La Chiesa trionfante e l’umiltà cristiana
Anno 1600. Il primo Giubileo del nuovo secolo è diverso dai precedenti. Stavolta ogni iniziativa è volta a esaltare il trionfo della Chiesa. L’elemento spettacolare diventa centrale in ogni manifestazione religiosa. Solo alcuni, come Cesare Baronio, Roberto Bellarmino, Camillo de Lellis non si adeguano...
di Serena Ravaglioli

Roberto Bellarmino
Furono le confraternite, infatti, a organizzare le manifestazioni più spettacolari. Queste peraltro erano apprezzatissime dai romani che, privati delle feste più care e gradite (quella del Carnevale, sospesa anche nel 1600 in occasione del Giubileo) soddisfacevano la loro voglia di spettacolo godendosi la teatralità delle cerimonie religiose. Non trascorreva giornata in cui la città non fosse attraversata da una solenne processione: alle confraternite di pellegrini, che indossavano divise di ogni foggia e colore, muovevano incontro, per scortarle nelle visite ai luoghi sacri, quelle romane, i cui adepti parimenti si contraddistinguevano per i lunghi sai variamente colorati. Una di queste processioni, di notte, è descritta da Montaigne nel suo diario di viaggio: «Sfilano in processione con vestiti di tela: ogni confraternita un colore proprio, quale bianco, quale rosso, o azzurro, verde, nero, per lo più a viso coperto… non appena si fece buio la città parve un fuoco per ogni dove, avviandosi tutti quei fratelli in fila verso San Pietro, reggendo ciascuno una torcia, nel maggior numero di casi di cera bianca. Credo che dinanzi a me siano passate almeno dodicimila torce, visto che dalle otto di sera fino a mezzanotte la strada rimase sempre piena per questa processione procedente in sì bell’ordine e con tale compostezza che per quanto formata da diverse compagnie e partite da differenti luoghi non vidi né un vuoto né un’interruzione».
Le cronache elencano 408 processioni solo fino al mese di luglio. Molta impressione suscitò la sfilata di alcune confraternite pugliesi che percorsero la città a piedi nudi battendosi con catene di ferro. Ma le fonti dell’epoca concordano nell’attribuire la palma della processione più fastosa a quella della Confraternita della Misericordia di Foligno, giunta a Roma il 9 maggio alla sera, alla luce di molte fiaccole. Era preceduta da una schiera di bambini in abito da angeli, cui facevano seguito alcuni fedeli vestiti da personaggi dell’Antico Testamento. Sfilavano poi una serie di carri sopra i quali erano rappresentazioni figurate di grande realismo con tutte le scene della Passione, da Gesù nell’orto a Gesù risorto; e poi musici, fanciulli con fiori e rami di ulivo, le pie donne e il popolo tutto. Il corteo durò diverse ore. Un’altra processione di confraternite umbre si ispirò alla vita di san Francesco: giovani di Gubbio, riccamente vestiti e guidati da un Francesco principe della gioventù, ricordavano il periodo mondano della vita del santo, ed erano seguiti da settecento fedeli di Assisi che invece indossavano il saio e rappresentavano Francesco penitente.

Cesare Baronio
Ma né l’aspetto di teatralità né tantomeno gli episodi di intemperanza devono indurre a prendere in scarsa considerazione la sincerità della devozione che si manifestò in quel Giubileo. Grande promotore ed esempio ne fu il papa stesso, Clemente VIII Aldobrandini, nonostante la salute precaria, che addirittura lo aveva costretto ad inaugurare l’Anno Santo con alcuni giorni di ritardo rispetto alla data fissata, il 31 dicembre invece che il 24. Lo zelo religioso mostrato dal Pontefice durante il Giubileo fu vivissimo: compì sessanta volte la visita alle quattro Basiliche, invece delle trenta prescritte, visitò spesso le Sette Chiese e regolarmente si recava alla Scala Santa salendola in ginocchio. Non si limitava peraltro alle pratiche devozionali, dando prove continue di carità e abnegazione. Spesso all’ospizio della Trinità dei Pellegrini servì alla mensa e si dedicò alla lavanda dei piedi. In Quaresima ospitò alla sua tavola ogni giorno dodici poveri e fu instancabile nell’aiutare i pellegrini indigenti con le sue elemosine. In particolare dispose che in una casa di Borgo, appositamente messa a disposizione, fossero ospitati a sue spese per dieci giorni i sacerdoti privi di mezzi di sussistenza che fossero venuti a Roma. Con particolare calore Clemente VIII, il cui padre era nato a Firenze, accolse le confraternite provenienti da quella città, per le quali celebrò la messa in San Pietro, distribuendo personalmente la comunione, e alle quali offrì anche la colazione nei palazzi vaticani.
L’esempio di generosità offerto dal Pontefice fu seguito da molti cardinali (ai cardinali, per inciso, il Papa aveva vietato di indossare per tutto l’anno la porpora): fra questi spiccano i nomi di Cesare Baronio e soprattutto di Roberto Bellarmino, ambedue impegnati in un’assidua opera di predicazione. Roberto Bellarmino era il teologo ufficiale di Clemente VIII, ma per la sua disponibilità e per il suo spirito di servizio veniva chiamato il “facchino delle Congregazioni”.

Roberto Bellarmino