RASSEGNA STAMPA
Ingerenza umanitaria: quando il fine giustifica i mezzi
Rassegna stampa sul conflitto nei Balcani

Giovanni Paolo II durante la concelebrazione eucaristica con i “Testimoni della carità” in piazza San Pietro il 16 maggio 1999
«Dietro la retorica, motivazioni inconfessate»
«Al di là della retorica con la quale sono presentati questi conflitti, dovrebbe essere chiaro che le atrocità quotidiane sul suolo europeo, nei Balcani, non sono il risultato delle aspirazioni genuine dei popoli. Sono, invece, innescate da motivazioni inconfessate, che rappresentano particolari interessi e forme molto definite di potere». Così papa Wojtyla sulla guerra etica della Nato in Iugoslavia. L’accenno era contenuto nel testo del discorso rivolto il 20 maggio dal Papa al nuovo nunzio dell’Ucraina presso la Santa Sede, la signora Nina Kovalska.
Armi all’Uck
L’uso improprio della Caritas
Nella sua relazione tenuta davanti ai vescovi italiani riuniti in Vaticano per la XLVI assemblea della Cei (17-21 maggio) monsignor Benito Cocchi, arcivescovo di Modena-Nonantola e presidente della Caritas italiana, ha elencato tra le indicazioni recentemente fornite alle Caritas diocesane anche la raccomandazione «all’uso avveduto del nome e del marchio “Caritas” che può prestarsi – al di là della nostra buona fede e talora con veri e propri raggiri – a un utilizzo improprio e strumentale, talora illegale e diffamatorio». Cocchi si è riferito in particolare alla recente vicenda di alcuni carichi di aiuti attribuiti alla Caritas italiana che in realtà nascondevano armi destinate all’Uck.
Guerra etica
Le bombe Nato sono più morali
La pulizia etnica e le bombe della Nato «non possono essere considerate sullo stesso piano: un conto è un’azione di guerra, un altro conto è la pulizia etnica, che presenta una maggiore gravità». Questa l’opinione del cardinale Camillo Ruini, espressa durante la conferenza stampa al termine dei lavori dell’ultima Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (17-21 maggio). Dopo aver suggerito questa personale classificazione, il cardinale vicario di Roma ha aggiunto: «Però preferirei non insistere sulla graduazione della malvagità di un’azione, ma auspicare la fine delle ostilità e il ritorno delle popolazioni espulse nelle loro terre, dove hanno il diritto di abitare».
Vaticano
«Non condanniamo le bombe, ma...»
Il 7 e l’8 maggio si è celebrato a Roma, presso l’hotel Ergife, il quarto Convegno internazionale degli ordinariati militari. Tema: “Il militare chiamato alla perfezione della carità”. La riunione è stata organizzata dall’Ufficio centrale ordinariati militari della Congregazione per i vescovi. Al Convegno hanno partecipato i rappresentanti di 34 (su 39) ordinariati militari. Presente, tra gli altri, il cardinale Nicolás de Jesús López Rodríguez (Santo Domingo). Le relazioni sono state tenute dagli arcivescovi Gaetano Bonicelli (Siena), Angelo Comastri (Loreto), Héctor Miguel Cabrejos Vidarte (Perù), Gáspár Ladocsi (Ungheria).
Nella giornata conclusiva il “ministro degli Esteri” vaticano, l’arcivescovo Jean-Louis Tauran, ha tenuto un discorso sulla guerra dei Balcani. «Nella presente crisi» ha detto il presule francese «la Santa Sede non ha condannato in sé l’operazione che sta andando avanti nel territorio della Iugoslavia. Perché può essere considerata una espressione del diritto e anche del dovere di ingerenza. In verità nessuno Stato oggi può nascondersi dietro il paravento della sovranità nazionale per perpetuare le gravi violazioni dei diritti umani che si sono viste in Kosovo. Infatti questo è uno dei grandi progressi del diritto internazionale negli anni passati. Quando tutte le vie diplomatiche sono state esaurite, coloro che hanno la responsabilità dei destini delle nazioni non hanno altri mezzi che usare la forza per mettere fine alle atrocità, sempre naturalmente in conformità con la Carta delle Nazioni Unite».
«Nel presente caso, comunque» ha proseguito Tauran «ci si può chiedere se: tutte le risorse diplomatiche erano in verità esaurite; le bombe lanciate da cinquemila metri sono il mezzo più adeguato per difendere le popolazioni in pericolo nelle loro terre; il fatto di mettere da parte le Nazioni Unite era giustificato; c’è una proporzione tra il male che deve essere sradicato e la distruzione di massa in atto in Iugoslavia. Queste sono domande che chiunque può fare, ma, naturalmente, la responsabilità di tale scelta rimane di coloro che hanno giudicato opportuno intraprendere questo tipo di azione. Speriamo che abbiano preso questa decisione dopo aver soppesato tutte queste domande e le conseguenze».
«Per come stanno oggi le cose è importante, e questa è la posizione della Santa Sede, che: le Nazioni Unite siano pienamente reinserite sulla scena; la Russia continui a giocare il suo ruolo chiave di mantenimento dei contatti con tutte le parti alla ricerca di una soluzione negoziata; i testi della Osce che riguardano i diritti delle minoranze nazionali siano pienamente messi in pratica; ogni iniziativa per fermare il conflitto debba includere passi simultanei affinché nessuno si senta umiliato. In questo contesto potrebbe aver luogo il seguente scenario: la cessazione delle attività militari e della pulizia etnica da parte dell’esercito e delle forze di polizia iugoslavi in Kosovo; la cessazione dei bombardamenti Nato; il ritorno dei rifugiati e degli espatriati nelle loro case sotto la protezione di una forza internazionale di mantenimento della pace che abbia la fiducia di tutte le parti».
Geremek
«Ci sono pochi dubbi in Polonia che i bombardamenti della Nato sono giustificati»
«La Polonia non prova gioia in ciò che sta accadendo. Ma ci sono pochi dubbi in Polonia che i bombardamenti della Nato sono giustificati» e questo perché «sin dalla sua rinascita, nel 1989, la Polonia è un Paese che ha attribuito suprema importanza ai diritti umani». Con questa analisi Bronislaw Geremek, ministro degli Esteri della Polonia, giustifica, in un’intervista al settimanale americano Newsweek del 10 maggio, l’unanime consenso all’intervento della Nato che si registra fra le forze politiche e sociali e nell’opinione pubblica del suo Paese. L’appoggio pieno ai raid della Nato accomuna trasversalmente le posizioni di diversi leader intellettuali e politici polacchi. Anche il cattolico Tadeusz Mazowiecki, che è stato il primo premier polacco dell’era postcomunista, in un’intervista pubblicata sul quotidiano italiano Il Giornale il 10 maggio scorso, ha affermato: «Spero nella pace, purché sia pace vera, o altrimenti che si vada fino in fondo, e allora sarebbe inevitabile intervenire con truppe di terra». Analoghe considerazioni a favore dell’intervento Nato erano state espresse in precedenza anche dal premier postcomunista Aleksander Kwasniewski, mentre dai vescovi polacchi non è venuta alcuna rilevante critica su modalità ed effetti dei raid dei Paesi alleati contro la Serbia.
Americani contro/1
Kissinger: è un nuovo disordine mondiale
In un intervento intitolato significativamente New world disorder (nuovo disordine mondiale) pubblicato dal settimanale Newsweek che porta la data del 31 maggio (e ripreso da La Stampa), l’ex segretario di Stato repubblicano Henry Kissinger ha lanciato le sue bombe intelligenti sulla strategia bellicista di Madeleine K. Albright. Secondo Kissinger «in ogni fase della tragedia del Kosovo altre combinazioni di diplomazia e di forza erano disponibili ma non sono mai state esaminate seriamente». Si è preferito prendere la strada di una guerra che, secondo Kissinger, «rivendica una sua moralità solo da quote superiori ai cinquemila metri, e che nel suo svolgimento devasta la Serbia e rende il Kosovo invivibile». Nell’articolo Kissinger attacca lo staff di consiglieri di Clinton, «ossessivamente guidato dai sondaggi d’opinione» e «sempre tentato di trattare la politica estera come estensione della politica interna». Anche sul piano delle coperture ideologiche della guerra balcanica, Kissinger smonta la retorica secondo cui le bombe fatte piovere su fabbriche, case, ponti e ospedali ammazzerebbero in nome dei diritti umani: «Perché allora non siamo intervenuti in Algeria, Sierra Leone, Croazia, Ruanda, nel Caucaso e in altre regioni? E quale tipo di umanesimo esprime la riluttanza a patire perdite militari, devastando l’economia civile dell’avversario per i prossimi decenni?». Da navigato esperto di politica estera, Kissinger esprime preoccupazione anche per le ricadute geopolitiche della guerra dei Balcani, col possibile isolamento degli Usa nel ruolo di solitaria potenza egemone: «In Russia, uno scandalizzato senso di umiliazione rispetto alle azioni della Nato si è diffuso largamente dalle élites alla popolazione e minaccia di danneggiare le relazioni russo-americane negli anni a venire. A Pechino, la virulenta reazione al bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado ha innescato altre frustrazioni dentro le travagliate vicende che si sono accumulate da molti mesi nelle relazioni sino-americane. E in Europa, l’apparente unità dell’Alleanza Atlantica è divenuta fragile: alleati-chiave stanno cercando di trovare una via d’uscita; le opposizioni interne stanno crescendo; i membri dell’Europa centrale recentemente ammessi sono imbarazzati per il fatto che la loro prima attività come alleati è parte di una guerra iniziata dalla Nato... La trasformazione dell’Alleanza da un raggruppamento di difesa militare in un’istituzione finalizzata a imporre i suoi valori con la forza è avvenuta negli stessi mesi in cui tre Paesi ex satelliti sovietici si sono uniti alla Nato. Ciò smentisce radicalmente le ripetute assicurazioni americane e alleate secondo cui la Russia non avrebbe nulla da temere dall’espansione della Nato, in quanto lo statuto proprio dell’Alleanza stabilisce che essa è un’istituzione esclusivamente difensiva».
Americani contro/2
Carter: la nostra distruzione della vita civile è diventata insensata e troppo brutale
Anche un altro grande ex, il democratico Jimmy Carter, presidente Usa dal ’77 all’81, in un intervento sul New York Times (ripreso dal quotidiano torinese La Stampa il 28 maggio) ha espresso critiche sulle strategie e i metodi perseguiti dall’amministrazione Clinton nella guerra in Iugoslavia. Scrive, tra l’altro, Carter: «In Serbia una comunità internazionale si pone l’ammirevole obiettivo di proteggere i diritti dei kosovari e mettere fine alla brutalità politica di Slobodan Milosevic. Ma la decisione di attaccare l’intero Paese è stata controproducente e la nostra distruzione della vita civile è diventata insensata e troppo brutale […]. Anche per l’unica potenza del mondo, i fini non sempre giustificano i mezzi».
Americani contro/3
Cardinale Law: definire le vittime come un “danno collaterale” non giustifica le bombe
In un incisivo intervento che porta la data del 14 maggio, pubblicato sul settimanale diocesano The Pilot, il cardinale arcivescovo di Boston, Bernard Francis Law, entra nel merito delle opzioni pratiche che si aprono di fronte all’estenuante protrarsi dei bombardamenti. Scrive il cardinale: «Non è questo il momento e il posto di dibattere sulla moralità della decisione della Nato di intervenire. È appropriato e urgente chiedersi, tuttavia, se i bombardamenti debbano continuare. Io sarei del parere che debbano cessare, e che sia necessario concentrare tutti gli sforzi su una soluzione diplomatica». Law invita a non dimenticare che il Kosovo è parte della Iugoslavia, e che «le radici e le memorie della Serbia sono legate al Kosovo». Inoltre ritiene necessario superare ogni rigido oltranzismo e valorizzare ogni apertura da parte serba: anche soltanto un parziale ritiro di truppe serbe, «benché non sia sufficiente a garantire la sicurezza del ritorno dei profughi, è un inizio che dovrebbe essere riconosciuto. C’è bisogno di una verifica imparziale di tale dichiarazione d’intenti. Se essa fosse verificata si dovrebbe riconoscere ciò come un passo positivo». Il cardinale Law aggiunge che «il bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado conferma la discutibile giustificazione morale della campagna aerea della Nato. Non solo ci sono stati morti tra i cinesi e il palazzo dell’ambasciata è stato distrutto, ma il giorno prima un ospedale era stato casualmente colpito; ci sono altri esempi di vittime tra i civili. Definire queste vittime come un “danno collaterale” non giustifica le bombe». Inoltre, citando il Catechismo della Chiesa cattolica, Law respinge il tentativo di giustificare i raid Nato con la dottrina della “guerra giusta”. Le strette condizioni per legittimare un’azione militare (impraticabilità di altre vie per risolvere i problemi, serie prospettive di rapido successo, obbligo di non provocare un male maggiore di quello che si dice di voler eliminare), secondo il porporato non si sono verificate nel caso della guerra in Iugoslavia. Law conclude la sua lettera notando che «c’è stata un’invasiva retorica bellica tutta protesa a “vincere” e timorosa di “perdere”. In realtà, non ci sono vincitori in questa guerra, mentre tutti saranno vincitori con la pace».
Americani contro/4
Cardinale O’Connor: «È estremamente difficile, se non impossibile, giustificare il modo in cui viene condotta questa guerra»
Anche un altro principe della Chiesa americana, il cardinale arcivescovo di New York John J. O’Connor, è tornato a esporre la dottrina della guerra giusta così come è definita nel Catechismo della Chiesa cattolica, per far risaltare che tale dottrina non può essere strumentalizzata per giustificare l’intervento alleato in Serbia. Lo ha fatto in un intervento sul settimanale diocesano Catholic New York del 29 aprile. Pur riconoscendo la necessità di fermare anche con la forza le brutalità che si stavano compiendo in Kosovo, O’Connor mette in questione i metodi attuati nell’intervento: «Per me è difficile rispondere alla domanda se uno di questi argomenti (le “ragioni” dell’intervento) o anche tutti essi presi nel loro complesso, possano spiegare in maniera soddisfacente perché noi sembriamo impegnati a distruggere un Paese. I bombardamenti in cui siamo impegnati si accordano al criterio per cui “l’uso delle armi non deve produrre mali e disordini maggiori di quelli che devono essere eliminati”? Rispondono al criterio secondo cui “ci devono essere serie prospettive di successo?” […]. Possiamo dire onestamente che il tipo di bombardamenti in cui siamo evidentemente impegnati include solo attacchi chirurgici, senza serio pericolo di distruzione indiscriminata, che implichi la morte di esseri umani innocenti?». L’arcivescovo di New York, che conosce bene la vita militare, avendo passato 27 anni in servizio militare attivo, divenendo ammiraglio di marina, aggiunge: «Io posso solo sperare e pregare che il governo degli Stati Uniti e dei Paesi della Nato stiano seriamente ponendosi queste domande. È forse sufficiente dire a tutto il mondo “fidatevi di noi”? È adeguato dire “abbiate pazienza, vi promettiamo che i bombardamenti avranno effetto se noi li continuiamo per un periodo abbastanza lungo”? Possono forse gli “effetti collaterali” essere liquidati con una semplice richiesta di scuse, o come una conseguenza necessaria dell’uso della forza armata?». Anche nella sua omelia della messa di domenica 30 maggio il cardinale O’Connor è tornato sull’argomento, ribadendo che «è estremamente difficile, se non impossibile, giustificare il modo in cui viene condotta questa guerra».