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FEDE E CULTURA
tratto dal n. 10 - 1998

DIPLOMAZIA VATICANA. Intervista con Silvio Ferrari, docente di diritto canonico

Record di concordati. In un mondo sempre più scristianizzato


In quest’ultimo ventennio l’attività concordataria della Santa Sede ha avuto un grande sviluppo. Ma, dice Ferrari, «il vedere nella stipulazione di così tanti nuovi concordati una sorta di conversione degli Stati verso la Chiesa non sta in piedi»


Intervista con Silvio Ferrari di Giovanni Cubeddu


Ed eccoci arrivati. Ottobre ’98, venti anni di pontificato di Karol Wojtyla. Tra innumerevoli celebrazioni questo ventennio wojtyliano sarà omaggiato anche da un “numero speciale” dei Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, totalmente dedicato all’attività concordataria della Santa Sede dal ’78 ad oggi. Così Silvio Ferrari – docente di diritto canonico, celebre e stimato esperto di “questioni ecclesiastiche” – intende ricordare con la rivista che dirige (la più autorevole pubblicazione italiana, e non solo, in materia) il ventennio wojtyliano: rivisitandolo nel modo in cui esso ha inteso i rapporti tra Chiesa e Stato. Partendo da un’intuizione, che ha trovato riscontri. Spiega Ferrari: «Ho cercato di capire se nei concordati successivi alla caduta del muro di Berlino fosse individuabile uno schema di fondo, una strategia. Mi sembra di sì, e gli elementi centrali sono da una parte l’affermazione dell’indipendenza e dell’autonomia di Chiesa e Stato, dall’altra l’affermazione della presenza “sociale” della Chiesa». Un elemento che, in verità, ritroviamo nei concordati anche prima della caduta del Muro: c’era già in quello italiano dell’84… «Certamente,» afferma Ferrari «questi concordati post ’89 realizzano un discorso iniziato nel Concilio Vaticano II, proseguito con il pontificato di Paolo VI, con il Concordato spagnolo del ’76, e che ora sta avendo massima applicazione con i concordati di Giovanni Paolo II». Quale discorso? «Il venir meno dell’idea del confessionalismo di Stato, ancora prevalente in tutti i concordati preconciliari e presente anche in qualcuno dei concordati postconciliari» sintetizza Ferrari. Ma a questo punto sorgono delle difficoltà. Continua Ferrari: «La fine della pretesa confessionalistica in un certo senso lascia un vuoto: non si capisce più perché lo Stato dovrebbe ancora tenere un certo comportamento verso la Chiesa se non è più uno Stato cattolico. Questo vuoto è riempito nei concordati da nuovi punti di riferimento: il fatto che la religione cattolica è la religione della maggioranza della popolazione (vedi i nuovi concordati con la Polonia, la Croazia); il fatto che la religione cattolica ha forti radici nella cultura e nella tradizione di un Paese (ancora il concordato con la Polonia, con il Gabon, con Malta); o il fatto che la Chiesa cattolica rende un servizio allo sviluppo della vita spirituale e culturale di un determinato Paese (vedi ancora il concordato con la Croazia). Dunque: l’idea stessa di cooperazione tra Stato e Chiesa non poggia più sul riconoscimento da parte dello Stato della verità della religione cattolica, ma sul fatto che la religione cattolica ha un radicamento di tipo sociale, culturale, storico in un determinato Paese».

In questa prospettiva, diciamo così culturale-sociale, cosa ottiene oggi la Chiesa nello stipulare i concordati?
SILVIO FERRARI: Essenzialmente due cose. Primo, la libertà della Chiesa dentro l’ordinamento statale. Secondo, la collaborazione nel sociale tra Stato e Chiesa. In quest’ultimo caso si parte dall’idea che la religione cattolica e la Chiesa cattolica siano parti costitutive della nazione e che la collaborazione nella sfera del sociale sia la cosa migliore per garantire il benessere non solo dei cattolici ma di tutto il Paese. Per quanto riguarda il profilo della libertà della Chiesa, i concordati contemporanei ripetono uno schema sostanzialmente identico. Cioè contengono in genere le seguenti garanzie: libertà di comunicazione tra Santa Sede e Chiesa locale nei singoli Stati; libertà di organizzazione interna della Chiesa, senza l’ingerenza dello Stato, in particolare libertà delle nomine ecclesiastiche; poi libertà di culto, di stampa, di associazione, di creare scuole, ecc.
È sicuramente un complesso di norme garantiste molto forte…
FERRARI: Ciò dipende, fra l’altro, dal fatto che parecchi di questi concordati sono stati stipulati con Paesi ex comunisti – e la Chiesa polacca, la Chiesa croata, la Chiesa di Ungheria, ecc., sono molto sensibili alla tematica della libertà della Chiesa di fronte allo Stato – oppure sono concordati con Paesi come il Gabon, diciamo così, a democrazia fragile, come molte realtà africane. L’esperienza del passato spiega la fermezza della Chiesa nel rivendicare la propria libertà. Però, secondo me, la formulazione di queste norme non è sempre del tutto convincente. Per esempio, nel concordato polacco ogni tanto c’è qualche accento “ecclesial-nazionalistico”, che forse si poteva evitare…
E il secondo profilo, la collaborazione tra Chiesa e Stato nel sociale?
FERRARI: Qui nascono dei problemi. Credo che ci sia una tentazione a cui bisogna stare attenti. La tentazione, come suggerivo prima, è che la Chiesa supplisca alla debolezza degli Stati in maniera eccessiva fino al punto di sostituirsi allo Stato. Ciò è molto chiaro nei Paesi ex comunisti. Mi spiego: la gente non ha più fiducia nello Stato del passato, ma neppure nell’economia liberistica selvaggia ora esplosa. C’è una situazione di mancanza di punti di riferimento ideali. In questo vuoto la Chiesa emerge come l’unica realtà solida. Per cui è naturale che, da un lato la gente e dall’altro i nuovi regimi politici bisognosi di una legittimazione, si rivolgano ad essa, come istituzione forte o come istituzione legittimante. Ma se la Chiesa si sostituisce allo Stato rischia essa stessa di divenire un centro di potere…
Ha avuto modo di riscontrare quanto si diceva solo nei concordati stipulati dopo l’89 con i Paesi ex comunisti?
FERRARI: Non è solo un problema di Paesi comunisti, anzi. È, direi così, un problema di trend globale, di postmoderno. Nella crisi della modernità c’è un recupero del ruolo “pubblico” della religione, religione che le idee illuministiche moderne tendevano a “privatizzare”: per lo Stato moderno la cittadinanza è una cittadinanza laica, ognuno lascia la religione a casa sua, nella sfera pubblica non c’entra. Questa idea è stata forte fino alla metà degli anni Ottanta. Poi si è indebolita, sostituita dall’idea che la religione è una componente della storia e della cultura di un popolo, è un soggetto collettivo che in un certo senso “deve” fare parte della costruzione sociale pubblica. È un fenomeno che non riguarda soltanto la Chiesa cattolica ma un po’ tutte le istituzioni religiose. A latere esistono poi altre questioni che col postmoderno non c’entrano ma che vanno nella medesima direzione di uno sviluppo del ruolo “pubblico” della Chiesa e del suo rapporto con il potere. Per fare un esempio, in Italia, lo sviluppo del no profit: lo Stato non riesce più a seguire in prima persona certi settori e li delega al volontariato no profit, e, indubbiamente, metà del volontariato no profit è cattolico. Ciò spiega un sempre maggiore impegno nel sociale della Chiesa, nell’ottica suddetta.
Nonostante alcune ambiguità, che lei evidenzia, nell’azione concordataria contemporanea, tale strumento gode comunque di un ampio favore.
FERRARI: Da sempre la Chiesa ha visto nel concordato il modo migliore di rapportarsi con lo Stato, almeno da quando ci sono gli Stati nazionali. E non ha mai cambiato idea. Da parte sua lo Stato ormai fa “concordati” con tutti: i sindacati, la Confindustria, i partiti. Lo Stato contemporaneo è uno Stato contrattuale, uno Stato che legifera soltanto dopo aver cercato e ottenuto l’accordo con i gruppi sociali organizzati, quindi anche con i gruppi religiosi e le Chiese.
Il problema per la Chiesa, semmai, è un altro: quello di sapere se tra venti anni lo Stato nazionale avrà ceduto le sue competenze in materia concordataria ad altri enti sovranazionali come l’Unione europea o ad organizzazioni “subnazionali” come le macroregioni. Allora, da una parte non ci sarà più il concordato della Santa Sede con l’Italia o la Spagna, per esempio, ma con l’Unione europea, dall’altra gli accordi macroregionali li sottoscriveranno le Conferenze episcopali. Questa è una possibile prospettiva.
La prospettiva europea però si è già rivelata piuttosto amara per la Chiesa cattolica. Basti ricordare la dichiarazione intergovernativa di Amsterdam del giugno 1997. A cosa si va incontro?
FERRARI: Se l’Unione europea inizia a legiferare attraverso direttive a cui gli Stati devono attenersi c’è il pericolo che la posizione della Chiesa in ciascuno Stato venga in qualche maniera incisa. E le Chiese europee ne hanno timore. Esempio: l’Unione europea potrebbe emanare una direttiva in cui stabilisce che il riposo settimanale deve essere assicurato in un giorno infrasettimanale, ma non necessariamente la domenica. Oppure fa una direttiva in materia di riservatezza dei dati personali che sottopone a mille controlli la tenuta di archivi elettronici, o la trasmissione di dati da un ente ad un altro, e questo mette nei guai le parrocchie, che hanno il registro dei battezzati…
Ecco perché le Chiese in Europa volevano una norma che dicesse che l’Unione rispetta la posizione costituzionale delle Chiese nei singoli Stati. Poi questa norma è stata profondamente cambiata in sede di negoziato finale ad Amsterdam, parificando le comunità religiose e quelle filosofico-culturali non confessionali, le cosiddette Weltanschauungen. Una parte degli Stati dell’Unione europea, in particolare il Belgio e la stessa Germania, conoscono da molto tempo questa equiparazione. La Germania è stata la più forte sostenitrice della tesi che vuole rafforzare, “costituzionalizzare” a livello europeo la posizione delle Chiese: ma aveva un forte punto di debolezza nel fatto che la sua stessa Costituzione prevede la parificazione tra Chiesa e Weltanschauungen. E qualcuno in sede di trattative glielo ha fatto notare!
La Francia, che ha una grande tradizione di laicità dello Stato, ha sostenuto questa posizione. Ed ha prevalso. Forse è stato commesso qualche errore da parte delle Chiese. Se la norma si fosse preoccupata di garantire la libertà religiosa (e non soltanto i diritti delle istituzioni religiose) sarebbe stato probabilmente possibile ottenere l’adesione di un maggiore numero di governi.
Enfatizzare l’attività concordataria, quasi fosse un sintomo di vitalità – o di rivincita – della Chiesa potrebbe essere fuorviante…
FERRARI: Da giurista dico che l’importanza dei concordati non va sopravvalutata. Il diritto cerca di prefigurare delle soluzioni. Ma se i concordati non sono riempiti di contenuti vitali, restano scatole vuote. Il diritto può anche stabilire che «in tutte le scuole si insegna un’ora la settimana la religione cattolica»; se poi la religione cattolica in quell’ora è insegnata in una certa maniera, per assurdo tanto varrebbe non averla. La Segreteria di Stato non può fare nulla di più che predisporre delle opportunità giuridiche, e che esse siano sfruttate spetta più alle Chiese locali che non alla Santa Sede.
Il vedere nella stipulazione di così tanti nuovi concordati una sorta di conversione degli Stati verso la Chiesa non sta in piedi. Perché lo Stato stipula oggi un concordato sulla base di considerazioni che non solo non hanno nulla a che fare con il riconoscere la verità di una religione, ma neppure con il riconoscere la bontà sociale dell’azione della Chiesa cattolica. Il mondo non ritorna alla Chiesa perché ci sono più rappresentanze diplomatiche vaticane, più concordati, più protocolli...


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