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CARDINALI
tratto dal n. 09 - 2002

La morte di Nguyên Van Thuân, presidente di Iustitia et Pax

Il prigioniero di Hanoi


Aveva passato molti anni della sua vita in carcere ma, a chi si meravigliava della sua serenità, rispondeva: «Alcuni dicono che la miglior vendetta è il perdono, ma a me questo non piace. Io voglio bene a tutti i vietnamiti senza distinzioni. E ho sempre pregato per tutti. Forse questo mi ha fatto sopravvivere. La messa che celebravo di nascosto con un frammento di pane mi emozionava ogni volta più che un pontificale solenne. Ora sono un testimone»


di Giulio Andreotti


Il cardinale François-Xavier Nguyên 
Van Thuân, scomparso il 16 settembre scorso

Il cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân, scomparso il 16 settembre scorso

Oggi il Santo Padre officerà l’estremo commiato per il cardinale vietnamita Van Thuân. Due pensieri mi son venuti alla mente nell’apprendere martedì sera con tanta tristezza la notizia della morte: una morte purtroppo da qualche tempo annunciata. Quando il 2 maggio scorso venne a Padova per un convegno di Civitas, dopo aver rifatto l’agghiacciante cronaca dei suoi tredici anni di carcere durissimo nel suo Vietnam, annunciò con grande serenità che all’indomani si recava a Milano per un “brutto” intervento chirurgico. Purtroppo si seppe che la ricognizione del male ne denunciava un tale avanzamento da rendere impossibile ogni valido rimedio. Da allora le notizie sono andate peggiorando in modo inesorabile. Prima dell’ultimissimo ricovero, in Roma, aggiunse una nota molto caratterizzante alla cronaca del suo martirologio.
Quando era giunto ad Hanoi l’invito per il Concilio Vaticano II, era stato respinto da quelle autorità al mittente, con la formula “sconosciuto”. Il governo, che lo teneva in catene, fingeva di non sapere dove il vescovo fosse finito. Le sue prigioni il cardinale le avrebbe poi descritte in libri, articoli, interviste, discorsi: sempre con un distacco edificante e senza mai dire una parola di astio o di risentimento. Anzi, la sua preoccupazione – anche se il quadro politico laggiù non è più lo stesso – era di non creare problemi ai militari-carcerieri che, disattendendo le consegne, qualche volta parlavano con lui, magari per un pretestuoso reciproco scambio di nozioni linguistiche. Gli stessi custodi lo avevano assecondato nella aspirazione ad avere una piccola croce pettorale, dopo essersi accertati che chiedeva dei frammenti di filo elettrico non per impiccarsi. Levando via la copertura, un cerchietto dietro l’altro compose con il filo di rame croce e catena: da allora e fino alla morte è stata questa la sua singolare insegna episcopale. È davvero il simbolo della Chiesa dei poveri; e spero che venendo meno ad un impulso sentimentale che avrebbe voluto lasciarla sul suo petto, questa “reliquia” venga gelosamente e solennemente conservata a perpetua memoria di una delle pagine più belle e sofferte del cristianesimo contemporaneo. A chi si meravigliava della sua serenità, rispondeva: «Alcuni dicono che la miglior vendetta è il perdono, ma a me questo non piace. Io voglio bene a tutti i vietnamiti senza distinzioni. E ho sempre pregato per tutti. Forse questo mi ha fatto sopravvivere. La messa che celebravo di nascosto con un frammento di pane mi emozionava ogni volta più che un pontificale solenne. Ora sono un testimone».
Ma il pensiero va anche alla mamma del cardinale, ultracentenaria, che dall’Australia attese angosciata per tanti anni notizie del figlio imprigionato e ne ha poi seguito da lontano la liberazione e la gratificante missione romana. È un motivo aggiuntivo di tenerezza e di meditazione.

(Tratto da Il Tempo
del 20 settembre 2002)


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