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ANNIVERSARI
tratto dal n. 08/09 - 2003

Pacem in terris e integrazione europea


L’intervento dell’onorevole Giorgio Napolitano, presidente della Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo, durante la Giornata di riflessione sull’enciclica di Giovanni XXIII, che si è svolta alla Pontificia Università Lateranense l’11 aprile 2003


di Giorgio Napolitano


Giovanni XXIII mentre firma l’enciclica Pacem in terris, il 9 aprile 1963

Giovanni XXIII mentre firma l’enciclica Pacem in terris, il 9 aprile 1963

Sono molto grato per l’invito che mi è stato rivolto, per l’opportunità che mi è stata offerta di dare, in una così significativa e autorevole sede, un modesto contributo, e di darlo dal punto di vista delle funzioni politiche e istituzionali che attualmente svolgo.
Il valore profetico della Pacem in terris appare in piena luce — io credo — se ne rileggiamo e ne riconsideriamo i grandi principî e le concrete indicazioni guardando all’esperienza del processo di integrazione europea. Un processo che nel 1963 aveva già superato le sue prime tappe ma era ancora ben lontano dall’esprimere tutte le sue potenzialità. Vorrei, però, premettere — ed è una semplice reminiscenza politica — che, quando l’enciclica apparve, essa colpì soprattutto e profondamente per la portata innovativa del discorso sul rapporto fra cattolici e non cattolici in campo economico, sociale, politico; per quell’audace distinzione tra l’errore e l’errante; per quel pacato riconoscimento della possibile presenza di elementi positivi in movimenti storici, pure originati da false dottrine filosofiche; per quell’approccio, insieme aperto e lungimirante, volto a favorire ogni dialogo utile alla causa della pace interna e della pace internazionale. Vorrei ricordare l’impressione che perciò l’enciclica suscitò in me come in molti altri certamente classificabili tra gli "erranti". E voglio ricordare l’emozione profonda che suscitò in noi la figura di Giovanni XXIII anche per il suo afflato umano.
Perché colpì essenzialmente quella parte dell’enciclica non è difficile dirlo. Come è già stato ricordato, in quegli anni era diffuso e dominante l’allarme per la gigantesca corsa agli armamenti in atto tra Unione Sovietica e Stati Uniti; era diffuso l’incubo del conflitto nucleare, che proprio in quell’epoca era apparso assai meno lontano e irreale di quanto si potesse pensare. Io credo che la sollecitazione al dialogo — e, in modo particolare, alla ricerca delle vie del disarmo — diede i suoi effetti. Negli anni e nei decenni successivi, dialogo ci sarebbe stato. Periodi di distensione si sarebbero alternati a nuove fasi di tensione, fino a una netta svolta — attorno alla metà degli anni Ottanta — verso il disarmo, verso l’intesa su molteplici terreni tra le due superpotenze, tra i due blocchi contrapposti. Poi, alla fine degli anni Ottanta, col crollo del blocco sovietico, sarebbe radicalmente mutato lo scenario mondiale.
Ciò premesso, l’enciclica Pacem in terris va — a mio avviso — ricordata non solo per quella parte in cui si rispecchiò l’ansia per la pace e per le sorti del mondo e più si espresse la sollecitazione al dialogo tra cattolici e non cattolici. Rileggendola oggi, colpisce la trattazione sistematica di tutti i problemi, i presupposti, i principî cui è legata la fondazione di un’autentica pace. Si può dire che vi si trova pienamente disegnata una vera e propria architettura della pace e dell’ordine mondiale; un insieme di principî e di concetti a cui io penso si sia venuto sempre di più ispirando il processo di integrazione europea. Questo processo viene abitualmente evocato e riconosciuto per i traguardi che ha perseguito e raggiunto in termini di sviluppo economico e di diffusione della prosperità. Ma innanzitutto e sopra ogni altra cosa, esso ha rappresentato la più grande e riuscita impresa di pace dell’ultimo quarantennio — quello succeduto all’enciclica Pacem in terris — e nell’intero periodo seguito alla Seconda guerra mondiale. Se si parte dalla prima tappa — che era stata già superata nel momento della Pacem in terris — quella, cioè, della creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, non si deve in alcun modo trascurare il fatto che si trattò essenzialmente di una straordinaria e risolutiva iniziativa di riconciliazione franco-tedesca. Il principio guida del progetto comunitario, del progetto di integrazione europea — Jean Monnet, uno dei suoi principali progettisti, parlò di "maître mot" — era la pace. Si partiva dalla considerazione che occorresse fondare la pace nel cuore dell’Europa, in quella parte dell’Europa in cui erano esplosi i due terribili conflitti mondiali del Novecento. E per riuscirvi la strada da percorrere — così ritennero giustamente i padri fondatori — era quella dell’integrazione (sia pure, in una prima fase, dell’integrazione economica) partendo dalla creazione di solidarietà di fatto. Era la strada di una fusione degli interessi. Nello stesso tempo, era ben presente la prospettiva ultima da perseguire, e cioè quella di un’integrazione politica. E bisogna tenere sempre ben presente che quando — come ha ricordato il presidente Andreotti — in quegli stessi anni si cercò (in modo particolare da parte di Alcide De Gasperi) di portare avanti un progetto di Comunità europea della difesa, esso venne inteso non tanto come progetto di carattere militare, ma come grande progetto politico e di fondazione di una comunità politica democratica, al punto che già allora si sostenne l’idea di un’Assemblea rappresentativa democraticamente eletta. Da allora — dal 1963 in poi — si è proceduto nel senso di un’estensione di quell’area di pace. Lì erano nate due guerre, si era deciso di mettere in comune quelle risorse per il cui controllo era scattata la radicale avversione e, addirittura, l’ostilità armata tra Francia e Germania. L’estensione di quell’area — che già dal 1952 comprendeva non soltanto i due Paesi che ho già citato, ma anche l’Italia e altri tre, i sei Paesi fondatori — si venne progressivamente allargando. E bisogna ricordare che si trattava di una pace fondata sulla solidarietà, altro principio cardine dell’enciclica Pacem in terris, che infatti recita: "I rapporti tra le comunità politiche vanno regolati nella verità e secondo giustizia", ma quei rapporti vanno pure "vivificati dall’operante solidarietà, attraverso le mille forme di collaborazione economica, sociale, politica, culturale, sanitaria, sportiva". Parlo, dunque, di indicazioni estremamente concrete, oltre che di illuminate intuizioni: forme, possibili e feconde nella presente epoca storica, non solo di collaborazione o di cooperazione già sperimentate nel passato, ma forme nuove che diventarono, appunto, quelle dell’integrazione tra sistemi economici e giuridici.
Pace fondata sulla solidarietà, pace fondata sui diritti della persona. Io trovo che tutta la parte sui diritti di questa enciclica sia qualcosa di eccezionalmente vivo e anticipatore. È stato solo molto tempo dopo che l’illustre filosofo laico, Norberto Bobbio, ha introdotto la formula dell’"età dei diritti". Direi che nell’enciclica Pacem in terris è precisamente espressa questa intuizione: viviamo nell’età dei diritti. E direi ancora di più. Leggiamo il paragrafo 45: "Nell’organizzazione giuridica delle comunità politiche nell’epoca moderna si riscontra anzitutto la Carta dei diritti fondamentali", si usa questa precisa espressione, "degli esseri umani, Carta che viene non di rado inserita nelle Costituzioni o che forma parte integrante di esse". Sappiamo che questo è oggi il programma dell’Unione europea. Ma se si leggono con attenzione tutti i paragrafi precedenti, si coglie una rassegna e una specificazione dei diritti fondamentali a cui, di fatto, corrisponde la Carta di Nizza del 2000, nonostante i suoi limiti e i suoi aspetti più discutibili. Io direi che questo ha rappresentato davvero un traguardo di grandissima importanza, pienamente corrispondente alla ispirazione della Pacem in terris, nella quale si ritrovano affermazioni ed espressioni diventate familiari nel linguaggio dell’Unione europea: il paragrafo 52, dedicato al trattamento delle minoranze; il paragrafo 74, dedicato al principio di sussidiarietà, che oramai è un tema stringente, qualche volta perfino proposto in termini ossessivi nel dibattito attuale nella Convenzione di Bruxelles. Ma è un principio che trae le sue radici, come noi sappiamo, dalla tradizione cristiana e che viene formulato in modo estremamente efficace e convincente nella Pacem in terris.
Il valore profetico della Pacem in terris appare in piena luce se ne rileggiamo e ne riconsideriamo i grandi principî e le concrete indicazioni guardando all’esperienza del processo di integrazione europea
Possiamo dire che oggi siamo di fronte a un nuovo segno dei tempi con l’unificazione dell’intero continente nell’Unione europea, nell’Europa già comunitaria fin dall’inizio degli anni Cinquanta. E su come si sia giunti a questo traguardo, su come sia stato possibile, per la prima volta, pensare e realizzare l’unificazione dell’intero continente europeo nella democrazia e nella pace, bisogna considerare con attenzione quello che si legge, ad esempio, nel messaggio di Giovanni Paolo II per la Giornata mondiale della pace del 1� gennaio di quest’anno 2003: "Sulla base della convinzione che ogni essere umano è uguale in dignità, e che, di conseguenza, la società deve adeguare le sue strutture a tale presupposto, sorsero ben presto i movimenti per i diritti umani, che diedero espressione politica concreta a una delle grandi dinamiche della storia contemporanea. Emergendo praticamente in ogni parte del mondo, questi movimenti contribuirono al rovesciamento di forme di governo dittatoriali, e spinsero a sostituirle con altre forme più democratiche e partecipative". Io penso che, in effetti, quei movimenti che sorsero, in modo particolare, nei Paesi dell’Europa centrale e orientale, inseriti nel blocco sovietico, furono fattore fondamentale di messa in questione di quei regimi che, non essendo "capaci di rinnovarsi accogliendo quelle istanze", furono poi destinati a crollare. Parlando di questi Paesi, che sin dall’indomani della loro pacifica rivoluzione, chiesero di poter entrare a far parte dell’Unione europea, accettando le sfide dell’integrazione, va anche detto come nell’enciclica Centesimus annus, di Giovanni Paolo II, si trovi l’appello all’aiuto degli altri Paesi, soprattutto di quelli europei. Appello che poi è stato — sia pure attraverso difficoltà non lievi — raccolto nei termini della piena apertura all’adesione di questi Paesi all’Unione europea. E si trova anche — siamo nel 1991, e infatti un capitolo di quell’enciclica è dedicato ai grandi eventi del 1989 — una cruda previsione: per alcuni Paesi dell’Europa, inizia, in un certo senso, il vero dopoguerra. "Il radicale rinnovamento delle economie fino a ieri collettivizzate comporta problemi e sacrifici, i quali possono essere paragonati a quelli che i Paesi occidentali del continente si imposero per la loro ricostruzione dopo il secondo conflitto mondiale". E così è stato. Questi Paesi, per potersi avvicinare all’Unione europea, hanno dovuto imporsi gravi problemi e sacrifici. E perciò, ha del tutto ragione l’amico Pezzotta quando ci invita ad evitare involontari o inconsapevoli atteggiamenti "arcigni" nei confronti di questi Paesi che saranno presto, a pieno titolo, membri dell’Unione europea.
Io vorrei concludere auspicando che possa darsi presto un nuovo segno dei tempi: e cioè quello della capacità dell’Unione europea di andare più avanti sulla via di un’integrazione che davvero conduca alla nascita di un’Europa politica, di un’Europa come soggetto politico, che fu precisamente lo scopo che, sin dall’inizio, si proposero i padri fondatori della Comunità. Dare vita ad un’Europa politica significa anche dare vita ad una Costituzione europea, che integri in sé la Carta dei diritti fondamentali. Peraltro, questo compito potrà essere efficacemente assolto — e si potrà andare avanti sulla via di un’ulteriore integrazione — solo se le istituzioni dell’Unione sapranno intensamente dialogare con la società civile e anche, specificamente e in modo impegnativo, dialogare con le Chiese e con le organizzazioni religiose. Non so se noi siamo vicini o lontani da questo traguardo, perché l’esito dei lavori della Convenzione e della successiva Conferenza intergovernativa è tuttora altamente incerto. E incerto è, in modo particolare, il futuro dell’Unione come soggetto titolare di una politica estera e di sicurezza comune. I recenti, drammatici avvenimenti hanno rappresentato una dura lezione per l’Europa: essa non è stata in grado di parlare con una sola voce. Non rimpiango il fatto che l’Europa non sia stata unita nell’assecondare un’azione di guerra non corrispondente ai principî e alle regole della Carta delle Nazioni Unite. Dobbiamo però augurarci che si vada ad un’Unione europea capace di far valere la sua voce e il suo peso su scala mondiale, ricercando soluzioni pacifiche delle controversie internazionali, secondo principî che rimangono, anch’essi, scolpiti nell’enciclica Pacem in terris.




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