«Questo film per me è un regalo»
Alcune frasi di Roberto Benigni sul suo ultimo film
Brani tratti da La vita
è proprio bella, di Lucio Brunelli,
trascrizione del dialogo tra Roberto Benigni e il clero di Firenze
organizzato dal cardinale Silvano Piovanelli il 9 marzo 1998, in 30Giorni, n. 3, marzo 1998

«Questo film è
nato col fatto di dire: questa è una cosa che gli voglio bene. E la
sua strada, ora che ha imparato a camminare, la trova da sé,
diciamo; e chi gli ha voluto bene gli ha voluto bene, senza vedere
classifiche. Quindi per me è un regalo… una cosa di
gratitudine immensa».
«Si dice: quando il riso sgorga dalle lacrime si spalanca il cielo… La poesia è, diciamo, il punto di partenza di qualsiasi opera, di qualsiasi creazione. Cosa c’è di più poetico di un tramonto? Qualsiasi cosa tende alla poesia. E allora quando i due opposti si uniscono – se ci si riesce, se, diciamo, il cielo ci dà questo regalo d’arrivare a questa cosa qua – è la cosa più bella e più alta che ci possa essere».
«Questo film è nato più che altro da un paradosso… non perché lo avevamo deciso. Perché è proprio… è come quando la melodia ti viene a trovare. Non che tu vai a trovare la melodia. E questo è bello quando accade. E quando accade non si può che seguire questa cosa qua…».
«Poteva essere una sfida un po’ pericolosa… Questo momento storico trattato nel film è un po’ la summa di tutte le più grandi ingiustizie di tutti i tempi… Insomma ci siamo lasciati andare e quando ci si lascia andare le si dedica tutto questo amore a una cosa».
«La seconda parte del film (quella ambientata nel campo di concentramento) nasce dalla prima parte, dalla storia d’amore… E quindi bisogna ricordarsi tutte le cose che legano la prima alla seconda parte. In più c’è l’amore per il bambino, che credo sia la cosa più alta e più nobile dell’umanità. Sia istintiva e primordiale, diciamo dall’uomo di Neanderthal, sia culturale, che è proteggere la purezza, i bambini dal trauma. Questo credo che sia il nocciolo centrale del film: proteggere la purezza dal trauma».
«È un gioco sull’amore filiale, materno, verso la mamma e il babbo, gli animali, verso Dio, verso gli uomini, le scarpe, i frigoriferi… Questo gioco è quasi l’immagine di Dio, mi sembra a me, ma non vorrei essere blasfemo… Quando abbiamo avuto l’idea del gioco mi sembrava che la fantasia… e il sogno… l’immagine…, e l’invenzione, e tutto ciò che avviene indirettamente… ecco è tutto un regalo. È un dono. E il gioco credo sia il dono più bello. Nel gioco c’è sempre uno scatto. Come se si dovesse andare avanti. Un incitamento divino».
«Quando si dirigeva il bambino, era come dirigere la cascata delle Marmore. Vallo a dirigere un bambino di cinque anni… Il bambino lavorava solo se giocava… Per questo io non riuscivo mai a girare il master, come si dice nel cinema, ovvero tutta la scena intera, perché non lo potevo dirigere. Era lui che dirigeva me».
«È un’interpretazione della quale sono fiero anche perché la speranza, tra le virtù teologali è quella più bambina, la più semplice, la più infantile delle virtù e quindi la più giocosa. La quale senza la fede non vive e senza la carità non muore… È dalla leggerezza di questa virtù, la speranza, che parte tutto…».
Brani tratti da «Forse è anche merito del Papa…», di Maria Pia Fusco, nel sito internet de la Repubblica, 22 febbraio 1999
«Il Papa non lo so se ha fatto in tempo ad influire sulle nomination con le sue preghiere, ma certo m’ha dato una grande emozione. Seduto accanto a lui a guardare il film mi sentivo come Pinocchio dentro la balena, quando ritrova il padre e gli dice: sono stato cattivo, non ti ho dato retta… Ho trovato un babbo quando ho superato la soggezione, l’ho chiamato babbo e l’ho baciato. Non posso dire quello che mi ha detto lui».
Brani tratti da Benigni: «Se il Papa vuol parlare con me ora deve fare la fila», di Alessandra Venezia, in l’Unità, 23 marzo 1999
«Gli Oscar sono una cosa importantissima e, contemporaneamente, una bischerata».
«Il Papa? Non credo che avrò più il tempo di incontrarlo. Adesso che ho vinto tre Oscar, dovrà mettersi in fila».
Brani tratti da «Non mi monterò la testa ve lo prometto», intervista con Benigni, nel sito internet de la Repubblica, 22 marzo 1999
«A dire la verità io avevo preparato un discorsino in inglese perfetto con uno che me l’aveva pure tradotto, sull’Italia, il cinema italiano, ma alla fine non l’ho voluto imparare perché mi sembrava di essere presuntuoso, e l’ho buttato via… quando succedono delle cose d’amore, il corpo e l’anima devono fare quello che vogliono fare».
«Beh, qualcosa cambierà, già quando si cambia ristorante ti cambia la vita, figurati avere tre Oscar!… Ma io continuerò a fare i miei film come ho sempre fatto, con il mio stesso stile, voglio rimanere piccolo, perché quando rimani piccolo puoi guardare le irripetibili meraviglie della creazione».
«Ieri quando ero al simposio dei film stranieri… ho capito che tutti cercano la stessa cosa, la verità, la bellezza».
«Il dono della povertà è la cosa più alta, più bella, non c’è bisogno di spiegare questo concetto, mi sembra ovvio che la povertà è un grande dono. In questo momento voglio ringraziare i miei genitori che mi hanno fatto essere un bambino felice, con un grande senso del mondo, della natura, mi hanno insegnato tutto questo e io per questo sarò grato per tutta la vita».
«Forse la cosa più bella è questo grande abbraccio amoroso che c’è stato sull’Italia, è rivenuto in mente tutto questo collegamento, devo tanto a tutto il cinema italiano, a quello che hanno fatto Fellini, Bertolucci, Troisi che ha aperto la strada, agli italiani di tutto il mondo. Sono rimasto colpito dall’amore per l’Italia».
«Avrei tanto voluto essere a Vergaio, a mangiarmi una bella ribollita! Chissà che si sono fatti alle due di notte! Mi ha aiutato tanto il desiderio di essere là. Anche se non ci davano niente era uguale, perché è stata una festa talmente gioiosa».
«Grazie perché la gente ha amato questo film. Vorrei dedicare questo premio a quelli che non sono qui. Essi hanno donato la loro vita perché noi possiamo dire: “la vita è bella”».

«Si dice: quando il riso sgorga dalle lacrime si spalanca il cielo… La poesia è, diciamo, il punto di partenza di qualsiasi opera, di qualsiasi creazione. Cosa c’è di più poetico di un tramonto? Qualsiasi cosa tende alla poesia. E allora quando i due opposti si uniscono – se ci si riesce, se, diciamo, il cielo ci dà questo regalo d’arrivare a questa cosa qua – è la cosa più bella e più alta che ci possa essere».
«Questo film è nato più che altro da un paradosso… non perché lo avevamo deciso. Perché è proprio… è come quando la melodia ti viene a trovare. Non che tu vai a trovare la melodia. E questo è bello quando accade. E quando accade non si può che seguire questa cosa qua…».
«Poteva essere una sfida un po’ pericolosa… Questo momento storico trattato nel film è un po’ la summa di tutte le più grandi ingiustizie di tutti i tempi… Insomma ci siamo lasciati andare e quando ci si lascia andare le si dedica tutto questo amore a una cosa».
«La seconda parte del film (quella ambientata nel campo di concentramento) nasce dalla prima parte, dalla storia d’amore… E quindi bisogna ricordarsi tutte le cose che legano la prima alla seconda parte. In più c’è l’amore per il bambino, che credo sia la cosa più alta e più nobile dell’umanità. Sia istintiva e primordiale, diciamo dall’uomo di Neanderthal, sia culturale, che è proteggere la purezza, i bambini dal trauma. Questo credo che sia il nocciolo centrale del film: proteggere la purezza dal trauma».
«È un gioco sull’amore filiale, materno, verso la mamma e il babbo, gli animali, verso Dio, verso gli uomini, le scarpe, i frigoriferi… Questo gioco è quasi l’immagine di Dio, mi sembra a me, ma non vorrei essere blasfemo… Quando abbiamo avuto l’idea del gioco mi sembrava che la fantasia… e il sogno… l’immagine…, e l’invenzione, e tutto ciò che avviene indirettamente… ecco è tutto un regalo. È un dono. E il gioco credo sia il dono più bello. Nel gioco c’è sempre uno scatto. Come se si dovesse andare avanti. Un incitamento divino».
«Quando si dirigeva il bambino, era come dirigere la cascata delle Marmore. Vallo a dirigere un bambino di cinque anni… Il bambino lavorava solo se giocava… Per questo io non riuscivo mai a girare il master, come si dice nel cinema, ovvero tutta la scena intera, perché non lo potevo dirigere. Era lui che dirigeva me».
«È un’interpretazione della quale sono fiero anche perché la speranza, tra le virtù teologali è quella più bambina, la più semplice, la più infantile delle virtù e quindi la più giocosa. La quale senza la fede non vive e senza la carità non muore… È dalla leggerezza di questa virtù, la speranza, che parte tutto…».
Brani tratti da «Forse è anche merito del Papa…», di Maria Pia Fusco, nel sito internet de la Repubblica, 22 febbraio 1999
«Il Papa non lo so se ha fatto in tempo ad influire sulle nomination con le sue preghiere, ma certo m’ha dato una grande emozione. Seduto accanto a lui a guardare il film mi sentivo come Pinocchio dentro la balena, quando ritrova il padre e gli dice: sono stato cattivo, non ti ho dato retta… Ho trovato un babbo quando ho superato la soggezione, l’ho chiamato babbo e l’ho baciato. Non posso dire quello che mi ha detto lui».
Brani tratti da Benigni: «Se il Papa vuol parlare con me ora deve fare la fila», di Alessandra Venezia, in l’Unità, 23 marzo 1999
«Gli Oscar sono una cosa importantissima e, contemporaneamente, una bischerata».
«Il Papa? Non credo che avrò più il tempo di incontrarlo. Adesso che ho vinto tre Oscar, dovrà mettersi in fila».
Brani tratti da «Non mi monterò la testa ve lo prometto», intervista con Benigni, nel sito internet de la Repubblica, 22 marzo 1999
«A dire la verità io avevo preparato un discorsino in inglese perfetto con uno che me l’aveva pure tradotto, sull’Italia, il cinema italiano, ma alla fine non l’ho voluto imparare perché mi sembrava di essere presuntuoso, e l’ho buttato via… quando succedono delle cose d’amore, il corpo e l’anima devono fare quello che vogliono fare».
«Beh, qualcosa cambierà, già quando si cambia ristorante ti cambia la vita, figurati avere tre Oscar!… Ma io continuerò a fare i miei film come ho sempre fatto, con il mio stesso stile, voglio rimanere piccolo, perché quando rimani piccolo puoi guardare le irripetibili meraviglie della creazione».
«Ieri quando ero al simposio dei film stranieri… ho capito che tutti cercano la stessa cosa, la verità, la bellezza».
«Il dono della povertà è la cosa più alta, più bella, non c’è bisogno di spiegare questo concetto, mi sembra ovvio che la povertà è un grande dono. In questo momento voglio ringraziare i miei genitori che mi hanno fatto essere un bambino felice, con un grande senso del mondo, della natura, mi hanno insegnato tutto questo e io per questo sarò grato per tutta la vita».
«Forse la cosa più bella è questo grande abbraccio amoroso che c’è stato sull’Italia, è rivenuto in mente tutto questo collegamento, devo tanto a tutto il cinema italiano, a quello che hanno fatto Fellini, Bertolucci, Troisi che ha aperto la strada, agli italiani di tutto il mondo. Sono rimasto colpito dall’amore per l’Italia».
«Avrei tanto voluto essere a Vergaio, a mangiarmi una bella ribollita! Chissà che si sono fatti alle due di notte! Mi ha aiutato tanto il desiderio di essere là. Anche se non ci davano niente era uguale, perché è stata una festa talmente gioiosa».
«Grazie perché la gente ha amato questo film. Vorrei dedicare questo premio a quelli che non sono qui. Essi hanno donato la loro vita perché noi possiamo dire: “la vita è bella”».