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GERMANIA
tratto dal n. 10 - 1998

POLITICA. Analisi della vittoria di Schröder. Cosa farà il neocancelliere

Cambierà poco, ma tutto andrà meglio



di Angelo Bolaffi


Negli anni Venti Ernst Bloch delineò filosoficamente l’utopia socialista come Prinzip Hoffnung, come principio-speranza. Oggi, alla fine degli anni Novanta, in un’età dominata dal disincanto della secolarizzazione, al partito erede del socialismo classico tedesco, la Spd, per trionfare nelle recenti elezioni è bastato puntare tutto sulla convincente sobrietà del Prinzip Wechsel, del principio-cambiamento. Molte e differenti, come si vedrà, sono le diagnosi circa le cause e le eventuali prospettive del clamoroso esito del voto dello scorso 27 settembre: ma due dati appaiono assolutamente indiscutibili. Ed entrambi, tra loro saldamente interrelati, ruotano attorno a quella che un noto politologo tedesco ha chiamato “la magia del cambiamento”. I tedeschi, stanchi di Helmut Kohl al governo da ben sedici anni, si sono convinti che una drastica soluzione di continuità nella gestione del potere politico fosse condizione forse non sufficiente ma certo necessaria per poter venire a capo delle crescenti difficoltà che hanno gravemente compromesso la funzionalità del modello tedesco di società e di economia. Fino al punto da rischiare di metterne in discussione persino la legittimità. E, coerentemente, nell’esercizio della loro sovranità si sono spinti in avanti a tal punto da consentire che per la prima volta nella storia della seconda democrazia tedesca si realizzasse compiutamente il principio dell’alternanza. Mai fino ad oggi, infatti, da quando la Germania è risorta dalla tragedia dell’“anno zero” dopo il ’45, un governo era stato direttamente mandato a casa dal voto dei cittadini. E per converso, ovviamente, è stata la prima volta che l’opposizione è andata al potere senza dovere in precedenza attraversare un periodo di “decantazione politica” nella sala di attesa di qualche “grande coalizione”. O affidare le sue speranze all’intrigo di qualche ribaltone parlamentare. Intendiamoci: non che nel cinquantennio tra il 1949 ed oggi non ci siano state in Germania altre elezioni decisive per i destini di quel Paese. E, quindi, per quelli di tutto il vecchio continente e dell’intero Occidente. Ad esempio fu la vittoria di Adenauer nel 1949 sul candidato socialdemocratico Schumacher che garantì l’integrazione della Repubblica Federale nel sistema di alleanza atlantico e avviò il cammino della Germania verso Occidente. O quella di Brandt nel 1972 che spianò la strada alla Ostpolitik e, in tal modo, ad una fase nuova della distensione mondiale. Oppure le doppie vittorie “storiche” di Kohl. Quella nel 1983, che rese possibile l’applicazione della “doppia decisione” della Nato (l’istallazione dei missili Cruise e Pershing in risposta ai SS20 e SS22 dislocati dall’Urss sul territorio della Germania Orientale e degli altri Paesi del Patto di Varsavia), decisione che, per unanime giudizio degli analisti, è stato un fattore determinante di accelerazione del processo dissolutivo dell’Impero sovietico. Come pure la vittoria nel ’90 a coronamento della riunificazione grazie alla quale la Germania, per usare le parole di Thomas Mann, «ha finalmente fatto pace con se stessa e col mondo». Ma in tutti questi casi si è trattato sempre di vittorie che hanno riconfermato il cancelliere in quel momento in carica. E, come avvenne nel 1966 o nel 1982 (nel primo caso con la nascita della grosse Koalition e nel secondo a seguito del ribaltone della Fdp che passò dalla alleanza con la Spd a quella con la Cdu/Csu), quando all’opposizione riuscì di andare al governo, il processo della alternanza ha funzionato solo a metà: a seguito di scelte volute e gestite direttamente dai partiti e non come immediata espressione della volontà del cittadino elettore.
La Spd sotto la regia di Lafontaine e di Schröder ha intuito che, per poter vincere, e cioè per conquistare quella Mitte, il centro, che decide nelle democrazie mature l’esito nelle elezioni, era necessario puntare tutto su un ambo secco. Sul ticket formato da una proposta di radicale avvicendamento del personale politico e da una prospettiva tranquillizzante, la promessa contenuta nella felice formula elettorale secondo la quale tutto doveva essere «nicht anders, nur besser». Non sarebbe cambiato molto ma tutto sarebbe andato meglio di prima. Per questo bastava eleggere un politico nuovo e dal piglio deciso, il telegenico Schröder, e le cose si sarebbero sistemate. Dunque una rivoluzione, certo. Ma a prezzi scontati. E, si sa, i tedeschi non amano molto le rivoluzioni vere.
Ovviamente, siccome, secondo quanto amava ripetere Bismarck, «non si dicono mai tante bugie come dopo la caccia e prima delle elezioni», passata l’euforia iniziale, tutti, vincitori e vinti, sanno benissimo che lo shock provocato dal radicale cambiamento sulla scena politica tedesca (oggi è ancora Bonn ma già dal prossimo anno sarà Berlino) di per sè non garantisce affatto che il Modell Deutschland possa riprendere a funzionare a pieno ritmo. E che, quindi, sono necessarie riforme complesse per intervenire nei meccanismi della distribuzione della ricchezza e per ridisegnare la rete di sicurezza sociale garantita dal sistema del Welfare tenendo conto del duplice vincolo costituito dagli imperativi della globalizzazione economica e dal rispetto del patto di stabilità posto a fondamento della costruzione dell’Euro. Ma all’origine della “storica” sconfitta di Helmut Kohl ci sono anche ragioni “sistemiche”. Infatti la vittoria rosso-verde si rivela come l’esito di una sorta di combinato disposto: quello costituito dall’intreccio di due trend politico-elettorali. Uno riscontrabile su scala europea: come conferma il dato che ben tredici Paesi su quindici di quella che una volta chiamavamo Europa occidentale (all’appello mancano solo Spagna e Irlanda) oggi sono governati da partiti di sinistra o da coalizioni di centro-sinistra. Una geografia politica del tutto inedita, per molti versi opposta a quella che aveva caratterizzato la realtà dell’immediato secondo dopoguerra e dei primi anni Cinquanta. Quando a fare la parte del leone erano stati, invece, i partiti conservatori o di ispirazione cattolica tenendo saldamente in pugno il governo delle principali nazioni europee. A cominciare proprio dalla Germania e dall’Italia. Ma a dare impulso alla vittoria di Schröder è stato l’incontro con quello europeo di un ciclo politico specificatamente tedesco: quello che ha consentito, come era già accaduto tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio di quelli Ottanta, che diventasse maggioritaria nel Paese la cultura politica protestante, radicata nelle regioni settentrionali, di cui è portatrice la Spd rispetto all’altra che fino a ieri è stata dominante: quella cattolico-meridionale-moderata rappresentata dalla Cdu. Una conferma? Tutti i principali leader di questo partito (nel caso della Csu stante la sua natura di partito bavarese è in re ipsa) da Adenauer fino a Wolfgang Schäuble, il “delfino” di Kohl che il prossimo 7 novembre un congresso straordinario eleggerà a presidente, sono originari di Länder che si collocano lungo la fascia renano-meridionale (Palatinato, Baden-Württemberg fino alla Sassonia) mentre quelli socialdemocratici provengono da regioni e città a maggioranza protestante, geograficamente poste al nord del Meno: Schumacher e Schröder da Hannover, Brandt da Lubecca, Schmidt da Amburgo. L’unica eccezione è quella rappresentata da Lafontaine, ma anche la sua regione, il Saarland, costituisce a sua volta una eccezione per storia e cultura nella realtà tedesca. Dunque se la nostra ipotesi di lettura “geopolitica” della dinamica tedesca ha una qualche consistenza, si potrebbe sostenere che in Germania si assiste ad una alternanza tra ciclo cattolico-meridionale e ciclo protestante-settentrionale, tra l’affermazione di élites provenienti dal Nord e quelle che vengono dal Sud del Paese, a seconda di quali siano le domande etico-politiche cui si tratta di dare risposta. Ecco che allora scopriremo – si pensi agli anni della ricostruzione nel dopoguerra o anche alla necessità di uno sforzo solidale e collettivo per far fronte alla inedita sfida della riunificazione – che la Cdu, forte dei suoi valori cattolici ha ottenuto il massimo del consenso politico ed espresso una capacità di governo di prim’ordine, nelle situazioni nelle quali l’idem sentire collettivo è contrassegnato dal primato dell’etica della solidarietà e dalla altruistica abnegazione del “rimbocchiamoci le maniche tutti insieme”. Per usare una felice formulazione del noto sociologo Ulrich Beck, la Cdu ha avuto il merito di aver governato il compimento della “prima modernità”. Di fronte alle domande sollevate dalla “seconda modernità”, le cui caratteristiche fondamentali sono costituite da un elevato tasso di differenziazione culturale, da un grado molto spinto di narcisismo collettivo, dall’estrema pluralizzazione degli stili di vita (ben oltre la metà del reddito in Germania è formato da mono-redditi, la famiglia, insomma, è l’individuo), e, dunque, gli elementi immateriali o postmateriali come pure i valori connessi alla affermazione individualistica vengono maggioritariamente sentiti come prioritari, appare più convincente la prospettiva emancipatoria delle politiche socialdemocratiche. Del resto già nel 1972 Willy Brandt ottenne una clamorosa affermazione promettendo di «osare più democrazia» e di «sognare un cielo più azzurro sul bacino della Ruhr». Tanto più risulta vincente la proposta della Spd se “implementata” dall’alleanza con le idee ecologiste sostenute dai Verdi. Detto diversamente: quello che viene superficialmente presentato come un madornale abbaglio di Kohl, un imperdonato peccato di ubris politica, puntualmente punito dagli elettori, per essersi ostinato a riproporre per la quinta volta la sua candidatura alla cancelleria offrendo in tal modo ai suoi avversari la vittoria su un piatto d’argento, è, invece, espressione di una difficoltà più complessiva, di un ritardo strutturale del cattolicesimo politico tedesco nel fare i conti con la realtà di fenomeni sociali e culturali che per brevità definiamo postmoderni. Non a caso, subito dopo aver conosciuto le dimensioni della sua disfatta, Kohl ha candidamente ammesso di aver sottovalutato «il sostegno che tra la popolazione aveva conquistato la prospettiva rosso-verde». Del resto una conferma indiretta di questa chiave di lettura ci viene dalla constatazione che, e a tal proposito il giudizio degli analisti è unanime: senza l’“accadimento” della riunificazione, Kohl avrebbe sicuramente perso le elezioni che nella vecchia Germania Federale si sarebbero dovute tenere nel 1991 e che, invece, vennero anticipate al marzo 1990 dopo la caduta del muro di Berlino. In esse Kohl avrebbe avuto di fronte come sfidante nella corsa alla cancelleria Oskar Lafontaine, l’uomo forte della Spd, “armato” di un programma di radicali riforme sociali ed ecologiche, il cosiddetto Programm 2000. Un programma che, grosso modo, ricalca quello che il governo Schröder-Fischer si appresta ad attuare e che allora la Spd fu costretta a riporre nel cassetto sotto l’urgenza dei compiti posti dalla riunificazione. Insomma lo scorso 27 settembre è avvenuto, con quasi dieci anni di ritardo, quanto sarebbe dovuto accadere ieri se la Germania occidentale non avesse “annesso” le regioni orientali.
Per questo la situazione della Cdu appare particolarmente difficile: è un partito senza idee, in cui è in forte ritardo il ricambio delle generazioni politiche e, sopratutto, senza potere. Mentre la Spd, oltre ad essere il partito di maggioranza relativa al Bundestag e ad avere la maggioranza al Bundesrat (infatti governa da sola o in coalizione con i Verdi o la Pds in dodici dei sedici Länder – in tutti quelli dell’Est salvo che in Sassonia, dove c’è il democristiano Kurt Biedenkopf nella Cdu avversario storico di Kohl, e in tutti quelli posti a nord del Meno –), eleggerà anche il prossimo presidente della Repubblica (sarà probabilmente Johannes Rau, l’ultimo padre nobile del partito). È, dunque, facile previsione quella secondo la quale la Cdu ha dinnanzi a sé un lungo periodo di opposizione. Esattamente come già avvenuto tra il 1969 e il 1982. Un compito, dunque, quello che attende Schäuble niente affatto facile. Bisognerà, infatti, definire una linea di opposizione al governo rosso-verde e, al tempo stesso, riportare a vita politica un partito che, pur restando per iscritti (ben 750.000) il primo in Germania, è stato letteralmente annientato dallo strapotere di Kohl che lo ha ridotto ad una sorta di suo “comitato elettorale”. Mentre si intensificheranno le iniziative della Csu e del suo capo Stoiber che, forte dello strapotere di cui gode in Baviera, sarà tentato di qualificarsi come l’anti-Schröder e quindi, ripetendo il tentativo di Franz Joseph Strauss, di porsi come potenziale punto di riferimento di tutte le forze moderate di opposizione. Completamente differente, ovviamente, è la condizione storico-politica della Spd e della coalizione rosso-verde. Ma anche qui non è certo tutto oro quello che brilla. Infatti è già chiaro che accanto alla linea di potenziale conflitto tra il “laburismo” socialdemocratico e l’ecologismo antindustrialista dell’ala fondamentalista dei Verdi, come pure tra il realismo politico della Spd e la sua fedeltà alla Alleanza atlantica e il pacifismo più o meno radicale presente sia tra i Verdi che tra gli iscritti socialdemocratici, si delinea un contrasto fondamentale tra la prospettiva di un riformismo spinto di cui è fautore Schröder, grazie al quale la coalizione rosso-verde ha vinto le elezioni, e la linea neoortodossa sostenuta da Lafontaine. Ma questo è un altro capitolo, il prossimo, della vicenda politica tedesca.


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