«Un realismo impressionante»
È la cosa che colpisce di più leggendo il terzo tomo dell’Epistolario di don Bosco. Lo spiega don Francesco Motto, direttore dell’Istituto storico salesiano, che ha curato l’opera. Intervista
Intervista con Francesco Motto di Stefano Maria Paci
Centoquarantuno lettere
inedite di don Bosco, tra cui alcune inviate alle massime autorità
della Chiesa e a papa Pio IX. A reperirle è stato don Francesco
Motto, direttore dell’Istituto storico salesiano. «Queste
lettere» spiega «mostrano il vero don Bosco, e non le
riflessioni che si sono fatte su di lui, o le testimonianze, a volte
edulcorate, di chi l’ha conosciuto». Il volume (Epistolario, Editrice Las, Roma),
pubblicato nel 1999, è il terzo di una collana che mira a
raccogliere tutte le lettere scritte da don Bosco durante la sua vita.
Questo terzo tomo dell’epistolario copre gli anni che vanno dal 1869
al 1872, e consta, tra edite e inedite, di 454 lettere.

Don Motto, qual è l’immagine di don Bosco
che emerge da questo epistolario?
FRANCESCO MOTTO: Quella di un uomo di estrema concretezza. Le lettere mostrano l’ordinaria amministrazione dell’Opera salesiana: i viaggi, gli affari, gli impegni coi ragazzi. Don Bosco parla sempre di soldi, di opere da costruire. Sono quasi inesistenti le lettere di direzione spirituale. Ma ho avuto una sorpresa, quando ho esaminato al computer quali sono i termini ricorrenti. Ebbene, la parola più usata è Dio. E, ancora più interessante, i due verbi più diffusi nell’epistolario sono “pregare” e “fare”. Don Bosco è un uomo di azione, che agisce perché spinto della fede.
Leggendo l’epistolario, si resta colpiti dalla semplicità della teologia di don Bosco. Sembra fare riferimento solo alle poche cose essenziali della fede.
MOTTO: Mi sembra una sintesi perfetta. Non c’è la grossa teologia, in don Bosco; c’è il catechismo. Non fa riferimento a elucubrazioni teologiche e spirituali, ma agli elementi fondamentali della fede. Don Bosco è rimasto alle poche, semplici certezze che gli sono state insegnate da piccolo dal suo parroco e dalla mamma. Anche nelle rare lettere di direzione spirituale presenti nell’epistolario (lui non la faceva quasi mai per posta, ma di persona) i pensieri sono semplicissimi. Non che non conoscesse la teologia, tutt’altro. Ma don Bosco va all’essenziale: l’importante è salvarsi l’anima, vivendo da cristiani dentro la Chiesa, e la preghiera e i sacramenti sono il centro della vita. La Chiesa avrebbe molto da imparare, oggi, da questa essenzialità della fede.
Questo nuovo volume dell’epistolario copre il quadriennio dal 1869 al 1872. Cosa rappresentano questi anni per don Bosco e la sua Opera?
MOTTO: Sono gli anni di Porta Pia. Il 20 settembre 1870 l’esercito italiano conquista Roma. Il potere temporale del Papa è finito, e per i cattolici nasce “il caso di coscienza”: o si sta con il Papa, o con il nuovo governo del re Vittorio Emanuele. Sono momenti difficilissimi, a livello politico, per la Chiesa italiana. In questi anni don Bosco, la cui Opera si sta estendendo fuori dal Piemonte, sale alla ribalta, anche sui giornali, per le sue mediazioni sul problema degli exequatur. I vescovi che il Papa nomina devono presentare una richiesta formale al governo (l’exequatur, appunto) per essere riconosciuti. Ma il Papa impedisce loro di farlo perché non riconosce questo nuovo Stato, e così i vescovi non possono prendere possesso del palazzo episcopale e dei beni della Chiesa, e non godono di piena libertà nella loro diocesi. Don Bosco, coi suoi tentativi di trovare una soluzione, viene conosciuto dall’opinione pubblica come un personaggio con notevoli entrature sia negli ambienti governativi che presso la Santa Sede.
Come tenta di risolvere il problema?
MOTTO: Don Bosco è un pragmatico. E percorre due vie. Innanzitutto, propone una soluzione di compromesso: non sia il vescovo a chiedere l’exequatur, ma venga esposta la nomina papale e lo Stato ne prenda atto. Ma questo tentativo di escamotage fallisce. E alla fine la Chiesa cederà, e nel 1873-74 i vescovi chiederanno allo Stato il riconoscimento. L’altra via che percorre è quella di proporre come vescovi nomi accettabili sia dalla Chiesa che dallo Stato. Il 12 settembre 1871 don Bosco invia una lettera, finora rimasta inedita, al segretario di Stato vaticano, monsignor Giacomo Antonelli: è una lista di sacerdoti che potrebbero essere nominati vescovi di varie diocesi, dei quali indica anche il gradimento che otterrebbero da parte del re. Ne indica perfino alcuni che sarebbe meglio non innalzare alla dignità episcopale.

Questi sono anche gli anni del Concilio Vaticano
I…
MOTTO: Sì. E c’è una lettera, anch’essa inedita, che mostra quali fossero al riguardo le preoccupazioni di don Bosco. In una missiva inviata il 6 agosto 1869 alla moglie del ministro delle Finanze, Virginia Cambray Digny, che era una sua benefattrice, don Bosco tenta di far balenare davanti agli occhi del governo l’utilità della partecipazione di una loro rappresentanza al Concilio Vaticano I. Scrive don Bosco: «Ella non potrebbe in qualche modo parlare in proposito del Concilio e fare in modo che il nostro governo se non direttamente almeno indirettamente fosse rappresentato? Se il governo volesse assolutamente tenersi estraneo si metterebbe per una via pericolosissima. I motivi li conobbero i sovrani passati, ed anche i presenti che, anche eterodossi, cercano di essere favoriti dalle gravi disposizioni che soglionsi prendere nei concili ecumenici». Don Bosco, insomma, tenta di approfittare anche del Concilio per favorire il disgelo tra Stato italiano e Chiesa.
Quali erano i rapporti di don Bosco con gli uomini politici?
MOTTO: Sapeva, a differenza di molti che pur avevano responsabilità più alte, che la politica poteva essere di aiuto alla Chiesa. Coltivò rapporti significativi con esponenti della vita politica, a volte con matrici ideologiche e culturali assai distanti dalle sue. Era di un realismo impressionante. Al presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Lanza, sotto il cui governo un anno e mezzo prima la Roma di Pio IX era stata occupata, l’11 febbraio 1872 dice: «Io scrivo con confidenza e l’assicuro che, mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al capo della cattolica religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al Governo per i sudditi del quale ho costantemente dedicato le deboli mie sostanze e le forze e la vita». Ai politici si rivolge spesso per risolvere i problemi finanziari causati dall’espansione della sua Opera. In Italia ci fu quasi una rivoluzione a causa della famosa tassa sul macinato. «Come faccio a pagarla, che devo sfamare tanti ragazzi?» scrive don Bosco il 15 agosto 1870 al ministro Quintino Sella. «Pagano tutti, paghi anche lei» gli si risponde questi. Allora don Bosco si rivolge al ministro Rattazzi, che trova una soluzione sottobanco, e quei soldi spesi glieli fa riavere in un altro modo.
Urbano Rattazzi era un ministro massone…
MOTTO: Massone ed anticlericale. Ma amicissimo di don Bosco. Lo ha sempre aiutato e difeso, pur essendo su linee politiche opposte. Pur non condividendo la formazione religiosa che don Bosco dava ai suoi ragazzi, è sempre rimasto stupito dalle sue opere.
Al papa Pio IX
Torino, 14 aprile 1871
Beatissimo Padre,
la lieta occasione che Monsig. Manacorda fa ritorno a Roma mi dà animo di prostrarmi ai piedi di V. B. per esprimere il figliale mio attaccamento alla persona di V. B. [,] attaccamento pure di tutta la congregazione salesiana e di tutti i giovanetti che da quella dipendono.
Assicuriamo unanimi che più volte del giorno e direi ad ogni momento il nostro pensiero vola al Vaticano. Piangiamo la dolorosa posizione cui fu ridotto il nostro padre benefico: ma non possiamo recarle altro conforto se non quello delle private e comuni nostre preghiere.
Noi pertanto sacerdoti, chierici, e allievi studenti ed artigiani con parecchi altri ecclesiastici e laici facciamo mattino e sera particolari preghiere per la pace della chiesa e per la libertà e indipendenza del suo capo.
Mentre poi sospiriamo che siano abbreviati i giorni della prova e sia accellerato l’effetto della misericordia del Signore facciamo tutti i nostri sforzi per combattere l’empietà colla predicazione, colla stampa e colla diffusione di buoni libri che finora furono tollerati anzi favorevolmente accolti.
Le Letture cattoliche hanno lo spaccio di quindicimila fascicoli al mese; la Biblioteca dei classici italiani cinquemila.
Abbiamo circa cinque mila ragazzi che frequentano le nostre scuole e si mostrano buoni cristiani e buoni cattolici.
O[h], se mai sapessimo che cosa fare per dare qualche conforto a V. B.! Speriamo che Dio appagherà i nostri voti, esaudirà le nostre preghiere, e che prima [che] termini questo anno avremo la grande consolazione di vedere la chiesa in pace ed ossequiare il Supremo di Lei gerarca nel Vaticano padrone di sé e della sua chiesa.
Ma vi è un tempo di mezzo, che si teme assai grave per Roma e pei suoi figli; ma Dio suggerirà al suo Vicario quello che dovrà fare, e in tutti i casi si tiene per certo che V. B. deve fra non molto sostenere una burrasca terribile, di cui vedrà la fine con un trionfo che forse non ha riscontro nei tempi andati.
Noi continueremo a pregare. Ci doni la sua santa benedizione, affinché possiamo sostenere le gravi tribulazioni da cui siamo ogni giorno travagliati.
Dia benigno compatimento a questi figliali affetti con cui unanimi ci offriamo pronti a dare sostanze e vita per quella santa cattolica religione di cui V. S. è Vicario sopra la terra e capo supremo stabilito da G. C. Così sia.
Aff.mo Obligatissimo attaccat.mo figliuolo Sac. Gio. Bosco Sup. della cong. di S. Francesco di Sales

Giovanni Bosco, Epistolario, a cura di Francesco Motto, volume III (1869-1872), Libreria Ateneo Salesiano, Roma 1999
FRANCESCO MOTTO: Quella di un uomo di estrema concretezza. Le lettere mostrano l’ordinaria amministrazione dell’Opera salesiana: i viaggi, gli affari, gli impegni coi ragazzi. Don Bosco parla sempre di soldi, di opere da costruire. Sono quasi inesistenti le lettere di direzione spirituale. Ma ho avuto una sorpresa, quando ho esaminato al computer quali sono i termini ricorrenti. Ebbene, la parola più usata è Dio. E, ancora più interessante, i due verbi più diffusi nell’epistolario sono “pregare” e “fare”. Don Bosco è un uomo di azione, che agisce perché spinto della fede.
Leggendo l’epistolario, si resta colpiti dalla semplicità della teologia di don Bosco. Sembra fare riferimento solo alle poche cose essenziali della fede.
MOTTO: Mi sembra una sintesi perfetta. Non c’è la grossa teologia, in don Bosco; c’è il catechismo. Non fa riferimento a elucubrazioni teologiche e spirituali, ma agli elementi fondamentali della fede. Don Bosco è rimasto alle poche, semplici certezze che gli sono state insegnate da piccolo dal suo parroco e dalla mamma. Anche nelle rare lettere di direzione spirituale presenti nell’epistolario (lui non la faceva quasi mai per posta, ma di persona) i pensieri sono semplicissimi. Non che non conoscesse la teologia, tutt’altro. Ma don Bosco va all’essenziale: l’importante è salvarsi l’anima, vivendo da cristiani dentro la Chiesa, e la preghiera e i sacramenti sono il centro della vita. La Chiesa avrebbe molto da imparare, oggi, da questa essenzialità della fede.
Questo nuovo volume dell’epistolario copre il quadriennio dal 1869 al 1872. Cosa rappresentano questi anni per don Bosco e la sua Opera?
MOTTO: Sono gli anni di Porta Pia. Il 20 settembre 1870 l’esercito italiano conquista Roma. Il potere temporale del Papa è finito, e per i cattolici nasce “il caso di coscienza”: o si sta con il Papa, o con il nuovo governo del re Vittorio Emanuele. Sono momenti difficilissimi, a livello politico, per la Chiesa italiana. In questi anni don Bosco, la cui Opera si sta estendendo fuori dal Piemonte, sale alla ribalta, anche sui giornali, per le sue mediazioni sul problema degli exequatur. I vescovi che il Papa nomina devono presentare una richiesta formale al governo (l’exequatur, appunto) per essere riconosciuti. Ma il Papa impedisce loro di farlo perché non riconosce questo nuovo Stato, e così i vescovi non possono prendere possesso del palazzo episcopale e dei beni della Chiesa, e non godono di piena libertà nella loro diocesi. Don Bosco, coi suoi tentativi di trovare una soluzione, viene conosciuto dall’opinione pubblica come un personaggio con notevoli entrature sia negli ambienti governativi che presso la Santa Sede.
Come tenta di risolvere il problema?
MOTTO: Don Bosco è un pragmatico. E percorre due vie. Innanzitutto, propone una soluzione di compromesso: non sia il vescovo a chiedere l’exequatur, ma venga esposta la nomina papale e lo Stato ne prenda atto. Ma questo tentativo di escamotage fallisce. E alla fine la Chiesa cederà, e nel 1873-74 i vescovi chiederanno allo Stato il riconoscimento. L’altra via che percorre è quella di proporre come vescovi nomi accettabili sia dalla Chiesa che dallo Stato. Il 12 settembre 1871 don Bosco invia una lettera, finora rimasta inedita, al segretario di Stato vaticano, monsignor Giacomo Antonelli: è una lista di sacerdoti che potrebbero essere nominati vescovi di varie diocesi, dei quali indica anche il gradimento che otterrebbero da parte del re. Ne indica perfino alcuni che sarebbe meglio non innalzare alla dignità episcopale.

Don Giovanni Bosco
MOTTO: Sì. E c’è una lettera, anch’essa inedita, che mostra quali fossero al riguardo le preoccupazioni di don Bosco. In una missiva inviata il 6 agosto 1869 alla moglie del ministro delle Finanze, Virginia Cambray Digny, che era una sua benefattrice, don Bosco tenta di far balenare davanti agli occhi del governo l’utilità della partecipazione di una loro rappresentanza al Concilio Vaticano I. Scrive don Bosco: «Ella non potrebbe in qualche modo parlare in proposito del Concilio e fare in modo che il nostro governo se non direttamente almeno indirettamente fosse rappresentato? Se il governo volesse assolutamente tenersi estraneo si metterebbe per una via pericolosissima. I motivi li conobbero i sovrani passati, ed anche i presenti che, anche eterodossi, cercano di essere favoriti dalle gravi disposizioni che soglionsi prendere nei concili ecumenici». Don Bosco, insomma, tenta di approfittare anche del Concilio per favorire il disgelo tra Stato italiano e Chiesa.
Quali erano i rapporti di don Bosco con gli uomini politici?
MOTTO: Sapeva, a differenza di molti che pur avevano responsabilità più alte, che la politica poteva essere di aiuto alla Chiesa. Coltivò rapporti significativi con esponenti della vita politica, a volte con matrici ideologiche e culturali assai distanti dalle sue. Era di un realismo impressionante. Al presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Lanza, sotto il cui governo un anno e mezzo prima la Roma di Pio IX era stata occupata, l’11 febbraio 1872 dice: «Io scrivo con confidenza e l’assicuro che, mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al capo della cattolica religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al Governo per i sudditi del quale ho costantemente dedicato le deboli mie sostanze e le forze e la vita». Ai politici si rivolge spesso per risolvere i problemi finanziari causati dall’espansione della sua Opera. In Italia ci fu quasi una rivoluzione a causa della famosa tassa sul macinato. «Come faccio a pagarla, che devo sfamare tanti ragazzi?» scrive don Bosco il 15 agosto 1870 al ministro Quintino Sella. «Pagano tutti, paghi anche lei» gli si risponde questi. Allora don Bosco si rivolge al ministro Rattazzi, che trova una soluzione sottobanco, e quei soldi spesi glieli fa riavere in un altro modo.
Urbano Rattazzi era un ministro massone…
MOTTO: Massone ed anticlericale. Ma amicissimo di don Bosco. Lo ha sempre aiutato e difeso, pur essendo su linee politiche opposte. Pur non condividendo la formazione religiosa che don Bosco dava ai suoi ragazzi, è sempre rimasto stupito dalle sue opere.
Al papa Pio IX
Torino, 14 aprile 1871
Beatissimo Padre,
la lieta occasione che Monsig. Manacorda fa ritorno a Roma mi dà animo di prostrarmi ai piedi di V. B. per esprimere il figliale mio attaccamento alla persona di V. B. [,] attaccamento pure di tutta la congregazione salesiana e di tutti i giovanetti che da quella dipendono.
Assicuriamo unanimi che più volte del giorno e direi ad ogni momento il nostro pensiero vola al Vaticano. Piangiamo la dolorosa posizione cui fu ridotto il nostro padre benefico: ma non possiamo recarle altro conforto se non quello delle private e comuni nostre preghiere.
Noi pertanto sacerdoti, chierici, e allievi studenti ed artigiani con parecchi altri ecclesiastici e laici facciamo mattino e sera particolari preghiere per la pace della chiesa e per la libertà e indipendenza del suo capo.
Mentre poi sospiriamo che siano abbreviati i giorni della prova e sia accellerato l’effetto della misericordia del Signore facciamo tutti i nostri sforzi per combattere l’empietà colla predicazione, colla stampa e colla diffusione di buoni libri che finora furono tollerati anzi favorevolmente accolti.
Le Letture cattoliche hanno lo spaccio di quindicimila fascicoli al mese; la Biblioteca dei classici italiani cinquemila.
Abbiamo circa cinque mila ragazzi che frequentano le nostre scuole e si mostrano buoni cristiani e buoni cattolici.
O[h], se mai sapessimo che cosa fare per dare qualche conforto a V. B.! Speriamo che Dio appagherà i nostri voti, esaudirà le nostre preghiere, e che prima [che] termini questo anno avremo la grande consolazione di vedere la chiesa in pace ed ossequiare il Supremo di Lei gerarca nel Vaticano padrone di sé e della sua chiesa.
Ma vi è un tempo di mezzo, che si teme assai grave per Roma e pei suoi figli; ma Dio suggerirà al suo Vicario quello che dovrà fare, e in tutti i casi si tiene per certo che V. B. deve fra non molto sostenere una burrasca terribile, di cui vedrà la fine con un trionfo che forse non ha riscontro nei tempi andati.
Noi continueremo a pregare. Ci doni la sua santa benedizione, affinché possiamo sostenere le gravi tribulazioni da cui siamo ogni giorno travagliati.
Dia benigno compatimento a questi figliali affetti con cui unanimi ci offriamo pronti a dare sostanze e vita per quella santa cattolica religione di cui V. S. è Vicario sopra la terra e capo supremo stabilito da G. C. Così sia.
Aff.mo Obligatissimo attaccat.mo figliuolo Sac. Gio. Bosco Sup. della cong. di S. Francesco di Sales