A cena con un amico americano…
Incontro con Maxwell Rabb, ex ambasciatore Usa a Roma
Intervista con Maxwell Rabb di Giovanni Cubeddu
«Accidenti Max!», hanno pensato tutti, meravigliati dalla
vivacità e dal turbinio di giochi e gag innestato dal vecchio
ambasciatore americano. È una serata di metà aprile al centro
di Roma, di fronte alla Basilica di Santa Maria Maggiore, in quella che una
volta era la sede dei Missionari Imperiali Borromeo. Mura che sanno di
Città eterna, in qualche stanza ancora gli antichi crocifissi di
legno, epigrafi alle pareti, una cappella per le preghiere. A fianco, il
salone addobbato a festa per la cena in onore di Max, un amico americano, e
della sua consorte Ruth. Max, ovvero Maxwell Rabb. Moltissimi lo ricordano
come il più longevo ambasciatore degli Stati Uniti in Italia:
dall’81 all’89, nei tempi in cui Ronald Reagan imperava a
Washington, ha occupato la scrivania che oggi è di Thomas Foglietta,
a via Veneto.
La sua giovialità e uno spiritello così mediterraneo e così poco anglosassone lo hanno fatto affezionare allo Stivale, venendone con slancio ricambiato. La cena l’ha organizzata un amico italo-ebreo-libico, Raffaello Fellah, “adrenalinico” ambasciatore informale dell’Italia nel Mediterraneo: uno che sa incontrare faccia a faccia il “diavolo” Gheddafi –“diavolo” almeno per certi ambienti di Washington – per perorare la causa degli ebrei cacciati da Tripoli nel ’67; uno che Arafat ha voluto nominare suo consigliere per quelle iniziative economiche da realizzare congiuntamente con Israele.

Maxwell Rabb ha speso tutta una vita
nell’Amministrazione americana: era già segretario di
gabinetto con il presidente Eisenhower nel ’53. In Italia ha vissuto
i momenti della fine della logica di Yalta e ha imparato gli equilibri del Mare Nostrum. E se dipendesse da
lui, l’Italia siederebbe già come membro permanente nel
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Ma questi sono anche i giorni della guerra in Europa. Gli aerei della Nato – e molti sono statunitensi – sono lì a bombardare una capitale europea a breve distanza dalle coste italiane, da Roma. Viene spontaneo chiedere a Rabb come l’America viva questa guerra, cosa pensa di sé l’unica superpotenza, a dieci anni dal quel “mitico” ’89 che l’ha lanciata nell’attuale ruolo di gendarme del mondo, di fautrice delle “ingerenze umanitarie”. «Nessun dubbio che stiamo vivendo in un nuovo mondo e che all’improvviso gli Stati Uniti siano diventati l’unica superpotenza, militarmente, economicamente e perfino come stile di vita quotidiana. Ma il problema è anche quale risposta a tale situazione sia venuta dall’Europa e dagli altri continenti», puntualizza Rabb. E disegna una giustificazione per la supremazia di Washington: «La posizione degli Stati Uniti in questi ultimi dieci anni è stata e nel futuro sarà molto diversa rispetto ad altri Paesi: siamo oggi l’unico Stato che è una superpotenza ma che non chiede un solo pezzetto di territorio in più! E se perfino quelle regioni del nostro Paese che sono state acquistate nel passato, chiedessero la separazione e la libertà, non sarei del tutto sorpreso che la ottenessero molto presto. Inoltre gli Stati Uniti hanno legami economici ottimi e sono abituati ad aiutare le altre nazioni: non è facile, talvolta, far quello che facciamo noi, e penso che sia un grande vantaggio avere gli Stati Uniti in questa posizione».
Questi sono motivi sufficienti per le ingerenze (umanitarie) americane, ambasciatore Rabb? «Il mondo è grande e ha problemi dappertutto: basta guardare al confronto nucleare tra India e Pakistan, ai Paesi africani in lotta fuori o dentro i propri confini, ed ora all’Europa. Gli Stati Uniti non sono ansiosi di essere coinvolti nel resto del globo. Altri possono pensare che gli americani stiano ficcando il naso in ogni cosa, ma la chiave di tutto è capire che negli ultimi dieci anni, invece, se si guarda bene, gli Stati Uniti non si sono esposti con decisione. Perfino nell’attuale situazione in Iugoslavia non hanno inviato ancora le truppe di terra. In larga misura, i cittadini americani hanno la sensazione che fondamentalmente l’ingerenza non sia un loro affare… Mentre io credo che invece lo sia!». Continua Rabb: «Da una parte il mondo ha bisogno degli Stati Uniti. Se non saranno gli Stati Uniti, chi farà da arbitro? D’altra parte essi non hanno l’intenzione di sobbarcarsi il lavoro di polizia mondiale: il popolo americano non lo vuole, oggi pensa al lavoro, agli affari, ai nuovi legami del mercato globale, vive intensamente questo nostro periodo di crescita economica». Come risolvere questo dilemma? «Io» dice Rabb «suggerisco rispettosamente agli Stati Uniti che se vogliono la pace vi sono occasioni nelle quali debbono intervenire e essere parte dell’intero quadro. Però il mondo deve acconsentire, quasi dicendo: “Siamo felici che gli Stati Uniti ci siano e agiscano così”».
L’antipasto all’italiana, la pizza napoletana e un buon vino rosso non mitigano l’atlantismo di Rabb. Nessun dubbio sulla “necessità” di un’azione dell’Alleanza verso i “dittatori” di turno: «Capisco che lo sviluppo della Nato abbia causato alcune difficoltà, se non addirittura scandalizzato qualcuno. Ma più ci penso e più credo eccezionale che 19 nazioni siano assieme come deterrente verso gente che ha sogni di potenza». Vale per Milosevic ciò che vale per Pinochet, spiega Rabb: «Gli inglesi hanno deciso che Pinochet dovrà essere processato in Spagna. Io non voglio addentrarmi nella questione se ciò sia saggio o no, ma il punto è che, in un modo o in un altro, la tortura e i crimini contro i popoli conducono a guerre interne, guerre che poi si espandono e richiamano altre guerre, che toccano altri Paesi. Queste cose devono essere fermate. Ecco il lavoro degli Stati Uniti, di concerto con altri Paesi amici ed eminenti».
Ma il potere mondiale, questo superpower, è e resterà solo americano, ambasciatore Rabb? Roma è al centro del vecchio continente, e alla fine di questa guerra americana il primo vero traguardo dell’Unione europea sarà di impostare un’autorevole ed unitaria politica estera e di difesa. Risposta: «Certamente non concepisco un futuro in cui gli Stati Uniti debbano essere l’unica superpotenza. Sì, l’Europa può svolgere tale compito molto bene e altri Paesi possono diventare in breve molto forti; e il fattore economico sarà molto importante… Ma se il sorgere di altre superpotenze si legasse al principio del terrorismo, del dominio della forza, allora io dico no!», e il pugno di Max si stringe, in un gesto che ricorda il mitico John Wayne delle scene decisive. «Se dovesse essere così, non mi dispiace che gli Stati Uniti siano tanto forti: non sono perfetti, ma sono certamente un buon esempio di come gestire le mescolanze razziali, i diritti umani. Se l’idea è quella di costruire qualcosa come in India e Pakistan, Paesi vicini che si combattono a colpi di nucleare per il predominio regionale, dico no!».
Tra i leader dei Paesi Nato vi è chi accosta la pulizia etnica all’Olocausto. È d’accordo? «L’Olocausto si impose all’attenzione del mondo dopo che era già finito. Gli Stati Uniti non prestarono allora alcuna attenzione all’Olocausto, il presidente Roosevelt non vi prestò attenzione, sebbene si sapesse che c’era qualcosa che non si stava “gestendo” bene. Credo che da quel momento vi sia stato un tremendo passo in avanti, come conseguenza di tutto ciò. E il prossimo passo sarà la prevenzione, non aspettare a lungo quando accade qualcosa di simile, bensì avere qualche meccanismo per fermarlo».
Anche il dolce è buono, ce ne sono due tipi. A prenderlo è passato anche il sindaco di Roma Rutelli. Poi lo spumante. E Paul Yu, un universitario cinese di Roma, nipote del cardinale cinese creato da papa Montini, nel versarlo all’ambasciatore, colma il bicchiere oltre l’orlo. Momento di imbarazzo. «Che bella doccia!», scherza Max. Roma è davvero una casa per tutti.
La sua giovialità e uno spiritello così mediterraneo e così poco anglosassone lo hanno fatto affezionare allo Stivale, venendone con slancio ricambiato. La cena l’ha organizzata un amico italo-ebreo-libico, Raffaello Fellah, “adrenalinico” ambasciatore informale dell’Italia nel Mediterraneo: uno che sa incontrare faccia a faccia il “diavolo” Gheddafi –“diavolo” almeno per certi ambienti di Washington – per perorare la causa degli ebrei cacciati da Tripoli nel ’67; uno che Arafat ha voluto nominare suo consigliere per quelle iniziative economiche da realizzare congiuntamente con Israele.

La cena in onore di Maxwell Rabb a Roma. Accanto all’ex ambasciatore americano, il senatore Giulio Andreotti e Raffaello Fellah (in piedi nella foto)
Ma questi sono anche i giorni della guerra in Europa. Gli aerei della Nato – e molti sono statunitensi – sono lì a bombardare una capitale europea a breve distanza dalle coste italiane, da Roma. Viene spontaneo chiedere a Rabb come l’America viva questa guerra, cosa pensa di sé l’unica superpotenza, a dieci anni dal quel “mitico” ’89 che l’ha lanciata nell’attuale ruolo di gendarme del mondo, di fautrice delle “ingerenze umanitarie”. «Nessun dubbio che stiamo vivendo in un nuovo mondo e che all’improvviso gli Stati Uniti siano diventati l’unica superpotenza, militarmente, economicamente e perfino come stile di vita quotidiana. Ma il problema è anche quale risposta a tale situazione sia venuta dall’Europa e dagli altri continenti», puntualizza Rabb. E disegna una giustificazione per la supremazia di Washington: «La posizione degli Stati Uniti in questi ultimi dieci anni è stata e nel futuro sarà molto diversa rispetto ad altri Paesi: siamo oggi l’unico Stato che è una superpotenza ma che non chiede un solo pezzetto di territorio in più! E se perfino quelle regioni del nostro Paese che sono state acquistate nel passato, chiedessero la separazione e la libertà, non sarei del tutto sorpreso che la ottenessero molto presto. Inoltre gli Stati Uniti hanno legami economici ottimi e sono abituati ad aiutare le altre nazioni: non è facile, talvolta, far quello che facciamo noi, e penso che sia un grande vantaggio avere gli Stati Uniti in questa posizione».
Questi sono motivi sufficienti per le ingerenze (umanitarie) americane, ambasciatore Rabb? «Il mondo è grande e ha problemi dappertutto: basta guardare al confronto nucleare tra India e Pakistan, ai Paesi africani in lotta fuori o dentro i propri confini, ed ora all’Europa. Gli Stati Uniti non sono ansiosi di essere coinvolti nel resto del globo. Altri possono pensare che gli americani stiano ficcando il naso in ogni cosa, ma la chiave di tutto è capire che negli ultimi dieci anni, invece, se si guarda bene, gli Stati Uniti non si sono esposti con decisione. Perfino nell’attuale situazione in Iugoslavia non hanno inviato ancora le truppe di terra. In larga misura, i cittadini americani hanno la sensazione che fondamentalmente l’ingerenza non sia un loro affare… Mentre io credo che invece lo sia!». Continua Rabb: «Da una parte il mondo ha bisogno degli Stati Uniti. Se non saranno gli Stati Uniti, chi farà da arbitro? D’altra parte essi non hanno l’intenzione di sobbarcarsi il lavoro di polizia mondiale: il popolo americano non lo vuole, oggi pensa al lavoro, agli affari, ai nuovi legami del mercato globale, vive intensamente questo nostro periodo di crescita economica». Come risolvere questo dilemma? «Io» dice Rabb «suggerisco rispettosamente agli Stati Uniti che se vogliono la pace vi sono occasioni nelle quali debbono intervenire e essere parte dell’intero quadro. Però il mondo deve acconsentire, quasi dicendo: “Siamo felici che gli Stati Uniti ci siano e agiscano così”».
L’antipasto all’italiana, la pizza napoletana e un buon vino rosso non mitigano l’atlantismo di Rabb. Nessun dubbio sulla “necessità” di un’azione dell’Alleanza verso i “dittatori” di turno: «Capisco che lo sviluppo della Nato abbia causato alcune difficoltà, se non addirittura scandalizzato qualcuno. Ma più ci penso e più credo eccezionale che 19 nazioni siano assieme come deterrente verso gente che ha sogni di potenza». Vale per Milosevic ciò che vale per Pinochet, spiega Rabb: «Gli inglesi hanno deciso che Pinochet dovrà essere processato in Spagna. Io non voglio addentrarmi nella questione se ciò sia saggio o no, ma il punto è che, in un modo o in un altro, la tortura e i crimini contro i popoli conducono a guerre interne, guerre che poi si espandono e richiamano altre guerre, che toccano altri Paesi. Queste cose devono essere fermate. Ecco il lavoro degli Stati Uniti, di concerto con altri Paesi amici ed eminenti».
Ma il potere mondiale, questo superpower, è e resterà solo americano, ambasciatore Rabb? Roma è al centro del vecchio continente, e alla fine di questa guerra americana il primo vero traguardo dell’Unione europea sarà di impostare un’autorevole ed unitaria politica estera e di difesa. Risposta: «Certamente non concepisco un futuro in cui gli Stati Uniti debbano essere l’unica superpotenza. Sì, l’Europa può svolgere tale compito molto bene e altri Paesi possono diventare in breve molto forti; e il fattore economico sarà molto importante… Ma se il sorgere di altre superpotenze si legasse al principio del terrorismo, del dominio della forza, allora io dico no!», e il pugno di Max si stringe, in un gesto che ricorda il mitico John Wayne delle scene decisive. «Se dovesse essere così, non mi dispiace che gli Stati Uniti siano tanto forti: non sono perfetti, ma sono certamente un buon esempio di come gestire le mescolanze razziali, i diritti umani. Se l’idea è quella di costruire qualcosa come in India e Pakistan, Paesi vicini che si combattono a colpi di nucleare per il predominio regionale, dico no!».
Tra i leader dei Paesi Nato vi è chi accosta la pulizia etnica all’Olocausto. È d’accordo? «L’Olocausto si impose all’attenzione del mondo dopo che era già finito. Gli Stati Uniti non prestarono allora alcuna attenzione all’Olocausto, il presidente Roosevelt non vi prestò attenzione, sebbene si sapesse che c’era qualcosa che non si stava “gestendo” bene. Credo che da quel momento vi sia stato un tremendo passo in avanti, come conseguenza di tutto ciò. E il prossimo passo sarà la prevenzione, non aspettare a lungo quando accade qualcosa di simile, bensì avere qualche meccanismo per fermarlo».
Anche il dolce è buono, ce ne sono due tipi. A prenderlo è passato anche il sindaco di Roma Rutelli. Poi lo spumante. E Paul Yu, un universitario cinese di Roma, nipote del cardinale cinese creato da papa Montini, nel versarlo all’ambasciatore, colma il bicchiere oltre l’orlo. Momento di imbarazzo. «Che bella doccia!», scherza Max. Roma è davvero una casa per tutti.