In ipsa fide Christus adest
Così Lutero. Nella stessa fede è presente Cristo. «Poiché Cristo è la nostra giustizia, noi non solo siamo dichiarati giusti, ma siamo fatti giusti». Intervista con il teologo Eero Huovinen, vescovo luterano di Helsinki
Intervista con Eero Huovinen di Niels Christian Hvidt e Gianni Valente
Il finlandese Eero Huovinen
è uno dei teologi attualmente più apprezzati e riconosciuti
del mondo luterano. Fin dagli anni Settanta ha ricoperto vari ruoli presso
la facoltà di teologia dell’Università di Helsinki,
fino a diventare professore di dogmatica e decano della facoltà. Nel
1991 è stato consacrato vescovo luterano di Helsinki. Sposato e
padre di due figli, tra le sue pubblicazioni spiccano gli studi sugli
scritti di Martin Lutero riguardo al battesimo, oltre a un volume sulla
impronta idealistica degli scritti teologici di Hans Küng.
Huovinen ha partecipato alle varie fasi del dialogo teologico che si è concluso con la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione. Membro del gruppo incaricato della stesura del testo, ha seguito da vicino anche la fase di ricezione del documento all’interno del mondo protestante.
La Dichiarazione congiunta tra Chiesa cattolica e Chiese luterane sulla dottrina della giustificazione rappresenta davvero un accordo sostanziale tra cattolici e luterani sulle verità della giustificazione? O solo su alcune di queste verità essenziali?
EERO HUOVINEN: Le discussioni riguardanti la dottrina della Chiesa non saranno mai portate a termine in questo mondo, né potrebbero esserlo. Come esseri umani e come Chiese noi siamo sempre in cammino, per un viaggio verso l’eternità e la perfezione. La teologia deve ricordarsi che il suo carattere fondamentale è quello di essere theologia viatorum, teologia dei viandanti.
Nella Dichiarazione congiunta, le Chiese si sono impegnate a proseguire le discussioni su questa questione cruciale della dottrina cristiana. In tal modo noi non siamo arrivati in quanto Chiese al capolinea della corsa, ma certamente siamo giunti a una fermata importante dell’itinerario. L’importanza della firma della Dichiarazione congiunta sta nel fatto che la Chiesa cattolica e le Chiese luterane adesso, per la prima volta dopo la Riforma, ufficialmente si impegnano a una comprensione comune della fede. Discussioni dottrinali comuni sono state condotte fin dagli anni Sessanta, dopo il Concilio Vaticano II; ma adesso accade per la prima volta che le Chiese ufficialmente e seguendo procedure stabilite per propria decisione impegnano se stesse in una comprensione comune. I precedenti documenti prodotti dal dialogo sono importanti nel senso che hanno preparato la via alla Dichiarazione congiunta. Questa esprime un consenso sulle verità di fondo della dottrina della giustificazione. Ciò significa da un lato che permangono ancora differenze ad esempio di linguaggio, di espressione teologica e di sottolineature della dottrina della giustificazione tra le Chiese. Queste differenze sollecitano a un dialogo ulteriore, come è espressamente affermato nel documento (paragrafi 40 e 43). Quindi il consenso non è ancora perfetto.
Dall’altro lato il consenso è “sostanziale”. Esso riguarda gli aspetti più centrali della dottrina cristiana, cioè il fatto che «per la sola grazia, nella fede nell’azione salvifica di Cristo, e non in base ai nostri meriti, noi veniamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori abilitandoci e chiamandoci a compiere le opere buone» (paragrafo 15). Questo accordo è stato definito un «consenso differenziato». Il consenso non è perfetto, permangono differenze. Ma noi crediamo che le differenze residue non cancellano il consenso che abbiamo. Noi abbiamo raggiunto una comprensione comune su verità così essenziali della nostra fede comune, che questo consenso può sopportare le residue differenze. Qui sono applicabili le ben note parole di papa Giovanni XXIII, citato da Giovanni Paolo II nell’Ut unum sint: «Ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide».
Nel corso dei vari passaggi quali sono state le obiezioni sollevate dai teologi e dai pastori luterani? Su quali contenuti si sono concentrate?
HUOVINEN: Non è stato facile per nessuna delle parti approvare la Dichiarazione congiunta. Dopo la separazione di quasi mezzo millennio, non si può essere sorpresi dal fatto che le discussioni suscitano disaccordi che è difficile vincere.
Per la parte luterana ci sono molte questioni complesse. Inanzitutto, noi crediamo che la dottrina della giustificazione è il centro della fede cristiana, l’articulus stantis et cadentis Ecclesiae. In che senso la dottrina della giustificazione potrebbe essere un criterio per la Chiesa cattolica? In che modo le altre dottrine, come quella dei sacramenti, del ministero e del primato del vescovo di Roma, si rapportano alla dottrina della giustificazione? Un’altra questione centrale per noi luterani è stata se noi siamo salvati non soltanto «per sola grazia», ma anche «per sola fede». I peccatori hanno una volontà libera e noi siamo capaci di cooperare nella salvezza oppure noi dipendiamo completamente dalla grazia di Dio? Nel corso delle discussioni sono sorte anche altre questioni problematiche.
Da parte cattolica sono state sollevate obiezioni autorevoli in particolare riguardo alla concezione luterana esposta nella Dichiarazione congiunta secondo cui il battezzato è simul iustus et peccator, giusto e peccatore al tempo stesso. Come si è potuta superare questa obiezione? Sono sufficienti i chiarimenti e i distinguo contenuti nei successivi documenti prodotti (Dichiarazione ufficiale comune e Allegato)?
HUOVINEN: La dottrina del peccato è divenuta oggetto del dialogo tra le nostre Chiese solo in anni recenti. Perciò è comprensibile che nell’iter della Dichiarazione congiunta proprio su questo argomento si è concentrata buona parte del lavoro.
Io posso ben comprendere che da parte cattolica si siano poste domande circa la relazione tra la dottrina luterana del simul iustus et peccator e la dottrina cattolica classica del peccato. La scorsa estate, nella Risposta della Chiesa cattolica si è affermato che «rimane difficile vedere come si possa affermare che questa dottrina sul “simul iustus et peccator”, allo stato attuale di presentazione che se ne fa nella Dichiarazione congiunta, non sia toccata dagli anatemi dei decreti tridentini sul peccato originale e la giustificazione» (Risposta della Chiesa cattolica, 25 giugno 1998, Precisazioni, 1).
Nel corso dello scorso inverno c’è stata, tuttavia, la disponibilità a cercare una comprensione comune del peccato in modo tale che fosse possibile dichiarare che le condanne dottrinali non si applicano all’attuale controparte. L’Allegato alla Dichiarazione ufficiale comune ammette che «il concetto di concupiscenza è adoperato con significati diversi da parte cattolica e da parte luterana» (Allegato, 2, b). Nonostante le differenze qui implicate, noi tuttavia crediamo di aver raggiunto un sufficiente grado di consenso sulla questione riguardante in che senso la persona giustificata continui a essere sia giusta che peccatrice. È chiaro che questo consenso è sufficiente, ma allo stesso tempo si tratta di un consenso in evoluzione, che ancora merita di essere approfondito.
La controversia sul simul iustus et peccator non sembra marginale. Se l’uomo battezzato è simul iustus et peccator, ciò sembra significare di fatto che la grazia non opera nessuna trasformazione reale. È come se la grazia rimanesse una mera copertura del peccato dell’uomo. È davvero questa la concezione della giustificazione espressa dalla formula simul iustus et peccator?
HUOVINEN: Quella della relazione tra il peccato e la grazia è una questione molto centrale, non solo teologicamente ma anche esistenzialmente, nella nostra vita spirituale. Ognuno di noi spera di essere trasformato e rinnovato nella propria vita.
Il disaccordo, ai tempi della Riforma, non riguardava la questione se nel cristiano venga operato o meno un rinnovamento. Le difficoltà concernevano piuttosto la base della giustificazione e la relazione tra giustificazione e rinnovamento. Quando i luterani insegnavano che l’essere umano è salvato «per sola fede», ritenevano che noi veniamo salvati senza nostre proprie opere e senza nostri propri meriti. Né la fede è una scelta o uno sforzo dell’uomo, ma un’opera di Dio. Per l’amore di Cristo, Dio dichiara e fa giusto l’essere umano.
Quando i luterani parlarono dell’“essere dichiarati giusti”, loro si preoccuparono di impedire che un qualsiasi cambiamento che accade nell’essere umano venisse posto come il fondamento della giustificazione. Per questo motivo i luterani hanno avuto un atteggiamento critico nei confronti della dottrina medievale della grazia abituale. Se la grazia diventa qualcosa di “abitualmente” posseduto dall’essere umano, ciò può condurre a ritenere che la giustificazione non avvenga “per sola grazia”.
La dottrina luterana della giustizia dichiarata non significa che siano negati gli effetti della grazia di Dio sull’essere umano. Anche la lettera di Giacomo è parola di Dio! Quando Dio dichiara giusto l’essere umano, inizia anche la sua opera di rinnovamento. Specialmente alla fine del XVI secolo i luterani ritenevano che il rinnovamento del cristiano fosse una conseguenza del fatto che uno è stato prima dichiarato giusto.
Negli ultimi anni soprattutto la ricerca finlandese sulla teologia di Lutero ha enfatizzato che l’essenza della giustizia della fede è la giustizia di Cristo. Un’espressione di Lutero dice questo in maniera concisa: «In ipsa fide Christus adest». Nella fede stessa Cristo è presente. La fede non soltanto ha l’opera di Cristo come suo oggetto, ma nella fede stessa Cristo è presente; Cristo non è solo “fuori” di noi, ma viene “dentro” di noi. Attraverso la fede, Cristo vive nell’essere umano. Poiché Cristo è la nostra giustizia, noi non solo siamo dichiarati giusti, ma siamo fatti giusti.
L’Allegato alla Dichiarazione ufficiale comune esprime questo con un linguaggio biblico: «Noi siamo in verità e interiormente rinnovati dall’azione dello Spirito Santo, restando sempre dipendenti dalla sua opera in noi. “Quindi se uno è in Cristo, è una creazione nuova: le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove” (2 Cor 5, 17). In questo senso i giustificati non restano peccatori».
San Paolo, alla fine della lettera ai Romani, ribadisce che lui osa parlare soltanto di ciò che Gesù Cristo opera (cfr. Rm 15, 18-19). Se la grazia non operasse un cambiamento reale, non si potrebbe dare nella storia testimonianza reale di Gesù Cristo, ma sarebbe consentita solo una testimonianza verbale, nominale. Si potrebbe solo parlare di Gesù Cristo, e non si potrebbe mostrare ciò che Gesù Cristo opera oggi.
HUOVINEN: La Chiesa luterana ha sempre voluto credere che la parola di Dio per sua natura non è solo “verbale” o “nominale”. Allo stesso modo in cui la parola del Creatore fu all’inizio del mondo una parola creativa, così anche la parola giustificante di Dio continua a essere una parola creativa, che non solo chiama il peccatore a una vita nuova, ma gli dona anche una vita nuova. La parola di Dio non è solo informazione su qualcosa che accade altrove, ma una parola efficace nel mezzo delle nostre vite. Il verbo che noi proclamiamo non sono solo parole, ma è la Parola, Cristo stesso. Parlando degli effetti della parola di Dio Lutero spesso portava l’esempio del risveglio di Lazzaro. Cristo chiamò ad alta voce Lazzaro, che era morto già da quattro giorni e già mandava cattivo odore: «Vieni fuori!». E Lazzaro udì e venne fuori! Che parola creativa ed efficace, è la parola di Cristo!
Il poeta francese Charles Péguy, all’inizio del secolo, vedeva il dramma della cristianità moderna nel fatto di non riconoscere «il mistero e l’operazione della grazia» trasformando così il cristianesimo in una religione per borghesi.
HUOVINEN: Il retaggio razionalistico dell’Illuminismo ha avuto un effetto notevole sul pensiero occidentale, forse più sul protestantesimo che sul pensiero cattolico. Sarebbe un’impresa importante, nel campo della storia delle idee, analizzare che tipo di nozioni filosofiche hanno avuto un’influenza sulla fede cristiana durante gli ultimi due secoli.
Io spesso mi chiedo se noi non abbiamo inconsciamente adottato modi di pensare razionalistici o idealistici, che quindi influenzano la nostra comprensione del contenuto della fede cristiana. Noi dovremmo liberarci dai pregiudizi e avere una collaborazione intensa tra teologi e filosofi.
Una crisi della fede cristiana riguarda il nostro approccio ai misteri della fede. Da un lato io non voglio auspicare un ritorno ad una qualche troppo ingenua fede nei miracoli. D’altro canto mi domando se oggi noi non siamo così totalmente prigionieri della fede nella scienza e nella ragione, da non lasciare spazio nemmeno alla possibilità teorica dei misteri di Dio.
Già la vita in se stessa è un mistero così grande, che il genere umano non può pienamente comprenderla, nonostante tutto il progresso tecnologico avvenuto. Perché allora non essere aperti ai misteri di Dio? Se non viene lasciato nessuno spazio ai misteri di Dio, la fede cristiana viene facilmente ridotta a un generico sistema umano di principi morali, a una sorta di religione civile, o a un umanesimo esistenziale. Tutte alternative che possono dare agli esseri umani nuovi stimoli, ma soddisfano forse le nostre vere domande fondamentali più profonde?
Se per i luterani la salvezza si realizza unicamente attraverso la fede intesa come interiore certezza della salvezza, non c’è il rischio di ridurre la stessa fede a una costruzione psicologica, un sentimento costruito e posseduto dall’uomo, e non invece riconoscimento di un dato oggettivo?
Secondo lo storico Jedin, il Concilio di Trento, denunciando il pericolo di ridurre la fede a una certezza psicologica fabbricata dall’uomo, aveva espresso il giudizio profeticamente più illuminante su tutto il moderno.
HUOVINEN: Il luteranesimo non ha mai inteso considerare la fede soltanto come un movimento intimo dell’anima o uno stato psicologico della mente. L’assicurazione della salvezza è stata fondata sulla parola di Dio e sulla certezza delle sue promesse. Così l’assicurazione della salvezza non significa che l’individuo è personalmente, soggettivamente persuaso, ma che egli pone la sua fiducia nei mezzi della grazia, la parola di Dio e i sacramenti, che sono fuori di lui stesso.
Lutero voleva sottolineare in maniera particolare l’importanza del sacramento del battesimo quando parlava della certezza della salvezza. Io ritengo che lui abbia espresso ciò in maniera puntuale, quando ha detto: «La nostra teologia è certa perché pone noi fuori da noi stessi», theologia nostra certa est quia ponit nos extra nos. Lutero era critico nei confronti di una comprensione della dottrina cristiana che appoggiasse troppo la fede su realtà psicologiche. Lui voleva fondare la fede su qualcosa di totalmente oggettivo: la parola di Dio e i sacramenti.
La cristianità moderna soffre di un approccio alla fede che si concentra in maniera troppo angusta sul soggetto. Questo approccio può essere razionalistico, come nel caso dell’Illuminismo, o esperienziale, come nelle diverse versioni filosofiche del romanticismo.
Attualmente ho spesso la sensazione che il concentrarsi sull’individuo ha rafforzato la sua influenza negli anni recenti, sia nel pensiero economico neoliberale sia nelle concezioni individualistiche della cultura. Ma questa non è un’opinione di Lutero! La dottrina della giustificazione e la Dichiarazione congiunta possono servire come fattori di trasformazione: l’essere umano non è il centro del mondo.
Per secoli la Chiesa indivisa ha amministrato il sacramento della penitenza proprio come gesto con cui il battezzato, che a causa del peccato ha perso la grazia, può essere nuovamente giustificato. Questo sacramento, distinto da quello del battesimo, permette di ricuperare la giustizia perduta. Che posto occupa nella prospettiva riformata tale sacramento?
HUOVINEN: La relazione tra i sacramenti del battesimo e della penitenza è un argomento dottrinale che noi come Chiese abbiamo discusso abbastanza poco. Lutero sottolineava il carattere unico e sufficiente del battesimo. Lui ha addirittura potuto dire – per usare una terminologia cattolica – che il battesimo è un character indelebilis, un segno che non può essere cancellato. Una persona che decade dalla grazia del battesimo, che metaforicamente parlando scivola fuori dalla barca del battesimo, non ha bisogno di una nuova grazia, di un qualche altro legno oltre la barca del battesimo. Il rinnovamento attraverso la confessione significa ritornare ogni giorno alla grazia del battesimo.
Sulla base della sua comprensione della vita cristiana Lutero intendeva valorizzare anche il sacramento della penitenza. Era chiaro a Lutero che la confessione è una parte essenziale della vita cristiana. Lui diceva: «Quando io ti esorto ad andare a confessarti, ti esorto a essere un cristiano». È per questo che i testi confessionali luterani concepiscono la confessione e l’assoluzione dei peccati come il terzo sacramento, in aggiunta al battesimo e all’eucarestia. Alle Chiese rimane molto da discutere e da imparare reciprocamente riguardo alla relazione tra il battesimo e la penitenza.
La Chiesa luterana in Danimarca è una delle poche Chiese luterane che non firmerà il documento. Una delle principali obiezioni al documento in Danimarca è stata che esso ha a che fare con questioni di politica ecclesiastica e non con l’ecumenismo. Qual è la vostra opinione a riguardo?
HUOVINEN: Alcune Chiese luterane hanno sollevato questioni critiche, se sia stato realmente raggiunto un consenso sulle verità fondamentali della dottrina della giustificazione. Comunque alcune di queste Chiese si augurano che le condanne dottrinali possano in ogni caso essere dichiarate come non applicabili. Io credo e spero che anche queste Chiese luterane possano camminare insieme per mano con la grande maggioranza delle Chiese luterane.
Cosa firmeranno precisamente la Chiesa cattolica e le Comunità luterane?
HUOVINEN: La firma conferma innanzitutto la Dichiarazione congiunta, alla quale sono aggiunte la Dichiarazione ufficiale comune e l’Allegato. Noi potremmo dire che questi documenti aggiuntivi ci introducono alla lettura della stessa Dichiarazione congiunta. Il documento teologico effettivo è la Dichiarazione congiunta, mentre la Dichiarazione ufficiale comune e il suo Allegato chiarificano la natura dell’approvazione della Dichiarazione congiunta. Io credo che dovremmo evitare di generare una tensione artificiale tra questi documenti. Si tratta di un processo, di un cammino sul quale noi vogliamo procedere fino all’unità visibile.
La data e il luogo in cui verrà posta la firma sono simbolicamente di buon auspicio. La Dichiarazione congiunta sarà sottoscritta ad Augusta, che è una città molto importante per i luterani, poiché il fondamentale documento dottrinale della Riforma luterana fu prodotto lì. Il fatto che stiamo per incontrarci lì è un segno di reciproca riconciliazione. La firma avrà luogo il 31 ottobre, che per i luterani è la festa della Riforma e per cattolici la vigilia della festa di Ognissanti.
La Dichiarazione congiunta, a parere di alcuni luterani, ha causato guasti nel mondo luterano. I luterani sono soliti pensare di essere d’accordo su quella che loro hanno sempre considerato la verità dottrinale più importante, quella della giustificazione per sola grazia. Adesso si vede che anche i luterani stessi sono in disaccordo quando essi vogliono esplicitare cosa questo significa veramente, specialmente quando si arriva alla relazione tra favor Dei e gratia infusa. C’è in realtà una sola dottrina luterana della giustificazione?
HUOVINEN: In realtà non è un mistero che ci siano differenti sottolineature teologiche sia in campo luterano che cattolico. Io ricordo dai primi tempi dei miei studi teologici come la Chiesa cattolica fosse descritta come una complexio oppositorum. Anche oggi è in atto una discussione sulla tensione tra Chiesa universale e Chiese locali nella Chiesa cattolica.
È possibile che le diversità siano ancora maggiori all’interno delle Chiese luterane. Ci sono differenti sottolineature anche riguardo alla dottrina della giustificazione. (Gratia infusa, per inciso, non è affatto un’idea estranea a Lutero come hanno spesso sostenuto diversi studi protestanti. Lutero impiega di certo questa nozione in una maniera positiva, pur dando ad essa un proprio significato. Ma qui occorrerebbe un’analisi profonda delle fonti teologiche della Riforma).
Può darsi che la maggiore tentazione per noi luterani nei tempi moderni sia quell’individualismo al quale accennavo prima. Lutero stesso non era un individualista (al contrario!). Ma nel protestantesimo moderno ci sono tendenze individualistiche che risalgono all’Illuminismo.
A volte si ha la sensazione che ogni individuo voglia formulare una propria versione della giustificazione che si adegui al proprio gusto personale. Io penso che noi luterani abbiamo bisogno di qualcosa come un maggior senso della comunità e una maggior disponibilità ad immergerci nelle fonti della nostra fede. La fede cristiana è una religione storica, con i suoi propri punti di partenza. Se vogliamo preservare la nostra identità, non possiamo creare una nuova cristianità.
Concludendo, voglio esprimere la mia sincera gratitudine per aver avuto l’opportunità di rispondere alle domande sostanziali e teologicamente accurate poste da 30Giorni. Spero che attraverso questo dialogo noi possiamo contribuire insieme ai tentativi per far sì che la fede comune, che unisce le nostre Chiese, sia meglio compresa nel nostro tempo.
Huovinen ha partecipato alle varie fasi del dialogo teologico che si è concluso con la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione. Membro del gruppo incaricato della stesura del testo, ha seguito da vicino anche la fase di ricezione del documento all’interno del mondo protestante.
La Dichiarazione congiunta tra Chiesa cattolica e Chiese luterane sulla dottrina della giustificazione rappresenta davvero un accordo sostanziale tra cattolici e luterani sulle verità della giustificazione? O solo su alcune di queste verità essenziali?
EERO HUOVINEN: Le discussioni riguardanti la dottrina della Chiesa non saranno mai portate a termine in questo mondo, né potrebbero esserlo. Come esseri umani e come Chiese noi siamo sempre in cammino, per un viaggio verso l’eternità e la perfezione. La teologia deve ricordarsi che il suo carattere fondamentale è quello di essere theologia viatorum, teologia dei viandanti.
Nella Dichiarazione congiunta, le Chiese si sono impegnate a proseguire le discussioni su questa questione cruciale della dottrina cristiana. In tal modo noi non siamo arrivati in quanto Chiese al capolinea della corsa, ma certamente siamo giunti a una fermata importante dell’itinerario. L’importanza della firma della Dichiarazione congiunta sta nel fatto che la Chiesa cattolica e le Chiese luterane adesso, per la prima volta dopo la Riforma, ufficialmente si impegnano a una comprensione comune della fede. Discussioni dottrinali comuni sono state condotte fin dagli anni Sessanta, dopo il Concilio Vaticano II; ma adesso accade per la prima volta che le Chiese ufficialmente e seguendo procedure stabilite per propria decisione impegnano se stesse in una comprensione comune. I precedenti documenti prodotti dal dialogo sono importanti nel senso che hanno preparato la via alla Dichiarazione congiunta. Questa esprime un consenso sulle verità di fondo della dottrina della giustificazione. Ciò significa da un lato che permangono ancora differenze ad esempio di linguaggio, di espressione teologica e di sottolineature della dottrina della giustificazione tra le Chiese. Queste differenze sollecitano a un dialogo ulteriore, come è espressamente affermato nel documento (paragrafi 40 e 43). Quindi il consenso non è ancora perfetto.
Dall’altro lato il consenso è “sostanziale”. Esso riguarda gli aspetti più centrali della dottrina cristiana, cioè il fatto che «per la sola grazia, nella fede nell’azione salvifica di Cristo, e non in base ai nostri meriti, noi veniamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori abilitandoci e chiamandoci a compiere le opere buone» (paragrafo 15). Questo accordo è stato definito un «consenso differenziato». Il consenso non è perfetto, permangono differenze. Ma noi crediamo che le differenze residue non cancellano il consenso che abbiamo. Noi abbiamo raggiunto una comprensione comune su verità così essenziali della nostra fede comune, che questo consenso può sopportare le residue differenze. Qui sono applicabili le ben note parole di papa Giovanni XXIII, citato da Giovanni Paolo II nell’Ut unum sint: «Ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide».
Nel corso dei vari passaggi quali sono state le obiezioni sollevate dai teologi e dai pastori luterani? Su quali contenuti si sono concentrate?
HUOVINEN: Non è stato facile per nessuna delle parti approvare la Dichiarazione congiunta. Dopo la separazione di quasi mezzo millennio, non si può essere sorpresi dal fatto che le discussioni suscitano disaccordi che è difficile vincere.
Per la parte luterana ci sono molte questioni complesse. Inanzitutto, noi crediamo che la dottrina della giustificazione è il centro della fede cristiana, l’articulus stantis et cadentis Ecclesiae. In che senso la dottrina della giustificazione potrebbe essere un criterio per la Chiesa cattolica? In che modo le altre dottrine, come quella dei sacramenti, del ministero e del primato del vescovo di Roma, si rapportano alla dottrina della giustificazione? Un’altra questione centrale per noi luterani è stata se noi siamo salvati non soltanto «per sola grazia», ma anche «per sola fede». I peccatori hanno una volontà libera e noi siamo capaci di cooperare nella salvezza oppure noi dipendiamo completamente dalla grazia di Dio? Nel corso delle discussioni sono sorte anche altre questioni problematiche.
Da parte cattolica sono state sollevate obiezioni autorevoli in particolare riguardo alla concezione luterana esposta nella Dichiarazione congiunta secondo cui il battezzato è simul iustus et peccator, giusto e peccatore al tempo stesso. Come si è potuta superare questa obiezione? Sono sufficienti i chiarimenti e i distinguo contenuti nei successivi documenti prodotti (Dichiarazione ufficiale comune e Allegato)?
HUOVINEN: La dottrina del peccato è divenuta oggetto del dialogo tra le nostre Chiese solo in anni recenti. Perciò è comprensibile che nell’iter della Dichiarazione congiunta proprio su questo argomento si è concentrata buona parte del lavoro.
Io posso ben comprendere che da parte cattolica si siano poste domande circa la relazione tra la dottrina luterana del simul iustus et peccator e la dottrina cattolica classica del peccato. La scorsa estate, nella Risposta della Chiesa cattolica si è affermato che «rimane difficile vedere come si possa affermare che questa dottrina sul “simul iustus et peccator”, allo stato attuale di presentazione che se ne fa nella Dichiarazione congiunta, non sia toccata dagli anatemi dei decreti tridentini sul peccato originale e la giustificazione» (Risposta della Chiesa cattolica, 25 giugno 1998, Precisazioni, 1).
Nel corso dello scorso inverno c’è stata, tuttavia, la disponibilità a cercare una comprensione comune del peccato in modo tale che fosse possibile dichiarare che le condanne dottrinali non si applicano all’attuale controparte. L’Allegato alla Dichiarazione ufficiale comune ammette che «il concetto di concupiscenza è adoperato con significati diversi da parte cattolica e da parte luterana» (Allegato, 2, b). Nonostante le differenze qui implicate, noi tuttavia crediamo di aver raggiunto un sufficiente grado di consenso sulla questione riguardante in che senso la persona giustificata continui a essere sia giusta che peccatrice. È chiaro che questo consenso è sufficiente, ma allo stesso tempo si tratta di un consenso in evoluzione, che ancora merita di essere approfondito.
La controversia sul simul iustus et peccator non sembra marginale. Se l’uomo battezzato è simul iustus et peccator, ciò sembra significare di fatto che la grazia non opera nessuna trasformazione reale. È come se la grazia rimanesse una mera copertura del peccato dell’uomo. È davvero questa la concezione della giustificazione espressa dalla formula simul iustus et peccator?
HUOVINEN: Quella della relazione tra il peccato e la grazia è una questione molto centrale, non solo teologicamente ma anche esistenzialmente, nella nostra vita spirituale. Ognuno di noi spera di essere trasformato e rinnovato nella propria vita.
Il disaccordo, ai tempi della Riforma, non riguardava la questione se nel cristiano venga operato o meno un rinnovamento. Le difficoltà concernevano piuttosto la base della giustificazione e la relazione tra giustificazione e rinnovamento. Quando i luterani insegnavano che l’essere umano è salvato «per sola fede», ritenevano che noi veniamo salvati senza nostre proprie opere e senza nostri propri meriti. Né la fede è una scelta o uno sforzo dell’uomo, ma un’opera di Dio. Per l’amore di Cristo, Dio dichiara e fa giusto l’essere umano.
Quando i luterani parlarono dell’“essere dichiarati giusti”, loro si preoccuparono di impedire che un qualsiasi cambiamento che accade nell’essere umano venisse posto come il fondamento della giustificazione. Per questo motivo i luterani hanno avuto un atteggiamento critico nei confronti della dottrina medievale della grazia abituale. Se la grazia diventa qualcosa di “abitualmente” posseduto dall’essere umano, ciò può condurre a ritenere che la giustificazione non avvenga “per sola grazia”.
La dottrina luterana della giustizia dichiarata non significa che siano negati gli effetti della grazia di Dio sull’essere umano. Anche la lettera di Giacomo è parola di Dio! Quando Dio dichiara giusto l’essere umano, inizia anche la sua opera di rinnovamento. Specialmente alla fine del XVI secolo i luterani ritenevano che il rinnovamento del cristiano fosse una conseguenza del fatto che uno è stato prima dichiarato giusto.
Negli ultimi anni soprattutto la ricerca finlandese sulla teologia di Lutero ha enfatizzato che l’essenza della giustizia della fede è la giustizia di Cristo. Un’espressione di Lutero dice questo in maniera concisa: «In ipsa fide Christus adest». Nella fede stessa Cristo è presente. La fede non soltanto ha l’opera di Cristo come suo oggetto, ma nella fede stessa Cristo è presente; Cristo non è solo “fuori” di noi, ma viene “dentro” di noi. Attraverso la fede, Cristo vive nell’essere umano. Poiché Cristo è la nostra giustizia, noi non solo siamo dichiarati giusti, ma siamo fatti giusti.
L’Allegato alla Dichiarazione ufficiale comune esprime questo con un linguaggio biblico: «Noi siamo in verità e interiormente rinnovati dall’azione dello Spirito Santo, restando sempre dipendenti dalla sua opera in noi. “Quindi se uno è in Cristo, è una creazione nuova: le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove” (2 Cor 5, 17). In questo senso i giustificati non restano peccatori».
San Paolo, alla fine della lettera ai Romani, ribadisce che lui osa parlare soltanto di ciò che Gesù Cristo opera (cfr. Rm 15, 18-19). Se la grazia non operasse un cambiamento reale, non si potrebbe dare nella storia testimonianza reale di Gesù Cristo, ma sarebbe consentita solo una testimonianza verbale, nominale. Si potrebbe solo parlare di Gesù Cristo, e non si potrebbe mostrare ciò che Gesù Cristo opera oggi.
HUOVINEN: La Chiesa luterana ha sempre voluto credere che la parola di Dio per sua natura non è solo “verbale” o “nominale”. Allo stesso modo in cui la parola del Creatore fu all’inizio del mondo una parola creativa, così anche la parola giustificante di Dio continua a essere una parola creativa, che non solo chiama il peccatore a una vita nuova, ma gli dona anche una vita nuova. La parola di Dio non è solo informazione su qualcosa che accade altrove, ma una parola efficace nel mezzo delle nostre vite. Il verbo che noi proclamiamo non sono solo parole, ma è la Parola, Cristo stesso. Parlando degli effetti della parola di Dio Lutero spesso portava l’esempio del risveglio di Lazzaro. Cristo chiamò ad alta voce Lazzaro, che era morto già da quattro giorni e già mandava cattivo odore: «Vieni fuori!». E Lazzaro udì e venne fuori! Che parola creativa ed efficace, è la parola di Cristo!
Il poeta francese Charles Péguy, all’inizio del secolo, vedeva il dramma della cristianità moderna nel fatto di non riconoscere «il mistero e l’operazione della grazia» trasformando così il cristianesimo in una religione per borghesi.
HUOVINEN: Il retaggio razionalistico dell’Illuminismo ha avuto un effetto notevole sul pensiero occidentale, forse più sul protestantesimo che sul pensiero cattolico. Sarebbe un’impresa importante, nel campo della storia delle idee, analizzare che tipo di nozioni filosofiche hanno avuto un’influenza sulla fede cristiana durante gli ultimi due secoli.
Io spesso mi chiedo se noi non abbiamo inconsciamente adottato modi di pensare razionalistici o idealistici, che quindi influenzano la nostra comprensione del contenuto della fede cristiana. Noi dovremmo liberarci dai pregiudizi e avere una collaborazione intensa tra teologi e filosofi.
Una crisi della fede cristiana riguarda il nostro approccio ai misteri della fede. Da un lato io non voglio auspicare un ritorno ad una qualche troppo ingenua fede nei miracoli. D’altro canto mi domando se oggi noi non siamo così totalmente prigionieri della fede nella scienza e nella ragione, da non lasciare spazio nemmeno alla possibilità teorica dei misteri di Dio.
Già la vita in se stessa è un mistero così grande, che il genere umano non può pienamente comprenderla, nonostante tutto il progresso tecnologico avvenuto. Perché allora non essere aperti ai misteri di Dio? Se non viene lasciato nessuno spazio ai misteri di Dio, la fede cristiana viene facilmente ridotta a un generico sistema umano di principi morali, a una sorta di religione civile, o a un umanesimo esistenziale. Tutte alternative che possono dare agli esseri umani nuovi stimoli, ma soddisfano forse le nostre vere domande fondamentali più profonde?
Se per i luterani la salvezza si realizza unicamente attraverso la fede intesa come interiore certezza della salvezza, non c’è il rischio di ridurre la stessa fede a una costruzione psicologica, un sentimento costruito e posseduto dall’uomo, e non invece riconoscimento di un dato oggettivo?
Secondo lo storico Jedin, il Concilio di Trento, denunciando il pericolo di ridurre la fede a una certezza psicologica fabbricata dall’uomo, aveva espresso il giudizio profeticamente più illuminante su tutto il moderno.
HUOVINEN: Il luteranesimo non ha mai inteso considerare la fede soltanto come un movimento intimo dell’anima o uno stato psicologico della mente. L’assicurazione della salvezza è stata fondata sulla parola di Dio e sulla certezza delle sue promesse. Così l’assicurazione della salvezza non significa che l’individuo è personalmente, soggettivamente persuaso, ma che egli pone la sua fiducia nei mezzi della grazia, la parola di Dio e i sacramenti, che sono fuori di lui stesso.
Lutero voleva sottolineare in maniera particolare l’importanza del sacramento del battesimo quando parlava della certezza della salvezza. Io ritengo che lui abbia espresso ciò in maniera puntuale, quando ha detto: «La nostra teologia è certa perché pone noi fuori da noi stessi», theologia nostra certa est quia ponit nos extra nos. Lutero era critico nei confronti di una comprensione della dottrina cristiana che appoggiasse troppo la fede su realtà psicologiche. Lui voleva fondare la fede su qualcosa di totalmente oggettivo: la parola di Dio e i sacramenti.
La cristianità moderna soffre di un approccio alla fede che si concentra in maniera troppo angusta sul soggetto. Questo approccio può essere razionalistico, come nel caso dell’Illuminismo, o esperienziale, come nelle diverse versioni filosofiche del romanticismo.
Attualmente ho spesso la sensazione che il concentrarsi sull’individuo ha rafforzato la sua influenza negli anni recenti, sia nel pensiero economico neoliberale sia nelle concezioni individualistiche della cultura. Ma questa non è un’opinione di Lutero! La dottrina della giustificazione e la Dichiarazione congiunta possono servire come fattori di trasformazione: l’essere umano non è il centro del mondo.
Per secoli la Chiesa indivisa ha amministrato il sacramento della penitenza proprio come gesto con cui il battezzato, che a causa del peccato ha perso la grazia, può essere nuovamente giustificato. Questo sacramento, distinto da quello del battesimo, permette di ricuperare la giustizia perduta. Che posto occupa nella prospettiva riformata tale sacramento?
HUOVINEN: La relazione tra i sacramenti del battesimo e della penitenza è un argomento dottrinale che noi come Chiese abbiamo discusso abbastanza poco. Lutero sottolineava il carattere unico e sufficiente del battesimo. Lui ha addirittura potuto dire – per usare una terminologia cattolica – che il battesimo è un character indelebilis, un segno che non può essere cancellato. Una persona che decade dalla grazia del battesimo, che metaforicamente parlando scivola fuori dalla barca del battesimo, non ha bisogno di una nuova grazia, di un qualche altro legno oltre la barca del battesimo. Il rinnovamento attraverso la confessione significa ritornare ogni giorno alla grazia del battesimo.
Sulla base della sua comprensione della vita cristiana Lutero intendeva valorizzare anche il sacramento della penitenza. Era chiaro a Lutero che la confessione è una parte essenziale della vita cristiana. Lui diceva: «Quando io ti esorto ad andare a confessarti, ti esorto a essere un cristiano». È per questo che i testi confessionali luterani concepiscono la confessione e l’assoluzione dei peccati come il terzo sacramento, in aggiunta al battesimo e all’eucarestia. Alle Chiese rimane molto da discutere e da imparare reciprocamente riguardo alla relazione tra il battesimo e la penitenza.
La Chiesa luterana in Danimarca è una delle poche Chiese luterane che non firmerà il documento. Una delle principali obiezioni al documento in Danimarca è stata che esso ha a che fare con questioni di politica ecclesiastica e non con l’ecumenismo. Qual è la vostra opinione a riguardo?
HUOVINEN: Alcune Chiese luterane hanno sollevato questioni critiche, se sia stato realmente raggiunto un consenso sulle verità fondamentali della dottrina della giustificazione. Comunque alcune di queste Chiese si augurano che le condanne dottrinali possano in ogni caso essere dichiarate come non applicabili. Io credo e spero che anche queste Chiese luterane possano camminare insieme per mano con la grande maggioranza delle Chiese luterane.
Cosa firmeranno precisamente la Chiesa cattolica e le Comunità luterane?
HUOVINEN: La firma conferma innanzitutto la Dichiarazione congiunta, alla quale sono aggiunte la Dichiarazione ufficiale comune e l’Allegato. Noi potremmo dire che questi documenti aggiuntivi ci introducono alla lettura della stessa Dichiarazione congiunta. Il documento teologico effettivo è la Dichiarazione congiunta, mentre la Dichiarazione ufficiale comune e il suo Allegato chiarificano la natura dell’approvazione della Dichiarazione congiunta. Io credo che dovremmo evitare di generare una tensione artificiale tra questi documenti. Si tratta di un processo, di un cammino sul quale noi vogliamo procedere fino all’unità visibile.
La data e il luogo in cui verrà posta la firma sono simbolicamente di buon auspicio. La Dichiarazione congiunta sarà sottoscritta ad Augusta, che è una città molto importante per i luterani, poiché il fondamentale documento dottrinale della Riforma luterana fu prodotto lì. Il fatto che stiamo per incontrarci lì è un segno di reciproca riconciliazione. La firma avrà luogo il 31 ottobre, che per i luterani è la festa della Riforma e per cattolici la vigilia della festa di Ognissanti.
La Dichiarazione congiunta, a parere di alcuni luterani, ha causato guasti nel mondo luterano. I luterani sono soliti pensare di essere d’accordo su quella che loro hanno sempre considerato la verità dottrinale più importante, quella della giustificazione per sola grazia. Adesso si vede che anche i luterani stessi sono in disaccordo quando essi vogliono esplicitare cosa questo significa veramente, specialmente quando si arriva alla relazione tra favor Dei e gratia infusa. C’è in realtà una sola dottrina luterana della giustificazione?
HUOVINEN: In realtà non è un mistero che ci siano differenti sottolineature teologiche sia in campo luterano che cattolico. Io ricordo dai primi tempi dei miei studi teologici come la Chiesa cattolica fosse descritta come una complexio oppositorum. Anche oggi è in atto una discussione sulla tensione tra Chiesa universale e Chiese locali nella Chiesa cattolica.
È possibile che le diversità siano ancora maggiori all’interno delle Chiese luterane. Ci sono differenti sottolineature anche riguardo alla dottrina della giustificazione. (Gratia infusa, per inciso, non è affatto un’idea estranea a Lutero come hanno spesso sostenuto diversi studi protestanti. Lutero impiega di certo questa nozione in una maniera positiva, pur dando ad essa un proprio significato. Ma qui occorrerebbe un’analisi profonda delle fonti teologiche della Riforma).
Può darsi che la maggiore tentazione per noi luterani nei tempi moderni sia quell’individualismo al quale accennavo prima. Lutero stesso non era un individualista (al contrario!). Ma nel protestantesimo moderno ci sono tendenze individualistiche che risalgono all’Illuminismo.
A volte si ha la sensazione che ogni individuo voglia formulare una propria versione della giustificazione che si adegui al proprio gusto personale. Io penso che noi luterani abbiamo bisogno di qualcosa come un maggior senso della comunità e una maggior disponibilità ad immergerci nelle fonti della nostra fede. La fede cristiana è una religione storica, con i suoi propri punti di partenza. Se vogliamo preservare la nostra identità, non possiamo creare una nuova cristianità.
Concludendo, voglio esprimere la mia sincera gratitudine per aver avuto l’opportunità di rispondere alle domande sostanziali e teologicamente accurate poste da 30Giorni. Spero che attraverso questo dialogo noi possiamo contribuire insieme ai tentativi per far sì che la fede comune, che unisce le nostre Chiese, sia meglio compresa nel nostro tempo.