APPROFONDIMENTI. Le relazioni tra mercato e politica
Il denaro non è democratico
Le spinte alla globalizzazione e alla finanziarizzazione delle economie tendono a prevaricare le scelte dei Parlamenti. I mercati votano ogni giorno vendendo e acquistando azioni, i cittadini no. Il suffragio universale ha assicurato ad ognuno la possibilità di partecipare alle decisioni politiche. Nel libero mercato vota solo chi ha censo
di Paolo Savona
Con l’affermarsi del suffragio universale –
che in Italia si concretò solo con il voto che diede vita alla
Repubblica – la sovranità dello Stato è passata nelle
mani del popolo ed esse hanno affidato al Parlamento il compito di
controllare spese, tasse e indebitamento pubblico. Il principio di
democrazia sottostante a questa delega è noto come quello della no taxation without representation, cioè che non può esservi tassazione senza partecipare
alla relativa decisione; in termini tecnici esso equivale a riconoscere
alla sovranità popolare il diritto di stabilire e di controllare la
distribuzione del reddito ritenuta più equa. Con l’affermarsi
della politica di welfare (il cosiddetto “Stato del benessere”) si è
accesa una polemica sull’estensione di questo potere, sia
perché il suo esercizio, spinto oltre certi limiti, contrasta con i
principi di libertà che logicamente e storicamente precedono o
quanto meno accompagnano quelli di garanzia sociale, sia perché la
redistribuzione del reddito operata attraverso lo Stato passa per le mani
della burocrazia che già Erodoto nelle sue Storie riteneva fossero sempre
“bucate” o trascurate, se non proprio sempre corrotte in forme
più o meno blande.

Quando gli economisti sembravano avviarsi verso la
conclusione della disputa tra i vantaggi del mercato e le limitazioni della
politica economica, convergendo verso la conclusione che le due centrali di
potere dovessero convivere più sulla base di risultanze empiriche
che di posizioni ideologiche, è riemerso prepotente il quesito su
quali debbano essere i rapporti tra mercato e democrazia, dato che le
spinte alla globalizzazione delle scelte e alla
“finanziarizzazione” delle economie tendono a prevaricare le
scelte dei Parlamenti. I mercati votano ogni giorno acquistando e vendendo
azioni, obbligazioni, beni di largo consumo (le cosiddette commodities), valute o contratti da essi
“derivati”, mentre il chiamare alle urne gli elettori è
processo lungo, incerto e costoso. Ne consegue che le scelte dei governi e
dei Parlamenti sono sempre più attente ai suggerimenti del mercato e
sempre più condizionate dal voto quotidiano degli operatori
economici. Non di rado i ministri del Tesoro, se non proprio i capi di
governo, sono “destituiti” (il recente caso del ministro delle
Finanze tedesco Lafontaine è da manuale) a seguito delle reazioni di
Borsa alle loro dichiarazioni o alle loro politiche, oppure
“nominati” (come è accaduto in molti casi, non ultimo
quello del ministro Ciampi nel governo D’Alema) per la fiducia che
essi soli riscuotono presso i mercati.
Se sui mercati votassero tutti secondo il noto principio della democrazia one man, one vote (un voto per ciascuno) si potrebbe pensare ad assecondare l’affermazione di questo “meccanismo elettorale” per le sue caratteristiche di maggiore dinamicità e di minor costo rispetto a quello tradizionale. Ma in Borsa conta il censo, votano cioè coloro che dispongono di risorse, con la peculiarità rispetto al passato che contano soprattutto quelli che sanno sfruttare le occasioni favorevoli. Infatti le Borse valori sono diventate talmente complicate e nervose che non basta essere possidenti per far contare il proprio voto. Se consideriamo il nostro Paese, il “nuovo meccanismo elettorale” riporta l’orologio della democrazia indietro di centocinquant’anni, quando la formazione del Parlamento sabaudo era affidata al voto dei ceti abbienti (pari a circa il 2% degli attuali “aventi diritto”), sia pure secondo un’espressione molto civile della categoria – della quale si è persa traccia nei meandri delle riforme elettorali – comprendente coloro che potevano dimostrare d’aver pagato almeno 100 lire di tasse.
A seguito delle nuove condizioni economiche e politiche mondiali favorevoli alla liberalizzazione e globalizzazione dei mercati, la sovranità tende a passare dalle mani di chi l’aveva conquistata, nel corso di secoli di lotta e con dispendio di energie vitali e spargimento di sangue, a mani evidentemente più forti; nel caso specifico, di una forza diversa da quella del passato, quella economica, per molti versi più difficile da controllare della forza delle aristocrazie e delle armi. La nuova situazione non è certo arrivata al suo traguardo, ma è crescente la percezione che i Parlamenti vengono esautorati della loro funzione di controllare la distribuzione del reddito, che viene esercitata sul mercato dall’abilità degli operatori e dalla loro forza oligopolistica.
Si sente ripetere che nel mercato globale il potere degli Stati nazionali è sempre più debole e che a esso intendono supplire gli accordi tra Stati. Il caso dell’Unione europea è forse il più significativo, ma è solo un tentativo limitato, dato che la concorrenza globale toglie margini di manovra anche agli accordi che riguardano ampie quote del globo. Basta infatti che uno o più Stati siano disposti ad assecondare le forze del mercato a scapito delle scelte politiche, che qualsiasi unione o confederazione di Stati è costretta ad adeguarsi, se vuole competere sul mercato internazionale. Come reazione, la politica, invece di accrescere la competizione tra le unità del mercato, auspica, ricerca e permette il formarsi di imprese sempre più grandi, rafforzando le condizioni di oligopolio in cui si svolge l’attività economica mondiale e, per questa via, il potere del mercato rispetto a quello della democrazia. Ne risulta una compressione della rete di benessere sociale, come pure una riduzione del benessere individuale e, in ultima analisi, del livello di civiltà della convivenza civile, in nome delle regole del mercato globale. Queste regole sono fissate, fino a prova contraria, dalla politica in modo attivo o attraverso posizioni di benign neglect (benevola disattenzione); il caso della debolezza della neonata moneta europea rispetto al dollaro è significativo di questa attitudine e, quindi, responsabilità indiretta della politica.
Il fronte della disputa tende perciò a estremizzarsi: da un lato si rafforzano i difensori del controllo politico del mercato e, dall’altro, quelli di un controllo di mercato della politica. Lo spostamento dell’asse politico a sinistra nell’Europa comunitaria è espressione di questa tendenza. Non vi sono dubbi sul fatto che l’esperienza recente, testimoniata in Italia da un debito pubblico che eccede del 20% il prodotto nazionale lordo annuo, suggerisca l’utilità di un controllo di mercato sulle scelte della democrazia; ma l’esperienza prebellica, in particolare quella della grande crisi 1929-33, suggerisce a sua volta il contrario. In teoria, il perché di questo reciproco controllo è stato oggetto di esauriente analisi e spiegazione in senso favorevole (a opera della Scuola scandinava e di Keynes). Una posizione non ideologica o di parte induce a ritenere che le due istituzioni, mercato e Parlamento, siano entrambe utili al buon funzionamento della democrazia, per i reciproci controlli che sono in grado di attivare. Il mercato previene o corregge gli eccessi redistributivi dei Parlamenti a suffragio universale (dove i poveri sono più dei ricchi e quindi più favorevoli alle spese e alla tassazione progressiva) e questi, a loro volta, sono in condizione di correggere le tendenze spontanee dei mercati verso la riduzione della concorrenza o verso la creazione di situazioni di prevaricazione del capitale sul lavoro.
Una “doppia razionalità”, quindi, quella del mercato e quella della democrazia, è in condizione di dare un contributo al buon funzionamento del sistema di libertà e di quello di garanzie sociali faticosamente messo a punto negli ultimi due secoli della storia dell’uomo. Entrambi i sistemi (libertà e garanzie) e le istituzioni (mercato e Parlamenti) devono essere però fertilizzati da un sistema di responsabilità individuali capace di contemperare la protezione sociale – sulla quale un cittadino deve poter contare, ma sulla quale non può campare – con la libertà di intraprendere un’attività rischiosa e di goderne i frutti, senza che chi ne è all’origine, se ha successo, venga sistematicamente espropriato e socialmente livellato a coloro che questo impegno non mettono perché non intendono né intraprendere né rischiare.
In questo meccanismo la moneta e la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia (cioè la trasformazione “cartolare” della proprietà) ha effetti dirompenti. Innanzitutto alla moneta è stato concesso uno status costituzionale speciale in vista del compito affidato alle autorità monetarie di garantire la stabilità dei prezzi per non alterare la distribuzione del reddito. L’inflazione, infatti, colpisce in modo casuale (ma non troppo, dato che a pagare sono sempre i più poveri!) e altera pertanto la distribuzione del reddito, ponendola al di fuori delle scelte in materia effettuate dalla democrazia. Il fatto stesso che la Costituzione dia per scontato che i Parlamenti non sappiano controllare in modo razionale le scelte di creazione monetaria indica la necessità di avere per essi un controllo esterno “di mercato”, a conferma di quanto sopra ricordato circa l’utilità di una doppia razionalità. Tuttavia, la moderna teoria economica della distribuzione del reddito, che ha in Piero Sraffa il suo rappresentante più autorevole, ha argomentato in modo convincente sul fatto che il potere di decidere il tasso dell’interesse implica la fissazione del saggio di profitto e, quindi, la distribuzione del reddito e il saggio di sviluppo. I Parlamenti sarebbero pertanto espropriati della loro funzione, se il potere di fissare i tassi dell’interesse fosse effettivamente nelle mani delle autorità monetarie che, in ultima analisi, eserciterebbero il principale diritto spettante alla sovranità popolare. Poiché a seguito della speculazione monetaria incontrollata (peraltro considerata utile dalla politica) e della finanziarizzazione dell’economia (permessa e voluta dalla democrazia), il tasso dell’interesse non è deciso dalle autorità monetarie ma dal mercato, come loro stesse ammettono, la sovranità è ritornata nelle mani di coloro che, per censo e per abilità, votano ogni giorno. Soros, cioè, conta più di un influente governatore di banca centrale. L’abdicazione delle autorità monetarie a fissare il tasso dell’interesse e i rapporti di cambio elimina il sospetto che esse siano il deus ex machina della distribuzione del reddito, ma danno la certezza su almeno altri due punti: che il mercato tende a espropriare le funzioni della democrazia e che l’attuale situazione del mercato monetario e finanziario internazionale va ridiscussa per riportare l’equilibrio auspicato tra mercato e Parlamenti ai livelli compatibili con il ripristino della sovranità popolare nei centri che legittimamente possono esercitarla nell’unico modo ritenuto equo: votando a maggioranza secondo il metodo del one man, one vote.
Per maggiori dettagli
sull’argomento trattato in questa Nota si veda, sempre di Paolo Savona,
Il terzo capitalismo e la società aperta (Longanesi, Milano 1993) e, in collaborazione con Gianni Pasquarelli,
La disoccupazione e il terzo capitalismo (Sperling&Kupfer, Milano 1997)

La Borsa di Parigi. Scrive Savona: «Si sente ripetere che nel mercato globale il potere degli Stati nazionali è sempre più debole e che a esso intendono supplire gli accordi tra Stati. Il caso dell’Unione europea è forse il più significativo»
Se sui mercati votassero tutti secondo il noto principio della democrazia one man, one vote (un voto per ciascuno) si potrebbe pensare ad assecondare l’affermazione di questo “meccanismo elettorale” per le sue caratteristiche di maggiore dinamicità e di minor costo rispetto a quello tradizionale. Ma in Borsa conta il censo, votano cioè coloro che dispongono di risorse, con la peculiarità rispetto al passato che contano soprattutto quelli che sanno sfruttare le occasioni favorevoli. Infatti le Borse valori sono diventate talmente complicate e nervose che non basta essere possidenti per far contare il proprio voto. Se consideriamo il nostro Paese, il “nuovo meccanismo elettorale” riporta l’orologio della democrazia indietro di centocinquant’anni, quando la formazione del Parlamento sabaudo era affidata al voto dei ceti abbienti (pari a circa il 2% degli attuali “aventi diritto”), sia pure secondo un’espressione molto civile della categoria – della quale si è persa traccia nei meandri delle riforme elettorali – comprendente coloro che potevano dimostrare d’aver pagato almeno 100 lire di tasse.
A seguito delle nuove condizioni economiche e politiche mondiali favorevoli alla liberalizzazione e globalizzazione dei mercati, la sovranità tende a passare dalle mani di chi l’aveva conquistata, nel corso di secoli di lotta e con dispendio di energie vitali e spargimento di sangue, a mani evidentemente più forti; nel caso specifico, di una forza diversa da quella del passato, quella economica, per molti versi più difficile da controllare della forza delle aristocrazie e delle armi. La nuova situazione non è certo arrivata al suo traguardo, ma è crescente la percezione che i Parlamenti vengono esautorati della loro funzione di controllare la distribuzione del reddito, che viene esercitata sul mercato dall’abilità degli operatori e dalla loro forza oligopolistica.
Si sente ripetere che nel mercato globale il potere degli Stati nazionali è sempre più debole e che a esso intendono supplire gli accordi tra Stati. Il caso dell’Unione europea è forse il più significativo, ma è solo un tentativo limitato, dato che la concorrenza globale toglie margini di manovra anche agli accordi che riguardano ampie quote del globo. Basta infatti che uno o più Stati siano disposti ad assecondare le forze del mercato a scapito delle scelte politiche, che qualsiasi unione o confederazione di Stati è costretta ad adeguarsi, se vuole competere sul mercato internazionale. Come reazione, la politica, invece di accrescere la competizione tra le unità del mercato, auspica, ricerca e permette il formarsi di imprese sempre più grandi, rafforzando le condizioni di oligopolio in cui si svolge l’attività economica mondiale e, per questa via, il potere del mercato rispetto a quello della democrazia. Ne risulta una compressione della rete di benessere sociale, come pure una riduzione del benessere individuale e, in ultima analisi, del livello di civiltà della convivenza civile, in nome delle regole del mercato globale. Queste regole sono fissate, fino a prova contraria, dalla politica in modo attivo o attraverso posizioni di benign neglect (benevola disattenzione); il caso della debolezza della neonata moneta europea rispetto al dollaro è significativo di questa attitudine e, quindi, responsabilità indiretta della politica.
Il fronte della disputa tende perciò a estremizzarsi: da un lato si rafforzano i difensori del controllo politico del mercato e, dall’altro, quelli di un controllo di mercato della politica. Lo spostamento dell’asse politico a sinistra nell’Europa comunitaria è espressione di questa tendenza. Non vi sono dubbi sul fatto che l’esperienza recente, testimoniata in Italia da un debito pubblico che eccede del 20% il prodotto nazionale lordo annuo, suggerisca l’utilità di un controllo di mercato sulle scelte della democrazia; ma l’esperienza prebellica, in particolare quella della grande crisi 1929-33, suggerisce a sua volta il contrario. In teoria, il perché di questo reciproco controllo è stato oggetto di esauriente analisi e spiegazione in senso favorevole (a opera della Scuola scandinava e di Keynes). Una posizione non ideologica o di parte induce a ritenere che le due istituzioni, mercato e Parlamento, siano entrambe utili al buon funzionamento della democrazia, per i reciproci controlli che sono in grado di attivare. Il mercato previene o corregge gli eccessi redistributivi dei Parlamenti a suffragio universale (dove i poveri sono più dei ricchi e quindi più favorevoli alle spese e alla tassazione progressiva) e questi, a loro volta, sono in condizione di correggere le tendenze spontanee dei mercati verso la riduzione della concorrenza o verso la creazione di situazioni di prevaricazione del capitale sul lavoro.
Una “doppia razionalità”, quindi, quella del mercato e quella della democrazia, è in condizione di dare un contributo al buon funzionamento del sistema di libertà e di quello di garanzie sociali faticosamente messo a punto negli ultimi due secoli della storia dell’uomo. Entrambi i sistemi (libertà e garanzie) e le istituzioni (mercato e Parlamenti) devono essere però fertilizzati da un sistema di responsabilità individuali capace di contemperare la protezione sociale – sulla quale un cittadino deve poter contare, ma sulla quale non può campare – con la libertà di intraprendere un’attività rischiosa e di goderne i frutti, senza che chi ne è all’origine, se ha successo, venga sistematicamente espropriato e socialmente livellato a coloro che questo impegno non mettono perché non intendono né intraprendere né rischiare.
In questo meccanismo la moneta e la cosiddetta finanziarizzazione dell’economia (cioè la trasformazione “cartolare” della proprietà) ha effetti dirompenti. Innanzitutto alla moneta è stato concesso uno status costituzionale speciale in vista del compito affidato alle autorità monetarie di garantire la stabilità dei prezzi per non alterare la distribuzione del reddito. L’inflazione, infatti, colpisce in modo casuale (ma non troppo, dato che a pagare sono sempre i più poveri!) e altera pertanto la distribuzione del reddito, ponendola al di fuori delle scelte in materia effettuate dalla democrazia. Il fatto stesso che la Costituzione dia per scontato che i Parlamenti non sappiano controllare in modo razionale le scelte di creazione monetaria indica la necessità di avere per essi un controllo esterno “di mercato”, a conferma di quanto sopra ricordato circa l’utilità di una doppia razionalità. Tuttavia, la moderna teoria economica della distribuzione del reddito, che ha in Piero Sraffa il suo rappresentante più autorevole, ha argomentato in modo convincente sul fatto che il potere di decidere il tasso dell’interesse implica la fissazione del saggio di profitto e, quindi, la distribuzione del reddito e il saggio di sviluppo. I Parlamenti sarebbero pertanto espropriati della loro funzione, se il potere di fissare i tassi dell’interesse fosse effettivamente nelle mani delle autorità monetarie che, in ultima analisi, eserciterebbero il principale diritto spettante alla sovranità popolare. Poiché a seguito della speculazione monetaria incontrollata (peraltro considerata utile dalla politica) e della finanziarizzazione dell’economia (permessa e voluta dalla democrazia), il tasso dell’interesse non è deciso dalle autorità monetarie ma dal mercato, come loro stesse ammettono, la sovranità è ritornata nelle mani di coloro che, per censo e per abilità, votano ogni giorno. Soros, cioè, conta più di un influente governatore di banca centrale. L’abdicazione delle autorità monetarie a fissare il tasso dell’interesse e i rapporti di cambio elimina il sospetto che esse siano il deus ex machina della distribuzione del reddito, ma danno la certezza su almeno altri due punti: che il mercato tende a espropriare le funzioni della democrazia e che l’attuale situazione del mercato monetario e finanziario internazionale va ridiscussa per riportare l’equilibrio auspicato tra mercato e Parlamenti ai livelli compatibili con il ripristino della sovranità popolare nei centri che legittimamente possono esercitarla nell’unico modo ritenuto equo: votando a maggioranza secondo il metodo del one man, one vote.
Per maggiori dettagli
sull’argomento trattato in questa Nota si veda, sempre di Paolo Savona,
Il terzo capitalismo e la società aperta (Longanesi, Milano 1993) e, in collaborazione con Gianni Pasquarelli,
La disoccupazione e il terzo capitalismo (Sperling&Kupfer, Milano 1997)