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STORIA DEI GIUBILEI
tratto dal n. 03 - 1999

La Chiesa trionfante e l’umiltà cristiana


Anno 1600. Il primo Giubileo del nuovo secolo è diverso dai precedenti. Stavolta ogni iniziativa è volta a esaltare il trionfo della Chiesa. L’elemento spettacolare diventa centrale in ogni manifestazione religiosa. Solo alcuni, come Cesare Baronio, Roberto Bellarmino, Camillo de Lellis non si adeguano...


di Serena Ravaglioli


Roberto Bellarmino

Roberto Bellarmino

All’austero rigore che aveva improntato la vita religiosa nel periodo immediatamente successivo al Concilio di Trento e che aveva contraddistinto quindi anche le celebrazioni giubilari del 1575, si andò sostituendo via via, negli ultimi anni del secolo, una concezione diversa, volta piuttosto a esaltare il “trionfo” della Chiesa attraverso la magnificenza, lo sfarzo, l’esuberanza. È l’inizio della grande stagione del barocco romano. L’elemento spettacolare diventa centrale in ogni manifestazione, religiosa, artistica, culturale, ed è questo gusto per le cerimonie fastose, per le processioni imponenti, per le «meravigliose e sacre pompe», per usare le parole di Torquato Tasso, la caratteristica saliente del Giubileo del 1600, di cui furono grandi protagoniste le confraternite, sia romane sia forestiere.
Furono le confraternite, infatti, a organizzare le manifestazioni più spettacolari. Queste peraltro erano apprezzatissime dai romani che, privati delle feste più care e gradite (quella del Carnevale, sospesa anche nel 1600 in occasione del Giubileo) soddisfacevano la loro voglia di spettacolo godendosi la teatralità delle cerimonie religiose. Non trascorreva giornata in cui la città non fosse attraversata da una solenne processione: alle confraternite di pellegrini, che indossavano divise di ogni foggia e colore, muovevano incontro, per scortarle nelle visite ai luoghi sacri, quelle romane, i cui adepti parimenti si contraddistinguevano per i lunghi sai variamente colorati. Una di queste processioni, di notte, è descritta da Montaigne nel suo diario di viaggio: «Sfilano in processione con vestiti di tela: ogni confraternita un colore proprio, quale bianco, quale rosso, o azzurro, verde, nero, per lo più a viso coperto… non appena si fece buio la città parve un fuoco per ogni dove, avviandosi tutti quei fratelli in fila verso San Pietro, reggendo ciascuno una torcia, nel maggior numero di casi di cera bianca. Credo che dinanzi a me siano passate almeno dodicimila torce, visto che dalle otto di sera fino a mezzanotte la strada rimase sempre piena per questa processione procedente in sì bell’ordine e con tale compostezza che per quanto formata da diverse compagnie e partite da differenti luoghi non vidi né un vuoto né un’interruzione».
Le cronache elencano 408 processioni solo fino al mese di luglio. Molta impressione suscitò la sfilata di alcune confraternite pugliesi che percorsero la città a piedi nudi battendosi con catene di ferro. Ma le fonti dell’epoca concordano nell’attribuire la palma della processione più fastosa a quella della Confraternita della Misericordia di Foligno, giunta a Roma il 9 maggio alla sera, alla luce di molte fiaccole. Era preceduta da una schiera di bambini in abito da angeli, cui facevano seguito alcuni fedeli vestiti da personaggi dell’Antico Testamento. Sfilavano poi una serie di carri sopra i quali erano rappresentazioni figurate di grande realismo con tutte le scene della Passione, da Gesù nell’orto a Gesù risorto; e poi musici, fanciulli con fiori e rami di ulivo, le pie donne e il popolo tutto. Il corteo durò diverse ore. Un’altra processione di confraternite umbre si ispirò alla vita di san Francesco: giovani di Gubbio, riccamente vestiti e guidati da un Francesco principe della gioventù, ricordavano il periodo mondano della vita del santo, ed erano seguiti da settecento fedeli di Assisi che invece indossavano il saio e rappresentavano Francesco penitente.
Cesare Baronio

Cesare Baronio

Talvolta lo spettacolo offerto non era così edificante: non mancarono infatti i casi in cui, magari per futili motivi di precedenza, i membri di una confraternita vennero alle mani con quelli di un’altra. Così per esempio al ponte di Castel Sant’Angelo la Confraternita del Gonfalone si scontrò con quella della Trinità; poi, essendosi inserita nella disputa una terza confraternita, questa di napoletani, le due confraternite romane fecero fronte comune contro i forestieri e il nobile don Ferrante d’Avalos, che marciava alla testa dei napoletani portando la croce, ritenne più prudente poggiarla e tirare fuori invece la spada. La Confraternita del Gonfalone fu al centro anche di altre imprese analoghe, mentre fra i pellegrini venuti da fuori i più irrequieti sembrano essere stati quelli dei Castelli, molto chiassosi e spesso alticci.
Ma né l’aspetto di teatralità né tantomeno gli episodi di intemperanza devono indurre a prendere in scarsa considerazione la sincerità della devozione che si manifestò in quel Giubileo. Grande promotore ed esempio ne fu il papa stesso, Clemente VIII Aldobrandini, nonostante la salute precaria, che addirittura lo aveva costretto ad inaugurare l’Anno Santo con alcuni giorni di ritardo rispetto alla data fissata, il 31 dicembre invece che il 24. Lo zelo religioso mostrato dal Pontefice durante il Giubileo fu vivissimo: compì sessanta volte la visita alle quattro Basiliche, invece delle trenta prescritte, visitò spesso le Sette Chiese e regolarmente si recava alla Scala Santa salendola in ginocchio. Non si limitava peraltro alle pratiche devozionali, dando prove continue di carità e abnegazione. Spesso all’ospizio della Trinità dei Pellegrini servì alla mensa e si dedicò alla lavanda dei piedi. In Quaresima ospitò alla sua tavola ogni giorno dodici poveri e fu instancabile nell’aiutare i pellegrini indigenti con le sue elemosine. In particolare dispose che in una casa di Borgo, appositamente messa a disposizione, fossero ospitati a sue spese per dieci giorni i sacerdoti privi di mezzi di sussistenza che fossero venuti a Roma. Con particolare calore Clemente VIII, il cui padre era nato a Firenze, accolse le confraternite provenienti da quella città, per le quali celebrò la messa in San Pietro, distribuendo personalmente la comunione, e alle quali offrì anche la colazione nei palazzi vaticani.
L’esempio di generosità offerto dal Pontefice fu seguito da molti cardinali (ai cardinali, per inciso, il Papa aveva vietato di indossare per tutto l’anno la porpora): fra questi spiccano i nomi di Cesare Baronio e soprattutto di Roberto Bellarmino, ambedue impegnati in un’assidua opera di predicazione. Roberto Bellarmino era il teologo ufficiale di Clemente VIII, ma per la sua disponibilità e per il suo spirito di servizio veniva chiamato il “facchino delle Congregazioni”.
Roberto Bellarmino

Roberto Bellarmino

Giova ricordare un altro personaggio di carità grande e fattiva, attivo quell’anno a Roma: Camillo de Lellis, fondatore dell’Ordine dei Ministri degli Infermi. Le date salienti della sua vita appaiono singolarmente legate agli Anni Santi. Infatti era nato il giorno di Pentecoste del 1550 e la sua conversione risaliva al 1575. Già in occasione di quel Giubileo si era recato a Roma, dove, dopo aver compiuto gli atti devozionali prescritti, si era dedicato al servizio degli infermi nell’Ospedale di San Giacomo degli Incurabili, nel quale già era stato ricoverato come paziente. Fu la constatazione del freddo trattamento riservato ai malati, tanto più se poveri, in quella sede, a spingerlo nel 1586 a fondare il suo Ordine che si obbligava a servire i malati per puro amore di Dio, senza alcuna ricompensa materiale, e «con quell’affetto che suol un’amorevole madre al suo unico figliuolo infermo». Nel 1600 Camillo compì le trenta visite alle Basiliche con fervida devozione, nel periodo fra gennaio e la Pasqua, come racconta la sua biografia: «Non curandosi punto che i tempi e le strade fussero grandemente rotte per le continue pioggie e fango di quell’inverno. Stupendosi ciascheduno che lo conosceva, et incontrava come potesse egli così impiagato di gamba continuare tre o quattro giorni continui dette Chiese sempre digiuno per essere in tempo di Quaresima. Ma quello che dava maggior segno di fondata perfettione era che ritornato dalle suddette visite ad ogni modo andava la sera a dormire nell’Hospitale di Santo Spirito. Dove in cambio di riposarsi per la gran stanchezza del giorno, esso infallibilmente levandosi a mezza notte faceva la guardia stando in piedi fino alla mattina doppo il desinar delli Infermi… Si essercitò anco un poco nella carità verso i poveri pellegrini, ch’andavano in Roma, alloggiando molti di loro in casa nostra, lavandogli i piedi e servendogli a tavola». In quello stesso 1600, a distanza di quattordici anni dalla fondazione, Clemente VIII dedicò all’Ordine di san Camillo, che nel frattempo da Roma aveva esteso la sua attività ad altre località dell’Italia, una bolla in cui ne venivano fissati i nuovi obiettivi e le nuove esigenze.


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