E allora punto sul rosso
Finita l’epoca di Kohl, i vescovi tedeschi si interrogano sul nuovo governo di Schröder senza rimpianti. «Non ho timore di entrare in contatto con loro» ha detto Karl Lehmann, che però prevede difficoltà su temi come aborto e famiglia
di Gianni Cardinale
La data del 27 settembre ha segnato la fine
dell’era Kohl. Dopo sedici anni il cancelliere della riunificazione
tedesca ha dovuto lasciare il timone della grande Germania al
socialdemocratico Gerhard Schröder. I sondaggi fino all’ultimo
davano il leader cristiano-democratico in rimonta e si parlava sempre
più di un probabile governo di coalizione tra Spd e Cdu. Ma il
responso delle urne è stato chiaro. La Spd ha nettamente vinto col
40,9% dei voti (+4,5% rispetto al ’94) ottenendo 298 seggi, che
assommati ai 46 conquistati dai Grünen (i Verdi), garantiscono una
solida maggioranza alla inedita alleanza rosso-verde che governerà
la Germania nei prossimi quattro anni. La Cdu/Csu si è fermata
invece al 35,2% perdendo ben il 6,3%. Ma vediamo quali sono state le prese
di posizione da parte del mondo cattolico prima e dopo le elezioni e come
si è distribuito il voto tra i vari partiti, prendendo in
considerazione la confessione religiosa dei votanti.
«Scegliere tra la peste e il colera»
L’unica presa di posizione ufficiale dell’episcopato tedesco è stata una lettera ai fedeli rilasciata a fine agosto dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale tedesca, guidata dal vescovo di Magonza Karl Lehmann. Non vi si trovano indicazioni di voto precise, si invita a scegliere i candidati che «non solo mostrano competenza ma possiedono anche una chiara coscienza dei valori e della loro radice religiosa». L’unico niet praticamente esplicito è quello nei confronti degli ex comunisti della Pds, accusati di voler «mantenere la divisione nelle teste della gente». Il documento episcopale fa comunque notizia soprattutto riguardo al punto in cui si ricorda che «chi intende equiparare il matrimonio ad altre forme di convivenza vanifica il significato fondamentale della famiglia e distrugge la forza vitale della nostra società». Aspre le reazioni critiche dei Verdi, mentre nessun commento viene fatto da organi ufficiali della Spd.
Al partito di Kohl è mancato il sostegno delle componenti più a sinistra dell’associazionismo cattolico e il supporto dei settori più intransigenti della gerarchia ecclesiastica. Da un parte si è registrata la presa di posizione dell’Associazione della gioventù cattolica (Bdkj) che ha lanciato un appello elettorale in favore della Spd. Dall’altra hanno fatto un certo scalpore le dichiarazioni rilasciate poco prima del voto da Johannes Dyba, arcivescovo di Fulda con un passato da officiale della Curia romana, bastian contrario all’interno dell’episcopato tedesco. «Quando nel ’94 mi venne chiesto per chi avrei votato,» ha scritto Dyba sul settimanale Der Spiegel «risposi: per l’arrosto della domenica preferisco un contorno di cavolo appena sbollentato (Kohl in tedesco significa cavolo, ndr). Questa volta non mi viene in mente alcuna battuta spiritosa. [...] Se dovessimo prendere sul serio le dichiarazioni [dei singoli candidati]... allora dovremmo scegliere tra la peste e il colera». Le parole di Dyba sono state un brutto presagio per Helmut Kohl. E in effetti non gli hanno portato bene.
Kohl crolla tra gli evangelici e fra i cattolici dell’Est
Non si può dire comunque che la maggioranza dei cattolici abbia abbandonato Kohl al suo destino. Vediamo infatti come si è distribuito il voto in base alle varie appartenenze confessionali. Secondo l’istituto di ricerca Forschungsgruppe Wahlen, per la Cdu/Csu ha votato complessivamente il 46% dei cattolici (il 69% di quelli in stretto rapporto con la Chiesa) mentre per la Spd si è espresso il 36% (il 20% di quelli in stretto rapporto con la Chiesa). I socialdemocratici hanno conquistato invece il 46% dei voti protestanti, mentre i cristiano-democratici ne hanno incamerati il 32%. Per quanto riguarda i piccoli partiti, sia i Verdi che i liberali hanno intercettato il 6% del voto cattolico e il 7% di quello protestante; i partitini di estrema destra hanno raccolto il 3% del voto confessionale. Tra coloro che si definiscono non credenti il primo partito è la Spd (41%), seguito dalla Cdu (21%), dagli ex comunisti della Pds (16%), dai Verdi (8%), dai partiti di estrema destra (6%) e dai liberali (5%). La Pds raccoglie appena l’1% dei voti cattolici e il 2% di quelli evangelici. Andando a spulciare i dati scorporati – secondo l’istituto Infratest dimap di Berlino – si scopre che la Spd ha vinto in maniera decisiva tra i protestanti dell’Ovest e tra i cattolici dell’Est. Nelle regioni evangeliche della vecchia Germania occidentale il partito di Schröder raggiunge il 46,9% (+6%), mentre in quelle cattoliche conquista il 36,4% (+4,5%) e in quelle miste sale al 43,2% (+4,4%). Nella ex Germania comunista la Spd raggiunge il 33,3% nelle zone cattoliche (+5,8%) e il 35,1% in quelle evangeliche e miste (rispettivamente +3,7% e +2,1%). La Cdu ha perso in maniera determinante nelle zone evangeliche sia orientali che occidentali. Nella Germania orientale il partito di Kohl scende al 36,5% nelle regioni cattoliche, registrando un crollo del 13,2%; nelle zone protestanti la débâcle è appena più contenuta (28,3%, ossia -11,8%), mentre nelle zone miste perde solo il 4,8%. Nei Länder occidentali la Cdu, pur perdendo qualcosa, conserva il suo primato nelle zone cattoliche (45,1%; -4,4%), raggiunge il 33,8% in quelle protestanti (-5,9%) e il 34% nelle miste (-5,1%).
Post-elezioni: tranquillità apparente e preoccupazioni
Fin qui le cifre. Dopo le elezioni non sono mancati i commenti di diversi ecclesiastici. Tutti improntati, ovviamente, ad una certa prudenza, senza nascondere però le difficoltà che potrebbero sorgere in futuro. A caldo è arrivato il commento della agenzia Kna, collegata alla Conferenza episcopale. Il governo rosso-verde, ha scritto la Kna «rappresenta per la Chiesa una situazione completamente nuova. I rapporti, talvolta anche personali, con parlamentari e ministri del governo Kohl che duravano da anni, sono finiti. I rappresentanti delle Chiese si trovano di fronte al compito di costruire nuovi ponti verso il nuovo governo. Per questo motivo sia i vescovi che i laici che occupano posti di rilievo all’interno delle associazioni e dei consigli cattolici osserveranno con molta attenzione i programmi e i volti del nuovo governo Schröder». Per la Kna si è trattato di «un risultato inaspettato». «Molti nella Chiesa» continua l’agenzia «si aspettavano un testa a testa tra i due grandi partiti. [...] Fa pensare poi il successo dei Verdi e soprattutto quello della Pds». Per quanto riguarda la Spd, il partito del quale è presidente Oskar Lafontaine (di religione cattolica) apprezza il lavoro della Chiesa in campo sociale. «Quale sarà in pratica il rapporto tra Stato e Chiesa resta ancora tutto da vedere. Infatti continuano ad esserci all’interno della Spd e dei Verdi persone che sono per una netta separazione tra Stato e Chiesa».
Anche singoli vescovi, non molti per la verità, hanno detto la loro sulle prospettive post elettorali. I vescovi non prevedono un «mutamento radicale» nei rapporti tra Stato e Chiesa, ha scritto il segretario della Conferenza episcopale, il padre gesuita Hans Langendörfer, in un editoriale apparso sul settimanale Rheinischer Merkur. Tuttavia per Langendörfer c’è una serie di ambiti politici dove i rapporti Stato-Chiesa sono particolarmente delicati, e cioè: la difesa della vita, il matrimonio e la famiglia, l’insegnamento religioso, la politica di sviluppo e lo status giuridico della Chiesa in Europa. Anche il vescovo di Eichstätt, Walter Mixa, prevede che dopo la vittoria rosso-verde ci sarà «un inasprimento del dibattito sui valori», però non si attende un peggioramento generalizzato nei rapporti tra Stato e Chiesa. Quando si parla di famiglia, omosessualità, difesa della vita o eutanasia la Chiesa dovrà affrontare con decisione i dibattiti che ci saranno. I cristiani dovranno portare avanti le loro richieste in modo incisivo e non dovrebbero aver paura del confronto. Franz Grave, vescovo ausiliare di Essen, mette in guardia i rosso-verdi dal porre sullo stesso piano le unioni omosessuali e la famiglia: sarebbe «un attacco alla legge fondamentale che protegge l’istituto del matrimonio e della famiglia». Per Grave, che è membro della Commissione della Conferenza episcopale per le questioni sociali, il cambiamento rosso-verde non avrà alcuna influenza sul lavoro della Chiesa. Per il presidente dell’episcopato, Lehmann, dopo sedici anni «è normale» la voglia di cambiare. Lehmann si mostra poi soddisfatto della correttezza della campagna elettorale e individua la causa del fallimento di Kohl più nella voglia del popolo tedesco di cambiare le facce che in quella di mutare politica. Al vescovo di Magonza hanno chiesto se sarà possibile una collaborazione con il governo rosso-verde. La risposta è tranquilla: «Non ho timore di entrare in contatto con loro». Anche Lehmann comunque prevede un inasprimento nel dibattito sui temi dell’aborto e dell’omosessualità, e definisce contraddittorio il ragionamento di molti tra i Verdi che, pur avendo una spiccata sensibilità per la difesa della vita, tuttavia non prendono in considerazione il feto. Non lo inquieta che nel programma dei Verdi ci sia la completa separazione tra Stato e Chiesa? Un conto sono i programmi, dice, un conto è la loro realizzazione. D’altronde Lehmann ci tiene a sottolineare il fatto che la questione delle tasse ecclesiastiche non ha niente a che fare con la sopravvivenza della Chiesa.
La questione dei consultori
Un argomento non collegato direttamente alle elezioni è la questione dei consultori cattolici dipendenti dalle diocesi. In base all’attuale legge le donne hanno la possibilità di abortire entro i primi tre mesi, ma prima devono sostenere un colloquio presso un consultorio al termine del quale, se la donna è ancora convinta di interrompere la gravidanza, viene rilasciato un permesso in tal senso. La grande maggioranza dei vescovi tedeschi, con a capo Lehmann, considera il lavoro dei consultori cattolici come l’ultimo tentativo per evitare un aborto. Per il vescovo Dyba invece si tratta di una cooperazione oggettiva al male. Della questione è stata investita anche la Santa Sede, dove si sono affrontate due scuole di pensiero: da una parte la Segreteria di Stato, più sensibile alla linea Lehmann, dall’altra la Congregazione per la dottrina della fede che è autorevole sponsor della linea Dyba. Lo scorso gennaio è intervenuto anche il Papa con una lettera all’episcopato tedesco in cui pregava i vescovi di evitare che i consultori cattolici rilasciassero il permesso di aborto, ma al contempo li invitava a non abbandonare i consultori. Una specie di «quadratura del cerchio», ha commentato il vescovo di Limburg Franz Kamphaus. Il Papa nella sua lettera non indicava alcuna scadenza: di fatto si è trattato di una tregua pre-elettorale per evitare eccessivi imbarazzi a Kohl. Adesso le elezioni sono passate. Kohl, che lo scorso anno aveva scritto una lettera personale al Papa in appoggio alla linea Lehmann e che dopo la sconfitta è stato ricevuto in udienza da Giovanni Paolo II in occasione della canonizzazione di Edith Stein, non c’è più. Il nuovo cancelliere, Schröder, è un luterano, così come è protestante il nuovo leader della Cdu, Wolfgang Schäuble. E si avvicina sempre più il momento in cui i vescovi tedeschi dovranno decidere come fare a quadrare il cerchio.
«Scegliere tra la peste e il colera»
L’unica presa di posizione ufficiale dell’episcopato tedesco è stata una lettera ai fedeli rilasciata a fine agosto dal Consiglio permanente della Conferenza episcopale tedesca, guidata dal vescovo di Magonza Karl Lehmann. Non vi si trovano indicazioni di voto precise, si invita a scegliere i candidati che «non solo mostrano competenza ma possiedono anche una chiara coscienza dei valori e della loro radice religiosa». L’unico niet praticamente esplicito è quello nei confronti degli ex comunisti della Pds, accusati di voler «mantenere la divisione nelle teste della gente». Il documento episcopale fa comunque notizia soprattutto riguardo al punto in cui si ricorda che «chi intende equiparare il matrimonio ad altre forme di convivenza vanifica il significato fondamentale della famiglia e distrugge la forza vitale della nostra società». Aspre le reazioni critiche dei Verdi, mentre nessun commento viene fatto da organi ufficiali della Spd.
Al partito di Kohl è mancato il sostegno delle componenti più a sinistra dell’associazionismo cattolico e il supporto dei settori più intransigenti della gerarchia ecclesiastica. Da un parte si è registrata la presa di posizione dell’Associazione della gioventù cattolica (Bdkj) che ha lanciato un appello elettorale in favore della Spd. Dall’altra hanno fatto un certo scalpore le dichiarazioni rilasciate poco prima del voto da Johannes Dyba, arcivescovo di Fulda con un passato da officiale della Curia romana, bastian contrario all’interno dell’episcopato tedesco. «Quando nel ’94 mi venne chiesto per chi avrei votato,» ha scritto Dyba sul settimanale Der Spiegel «risposi: per l’arrosto della domenica preferisco un contorno di cavolo appena sbollentato (Kohl in tedesco significa cavolo, ndr). Questa volta non mi viene in mente alcuna battuta spiritosa. [...] Se dovessimo prendere sul serio le dichiarazioni [dei singoli candidati]... allora dovremmo scegliere tra la peste e il colera». Le parole di Dyba sono state un brutto presagio per Helmut Kohl. E in effetti non gli hanno portato bene.
Kohl crolla tra gli evangelici e fra i cattolici dell’Est
Non si può dire comunque che la maggioranza dei cattolici abbia abbandonato Kohl al suo destino. Vediamo infatti come si è distribuito il voto in base alle varie appartenenze confessionali. Secondo l’istituto di ricerca Forschungsgruppe Wahlen, per la Cdu/Csu ha votato complessivamente il 46% dei cattolici (il 69% di quelli in stretto rapporto con la Chiesa) mentre per la Spd si è espresso il 36% (il 20% di quelli in stretto rapporto con la Chiesa). I socialdemocratici hanno conquistato invece il 46% dei voti protestanti, mentre i cristiano-democratici ne hanno incamerati il 32%. Per quanto riguarda i piccoli partiti, sia i Verdi che i liberali hanno intercettato il 6% del voto cattolico e il 7% di quello protestante; i partitini di estrema destra hanno raccolto il 3% del voto confessionale. Tra coloro che si definiscono non credenti il primo partito è la Spd (41%), seguito dalla Cdu (21%), dagli ex comunisti della Pds (16%), dai Verdi (8%), dai partiti di estrema destra (6%) e dai liberali (5%). La Pds raccoglie appena l’1% dei voti cattolici e il 2% di quelli evangelici. Andando a spulciare i dati scorporati – secondo l’istituto Infratest dimap di Berlino – si scopre che la Spd ha vinto in maniera decisiva tra i protestanti dell’Ovest e tra i cattolici dell’Est. Nelle regioni evangeliche della vecchia Germania occidentale il partito di Schröder raggiunge il 46,9% (+6%), mentre in quelle cattoliche conquista il 36,4% (+4,5%) e in quelle miste sale al 43,2% (+4,4%). Nella ex Germania comunista la Spd raggiunge il 33,3% nelle zone cattoliche (+5,8%) e il 35,1% in quelle evangeliche e miste (rispettivamente +3,7% e +2,1%). La Cdu ha perso in maniera determinante nelle zone evangeliche sia orientali che occidentali. Nella Germania orientale il partito di Kohl scende al 36,5% nelle regioni cattoliche, registrando un crollo del 13,2%; nelle zone protestanti la débâcle è appena più contenuta (28,3%, ossia -11,8%), mentre nelle zone miste perde solo il 4,8%. Nei Länder occidentali la Cdu, pur perdendo qualcosa, conserva il suo primato nelle zone cattoliche (45,1%; -4,4%), raggiunge il 33,8% in quelle protestanti (-5,9%) e il 34% nelle miste (-5,1%).
Post-elezioni: tranquillità apparente e preoccupazioni
Fin qui le cifre. Dopo le elezioni non sono mancati i commenti di diversi ecclesiastici. Tutti improntati, ovviamente, ad una certa prudenza, senza nascondere però le difficoltà che potrebbero sorgere in futuro. A caldo è arrivato il commento della agenzia Kna, collegata alla Conferenza episcopale. Il governo rosso-verde, ha scritto la Kna «rappresenta per la Chiesa una situazione completamente nuova. I rapporti, talvolta anche personali, con parlamentari e ministri del governo Kohl che duravano da anni, sono finiti. I rappresentanti delle Chiese si trovano di fronte al compito di costruire nuovi ponti verso il nuovo governo. Per questo motivo sia i vescovi che i laici che occupano posti di rilievo all’interno delle associazioni e dei consigli cattolici osserveranno con molta attenzione i programmi e i volti del nuovo governo Schröder». Per la Kna si è trattato di «un risultato inaspettato». «Molti nella Chiesa» continua l’agenzia «si aspettavano un testa a testa tra i due grandi partiti. [...] Fa pensare poi il successo dei Verdi e soprattutto quello della Pds». Per quanto riguarda la Spd, il partito del quale è presidente Oskar Lafontaine (di religione cattolica) apprezza il lavoro della Chiesa in campo sociale. «Quale sarà in pratica il rapporto tra Stato e Chiesa resta ancora tutto da vedere. Infatti continuano ad esserci all’interno della Spd e dei Verdi persone che sono per una netta separazione tra Stato e Chiesa».
Anche singoli vescovi, non molti per la verità, hanno detto la loro sulle prospettive post elettorali. I vescovi non prevedono un «mutamento radicale» nei rapporti tra Stato e Chiesa, ha scritto il segretario della Conferenza episcopale, il padre gesuita Hans Langendörfer, in un editoriale apparso sul settimanale Rheinischer Merkur. Tuttavia per Langendörfer c’è una serie di ambiti politici dove i rapporti Stato-Chiesa sono particolarmente delicati, e cioè: la difesa della vita, il matrimonio e la famiglia, l’insegnamento religioso, la politica di sviluppo e lo status giuridico della Chiesa in Europa. Anche il vescovo di Eichstätt, Walter Mixa, prevede che dopo la vittoria rosso-verde ci sarà «un inasprimento del dibattito sui valori», però non si attende un peggioramento generalizzato nei rapporti tra Stato e Chiesa. Quando si parla di famiglia, omosessualità, difesa della vita o eutanasia la Chiesa dovrà affrontare con decisione i dibattiti che ci saranno. I cristiani dovranno portare avanti le loro richieste in modo incisivo e non dovrebbero aver paura del confronto. Franz Grave, vescovo ausiliare di Essen, mette in guardia i rosso-verdi dal porre sullo stesso piano le unioni omosessuali e la famiglia: sarebbe «un attacco alla legge fondamentale che protegge l’istituto del matrimonio e della famiglia». Per Grave, che è membro della Commissione della Conferenza episcopale per le questioni sociali, il cambiamento rosso-verde non avrà alcuna influenza sul lavoro della Chiesa. Per il presidente dell’episcopato, Lehmann, dopo sedici anni «è normale» la voglia di cambiare. Lehmann si mostra poi soddisfatto della correttezza della campagna elettorale e individua la causa del fallimento di Kohl più nella voglia del popolo tedesco di cambiare le facce che in quella di mutare politica. Al vescovo di Magonza hanno chiesto se sarà possibile una collaborazione con il governo rosso-verde. La risposta è tranquilla: «Non ho timore di entrare in contatto con loro». Anche Lehmann comunque prevede un inasprimento nel dibattito sui temi dell’aborto e dell’omosessualità, e definisce contraddittorio il ragionamento di molti tra i Verdi che, pur avendo una spiccata sensibilità per la difesa della vita, tuttavia non prendono in considerazione il feto. Non lo inquieta che nel programma dei Verdi ci sia la completa separazione tra Stato e Chiesa? Un conto sono i programmi, dice, un conto è la loro realizzazione. D’altronde Lehmann ci tiene a sottolineare il fatto che la questione delle tasse ecclesiastiche non ha niente a che fare con la sopravvivenza della Chiesa.
La questione dei consultori
Un argomento non collegato direttamente alle elezioni è la questione dei consultori cattolici dipendenti dalle diocesi. In base all’attuale legge le donne hanno la possibilità di abortire entro i primi tre mesi, ma prima devono sostenere un colloquio presso un consultorio al termine del quale, se la donna è ancora convinta di interrompere la gravidanza, viene rilasciato un permesso in tal senso. La grande maggioranza dei vescovi tedeschi, con a capo Lehmann, considera il lavoro dei consultori cattolici come l’ultimo tentativo per evitare un aborto. Per il vescovo Dyba invece si tratta di una cooperazione oggettiva al male. Della questione è stata investita anche la Santa Sede, dove si sono affrontate due scuole di pensiero: da una parte la Segreteria di Stato, più sensibile alla linea Lehmann, dall’altra la Congregazione per la dottrina della fede che è autorevole sponsor della linea Dyba. Lo scorso gennaio è intervenuto anche il Papa con una lettera all’episcopato tedesco in cui pregava i vescovi di evitare che i consultori cattolici rilasciassero il permesso di aborto, ma al contempo li invitava a non abbandonare i consultori. Una specie di «quadratura del cerchio», ha commentato il vescovo di Limburg Franz Kamphaus. Il Papa nella sua lettera non indicava alcuna scadenza: di fatto si è trattato di una tregua pre-elettorale per evitare eccessivi imbarazzi a Kohl. Adesso le elezioni sono passate. Kohl, che lo scorso anno aveva scritto una lettera personale al Papa in appoggio alla linea Lehmann e che dopo la sconfitta è stato ricevuto in udienza da Giovanni Paolo II in occasione della canonizzazione di Edith Stein, non c’è più. Il nuovo cancelliere, Schröder, è un luterano, così come è protestante il nuovo leader della Cdu, Wolfgang Schäuble. E si avvicina sempre più il momento in cui i vescovi tedeschi dovranno decidere come fare a quadrare il cerchio.