia tutta la nostra comune fede cristiana. «È per grazia di Dio che siete stati salvati» (Ef 2, 5): ciò è valido dal principio alla fine dell’esistenza cristiana. La Dichiarazione congiunta lo riafferma a più riprese con forti affermazioni di carattere confessionale. Al paragrafo 15 troviamo riassunto tutto il contenuto della Dichiarazione congiunta là dove si legge: «Soltanto per mezzo della grazia…».
Per quanto riguarda la nostra tradizione luterana, mi limito a ricordare la tesi 62 di Lutero del 1517, così importante e tanto spesso citata: «Vero tesoro della Chiesa è il sacrosanto Vangelo della gloria e della grazia di Dio».
Da diverso tempo – se non erro dalla metà degli anni Sessanta – esiste un movimento molto forte che promuove un modello di fede “orientato all’azione”, incentrato completamente sulla “praxis pietatis”, che si occupa della vita attiva, in particolare del suo aspetto sociale, spesso però con un atteggiamento unilaterale. Questo movimento è presente in tutte le Chiese, anche in quella luterana, ha dunque una chiara estensione “transconfessionale” ed è sostanzialmente una risposta ai grandi pericoli che minacciano la nostra esistenza nell’epoca attuale. Spesso si è avuta l’impressione che la forma e la religiosità tradizionali delle nostre Chiese fossero gravemente deficitarie sotto questo aspetto, per questo tale movimento presenta anche un atteggiamento critico nei confronti della Chiesa.
La moltiplicazione dei pani e dei pesci

La moltiplicazione dei pani e dei pesci

Le legittime richieste di questo movimento sono penetrate in profondità in tutte le Chiese dando loro una nuova impronta nella vita, nell’azione e nella religiosità. Tuttavia, a tratti e soprattutto sotto la spinta iniziale durante gli anni Sessanta e Settanta, il movimento era talmente condizionato da doveri e “imperativi” che il discorso del grande “indicativo” della grazia divina non trovava più posto in esso o appariva solo come “preambolo”. Il fatto che concetti fondamentali del cristianesimo come fede, speranza, servizio divino, preghiera venivano interpretati solo in funzione della vita attiva, conduceva non di rado a un’“eticizzazione” della fede cristiana, così come era avvenuto nella teologia del Secolo dei lumi.
Certo ancora oggi è possibile osservare nelle nostre Chiese tracce di questa autoalienazione della fede e c’è ancora chi cede alla sua tentazione. Di contro a questo si offre la possibilità di valorizzare il meraviglioso “indicativo” della grazia divina che rende possibile tutto il nostro agire con i suoi imperativi e i suoi obblighi, lo sostiene e gli conferisce forza e durevolezza. La Dichiarazione congiunta lo ribadisce continuamente quando parla delle “opere buone” dei fedeli: esse sono necessarie e non devono mancare, ma «sono la conseguenza della giustificazione» e sono «i frutti» della grazia (n. 37).
In che modo il lavoro per arrivare alla Dichiarazione congiunta ha aiutato il mondo luterano a ripartire dall’elemento più caratteristico del proprio patrimonio confessionale?
MEYER: È stato spesso osservato e detto che l’incontro ecumenico e il dialogo con le altre Chiese non intaccano l’identità confessionale dell’interlocutore ma, al contrario, la rendono nuovamente consapevole. Per lungo tempo si è parlato di incontro e di dialogo ecumenici in toni critici e di condanna, ma da quando ci siamo persuasi che l’unità della Chiesa che viene cercata non va a discapito delle rispettive tradizioni o eredità confessionali, la nostra opinione è radicalmente cambiata. Per raggiungere l’unità nessuno è tenuto a deporre la propria “veste confessionale”, come – mi si perdoni l’esempio – generalmente viene richiesto in una spiaggia di nudisti. La via che porta all’unità non è un processo di impoverimento e uniformazione delle varie Chiese. L’unità che noi cerchiamo può e deve accogliere in sé in maniera riconoscibile la molteplicità e la ricchezza delle nostre rispettive tradizioni ecclesiali, senza dunque fonderle insieme.
Il cardinale Ratzinger tempo fa aveva coniato la bella espressione di «Chiese che restano Chiese pur divenendo un’unica Chiesa». In particolare da parte luterana già da tempo veniva usata la formula dell’«unità nella diversità riconciliata» (unity in reconciled diversity) che oggi è divenuta un’espressione idiomatica nel linguaggio ecumenico. La ritroviamo anche nella Dichiarazione ufficiale comune, assieme alla quale è stata firmata il 31 ottobre scorso la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione. In essa si parla di «una unità nella diversità nella quale le differenze che permangono sarebbero “riconciliate” e non avrebbero più la forza di dividere».
Ciò significa, in concreto, che sia le dichiarazioni dottrinali del Concilio di Trento sia quelle contenute nella Confessio augustana o in altri scritti confessionali luterani non vengono affatto accantonate, ma vengono messe in diversa relazione fra di loro: l’elaborazione luterana e quella cattolica della fede nella giustificazione «sono, nelle loro differenze, aperte l’una all’altra» (Dichiarazione congiunta n. 40).
In questo senso, si può dire che con la Dichiarazione congiunta e con il lavoro che ha comportato, la coscienza e l’identità luterane si sono ulteriormente articolate e rese consapevoli. Ma l’identità luterana non si definisce più con la netta separazione dal cattolicesimo e, dunque, “dall’esterno”, come invece sembra ancora avvenire nei protestanti che criticano la Dichiarazione comune. L’identità luterana si definisce piuttosto – potremmo dire si “ri-definisce” – “dall’interno”, a partire dalle convinzioni della Riforma. Man mano che anche da parte cattolica si compie un analogo processo di “ri-definizione”, si palesa la capacità di trovare un consenso sulle varie dottrine e la capacità delle diverse “identità” di entrare in comunione fra loro. «Ri-definizione dell’identità nel dialogo», così ho chiamato tale processo.
La Resurrezione

La Resurrezione

Già nel 1963, all’Assemblea della Federazione luterana mondiale, nella relazione principale, Gerhard Gloege aveva indicato la triplice «cattività babilonese» in cui era caduto il messaggio della Riforma sulla giustificazione: la dottrinalizzazione (la trasformazione dell’azione vivificante di Dio in dottrina morta), l’individualizzazione e la spiritualizzazione (che perde di vista l’orizzonte storico per concentrarsi esclusivamente sull’interiorità dell’anima). In questi ultimi vent’anni, questa “cattività babilonese” è continuata? E quali forme concrete ha assunto?
MEYER: Il domenicano Jean-Marie Tillard – purtroppo ora gravemente malato – in un articolo in francese di alcuni anni fa parlava di «justification “a Deo et Ecclesia”», suscitando la mia indignazione di luterano. Il suo stesso confratello, il padre – successivamente cardinale – Yves Congar mi disse una volta che la formula “iustificatio ab Ecclesia” è estranea alla teologia cattolica e che le due espressioni – “a Deo” e “ab Ecclesia” – non possono essere impiegate contemporaneamente riferendosi alla giustificazione.
Tuttavia Tillard aveva evidenziato un elemento, che anche Gerhard Gloege aveva ben presente e definiva col termine “individualizzazione” della dottrina della giustificazione. Per dirla in termini sommari, si tratta della tendenza tipica del cosiddetto “neoprotestantesimo” del XIX e del XX secolo a considerare la Chiesa estranea all’avvenimento della salvezza, come se Dio avesse a che fare solo con il singolo individuo senza l’intermediazione ecclesiale. Esagerando, si potrebbe dire che il sola fide della Riforma significherebbe automaticamente sine Ecclesia, cosa che per Lutero e i riformatori non era assolutamente vera.
Ora, in ambito ecclesiologico, o meglio, nell’ambito delle implicazioni ecclesiologiche della dottrina della giustificazione vi sono di fatto delle questioni che per la parte cattolica hanno quasi – e sottolineo il quasi – la stessa importanza che ha per i luterani la dottrina della giustificazione. Lo sapevamo fin dall’inizio del dialogo, per questo è stato organizzato nella fase iniziale l’incontro cattolico-luterano sul tema «Il Vangelo e la Chiesa». Anche la Dichiarazione congiunta dice alla fine che l’insegnamento della Chiesa dovrà essere ancora oggetto di comune discussione, ma che il consenso che è stato trovato sulla dottrina della giustificazione offre una «base solida» (n. 43). Il documento pubblicato nel 1994 Chiesa e giustificazione ha affrontato ampiamente questo problema. Nel primo paragrafo, che porta il titolo significativo Giustificazione e Chiesa come verità di fede, si dice esplicitamente: «La giustificazione del peccatore e la Chiesa sono articoli di fede fondamentali».
Il pericolo di una “spiritualizzazione” della dottrina della giustificazione è strettamente connesso a quello della “individualizzazione”. Gerhard Gloege di contro si è detto convinto che l’azione giustificatrice di Dio crea «realtà», «nuova realtà» e opera nella «nostra realtà corporea». Fin dall’inizio le critiche cattoliche alla dottrina luterana della giustificazione si sono incentrate proprio su questo punto: la giustificazione crea una “nuova realtà”, una “nuova vita”? È “efficace”? La Dichiarazione congiunta risponde in modo chiaramente affermativo alle domande poste dalla parte cattolica, e per questo mi stupisce quando da parte cattolica ogni tanto ci si chiede se ciò viene veramente detto nella Dichiarazione congiunta.
Mi preme ora individuare un altro aspetto del pericolo della spiritualizzazione della dottrina della giustificazione. Il cardinale Ratzinger ha detto nel corso di un’intervista rilasciata nel 1983, in occasione del quinto centenario della nascita di Lutero, che «all’origine» della frattura tra le nostre Chiese c’è la «personalizzazione radicale dell’atto di fede» che sarebbe stata compiuta da Lutero e con lui dalla Riforma con il sola fide. «La personale certezza della salvezza diventa l’elemento determinante». A questo i cattolici contrappongono «la certezza della fede in ciò che Dio ha fatto e che la Chiesa ci testimonia». Nonostante Ratzinger non abbia usato la parola, tuttavia anche qui ci troviamo di fronte alla solita accusa di soggettivismo rivolta alla Riforma.
Penso che il sola fide della Riforma di fatto si presti ad essere contaminato dal moderno soggettivismo e che per questo rischi continuamente di cadere nella «personalizzazione radicale dell’atto di fede». In questo senso le osservazioni di Ratzinger e gli avvertimenti di Gloege sono legittimi. Ma dissento completamente dal cardinale quando asserisce che ciò era già presente in Lutero e nella Riforma. Per Lutero e la Riforma la fede non è mai un credere soggettivo. La fede è – come per Paolo – in ogni momento la fede che «viene dall’udire», fides ex auditu, e precisamente dall’udire coloro che sono «ambasciatori» inviati da Lui, che «predicano la Parola della riconciliazione» «al posto di Cristo» (2Cor 5, 18-20). Ciò è stato affermato dai riformatori con estremo vigore. Così, anche per la teologia luterana contemporanea, fede e certezza della fede e della salvezza si rapportano e sono legate costitutivamente all’agire di Dio nella Parola e nel Sacramento che la Chiesa testimonia e amministra. La Dichiarazione congiunta non lascia dubbi in proposito: cattolici e luterani confessano insieme che i credenti possono contare «in forza della morte e della resurrezione di Cristo, sulla promessa efficace della grazia di Dio nella Parola e nel Sacramento ed essere così certi di questa grazia» (n. 34).
In conclusione, per quanto riguarda il rischio individuato da Gloege di una “dottrinalizzazione”, ossia dell’irrigidimento del messaggio lieto e liberatorio della giustificazione in “dottrina morta”, non dobbiamo mai sottovalutare l’insegnamento della giustificazione che protegge quel messaggio dalle false interpretazioni umane. Ma il tesoro che questo insegnamento racchiude deve essere continuamente distribuito agli uomini. Giustamente viene detto nella Dichiarazione ufficiale comune acclusa alla Dichiarazione congiunta che il messaggio della giustificazione deve essere interpretato «in un linguaggio che sia adatto agli uomini di oggi». D’altronde non è una novità di oggi, questo è sempre stato il compito dell’annuncio e della predicazione luterani. Ma che oggi cattolici e luterani possano farlo insieme rappresenta il risultato più importante della Dichiarazione congiunta.


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