PROSPETTIVE. L’ultimo summit dell’Unione africana visto dai missionari
Primi passi di una lunga strada
Il direttore di "Africa", la rivista dei Padri bianchi , stila un bilancio del summit che si è svolto a luglio a Maputo in Mozambico. Finiti i tempi della retorica antioccidentale, i leader delle 53 nazioni africane che aderiscono alla Ua hanno cercato vie di convergenza per risolvere problemi come la pacificazione del continente, la lotta contro la povertà e l’Aids
di Davide Malacaria

Alpha Oumar Konaré, presidente del Mali, è stato eletto presidente della Commissione dell’Unione africana (Ua)
Cosa è successo al summit di Maputo?
Claudio Zuccala: Il frutto di questi summit non è tanto nelle dichiarazioni pubbliche, quanto nei contatti che avvengono dietro le quinte. Dal punto di vista delle dichiarazioni finali non è che siano stati compiuti passi avanti. I temi affrontati nel vertice sono stati essenzialmente tre, ovvero i conflitti presenti nel continente, in cui attualmente se ne contano 11 “maggiori”, la diffusione dell’Aids e la lotta alla povertà. Sul primo punto si è ribadita l’importanza della creazione di una forza militare africana pronta ad essere utilizzata in operazioni di peacekeeping. La piaga dell’Aids è stata analizzata sia a livello umanitario che a livello di impatto economico nei Paesi subsahariani. Sulla lotta alla povertà più o meno si è ribadito quanto emerso nel vertice di Durban del 2002.
Ovvero?
Zuccala: Di fatto l’unica strada realistica per tentare vie di sviluppo nel continente, attualmente resta il Nepad (New Partnership for Africa’s Development), nato da un’idea del presidente sudafricano Thabo Mbeki e fatto proprio dalla Ua lo scorso anno. Il piano nasce dall’esigenza di reperire i finanziamenti necessari per investire in progetti di sviluppo, e dalla contingenza internazionale che vede un Occidente sempre più restìo a investire in Africa, continente a rischio per la situazione di degrado politico e sociale. Il Nepad impegna gli Stati aderenti a creare le condizioni necessarie per fornire garanzie agli investimenti stranieri. Tali garanzie spaziano dal piano politico – l’impegno a rispettare i principî democratici – a quello economico – la trasparenza nella gestione dei fondi – a quello sociale – il rispetto dei diritti umani. I Paesi fondatori del Nepad, Sud Africa, Nigeria, Senegal e Algeria, si sono impegnati a dare per primi l’esempio in questo senso e, in secondo luogo, ad usare la loro influenza nei riguardi dei Paesi limitrofi affinché al loro interno siano incrementati i requisiti previsti dal piano.
Nei vertici africani spesso vengono mosse accuse contro l’Occidente additandolo come il principale artefice delle tragedie africane. È successo anche a Maputo?
Zuccala: In realtà il cambiamento di nome, da Oua (Organizzazione dell’unione africana) a Ua (Unione africana) avvenuto lo scorso anno a Durban non è stato solo un cambiamento formale. Tra le altre cose si è voluto rompere con un passato in cui una certa retorica antioccidentale occupava tempo e spazio senza portare alcun frutto. Questo si è visto anche a Maputo, dove tali polemiche sono state quasi del tutto assenti.
Ritiene che si possa arrivare a un Parlamento africano?
Zuccala: Già al vertice di Durban si è tracciata la strada per la sua realizzazione e sono state fissate delle date. Il Parlamento africano dovrebbe essere una realtà già a fine anno. Ma a Durban era stato deciso che, prima di realizzare il Parlamento panafricano, gli Stati della Ua sottoscrivessero un protocollo di pace e sicurezza. Per l’adozione di questo protocollo era stata prevista la sottoscrizione di questo da parte della maggioranza dei Paesi aderenti alla Ua, ovvero 27. In realtà gli Stati che vi hanno aderito, ad oggi, sono solo 14. Si era pensato che alla fine del vertice di Maputo giungessero le adesioni necessarie, ma non è successo. Rimane l’impegno ad accelerare i tempi di questa sottoscrizione, ma l’incertezza resta.
Cosa prevede questo protocollo di pace e sicurezza?
Zuccala: Prevede l’impegno a garantire la democrazia all’interno del Paese sottoscrivente. D’altronde è anche normale che al Parlamento africano siedano persone elette dal popolo e non dittatori. Inoltre, ed è un aspetto certo non secondario, il protocollo prevede la creazione di una forza di pace africana da utilizzare nelle aree di crisi. Questa avrebbe il vantaggio, rispetto ad analoghe iniziative Onu, di poter essere disponibile con una certa celerità e di poter essere dispiegata prima che le crisi degenerino. Questo almeno in teoria.
Perché c’è ritrosia a firmare questo protocollo?
Zuccala: Gli aderenti si impegnano a rispettare certe regole di democrazia, a mettere ordine in casa. Evidentemente non tutti lo vogliono fare.

L’abbraccio tra il presidente sudafricano Thabo Mbeki e il presidente del Mozambico Joaquim Chissano durante il summit dell’Unione africana (Ua) che si è svolto a Maputo, in Mozambico, dall’11 al 14 luglio 2003
Zuccala: Se si riferisce all’intervento in Burundi o ad alcuni interventi compiuti dai Paesi dell’Africa nordoccidentale, Nigeria e Ghana in particolare, sì, qualcosa si è visto. Si tratta di interventi sviluppati all’interno delle organizzazioni regionali africane, ma non possono certo bastare a risolvere i tanti conflitti che insanguinano il continente. Tanto è vero che, in molti altri casi, per riportare la pace è stato necessario l’intervento occidentale, come un paio d’anni fa in Sierra Leone quando intervennero gli inglesi, o di recente in Costa d’Avorio e in Ituri, dove sono intervenuti i francesi, e in Liberia, dove si invoca l’intervento degli Stati Uniti. Al vertice di Maputo la Ue ha proposto di contribuire attivamente alla realizzazione di questa forza militare panafricana, con la fornitura di armi e mezzi. La proposta è stata accettata, anche se ancora rimane un’ipotesi. Resta da chiarire un punto che, almeno a me, desta perplessità: i finanziamenti per questo contributo Ue alla forza panafricana dovrebbero essere reperiti stornando soldi destinati allo sviluppo...
Al vertice di Maputo è stato eletto un nuovo presidente della Ua, l’ex presidente del Mali, Alpha Oumar Konaré. Lo conosce?
Zuccala: No. Comunque in realtà Konaré è stato eletto presidente della Commissione dell’Unione africana, e sostanzialmente farà le funzioni di segretariato dell’organizzazione, restando in carica per i prossimi quattro anni. La presidenza dell’Unione africana, carica più onorifica che sostanziale, è invece a rotazione tra i presidenti dei 53 Paesi africani aderenti all’Ua e al momento è appannaggio di Joaquim Chissano, attuale presidente del Mozambico. Credo comunque che sia stata importante anche la presenza al vertice del segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan.
Qualcuno ha notato che la recente visita in Africa del presidente degli Stati Uniti, George Bush, si è svolta negli stessi giorni del vertice di Maputo, sottolineandone l’inopportunità...
Zuccala: Infatti. È stato fatto notare come il presidente sudafricano Mbeki sia stato costretto a disertare i lavori preparatori del vertice per accogliere Bush, così come, per lo stesso motivo, il presidente ugandese Yoweri Museveni sia stato costretto ad anticipare la sua partenza. In questa coincidenza alcuni hanno visto la solita arroganza da parte americana. Comunque i capi di Stato africani riuniti a Maputo, tranne l’ormai prevedibile e istrionico Gheddafi, non hanno levato lamentele per questo. Ed è stato un bene.
Un’ultima domanda: alla Ua partecipano Stati islamici e a maggioranza cristiana. In questi vertici trovano spazio anche questioni riguardanti il rapporto tra islam e cristianesimo?
Zuccala: No. Grazie a Dio no.