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SUDAFRICA
tratto dal n. 05 - 1999

ANALISI. Il Sudafrica visto da Antonio Rubbi

…“un inglese di colore”


Dopo le elezioni del 2 giugno per milioni di nullatenenti sudafricani arrivano anni di politiche sociali moderate guidate dal successore di Mandela, Thabo Mbeki, soprannominato…


di Giovanni Cubeddu


Papa Wojtyla aveva inteso dare una prova di irriducibile coerenza quando nel 1988 si rifiutò di baciare la terra sudafricana. L’atterraggio a Johannesburg era stato un fuori programma dovuto al maltempo, durante un trasferimento dallo Zimbabwe al Lesotho nel suo tour africano. Il Papa non aveva voluto curarsi neppure del ministro degli Esteri sudafricano Pik Botha, affannosamente giunto in aeroporto a fare gli onori di casa. All’epoca Nelson Mandela, il simbolo mondiale della resistenza nera, era ancora in carcere, benché la Chiesa – voce eminente nel coro internazionale a difesa dei diritti umani – avesse più volte chiesto la fine dell’apartheid. Con quel diniego Giovanni Paolo II rimarcava la posizione vaticana contraria all’apartheid.
Solo nel settembre 1995 il Papa visitò di sua volontà la Repubblica Sudafricana, accolto stavolta dal presidente Mandela. In quel Paese, impegnato nelle sue riconciliazioni etnica e sociale, lanciò la «sfida della solidarietà» e si protese già allora verso il 2000 affermando che «i popoli e le religioni non possono arrivare divisi al Grande Giubileo». Quella “sfida”, raccolta da Mandela, sta ora per passare nelle mani del suo successore designato, l’attuale vicepresidente Thabo Mbeki, cui spetterà di mantenere tutte le promesse che alimentarono la ribellione nera e che hanno avuto una realizzazione molto parziale.

Chi viene e chi va. Thabo Mbeki e Nelson Mandela

Chi viene e chi va. Thabo Mbeki e Nelson Mandela

Attese messianiche e povertà reali
Il 2 giugno i sudafricani si sono recati alle urne. Questa data segna il passaggio dall’ottimismo alla realtà. Infatti, benché il partito di Mandela e Mbeki (l’Anc, African National Congress, storico protagonista delle lotte antirazziali), sia destinato a mantenere la maggioranza parlamentare, resta una certa disillusione latente dopo il periodo di lotte e attese “messianiche”. I milioni di nullatenenti che popolano un Paese dalle immense risorse naturali (sfruttate per lo più da concessionarie estere) sanno che li attendono politiche di risanamento moderate, ammiccanti più alla “terza via” blairiana che non a un’auspicata massiccia politica sociale. Non a caso, Thabo Mbeki è stato soprannominato “un inglese di colore”.
Antonio Rubbi, scrittore e analista internazionale, già responsabile Esteri del Pci, è un grande esperto di Sudafrica (Il Sud Africa di Nelson Mandela, Milano, Teti Editore, 1998, è il suo ultimo libro). Gli abbiamo chiesto di commentare la svolta che il Sudafrica vive. «Il passaggio di tutti i poteri a Thabo Mbeki è stato preparato in modo accurato e non credo comporterà traumi», spiega Rubbi. «È un altro dei molti meriti di Mandela, che si è preoccupato da tempo della successione: ci sono democrazie ben più evolute che dovrebbero riflettere su questo». Restano però tutte le incognite legate alle estreme difficoltà economiche e sociali, che hanno suscitato il malcontento delle Chiese cristiane sudafricane verso la gestione politica dell’Anc. «Ai 35 milioni di neri vissuti in un regime di segregazione razziale sono stati dati libertà, diritti umani, dignità, una nazione democratica, il governo del Paese. Ma non ancora, com’è nell’attesa, il lavoro, la casa, l’acqua, la sanità e l’istruzione di massa», dice Rubbi. «Conquiste che necessitano tempi certamente più lunghi rispetto all’impellenza dei bisogni. Attorno alla soluzione di questi problemi si giocherà drammaticamente la grande scommessa aperta nel nuovo Sudafrica, democratico e plurirazziale». E non pochi temono che al fallimento delle riforme possa seguire un fase di instabilità, pericolosa per tutto il continente nero.

Gheddafi ringrazia
Mandela «è un patrimonio troppo prezioso per il Sudafrica e per l’Africa intera per poter pensare di farne a meno, finché la salute lo sorreggerà», sottolinea Rubbi. La sua azione di pace nel continente africano (e non solo) è stata intensa ed efficace. Vi sono esempi significativi: «Mandela ha compiuto l’ennesimo miracolo convincendo Gheddafi a consegnare i due accusati della strage di Lockerbie per sottoporli al giusto processo, liberando così la Libia dalle sanzioni Onu in vigore dal lontano ’92. Lui, del resto, era uno dei pochi ad avere le carte in regola per ottenere tale risultato. A Clinton aveva chiaramente fatto intendere che non avrebbe abbandonato i vecchi amici che lo avevano aiutato nella lotta contro l’apartheid, citando segnatamente Cuba, Iran e Libia. Con Gheddafi ha fatto valere quel principio di “giustizia nella verità” che si è sforzato di affermare in questi anni in Sudafrica per sanare le ferite del passato. Il suo carisma e la sua levatura morale sono tali che a lui si rivolgono i Paesi dell’Africa meridionale per cercare di superare per via negoziale i laceranti e sanguinosi conflitti che li dilaniano. È il caso del Congo, dell’Angola, dell’ex Zaire, dei Paesi della regione dei Grandi Laghi». Per questo Rubbi non è il solo a sperare che «se il futuro vedesse impegnato Mandela nell’Oua, Organizzazione dell’unità africana, il continente africano, oggi derelitto e ai margini della vita internazionale, potrebbe vedere avviato il suo “rinascimento”». E il vecchio leader Mandela potrebbe così tentare di aiutare il Sudafrica di Thabo Mbeki a non deludere le aspettative dei Paesi vicini e amici (che ancora attendono da parte sudafricana un vero impegno a creare un autentico mercato comune nell’Africa australe).

Il primo è stato Paolo VI
Nel libro di Rubbi si trovano molteplici accenni all’atteggiamento vaticano verso la questione sudafricana.
Durante l’apartheid, la Santa Sede si è spesso trovata a dover placare iniziative clamorose della Conferenza episcopale sudafricana. Come ad esempio quella di voler dichiarare addirittura illegittimo il governo bianco retto da Frederic De Klerk. Era l’estate dell’88 e, se non fosse stato per la prontezza della Segreteria di Stato nel capire la gravità della situazione e richiedere un intervento diretto del Papa per bloccare i presuli sudafricani, ne sarebbero certo scaturiti gravi tensioni e incidenti.
Così oggi Rubbi ricorda l’insieme dell’azione vaticana: «Nell’impegno antiapartheid la Chiesa ha avuto un ruolo di primo piano, come anche nelle lotte anticoloniali dei Paesi dell’Africa australe. Paolo VI, ancor prima di Giovanni Paolo II, aveva aperto il portone del Vaticano ai capi della guerriglia creando indignazione e sgomento tra i sostenitori del vecchio ordine. Karol Wojtyla è andato oltre». Come? «Instaurando un dialogo permanente con i Paesi e le varie religioni del continente africano ed assumendo nella sua missione ecumenica gli aneliti di libertà, di solidarietà e di giustizia umana di quei popoli. Non può spettare naturalmente ad un ente morale com’è la Chiesa dare le soluzioni concrete. Questo spetta alla comunità internazionale, alla politica, ai governi». Ma qui, conclude con realismo Rubbi, «purtroppo, i ritardi sono ancora immensi». Nonostante Mandela.


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