Fides et ratio, rinnovata condanna del fideismo
Il paradosso di questo ventennio sta nel fatto che, sia nell’insegnamento teologico sia nella vita capillare della Chiesa, quanto più Hegel è maestro di tutti e quanto più si parla di cultura, tanto più l’esperienza cristiana è snaturata e ridotta a emozioni sentimentali e a gesti teatrali
di Lorenzo Cappelletti
La lettera enciclica Fides
et ratio sui rapporti tra fede e ragione,
firmata da Giovanni Paolo II il 14 settembre (festa
dell’Esaltazione della Santa Croce) e pubblicata il 15 ottobre,
è insieme alla Veritatis splendor (6 agosto 1993) la più wojtyliana delle tredici
encicliche di questo Papa nei vent’anni del suo regno. Alla
conferenza di presentazione il cardinale Joseph Ratzinger, nel ribadire che
la nuova enciclica è rivolta non a tutti i fedeli ma «ai
venerati fratelli nell’episcopato», ha confidato che il Papa
pensava a un simile documento fin dai primi anni di pontificato; e che pur
essendosi avvalso di molte consulenze, «è la penna del Santo
Padre che è presente in questo testo».
La peculiare sensibilità del Papa filosofo è in effetti una possibile chiave di lettura dell’enciclica. Nei 108 paragrafi, Wojtyla ha riversato tutte le sue preferenze culturali, la sua particolare filosofia dell’essere elaborata negli anni di insegnamento accademico, insieme alle sollecitudini e alle priorità che hanno segnato anche la sua predicazione come successore di Pietro a Roma: l’apprensione per il relativismo e il nichilismo dilaganti, il richiamo a un pensiero filosofico che non rinunci all’apertura al trascendente, l’appello a coniugare libertà e ricerca della verità.
Ma insieme alla personale impronta filosofica wojtyliana, un filo d’oro attraversa, ben individuabile, tutto il testo e lo rende così, paradossalmente, interessante e attuale anche per i semplici fedeli e per i non credenti: è la riproposizione in questo documento di quanto la Chiesa ha sempre riconosciuto e insegnato sui rapporti tra fede e ragione.
POSSIBILITÀ E DEBOLEZZA DELLA RAGIONE
L’enciclica è stata universalmente recepita e commentata come una condanna del pensiero debole e un manifesto di rifondazione di un pensiero forte cattolico. Ma proprio i passaggi in cui si riprendono i contenuti dogmatici della Tradizione rendono giustizia dei possibili equivoci di tali letture.
Seguendo la Scrittura e la Tradizione, anche la Fides et ratio riconosce che «la ragione è per sua natura orientata alla verità ed è inoltre in se stessa fornita dei mezzi necessari per raggiungerla» (n. 49). È lo stupore creaturale davanti al reale che fa scattare la conoscenza. Davanti al creato «l’essere umano è colto dallo stupore […]. Parte da qui il cammino che lo porterà poi alla scoperta di orizzonti di conoscenza sempre nuovi. Senza meraviglia l’uomo cadrebbe nella ripetitività e, poco alla volta, diventerebbe incapace di un’esistenza veramente personale» (n. 4). E commentando il primo capitolo della Lettera ai Romani di san Paolo il Papa scrive: «Alla ragione dell’uomo, quindi, viene riconosciuta una capacità che sembra quasi superare gli stessi suoi limiti naturali: non solo essa non è confinata entro la conoscenza sensoriale, dal momento che può riflettervi sopra criticamente, ma argomentando sui dati dei sensi può anche raggiungere la causa che sta all’origine di ogni realtà sensibile. Con terminologia filosofica potremmo dire che, nell’importante testo paolino, viene affermata la capacità metafisica dell’uomo» (n. 22). Per tutta l’enciclica riecheggia questa ragionevole fiducia nella «capacità dell’uomo di giungere alla conoscenza della verità; una conoscenza, peraltro, che attinga la verità oggettiva, mediante quella adaequatio rei et intellectus a cui si riferiscono i Dottori della Scolastica» (n. 82).
Ma sempre seguendo la Scrittura e la Tradizione, il riconoscimento della capacità dell’uomo di arrivare ragionevolmente alla verità tiene realisticamente conto della condizione storica in cui il genere umano si trova dopo il peccato originale. Anche se l’espressione peccato originale è esplicitamente riportata solo una volta (n. 76), la Fides et ratio ripropone l’insegnamento di san Paolo nella Lettera ai Romani: «Secondo l’Apostolo, nel progetto originario della creazione era prevista la capacità della ragione di oltrepassare agevolmente il dato sensibile per raggiungere l’origine stessa di tutto: il Creatore. A seguito della disobbedienza con la quale l’uomo scelse di porre se stesso in piena e assoluta autonomia rispetto a Colui che lo aveva creato, questa facilità di risalita a Dio creatore è venuta meno. […] Nella loro originaria disobbedienza essi [i nostri progenitori] coinvolsero ogni uomo e ogni donna, procurando alla ragione ferite che da allora in poi ne avrebbero ostacolato il cammino verso la piena verità. Ormai la capacità umana di riconoscere la verità era offuscata dall’avversione verso Colui che della verità è fonte e origine. È ancora l’Apostolo a rivelare quanto i pensieri degli uomini, a causa del peccato, fossero diventati “vani” e i ragionamenti distorti e orientati al falso (cfr. Rm 1, 21-22)» (n. 22). E così esplicitamente l’enciclica parla della «sua [della ragione] debolezza» (n. 22) e della «fragilità» e dei «limiti [della ragione] derivanti dalla disobbedienza del peccato» (n. 43). In questa prospettiva l’enciclica accenna anche alla «superbia filosofica» (n. 4), e alla “presunzione della ragione” («... essa [la fede] libera la ragione dalla presunzione», n. 76) e valorizza la «genuina critica a quanti si illudono di possedere la verità imbrigliandola nelle secche di un loro sistema» (n. 23).
Così il cardinale Ratzinger, nella conferenza di presentazione, ha ricordato che l’enciclica «riprendendo il Concilio Vaticano I, è consapevole che la ragione umana è ferita, e ha bisogno di aiuto, di luce, ma non è morta. Anche se ferita e bisognosa di essere aiutata, tuttavia la ragione rimane un dono capace di arrivare, con l’aiuto, a una certezza che diventa poi anche sua».
«Il Concilio Vaticano I punto di riferimento normativo»
L’umile fedeltà ai contenuti dogmatici della Tradizione è testimoniata anche da continue ed esplicite citazioni, in particolare nel capitolo V intitolato Gli interventi del Magistero in materia filosofica.
La costituzione dogmatica Dei Filius, con la quale per la prima volta un Concilio ecumenico, il Vaticano I, è intervenuto in maniera solenne sui rapporti tra ragione e fede, viene riproposta come «punto di riferimento normativo» (n. 52). Colpisce inoltre che tre encicliche scomode per i nuovi teologi di questi ultimi decenni vengano richiamate e riproposte. Innanzitutto l’enciclica Aeterni Patris (4 agosto 1879) di Leone XIII «a cui mi sono più volte richiamato in queste pagine» (n. 100) riconosciuta come «un passo di autentica portata storica per la vita della Chiesa» (n. 57). Giovanni Paolo II ripropone come autorevole e attuale la valorizzazione da parte della Aeterni Patris del pensiero di san Tommaso d’Aquino di cui, contro ogni fideismo e soprannaturalismo, cita esplicitamente anche il grande principio: «Come la grazia suppone la natura e la porta a compimento, così la fede suppone e perfeziona la ragione» (n. 43). Viene citata l’enciclica Pascendi dominici gregis (8 settembre 1907) di papa san Pio X sul modernismo (n. 54), insieme al decreto del Sant’Uffizio Lamentabili (3 luglio 1907) con cui «il pragmatismo dogmatico degli inizi di questo secolo, secondo cui le verità di fede non sarebbero altro che regole di comportamento, è stato rifiutato e rigettato» (n. 97). Infine viene citata più volte anche nel testo l’enciclica Humani generis (12 agosto 1950) di Pio XII che, come dice il sottotitolo, riguarda «alcune false opinioni che minacciano di sovvertire i fondamenti della dottrina cattolica». Tra cui la messa in guardia nei confronti di coloro che «snaturano il concetto della gratuità dell’ordine soprannaturale». Trovano posto nella Fides et ratio anche i richiami al Sinodo di Costantinopoli del 543 (n. 52) e al Concilio Lateranense IV del 1215 (n. 84) in quanto condannarono rispettivamente tesi di Origene e di Gioacchino da Fiore, in questi ultimi decenni celebrati acriticamente come due grandi maestri da molti nuovi teologi.
«Omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est»
Valorizzando san Tommaso d’Aquino, per cui «ogni cosa vera, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo» (n. 44) e valorizzando il Concilio Vaticano II dove afferma che «il desiderio di stabilire un dialogo [...] non esclude nessuno» (n. 104), l’enciclica non esprime sommarie condanne degli approcci filosofici attualmente in voga nella cultura mondana. Anche quando vengono segnalati «gli errori» presenti in «alcune linee di pensiero oggi particolarmente diffuse» (eclettismo, storicismo,scientismo, pragmatismo, nichilismo), l’enciclica mette in guardia i fedeli da una «filosofia radicalmente fenomenista o relativista» (n. 82), dalla «radicale sfiducia nella ragione» (n. 55), da un «pensiero filosofico che rifiutasse ogni apertura metafisica» (n. 83). Anzi, al paragrafo 54 proprio una lunga citazione dell’Humani generis di Pio XII esprime l’apertura a valorizzare ogni spunto vero, sottraendosi alle semplicistiche dialettiche tra pensiero forte e pensiero debole: «“Ora queste tendenze, che più o meno deviano dalla retta strada, non possono essere ignorate o trascurate dai filosofi o dai teologi cattolici, che hanno il grave compito di difendere la verità divina ed umana e di farla penetrare nellle menti degli uomini. Anzi, essi devono conoscere bene queste opinioni, sia perché le malattie non si possono curare se non sono ben conosciute, sia perché qualche volta nelle stesse false affermazioni si nasconde un po’ di verità, sia, infine, perché gli stessi errori spingono la mente nostra a investigare e a scrutare con più diligenza alcune verità sia filosofiche sia teologiche”» (n. 54).
«Lo stesso credere nient’altro È che pensare assentendo»
Ma il valore più attuale della Fides et ratio per la vita della Chiesa ci sembra essere la rinnovata condanna del fideismo (cfr. in particolare n. 55). Così Ratzinger nel presentare l’enciclica: «Il Papa in questa enciclica si limita a una questione fondamentale: la capacità dell’uomo di arrivare ragionevolmente alla verità e la dimensione razionale della fede che la rende capace di comunicarsi anche agli altri. Solo se la fede è vera ha un diritto di comunicarsi agli altri, ma se è vera deve anche essere comunicabile e comprensibile». Il paradosso più tragico infatti di questo ventennio sta nel fatto che, sia nell’insegnamento teologico sia nella vita capillare della Chiesa, quanto più Hegel è maestro di tutti («Alcuni rappresentanti dell’idealismo hanno cercato in diversi modi di trasformare la fede e i suoi contenuti, perfino il mistero della morte e resurrezione di Gesù Cristo, in strutture dialettiche razionalmente concepibili», n. 46) e quanto più si parla di cultura, tanto più l’esperienza cristiana è snaturata e ridotta a emozioni sentimentali e a gesti teatrali.
Più che attuali quindi le parole dell’enciclica: «La profondità e genuinità della fede è favorita quando è unita al pensiero e ad esso non rinuncia. Ancora una volta, è la lezione dei Padri che ci guida in questa convinzione: “Lo stesso credere null’altro è che pensare assentendo […]. Chiunque crede pensa, e credendo pensa e pensando crede […]. La fede se non è pensata è nulla”. Ed ancora: “Se si toglie l’assenso, si toglie la fede, perché senza assenso non si crede affatto”» (n. 79). Le due citazioni sono di sant’Agostino, l’ultima tratta dal De fide, spe et caritate e la prima tratta dal De praedestinatione sanctorum. Non sembra senza significato il fatto che questa affermazione è tratta da un’opera antipelagiana di Agostino scritta per affermare che anche l’inizio della fede, come ogni passo nella fede, è grazia. Se, come diceva Augusto Del Noce, tutti gli errori moderni nascono dal separare l’Agostino della grazia dall’Agostino dell’illuminazione interiore, solo l’unità di grazia e verità evita di strumentalizzare le verità di ragione e di fede in quell’imperialismo della verità cui anche il cardinale Joseph Ratzinger accennava nel presentare l’enciclica wojtyliana.
«L’uomo ragionevole è colui che sottomette la ragione all’esperienza»
(Jean Guitton)
«Il dottore si chinò sulla persona che giaceva immobile nel letto. Poi alzò la testa e disse:
“Mi duole comunicarle, signora, che suo marito è passato a miglior vita”.
La creatura, inerte, distesa sul letto emise un debole suono di protesta:
“Non è vero, sono ancora vivo!”.
Replicò la moglie:
“Sta’ zitto; il dottore ne sa più di te!”.
La fiducia cieca nell’autorità compromette la nostra percezione della realtà».
(Brano tratto dal libro Papa Luciani racconta. Esempi e aneddoti narrati da Giovanni Paolo I, a cura di Francesco Taffarel, Edizioni Messaggero Padova 1998)
La peculiare sensibilità del Papa filosofo è in effetti una possibile chiave di lettura dell’enciclica. Nei 108 paragrafi, Wojtyla ha riversato tutte le sue preferenze culturali, la sua particolare filosofia dell’essere elaborata negli anni di insegnamento accademico, insieme alle sollecitudini e alle priorità che hanno segnato anche la sua predicazione come successore di Pietro a Roma: l’apprensione per il relativismo e il nichilismo dilaganti, il richiamo a un pensiero filosofico che non rinunci all’apertura al trascendente, l’appello a coniugare libertà e ricerca della verità.
Ma insieme alla personale impronta filosofica wojtyliana, un filo d’oro attraversa, ben individuabile, tutto il testo e lo rende così, paradossalmente, interessante e attuale anche per i semplici fedeli e per i non credenti: è la riproposizione in questo documento di quanto la Chiesa ha sempre riconosciuto e insegnato sui rapporti tra fede e ragione.
POSSIBILITÀ E DEBOLEZZA DELLA RAGIONE
L’enciclica è stata universalmente recepita e commentata come una condanna del pensiero debole e un manifesto di rifondazione di un pensiero forte cattolico. Ma proprio i passaggi in cui si riprendono i contenuti dogmatici della Tradizione rendono giustizia dei possibili equivoci di tali letture.
Seguendo la Scrittura e la Tradizione, anche la Fides et ratio riconosce che «la ragione è per sua natura orientata alla verità ed è inoltre in se stessa fornita dei mezzi necessari per raggiungerla» (n. 49). È lo stupore creaturale davanti al reale che fa scattare la conoscenza. Davanti al creato «l’essere umano è colto dallo stupore […]. Parte da qui il cammino che lo porterà poi alla scoperta di orizzonti di conoscenza sempre nuovi. Senza meraviglia l’uomo cadrebbe nella ripetitività e, poco alla volta, diventerebbe incapace di un’esistenza veramente personale» (n. 4). E commentando il primo capitolo della Lettera ai Romani di san Paolo il Papa scrive: «Alla ragione dell’uomo, quindi, viene riconosciuta una capacità che sembra quasi superare gli stessi suoi limiti naturali: non solo essa non è confinata entro la conoscenza sensoriale, dal momento che può riflettervi sopra criticamente, ma argomentando sui dati dei sensi può anche raggiungere la causa che sta all’origine di ogni realtà sensibile. Con terminologia filosofica potremmo dire che, nell’importante testo paolino, viene affermata la capacità metafisica dell’uomo» (n. 22). Per tutta l’enciclica riecheggia questa ragionevole fiducia nella «capacità dell’uomo di giungere alla conoscenza della verità; una conoscenza, peraltro, che attinga la verità oggettiva, mediante quella adaequatio rei et intellectus a cui si riferiscono i Dottori della Scolastica» (n. 82).
Ma sempre seguendo la Scrittura e la Tradizione, il riconoscimento della capacità dell’uomo di arrivare ragionevolmente alla verità tiene realisticamente conto della condizione storica in cui il genere umano si trova dopo il peccato originale. Anche se l’espressione peccato originale è esplicitamente riportata solo una volta (n. 76), la Fides et ratio ripropone l’insegnamento di san Paolo nella Lettera ai Romani: «Secondo l’Apostolo, nel progetto originario della creazione era prevista la capacità della ragione di oltrepassare agevolmente il dato sensibile per raggiungere l’origine stessa di tutto: il Creatore. A seguito della disobbedienza con la quale l’uomo scelse di porre se stesso in piena e assoluta autonomia rispetto a Colui che lo aveva creato, questa facilità di risalita a Dio creatore è venuta meno. […] Nella loro originaria disobbedienza essi [i nostri progenitori] coinvolsero ogni uomo e ogni donna, procurando alla ragione ferite che da allora in poi ne avrebbero ostacolato il cammino verso la piena verità. Ormai la capacità umana di riconoscere la verità era offuscata dall’avversione verso Colui che della verità è fonte e origine. È ancora l’Apostolo a rivelare quanto i pensieri degli uomini, a causa del peccato, fossero diventati “vani” e i ragionamenti distorti e orientati al falso (cfr. Rm 1, 21-22)» (n. 22). E così esplicitamente l’enciclica parla della «sua [della ragione] debolezza» (n. 22) e della «fragilità» e dei «limiti [della ragione] derivanti dalla disobbedienza del peccato» (n. 43). In questa prospettiva l’enciclica accenna anche alla «superbia filosofica» (n. 4), e alla “presunzione della ragione” («... essa [la fede] libera la ragione dalla presunzione», n. 76) e valorizza la «genuina critica a quanti si illudono di possedere la verità imbrigliandola nelle secche di un loro sistema» (n. 23).
Così il cardinale Ratzinger, nella conferenza di presentazione, ha ricordato che l’enciclica «riprendendo il Concilio Vaticano I, è consapevole che la ragione umana è ferita, e ha bisogno di aiuto, di luce, ma non è morta. Anche se ferita e bisognosa di essere aiutata, tuttavia la ragione rimane un dono capace di arrivare, con l’aiuto, a una certezza che diventa poi anche sua».
«Il Concilio Vaticano I punto di riferimento normativo»
L’umile fedeltà ai contenuti dogmatici della Tradizione è testimoniata anche da continue ed esplicite citazioni, in particolare nel capitolo V intitolato Gli interventi del Magistero in materia filosofica.
La costituzione dogmatica Dei Filius, con la quale per la prima volta un Concilio ecumenico, il Vaticano I, è intervenuto in maniera solenne sui rapporti tra ragione e fede, viene riproposta come «punto di riferimento normativo» (n. 52). Colpisce inoltre che tre encicliche scomode per i nuovi teologi di questi ultimi decenni vengano richiamate e riproposte. Innanzitutto l’enciclica Aeterni Patris (4 agosto 1879) di Leone XIII «a cui mi sono più volte richiamato in queste pagine» (n. 100) riconosciuta come «un passo di autentica portata storica per la vita della Chiesa» (n. 57). Giovanni Paolo II ripropone come autorevole e attuale la valorizzazione da parte della Aeterni Patris del pensiero di san Tommaso d’Aquino di cui, contro ogni fideismo e soprannaturalismo, cita esplicitamente anche il grande principio: «Come la grazia suppone la natura e la porta a compimento, così la fede suppone e perfeziona la ragione» (n. 43). Viene citata l’enciclica Pascendi dominici gregis (8 settembre 1907) di papa san Pio X sul modernismo (n. 54), insieme al decreto del Sant’Uffizio Lamentabili (3 luglio 1907) con cui «il pragmatismo dogmatico degli inizi di questo secolo, secondo cui le verità di fede non sarebbero altro che regole di comportamento, è stato rifiutato e rigettato» (n. 97). Infine viene citata più volte anche nel testo l’enciclica Humani generis (12 agosto 1950) di Pio XII che, come dice il sottotitolo, riguarda «alcune false opinioni che minacciano di sovvertire i fondamenti della dottrina cattolica». Tra cui la messa in guardia nei confronti di coloro che «snaturano il concetto della gratuità dell’ordine soprannaturale». Trovano posto nella Fides et ratio anche i richiami al Sinodo di Costantinopoli del 543 (n. 52) e al Concilio Lateranense IV del 1215 (n. 84) in quanto condannarono rispettivamente tesi di Origene e di Gioacchino da Fiore, in questi ultimi decenni celebrati acriticamente come due grandi maestri da molti nuovi teologi.
«Omne verum a quocumque dicatur a Spiritu Sancto est»
Valorizzando san Tommaso d’Aquino, per cui «ogni cosa vera, da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo» (n. 44) e valorizzando il Concilio Vaticano II dove afferma che «il desiderio di stabilire un dialogo [...] non esclude nessuno» (n. 104), l’enciclica non esprime sommarie condanne degli approcci filosofici attualmente in voga nella cultura mondana. Anche quando vengono segnalati «gli errori» presenti in «alcune linee di pensiero oggi particolarmente diffuse» (eclettismo, storicismo,scientismo, pragmatismo, nichilismo), l’enciclica mette in guardia i fedeli da una «filosofia radicalmente fenomenista o relativista» (n. 82), dalla «radicale sfiducia nella ragione» (n. 55), da un «pensiero filosofico che rifiutasse ogni apertura metafisica» (n. 83). Anzi, al paragrafo 54 proprio una lunga citazione dell’Humani generis di Pio XII esprime l’apertura a valorizzare ogni spunto vero, sottraendosi alle semplicistiche dialettiche tra pensiero forte e pensiero debole: «“Ora queste tendenze, che più o meno deviano dalla retta strada, non possono essere ignorate o trascurate dai filosofi o dai teologi cattolici, che hanno il grave compito di difendere la verità divina ed umana e di farla penetrare nellle menti degli uomini. Anzi, essi devono conoscere bene queste opinioni, sia perché le malattie non si possono curare se non sono ben conosciute, sia perché qualche volta nelle stesse false affermazioni si nasconde un po’ di verità, sia, infine, perché gli stessi errori spingono la mente nostra a investigare e a scrutare con più diligenza alcune verità sia filosofiche sia teologiche”» (n. 54).
«Lo stesso credere nient’altro È che pensare assentendo»
Ma il valore più attuale della Fides et ratio per la vita della Chiesa ci sembra essere la rinnovata condanna del fideismo (cfr. in particolare n. 55). Così Ratzinger nel presentare l’enciclica: «Il Papa in questa enciclica si limita a una questione fondamentale: la capacità dell’uomo di arrivare ragionevolmente alla verità e la dimensione razionale della fede che la rende capace di comunicarsi anche agli altri. Solo se la fede è vera ha un diritto di comunicarsi agli altri, ma se è vera deve anche essere comunicabile e comprensibile». Il paradosso più tragico infatti di questo ventennio sta nel fatto che, sia nell’insegnamento teologico sia nella vita capillare della Chiesa, quanto più Hegel è maestro di tutti («Alcuni rappresentanti dell’idealismo hanno cercato in diversi modi di trasformare la fede e i suoi contenuti, perfino il mistero della morte e resurrezione di Gesù Cristo, in strutture dialettiche razionalmente concepibili», n. 46) e quanto più si parla di cultura, tanto più l’esperienza cristiana è snaturata e ridotta a emozioni sentimentali e a gesti teatrali.
Più che attuali quindi le parole dell’enciclica: «La profondità e genuinità della fede è favorita quando è unita al pensiero e ad esso non rinuncia. Ancora una volta, è la lezione dei Padri che ci guida in questa convinzione: “Lo stesso credere null’altro è che pensare assentendo […]. Chiunque crede pensa, e credendo pensa e pensando crede […]. La fede se non è pensata è nulla”. Ed ancora: “Se si toglie l’assenso, si toglie la fede, perché senza assenso non si crede affatto”» (n. 79). Le due citazioni sono di sant’Agostino, l’ultima tratta dal De fide, spe et caritate e la prima tratta dal De praedestinatione sanctorum. Non sembra senza significato il fatto che questa affermazione è tratta da un’opera antipelagiana di Agostino scritta per affermare che anche l’inizio della fede, come ogni passo nella fede, è grazia. Se, come diceva Augusto Del Noce, tutti gli errori moderni nascono dal separare l’Agostino della grazia dall’Agostino dell’illuminazione interiore, solo l’unità di grazia e verità evita di strumentalizzare le verità di ragione e di fede in quell’imperialismo della verità cui anche il cardinale Joseph Ratzinger accennava nel presentare l’enciclica wojtyliana.
«L’uomo ragionevole è colui che sottomette la ragione all’esperienza»
(Jean Guitton)
«Il dottore si chinò sulla persona che giaceva immobile nel letto. Poi alzò la testa e disse:
“Mi duole comunicarle, signora, che suo marito è passato a miglior vita”.
La creatura, inerte, distesa sul letto emise un debole suono di protesta:
“Non è vero, sono ancora vivo!”.
Replicò la moglie:
“Sta’ zitto; il dottore ne sa più di te!”.
La fiducia cieca nell’autorità compromette la nostra percezione della realtà».
(Brano tratto dal libro Papa Luciani racconta. Esempi e aneddoti narrati da Giovanni Paolo I, a cura di Francesco Taffarel, Edizioni Messaggero Padova 1998)