Un invito ad abbattere i bastioni
Alcune note sulla tredicesima enciclica di Giovanni Paolo II, Fides et ratio
di Rino Fisichella
«Non sembri fuori luogo il mio richiamo forte e
incisivo, perché la fede e la filosofia recuperino
l’unità profonda che le rende capaci di essere coerenti con la
loro natura nel rispetto della reciproca autonomia. Alla parresia della fede deve corrispondere
l’audacia della ragione» (n. 48). Quest’espressione
potrebbe costituire lo scenario su cui porre la tredicesima enciclica di
Giovanni Paolo II. In poche righe si condensano considerazioni fondamentali
che, in qualche modo, permettono di riassumere l’intero contenuto
dell’enciclica.
In primo luogo, la competenza di un simile intervento. Il Papa affronta un problema complesso che solo apparentemente sembra non avere alcun riferimento con la pastorale. La filosofia e la fede non sono due momenti marginali nella vita degli uomini, ma costitutivi. La capacità di ricercare la verità e di riflettere su di essa sono la forma germinale di un filosofare che appartiene all’uomo; egli «è naturalmente filosofo» (n. 64). Alla stessa stregua, la fede è l’atto con il quale ognuno manifesta la libertà di affidarsi all’altro in una relazione di confidenza e amore (cfr. n. 13). Questi elementi definiscono l’uomo e lo caratterizzano all’interno di tutta la creazione; già questo motivo giustifica di per sé un intervento come Fides et ratio. Due termini, inoltre, meritano di essere sottolineati “parresia” e “audacia”. La parresia è una parola di forte colorazione biblica. Indica la chiarezza e la determinazione nel rivolgersi all’altro, senza ricorrere a sottintesi né sotterfugi; esprime la sincerità e la schiettezza di chi parla. Alla fede, pertanto, il dovere di parlare con parresia, mentre alla ragione la forza dell’audacia. Essa è tipica di colui che sa affrontare ogni difficoltà senza timore alcuno, sapendo che si sta apportando qualcosa di innovativo e di giusto.
A ragion veduta si può affermare che Giovanni Paolo II, nello scrivere le pagine di Fides et ratio, ha usato sia la parresia che l’audacia.
La seconda considerazione riguarda l’unità e l’autonomia che la fede e la filosofia sono chiamate a recuperare, superando il dramma della divisione caratteristico dell’epoca moderna. L’enciclica sviluppa questo argomento a più riprese con profondità e con originalità (cfr. nn. 36-48). Ciò che emerge in maniera chiara è la convinzione espressa, secondo cui la separazione tra fede e ragione ha impoverito entrambe. Scrive il Santo Padre: «La ragione, privata dell’apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l’esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale» (n. 48). Egli mostra come l’unità tra la fede e la ragione siano la strada necessaria e urgente da intraprendere, soprattutto oggi; essa accresce e rinforza sia il pensiero che la fede, offrendo spazi di libertà per progredire nell’intelligenza dinamica della verità.
Fides et ratio. Nella semplicità di due termini viene detto l’intero contenuto dell’enciclica. Qualcuno potrebbe intravedere nel titolo una forma di dualismo. Il timore viene subito fugato dal seguito della frase: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». L’oggetto primario e unitario dell’enciclica è la verità e all’uomo vengono forniti gli strumenti perché in maniera adeguata possa giungere alla sua contemplazione. Se si vuole, il documento costituisce un inno alla ragione perché possa recuperare in pienezza il ruolo che ha svolto nei momenti più significativi della storia del pensiero.
In questo contesto, è utile sottolineare che Fides et ratio porta la data del 14 settembre, giorno dell’Esaltazione della Santa Croce. Per paradossale che possa sembrare, la festa liturgica permette di accedere a uno dei temi più cruciali del rapporto tra fede e ragione e, nello stesso tempo, prospetta la via da seguire per il raggiungimento della verità. Il tema del rapporto con la filosofia non è stato mai facile per la fede. All’orizzonte, come uno scenario indelebile, si ritrova sempre il testo di Paolo che con lucidità espone il dilemma: «Mentre i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocefisso, stoltezza per i pagani... Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini» (1 Cor 1, 22-25). È alla luce di questo brano che bisogna rileggere la storia della relazione tra la fede e la filosofia. La morte di Gesù Cristo viene assunta dall’Apostolo come fonte di vita e segno dell’amore. Il commento di Giovanni Paolo II a questo brano è quanto mai espressivo: «Quale sfida viene posta alla nostra ragione e quale vantaggio essa ne ricava se vi si arrende!» (n. 23). L’abbandonarsi della ragione nelle mani della fede le impedisce di rimanere imbrigliata nelle «secche di un sistema» (n. 23). Inutile negare che proprio nel dramma della morte di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il pensiero umano abbia trovato lo scoglio più arduo contro cui molti hanno naufragato. Anche il pensiero più speculativo che ha saputo affrontare l’interrogativo, proponendo soluzioni ardue, non ha potuto andare oltre il limite della paradossalità dell’evento. «Non la sapienza delle parole, ma la Parola della Sapienza» (n. 23) è la verità abilitata a svelare il mistero che la croce racchiude. «La ragione non può svuotare il mistero di amore che la Croce rappresenta, mentre la Croce può dare alla ragione la risposta ultima che essa cerca» (n. 23).
È qui, a nostro avviso, che si trova la chiave per entrare nel tema decisivo della verità cristiana.
La croce, infatti, afferma la verità che l’uomo è tenuto a recepire per dare con la sua ragione una risposta sensata all’interrogativo più drammatico dell’intera esistenza.
È importante considerare che Fides et ratio si pone in stretta relazione con Veritatis splendor ne forma la sua continuazione e, in qualche modo, ne sorregge l’impianto fornendole il fondamento teoretico e dottrinale. È facile cogliere il nesso e l’intenzionalità delle due encicliche. Con Veritatis splendor Giovanni Paolo II interveniva per «precisare alcuni aspetti dottrinali che risultano decisivi per far fronte a quella che è senza dubbio una vera crisi» (VS n. 5). Con Fides et ratio egli considera la verità come tale, assunta nella sua valenza teologica e metafisica come pure nelle implicanze che essa comporta nell’ordine di una trasformazione culturale e dell’intelligenza di fede. Ambedue le encicliche, da prospettive differenti, sottolineano la stessa constatazione di crisi, individuano le cause sottese, ne analizzano i comportamenti consequenziali e prospettano le vie per un positivo superamento. Veritatis splendor e Fides et ratio costituiscono le due pale di un trittico al centro del quale si pone l’icona di Gesù Cristo Redemptor hominis.
In questa enciclica, inoltre, Giovanni Paolo II ripercorre il cammino compiuto dalla ragione e dalla fede. Per la prima, egli richiama con forza la vocazione originaria del pensiero filosofico che, per sua stessa natura, tende verso la pienezza della verità. Per la teologia viene fortemente ribadita l’impossibilità di una genuina riflessione senza l’apporto della filosofia. Nello stesso tempo, comunque, viene ricordato che non ogni pensiero filosofico è coerente con la fede; alcune tesi, anzi, minano alla base lo stesso tentativo della ragione di voler raggiungere la verità.
Subito, a una prima lettura, l’enciclica mostra in maniera inequivocabile che si è dinanzi a un testo che rende evidente ciò che il Papa è stato negli anni passati: il filosofo con la passione per la verità. Questa enciclica è il ritorno di Giovanni Paolo II a uno dei temi a lui più congeniali, più conosciuti e, probabilmente, tra i più amati. Qui egli non parla per interposta persona, ma direttamente con il bagaglio profondo di ricerca, di studio, di interrogativi e di risposte che hanno segnato gran parte della sua vita. E, tuttavia, per il genere stesso del documento, ciò che egli esprime va al di là della sua esperienza personale di filosofo. Chi parla in questo testo è il successore di Pietro carico della forza che gli proviene dal rivestire questo ministero. Fides et ratio non è un trattato di filosofia e non sposa alcuna scuola di pensiero. L’enciclica, al contrario, espone la dottrina della Chiesa su una materia quanto mai decisiva per la fede e l’evangelizzazione. Tendere alla verità tutta intera è il fine che la Chiesa si prefigge e persegue, perché la verità è Cristo. Il Papa, d’altronde, ne è ben cosciente quando ricorda che: «Testimoniare la verità è, dunque, un compito che è stato affidato a noi Vescovi; ad esso non possiamo rinunciare senza venir meno al ministero che abbiamo ricevuto» (n. 6).
Per quanto si possa risalire nel tempo, è difficile trovare un documento del magistero che si sia inoltrato in una simile tematica, mantenendo un profondo equilibrio tra le richieste della ragione e le esigenze proprie della fede. Giovanni Paolo II non ha timore di affrontare con lucidità i nodi culturali che oggi sono sul tappeto e i limiti in cui si è rinchiusa la filosofia contemporanea. Egli riesce a denunciare con vigore sia il pericolo che l’inutilità di alcune muraglie cinesi costruite per impedire il reciproco rapporto tra ragione alla fede. Fides et ratio è l’invito ad abbattere questi bastioni per permettere almeno alla ragione di essere se stessa. Aver disatteso la tensione dinamica verso la verità ha privato anche l’ambito etico e la conquista scientifica della loro forza connaturale. L’imporsi di una mentalità positivistica, infatti, ha favorito il rischio che alcuni, privi di ogni riferimento etico, abbiano dimenticato il vero interesse per la persona diventando schiavi della logica di mercato.
Per paradossale che possa sembrare, Fides et ratio si pone come un impegno forte assunto dalla fede per difendere la ragione. In ultima analisi, è la difesa dell’uomo nel suo aprirsi alla verità, unica vera condizione per un’esistenza libera e carica di senso.
In primo luogo, la competenza di un simile intervento. Il Papa affronta un problema complesso che solo apparentemente sembra non avere alcun riferimento con la pastorale. La filosofia e la fede non sono due momenti marginali nella vita degli uomini, ma costitutivi. La capacità di ricercare la verità e di riflettere su di essa sono la forma germinale di un filosofare che appartiene all’uomo; egli «è naturalmente filosofo» (n. 64). Alla stessa stregua, la fede è l’atto con il quale ognuno manifesta la libertà di affidarsi all’altro in una relazione di confidenza e amore (cfr. n. 13). Questi elementi definiscono l’uomo e lo caratterizzano all’interno di tutta la creazione; già questo motivo giustifica di per sé un intervento come Fides et ratio. Due termini, inoltre, meritano di essere sottolineati “parresia” e “audacia”. La parresia è una parola di forte colorazione biblica. Indica la chiarezza e la determinazione nel rivolgersi all’altro, senza ricorrere a sottintesi né sotterfugi; esprime la sincerità e la schiettezza di chi parla. Alla fede, pertanto, il dovere di parlare con parresia, mentre alla ragione la forza dell’audacia. Essa è tipica di colui che sa affrontare ogni difficoltà senza timore alcuno, sapendo che si sta apportando qualcosa di innovativo e di giusto.
A ragion veduta si può affermare che Giovanni Paolo II, nello scrivere le pagine di Fides et ratio, ha usato sia la parresia che l’audacia.
La seconda considerazione riguarda l’unità e l’autonomia che la fede e la filosofia sono chiamate a recuperare, superando il dramma della divisione caratteristico dell’epoca moderna. L’enciclica sviluppa questo argomento a più riprese con profondità e con originalità (cfr. nn. 36-48). Ciò che emerge in maniera chiara è la convinzione espressa, secondo cui la separazione tra fede e ragione ha impoverito entrambe. Scrive il Santo Padre: «La ragione, privata dell’apporto della Rivelazione, ha percorso sentieri laterali che rischiano di farle perdere di vista la sua meta finale. La fede, privata della ragione, ha sottolineato il sentimento e l’esperienza, correndo il rischio di non essere più una proposta universale» (n. 48). Egli mostra come l’unità tra la fede e la ragione siano la strada necessaria e urgente da intraprendere, soprattutto oggi; essa accresce e rinforza sia il pensiero che la fede, offrendo spazi di libertà per progredire nell’intelligenza dinamica della verità.
Fides et ratio. Nella semplicità di due termini viene detto l’intero contenuto dell’enciclica. Qualcuno potrebbe intravedere nel titolo una forma di dualismo. Il timore viene subito fugato dal seguito della frase: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». L’oggetto primario e unitario dell’enciclica è la verità e all’uomo vengono forniti gli strumenti perché in maniera adeguata possa giungere alla sua contemplazione. Se si vuole, il documento costituisce un inno alla ragione perché possa recuperare in pienezza il ruolo che ha svolto nei momenti più significativi della storia del pensiero.
In questo contesto, è utile sottolineare che Fides et ratio porta la data del 14 settembre, giorno dell’Esaltazione della Santa Croce. Per paradossale che possa sembrare, la festa liturgica permette di accedere a uno dei temi più cruciali del rapporto tra fede e ragione e, nello stesso tempo, prospetta la via da seguire per il raggiungimento della verità. Il tema del rapporto con la filosofia non è stato mai facile per la fede. All’orizzonte, come uno scenario indelebile, si ritrova sempre il testo di Paolo che con lucidità espone il dilemma: «Mentre i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocefisso, stoltezza per i pagani... Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini» (1 Cor 1, 22-25). È alla luce di questo brano che bisogna rileggere la storia della relazione tra la fede e la filosofia. La morte di Gesù Cristo viene assunta dall’Apostolo come fonte di vita e segno dell’amore. Il commento di Giovanni Paolo II a questo brano è quanto mai espressivo: «Quale sfida viene posta alla nostra ragione e quale vantaggio essa ne ricava se vi si arrende!» (n. 23). L’abbandonarsi della ragione nelle mani della fede le impedisce di rimanere imbrigliata nelle «secche di un sistema» (n. 23). Inutile negare che proprio nel dramma della morte di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, il pensiero umano abbia trovato lo scoglio più arduo contro cui molti hanno naufragato. Anche il pensiero più speculativo che ha saputo affrontare l’interrogativo, proponendo soluzioni ardue, non ha potuto andare oltre il limite della paradossalità dell’evento. «Non la sapienza delle parole, ma la Parola della Sapienza» (n. 23) è la verità abilitata a svelare il mistero che la croce racchiude. «La ragione non può svuotare il mistero di amore che la Croce rappresenta, mentre la Croce può dare alla ragione la risposta ultima che essa cerca» (n. 23).
È qui, a nostro avviso, che si trova la chiave per entrare nel tema decisivo della verità cristiana.
La croce, infatti, afferma la verità che l’uomo è tenuto a recepire per dare con la sua ragione una risposta sensata all’interrogativo più drammatico dell’intera esistenza.
È importante considerare che Fides et ratio si pone in stretta relazione con Veritatis splendor ne forma la sua continuazione e, in qualche modo, ne sorregge l’impianto fornendole il fondamento teoretico e dottrinale. È facile cogliere il nesso e l’intenzionalità delle due encicliche. Con Veritatis splendor Giovanni Paolo II interveniva per «precisare alcuni aspetti dottrinali che risultano decisivi per far fronte a quella che è senza dubbio una vera crisi» (VS n. 5). Con Fides et ratio egli considera la verità come tale, assunta nella sua valenza teologica e metafisica come pure nelle implicanze che essa comporta nell’ordine di una trasformazione culturale e dell’intelligenza di fede. Ambedue le encicliche, da prospettive differenti, sottolineano la stessa constatazione di crisi, individuano le cause sottese, ne analizzano i comportamenti consequenziali e prospettano le vie per un positivo superamento. Veritatis splendor e Fides et ratio costituiscono le due pale di un trittico al centro del quale si pone l’icona di Gesù Cristo Redemptor hominis.
In questa enciclica, inoltre, Giovanni Paolo II ripercorre il cammino compiuto dalla ragione e dalla fede. Per la prima, egli richiama con forza la vocazione originaria del pensiero filosofico che, per sua stessa natura, tende verso la pienezza della verità. Per la teologia viene fortemente ribadita l’impossibilità di una genuina riflessione senza l’apporto della filosofia. Nello stesso tempo, comunque, viene ricordato che non ogni pensiero filosofico è coerente con la fede; alcune tesi, anzi, minano alla base lo stesso tentativo della ragione di voler raggiungere la verità.
Subito, a una prima lettura, l’enciclica mostra in maniera inequivocabile che si è dinanzi a un testo che rende evidente ciò che il Papa è stato negli anni passati: il filosofo con la passione per la verità. Questa enciclica è il ritorno di Giovanni Paolo II a uno dei temi a lui più congeniali, più conosciuti e, probabilmente, tra i più amati. Qui egli non parla per interposta persona, ma direttamente con il bagaglio profondo di ricerca, di studio, di interrogativi e di risposte che hanno segnato gran parte della sua vita. E, tuttavia, per il genere stesso del documento, ciò che egli esprime va al di là della sua esperienza personale di filosofo. Chi parla in questo testo è il successore di Pietro carico della forza che gli proviene dal rivestire questo ministero. Fides et ratio non è un trattato di filosofia e non sposa alcuna scuola di pensiero. L’enciclica, al contrario, espone la dottrina della Chiesa su una materia quanto mai decisiva per la fede e l’evangelizzazione. Tendere alla verità tutta intera è il fine che la Chiesa si prefigge e persegue, perché la verità è Cristo. Il Papa, d’altronde, ne è ben cosciente quando ricorda che: «Testimoniare la verità è, dunque, un compito che è stato affidato a noi Vescovi; ad esso non possiamo rinunciare senza venir meno al ministero che abbiamo ricevuto» (n. 6).
Per quanto si possa risalire nel tempo, è difficile trovare un documento del magistero che si sia inoltrato in una simile tematica, mantenendo un profondo equilibrio tra le richieste della ragione e le esigenze proprie della fede. Giovanni Paolo II non ha timore di affrontare con lucidità i nodi culturali che oggi sono sul tappeto e i limiti in cui si è rinchiusa la filosofia contemporanea. Egli riesce a denunciare con vigore sia il pericolo che l’inutilità di alcune muraglie cinesi costruite per impedire il reciproco rapporto tra ragione alla fede. Fides et ratio è l’invito ad abbattere questi bastioni per permettere almeno alla ragione di essere se stessa. Aver disatteso la tensione dinamica verso la verità ha privato anche l’ambito etico e la conquista scientifica della loro forza connaturale. L’imporsi di una mentalità positivistica, infatti, ha favorito il rischio che alcuni, privi di ogni riferimento etico, abbiano dimenticato il vero interesse per la persona diventando schiavi della logica di mercato.
Per paradossale che possa sembrare, Fides et ratio si pone come un impegno forte assunto dalla fede per difendere la ragione. In ultima analisi, è la difesa dell’uomo nel suo aprirsi alla verità, unica vera condizione per un’esistenza libera e carica di senso.