OPINIONI. Il conflitto visto da Mosca
Il mercato globale ha bisogno della forza
La globalizzazione americana, che ha palesato le sue prime crepe, non è sostenibile senza usare il bastone del comando
di Giulietto Chiesa
Ma è davvero, questa di Iugoslavia, la
“prima guerra della sinistra”? Forse sì, almeno contando
il numero dei governi di sinistra che l’hanno appoggiata, sostenuta,
resa possibile. Ma, a meno di non considerare Bill Clinton, Jacques Chirac,
Silvio Berlusconi come uomini di sinistra, si dovrebbe concludere –
come minimo – che si tratti di una santa alleanza in cui destra e
sinistra dell’Occidente hanno trovato un denominatore comune, il
carattere “umanitario” della guerra.
Dopo oltre un mese di bombardamenti, di fronte al disastro umanitario, che è stato amplificato a dismisura, questo denominatore comune vacilla. Il fatto poi che si continui rivela che esso non era la reale motivazione, bensì una maldestra copertura di una complessa serie di “ragioni” che hanno reso questa guerra “necessaria”. Necessaria per la sopravvivenza stessa dell’Occidente quale esso è oggi, e per la sua leadership americana.

Se la posta in gioco non fosse stata così grande
non si capirebbe la sproporzione, davvero impressionante, inedita,
inspiegabile altrimenti, tra la potenza dispiegata dai reggitori del mondo
e il tutto sommato minuscolo, secondario, insignificante obiettivo
“umanitario” dei meno di due milioni di albanesi del Kosovo; e
quello altrettanto minuscolo del dittatore Milosevic e degli undici milioni
di serbi che costituivano la pagliuzza da togliere dall’occhio
dell’Europa.
Perché, dunque, la guerra è “precipitata” in Iugoslavia, come una reazione chimica che si scatena all’improvviso non appena si presenti il giusto catalizzatore? Perché gli aneliti umanitari di Clinton si sono manifestati solo a questo stadio e non, ad esempio, in difesa del popolo ceceno massacrato da Boris Eltsin appena due anni fa?
Si è risposto – a queste e altre analoghe obiezioni – dicendo che “a un certo momento bisognava dire basta”. Spiegazione che non spiega nulla e anzi aggrava gli interrogativi. A quale momento? E basta a che cosa? E come è pensabile che i reggitori del mondo ragionino come spazientite comari di fronte al disordine nel cortile?
Non occorre essere Machiavelli per capire che c’erano ragioni diverse, e ben più cogenti. E che uno dei torti di Milosevic, non il più grave ma per lui il più letale, è stato quello di non essersi reso conto che egli era diventato il “test” di sopravvivenza di un intero sistema di potere mondiale. E poiché quest’ultimo, per ora, non morirà, se ne deduce l’inesorabilità dell’annientamento di Milosevic e, con lui, della Iugoslavia, del popolo serbo come pagliuzza, di questo ultimo “buco nero” non normalizzato che resisteva nel centro dell’Europa.
Questa non è infatti la “prima guerra della sinistra”, bensì è il primo “scontro di civiltà” dell’impero americano. La prima prova di forza del nuovo dominio che si è venuto a creare con la scomparsa dell’Unione Sovietica, del Patto di Varsavia, del mondo bipolare. Ecco una delle ragioni dell’eccezionale, smisurata sproporzione tra le forze in campo. Ma perché proprio adesso? Perché non prima? Perché l’America ha impiegato circa dieci anni per mettere in atto questa prova di forza che deve servire a consacrare il nuovo potere agli occhi dell’intero pianeta?
Queste domande implicano spiegazioni complesse che fuoriescono dai limiti di un articolo. Mi limiterò pertanto a una risposta sintetica, a una specie di “modello” interpretativo generale.
L’America (di Clinton, poiché questo arco temporale coincide con i due mandati dell’attuale presidente) ha conosciuto un decennio di trionfi senza precedenti. La sua fiducia nei propri mezzi è andata crescendo di pari passo con la crescita fantastica della “generazione Dow Jones 10.000”; con l’afflusso di 2000 miliardi di dollari in otto anni verso le corporations americane, con la impressionante dinamica delle decine di Silicon Valleys nate nel frattempo. C’è voluto comunque del tempo per misurare in tutta la sua magnificenza l’effetto molteplice della globalizzazione americana.
Eppure la prova di forza, la consacrazione del nuovo potere, avrebbe potuto essere rinviata se, ad un tratto, nell’autunno 1997, la globalizzazione americana non avesse all’improvviso palesato le sue prime crepe. La crisi delle tigri asiatiche mostrò che la finanziarizzazione dell’economia mondiale non avrebbe potuto reggere a lungo senza l’intervento del bastone di cui efficacemente parlò Thomas Friedmann (International Herald Tribune, 20 aprile 1998): «La mano nascosta del mercato globale non funzionerà senza il bastone nascosto. E il bastone nascosto che mantiene sicuro il mondo permettendo alle tecnologie di Silicon Valley di fiorire si chiama esercito degli Stati Uniti, Air Force, Navy and Marine Corps (con l’aiuto, incidentalmente, delle istituzioni globali, come le Nazioni Unite e il Fondo monetario internazionale)».
Da allora la crisi incombe e non ha trovato soluzione, mentre Clinton e Gore hanno bisogno di spiegare al loro elettorato, appunto la “generazione Dow Jones 10.000”, che il livello di consumi cui sono abituati non è sostenibile senza usare il bastone del comando.
Non tutti gli americani lo capiscono, ma Clinton lo sa. E sa anche che la globalizzazione trionfa, la grande giostra truccata della finanza globale continua a girare, ma il ritmo della crescita mondiale decresce, mostrando che Wall Street somiglia sempre più a una mongolfiera piena di aria calda. Negli anni Settanta la crescita del Pil mondiale fu del 4,4%. Negli anni Ottanta fu del 3,4%. Negli anni Novanta andrà bene se toccherà il 3%.
Bisogna dunque mantenere il sistema di una distribuzione ineguale della ricchezza mondiale, a vantaggio di un quinto dell’umanità contro i quattro quinti restanti, non in condizioni di espansione ma di contrazione dei ritmi espansivi.
Il che comporta, in prospettiva, altri scontri, ben più rilevanti di quello iugoslavo: scontri tra civiltà che non possono accettare né i ritmi né i contenuti di questa globalizzazione. Neanche l’Europa può farlo e anche ad essa è indirizzato questo avvertimento. Così si può provare anche a spiegare questa guerra: come una prova generale per tenzoni di gran lunga più aspre e drammatiche. Domani toccherà alla Russia, poi ai grandi centri di altre culture e civiltà di questo pianeta, che saranno presto i cinque sesti, poi i sei settimi.
L’America si sta tagliando tutti i ponti alle spalle e ha costretto l’Europa a fare altrettanto. In questo senso ha già vinto. Ma domani, senza l’Osce, senza l’Onu, senza ammortizzatori che costruiscano compromessi tra interessi legittimi, ci sarà solo il bastone, solo la forza. E allora ci dovremo chiedere non se vale la pena di morire per Pristina, ma se vale la pena di morire arrostiti per consentire agli elettori americani di Al Gore di avere tre automobili per famiglia.
Dopo oltre un mese di bombardamenti, di fronte al disastro umanitario, che è stato amplificato a dismisura, questo denominatore comune vacilla. Il fatto poi che si continui rivela che esso non era la reale motivazione, bensì una maldestra copertura di una complessa serie di “ragioni” che hanno reso questa guerra “necessaria”. Necessaria per la sopravvivenza stessa dell’Occidente quale esso è oggi, e per la sua leadership americana.

Base Raf Fairford, Inghilterra. Un soldato allinea le bombe che andranno poi caricate sugli aerei da guerra Nato
Perché, dunque, la guerra è “precipitata” in Iugoslavia, come una reazione chimica che si scatena all’improvviso non appena si presenti il giusto catalizzatore? Perché gli aneliti umanitari di Clinton si sono manifestati solo a questo stadio e non, ad esempio, in difesa del popolo ceceno massacrato da Boris Eltsin appena due anni fa?
Si è risposto – a queste e altre analoghe obiezioni – dicendo che “a un certo momento bisognava dire basta”. Spiegazione che non spiega nulla e anzi aggrava gli interrogativi. A quale momento? E basta a che cosa? E come è pensabile che i reggitori del mondo ragionino come spazientite comari di fronte al disordine nel cortile?
Non occorre essere Machiavelli per capire che c’erano ragioni diverse, e ben più cogenti. E che uno dei torti di Milosevic, non il più grave ma per lui il più letale, è stato quello di non essersi reso conto che egli era diventato il “test” di sopravvivenza di un intero sistema di potere mondiale. E poiché quest’ultimo, per ora, non morirà, se ne deduce l’inesorabilità dell’annientamento di Milosevic e, con lui, della Iugoslavia, del popolo serbo come pagliuzza, di questo ultimo “buco nero” non normalizzato che resisteva nel centro dell’Europa.
Questa non è infatti la “prima guerra della sinistra”, bensì è il primo “scontro di civiltà” dell’impero americano. La prima prova di forza del nuovo dominio che si è venuto a creare con la scomparsa dell’Unione Sovietica, del Patto di Varsavia, del mondo bipolare. Ecco una delle ragioni dell’eccezionale, smisurata sproporzione tra le forze in campo. Ma perché proprio adesso? Perché non prima? Perché l’America ha impiegato circa dieci anni per mettere in atto questa prova di forza che deve servire a consacrare il nuovo potere agli occhi dell’intero pianeta?
Queste domande implicano spiegazioni complesse che fuoriescono dai limiti di un articolo. Mi limiterò pertanto a una risposta sintetica, a una specie di “modello” interpretativo generale.
L’America (di Clinton, poiché questo arco temporale coincide con i due mandati dell’attuale presidente) ha conosciuto un decennio di trionfi senza precedenti. La sua fiducia nei propri mezzi è andata crescendo di pari passo con la crescita fantastica della “generazione Dow Jones 10.000”; con l’afflusso di 2000 miliardi di dollari in otto anni verso le corporations americane, con la impressionante dinamica delle decine di Silicon Valleys nate nel frattempo. C’è voluto comunque del tempo per misurare in tutta la sua magnificenza l’effetto molteplice della globalizzazione americana.
Eppure la prova di forza, la consacrazione del nuovo potere, avrebbe potuto essere rinviata se, ad un tratto, nell’autunno 1997, la globalizzazione americana non avesse all’improvviso palesato le sue prime crepe. La crisi delle tigri asiatiche mostrò che la finanziarizzazione dell’economia mondiale non avrebbe potuto reggere a lungo senza l’intervento del bastone di cui efficacemente parlò Thomas Friedmann (International Herald Tribune, 20 aprile 1998): «La mano nascosta del mercato globale non funzionerà senza il bastone nascosto. E il bastone nascosto che mantiene sicuro il mondo permettendo alle tecnologie di Silicon Valley di fiorire si chiama esercito degli Stati Uniti, Air Force, Navy and Marine Corps (con l’aiuto, incidentalmente, delle istituzioni globali, come le Nazioni Unite e il Fondo monetario internazionale)».
Da allora la crisi incombe e non ha trovato soluzione, mentre Clinton e Gore hanno bisogno di spiegare al loro elettorato, appunto la “generazione Dow Jones 10.000”, che il livello di consumi cui sono abituati non è sostenibile senza usare il bastone del comando.
Non tutti gli americani lo capiscono, ma Clinton lo sa. E sa anche che la globalizzazione trionfa, la grande giostra truccata della finanza globale continua a girare, ma il ritmo della crescita mondiale decresce, mostrando che Wall Street somiglia sempre più a una mongolfiera piena di aria calda. Negli anni Settanta la crescita del Pil mondiale fu del 4,4%. Negli anni Ottanta fu del 3,4%. Negli anni Novanta andrà bene se toccherà il 3%.
Bisogna dunque mantenere il sistema di una distribuzione ineguale della ricchezza mondiale, a vantaggio di un quinto dell’umanità contro i quattro quinti restanti, non in condizioni di espansione ma di contrazione dei ritmi espansivi.
Il che comporta, in prospettiva, altri scontri, ben più rilevanti di quello iugoslavo: scontri tra civiltà che non possono accettare né i ritmi né i contenuti di questa globalizzazione. Neanche l’Europa può farlo e anche ad essa è indirizzato questo avvertimento. Così si può provare anche a spiegare questa guerra: come una prova generale per tenzoni di gran lunga più aspre e drammatiche. Domani toccherà alla Russia, poi ai grandi centri di altre culture e civiltà di questo pianeta, che saranno presto i cinque sesti, poi i sei settimi.
L’America si sta tagliando tutti i ponti alle spalle e ha costretto l’Europa a fare altrettanto. In questo senso ha già vinto. Ma domani, senza l’Osce, senza l’Onu, senza ammortizzatori che costruiscano compromessi tra interessi legittimi, ci sarà solo il bastone, solo la forza. E allora ci dovremo chiedere non se vale la pena di morire per Pristina, ma se vale la pena di morire arrostiti per consentire agli elettori americani di Al Gore di avere tre automobili per famiglia.