Helmut Kohl in Campidoglio
Giulio Andreotti
Non è davvero per la gioia e l’onore che
mi ha arrecato il caldo saluto personale con cui Helmut Kohl ha iniziato il
suo discorso romano che considero questa venuta in Italia del leader della
Democrazia cristiana tedesca come un evento di grande portata.
Kohl è la migliore risposta polemica a chi considera concettualmente superato il modello politico democristiano. Non si poteva, di certo, ripromettere di richiamare all’unità il gregge disperso di quello che fu il partito di De Gasperi. Non a caso ha riservato gran parte della sua esposizione ai giovani, invitando tutti a farsi carico dei motivi profondi per cui ci si deve dedicare a dare alle generazioni nuove, che sembrano disorientate, l’apporto conoscitivo del passato (la memoria) e la fondata prospettiva di un avvenire sempre più integrato. Rifacendosi ai tempi della sua giovinezza, quando a distanza di pochi chilometri un ragazzo francese doveva farsi da parte per lasciar passare il dominante ufficiale tedesco e, dall’altro lato, lo stesso avveniva per un giovane germanico. La incomunicabilità – a parte queste esasperazioni del momento bellico – era radicata e sembrava insuperabile. Da questo è partito per ripercorrere la grandiosa marcia europea. Si è soffermato in particolare su tre aspetti.

Innanzitutto una spinta a non arrendersi mai dinanzi
alle difficoltà, anche quando sembrano ostative. Un anno fa –
ha esemplificato – ben pochi in Germania ritenevano possibile che
l’Italia ce la facesse a mettersi in regola per entrare
nell’euro fin dagli inizi. Invece il colpo di reni necessario
è stato dato. Dal 1957 in poi i momenti di cosiddetto europessimismo sono stati
frequenti. La risposta è venuta prima di tutto dalla progressiva
crescita di dimensioni della Comunità-Unione. Il coraggio dei sei
Stati fondatori fu premiato. Senza l’Inghilterra, anzi con una chiara
opposizione britannica, apparvero persino velleitari. Ma in breve tempo si
restrinse la portata del canale della Manica: Londra entrò nella
Comunità e, se anche nelle successive fasi di sviluppo si
riservò tempi più lunghi (come per il sistema monetario),
è legittimato ora il cancelliere Kohl a dire: «La City
è già nell’euro e non si sa perché non dovrebbe
venire Downing Street n. 10».
L’ampliamento dell’Europa unita ha suggerito a Kohl una considerazione che guarda lontano. Da un lato ha ricordato che i Paesi che erano ingabbiati nella rete sovietica venivano da noi incoraggiati a prefigurarsi una prospettiva di comuni intese con noi quando fosse crollato l’impero dell’Est (e ha citato la Polonia e i Paesi baltici); nello stesso tempo non si capisce una vera stabilizzazione anche della regione balcanica al di fuori di una più vasta Europa unita. A chi obietta che le condizioni strutturali di base di questi Paesi sono ben lontane dagli standard europei che ci siamo dati, si deve rispondere sia ricordando che anche per alcuni degli Stati membri passarono periodi di transizione di dieci anni e più, sia invitando a guardare il cammino fatto da una delle Repubbliche ex iugoslave, la Slovenia, che è già matura per entrare. Nessuno ignora gli allarmi e i timori che il persistente ipernazionalismo di qualche area suscita; ma l’unica strada per acquisirle alla stabilità e alla pace è quella della grande Europa: «La Germania è la mia patria», ha detto Kohl, «ma l’Europa è il mio avvenire».
Una Europa che non può essere di parte e che deve realizzare nel Parlamento di Strasburgo una integrazione che superi il frazionismo interno dei singoli Stati. Quando sente dire che l’Europa o sarà socialista o non sarà, reagisce radicalmente perché questo significa non aver compreso affatto la novità che l’Unione comporta. L’allargamento, del resto, prima ancora di essere una questione politica è una questione morale.
Apriamo il terzo millennio – senza nulla togliere alla drammaticità della attuale crisi del Kosovo – con un bilancio di quest’ultimo secondo mezzo secolo fortemente positivo. Abbiamo cancellato la dittatura rossa e quella marrone (noi diciamo nera) e dobbiamo acquisire sempre di più la coscienza del pluralismo. Su questo va impostato il futuro.
Con una immagine semplice Kohl ha detto che dopo le fondamenta si è edificata piano per piano una casa comune. Oggi dobbiamo dar mano al tetto di questa opera grandiosa; il che – tradotto in termini concreti – significa l’effettiva Pesc (Politica estera e di sicurezza comune) e l’adempimento di quanto ancora manca degli impegni di Maastricht, perfezionati e ampliati nel Trattato di Amsterdam.
L’unico accenno, indiretto, alla situazione interna italiana, oltre a un elogio al nuovo presidente Ciampi – che ben conosce e di cui ha apprezzato sempre il lavoro europeo – e a un convinto augurio per il lavoro di Prodi nella Commissione, è stato: «Nel corso della mia vita politica non in tutti i momenti ho sentito fortemente vicino lo Spirito Santo; ancor meno quando dovevo lavorare insieme al mio amico Strauss. Ma ho sempre avvertito come stimolante e qualificante la nostra dottrina popolare cristiana».
Ora, ha concluso, non è più nella milizia politica diretta; per sette volte – nel Palatinato prima e poi nella nazione – ha visto il successo delle sue campagne elettorali, l’ottava non è stato così. Gli si addice un ruolo di testimone, di incitatore, di pellegrino dell’europeismo.
Non ha voluto accettare la candidatura alla presidenza del Partito popolare europeo; ma nessuno dubita che sia nel Ppe sia nel suo gruppo al Parlamento europeo Kohl rimanga il punto di riferimento più autorevole e prestigioso, non solo nell’ambito della Germania della quale ha gestito con coraggio e saggezza la difficile riunificazione.
Erede di De Gasperi, Adenauer, Schuman
Dalla presentazione di Helmut Kohl fatta dal professor Pellegrino Capaldo, presidente del Movimento europeo popolare
«Alla fine, le democrazie hanno vinto anche perché hanno saputo coniugare l’idea di libertà con quella europea, dimostrando che il grado di sviluppo economico, civile, sociale che potevano raggiungere non era neppure comparabile con quello conseguito dalle società pietrificate nelle ideologie totalitarie.
Gli uomini di Stato che hanno legato il loro nome a questa impresa non erano tutti espressione della cultura dei movimenti popolari. La ricostruzione democratica e morale dell’Europa si deve anche a esponenti dei partiti liberali; a essa non è mancato l’apporto del riformismo socialdemocratico e, in Italia, di rappresentanti della cultura azionista e repubblicana.
È indubbio tuttavia che – per l’affermazione della democrazia e per l’unità europea – un ruolo decisivo ebbero i leader popolari, da De Gasperi a Adenauer a Schuman. L’uomo che più di ogni altro ha saputo raccogliere la loro eredità è Helmut Kohl: siamo lieti di salutarlo oggi; di ringraziarlo per quello che ha fatto per tutti gli europei; gli esprimiamo il nostro augurio per le fatiche che lo attendono nella nuova fase, difficile e incerta, che dovrà affrontare l’Europa».
Kohl è la migliore risposta polemica a chi considera concettualmente superato il modello politico democristiano. Non si poteva, di certo, ripromettere di richiamare all’unità il gregge disperso di quello che fu il partito di De Gasperi. Non a caso ha riservato gran parte della sua esposizione ai giovani, invitando tutti a farsi carico dei motivi profondi per cui ci si deve dedicare a dare alle generazioni nuove, che sembrano disorientate, l’apporto conoscitivo del passato (la memoria) e la fondata prospettiva di un avvenire sempre più integrato. Rifacendosi ai tempi della sua giovinezza, quando a distanza di pochi chilometri un ragazzo francese doveva farsi da parte per lasciar passare il dominante ufficiale tedesco e, dall’altro lato, lo stesso avveniva per un giovane germanico. La incomunicabilità – a parte queste esasperazioni del momento bellico – era radicata e sembrava insuperabile. Da questo è partito per ripercorrere la grandiosa marcia europea. Si è soffermato in particolare su tre aspetti.

Helmut Kohl il 26 maggio in Campidoglio a Roma
L’ampliamento dell’Europa unita ha suggerito a Kohl una considerazione che guarda lontano. Da un lato ha ricordato che i Paesi che erano ingabbiati nella rete sovietica venivano da noi incoraggiati a prefigurarsi una prospettiva di comuni intese con noi quando fosse crollato l’impero dell’Est (e ha citato la Polonia e i Paesi baltici); nello stesso tempo non si capisce una vera stabilizzazione anche della regione balcanica al di fuori di una più vasta Europa unita. A chi obietta che le condizioni strutturali di base di questi Paesi sono ben lontane dagli standard europei che ci siamo dati, si deve rispondere sia ricordando che anche per alcuni degli Stati membri passarono periodi di transizione di dieci anni e più, sia invitando a guardare il cammino fatto da una delle Repubbliche ex iugoslave, la Slovenia, che è già matura per entrare. Nessuno ignora gli allarmi e i timori che il persistente ipernazionalismo di qualche area suscita; ma l’unica strada per acquisirle alla stabilità e alla pace è quella della grande Europa: «La Germania è la mia patria», ha detto Kohl, «ma l’Europa è il mio avvenire».
Una Europa che non può essere di parte e che deve realizzare nel Parlamento di Strasburgo una integrazione che superi il frazionismo interno dei singoli Stati. Quando sente dire che l’Europa o sarà socialista o non sarà, reagisce radicalmente perché questo significa non aver compreso affatto la novità che l’Unione comporta. L’allargamento, del resto, prima ancora di essere una questione politica è una questione morale.
Apriamo il terzo millennio – senza nulla togliere alla drammaticità della attuale crisi del Kosovo – con un bilancio di quest’ultimo secondo mezzo secolo fortemente positivo. Abbiamo cancellato la dittatura rossa e quella marrone (noi diciamo nera) e dobbiamo acquisire sempre di più la coscienza del pluralismo. Su questo va impostato il futuro.
Con una immagine semplice Kohl ha detto che dopo le fondamenta si è edificata piano per piano una casa comune. Oggi dobbiamo dar mano al tetto di questa opera grandiosa; il che – tradotto in termini concreti – significa l’effettiva Pesc (Politica estera e di sicurezza comune) e l’adempimento di quanto ancora manca degli impegni di Maastricht, perfezionati e ampliati nel Trattato di Amsterdam.
L’unico accenno, indiretto, alla situazione interna italiana, oltre a un elogio al nuovo presidente Ciampi – che ben conosce e di cui ha apprezzato sempre il lavoro europeo – e a un convinto augurio per il lavoro di Prodi nella Commissione, è stato: «Nel corso della mia vita politica non in tutti i momenti ho sentito fortemente vicino lo Spirito Santo; ancor meno quando dovevo lavorare insieme al mio amico Strauss. Ma ho sempre avvertito come stimolante e qualificante la nostra dottrina popolare cristiana».
Ora, ha concluso, non è più nella milizia politica diretta; per sette volte – nel Palatinato prima e poi nella nazione – ha visto il successo delle sue campagne elettorali, l’ottava non è stato così. Gli si addice un ruolo di testimone, di incitatore, di pellegrino dell’europeismo.
Non ha voluto accettare la candidatura alla presidenza del Partito popolare europeo; ma nessuno dubita che sia nel Ppe sia nel suo gruppo al Parlamento europeo Kohl rimanga il punto di riferimento più autorevole e prestigioso, non solo nell’ambito della Germania della quale ha gestito con coraggio e saggezza la difficile riunificazione.
Erede di De Gasperi, Adenauer, Schuman
Dalla presentazione di Helmut Kohl fatta dal professor Pellegrino Capaldo, presidente del Movimento europeo popolare
«Alla fine, le democrazie hanno vinto anche perché hanno saputo coniugare l’idea di libertà con quella europea, dimostrando che il grado di sviluppo economico, civile, sociale che potevano raggiungere non era neppure comparabile con quello conseguito dalle società pietrificate nelle ideologie totalitarie.
Gli uomini di Stato che hanno legato il loro nome a questa impresa non erano tutti espressione della cultura dei movimenti popolari. La ricostruzione democratica e morale dell’Europa si deve anche a esponenti dei partiti liberali; a essa non è mancato l’apporto del riformismo socialdemocratico e, in Italia, di rappresentanti della cultura azionista e repubblicana.
È indubbio tuttavia che – per l’affermazione della democrazia e per l’unità europea – un ruolo decisivo ebbero i leader popolari, da De Gasperi a Adenauer a Schuman. L’uomo che più di ogni altro ha saputo raccogliere la loro eredità è Helmut Kohl: siamo lieti di salutarlo oggi; di ringraziarlo per quello che ha fatto per tutti gli europei; gli esprimiamo il nostro augurio per le fatiche che lo attendono nella nuova fase, difficile e incerta, che dovrà affrontare l’Europa».