Il futuro della città dell’uomo
La globalizzazione economica, lo sviluppo sostenibile del Terzo Mondo, la governabilità del pianeta. Per dibattere questi grandi problemi della fine del millennio è nato, con la collaborazione dell’Agenzia romana per il Giubileo e del Centro culturale Dionysia, Forum 2000
di Marco Politi
Tra le grandi fatiche di questo scorcio di pontificato
verrà certamente ricordato il progetto di Giubileo che Giovanni
Paolo II è riuscito ad imporre alla Chiesa e all’opinione
pubblica internazionale. “Imporre” può sembrare una
parola forte, ma papa Wojtyla, anche a costo di contraddire alcuni settori
più timorosi della Chiesa e più di un esponente del Collegio
cardinalizio, sta dando un’impronta inedita alla celebrazione
giubilare. Non più semplice festa celebrativa, riunione trionfale (o
trionfalistica) della cattolicità intorno alle tombe degli apostoli,
ma severo passaggio di purificazione, esame rigoroso delle mancanze della
Chiesa fino al riconoscimento penitenziale degli errori e degli orrori
commessi da uomini che si richiamavano al cristianesimo. Si pensi alla
coraggiosa riapertura da parte della Chiesa cattolica dei dossier dolorosi
dell’antigiudaismo cristiano e delle inquisizioni.
È quello che l’opinione pubblica ha subito battezzato il “mea culpa”. Un’espressione forse troppo sbrigativa, ma che coglie nel nocciolo l’intuizione di Giovanni Paolo II. Il Pontefice è giustamente convinto che soltanto una Chiesa rinnovata e purificata può affrontare le grandi sfide del terzo millennio: prime fra tutte la rievangelizzazione, l’unione fra le comunità cristiane oggi separate, il mantenimento del ruolo di portavoce dei diritti umani e dei popoli che questo papato si è conquistato.
Di colpo, con questa impostazione, l’idea del Giubileo ha superato i confini dell’avvenimento cattolico ed è diventata rilevante per i cristiani tutti, per i seguaci di fedi differenti, per uomini anche non credenti. Ed è di questi mesi il fiorire in varie nazioni di iniziative e di convegni, che hanno tutti come obiettivo lo spartiacque del duemila.
Anche Roma si prepara a dare il suo contributo. L’Agenzia romana per il Giubileo e il Centro culturale Dionysia (con l’appoggio del Comune, della Provincia e della Regione) hanno deciso di lanciare il progetto di un grande Forum internazionale per il duemila, dedicato al tema «Costruire una comunità globale». Dovrà essere un grande momento di riflessione sul passaggio di millennio, che coinvolgerà scienziati, uomini di Stato, leader religiosi e uomini di cultura di ogni credo, le grandi istituzioni internazionali e in primo luogo il Segretariato generale delle Nazioni Unite, per individuare le regole di convivenza e di sviluppo di un “nuovo ordine mondiale”, la cui necessità era già stata intuita dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 da Giovanni Paolo II, Michail Gorbaciov e George Bush.
Affrontare il problema della governabilità del pianeta, di uno sviluppo sostenibile e di un nuovo decalogo per la convivenza umana (in presenza della migrazione di decine di milioni di uomini da un continente all’altro) può sembrare un progetto ambizioso. Ma la sfida è dettata dalla realtà.
Il secolo XX si chiude con uno scenario di globalizzazione senza precedenti. Economia, tecnologia, informatica spingono popoli, religioni e culture diversissimi a entrare in uno spazio globale governato tendenzialmente dalle stesse leggi economiche, dagli stessi ritmi, dalle stesse regole. Una stessa moneta, il dollaro, ha assunto valore di riferimento per tutto il mondo: persino a Cuba o a Baghdad “la moneta” mondiale è l’US Dollar. Una sola superpotenza, gli Stati Uniti, è rimasta dopo la fine della guerra fredda.
Gli avvenimenti odierni non hanno precedenti nella storia dell’umanità, cioè in quei settemila anni che vanno dalla nascita delle prime culture urbane a oggi. C’è sempre stato in passato il contrapporsi e l’equilibrarsi di poli diversi. Egiziani e Ittiti, Greci e Persiani, Impero romano e Impero dei Parti, mondo cristiano e mondo dell’islam, Occidente e Oriente, Stati Uniti e Unione Sovietica. La caduta del muro di Berlino non segna la “fine della storia”, come è stato detto erroneamente, ma l’apertura di un capitolo radicalmente nuovo della storia umana. Non era mai successo in settemila anni di storia umana che un solo Paese riassumesse in sé il massimo di potere economico, politico, militare, culturale.
Eppure gli eventi di questa fine millennio ci mostrano che una gestione unipolare del mondo non è praticabile. Si moltiplicano gli Stati dotati di armi nucleari, gravi crisi regionali – come quella del Medio Oriente – non trovano soluzione, diventa insostenibile punire con embarghi nazioni cosiddette “cattive”. Dieci anni dopo la fine dell’equilibrio del terrore e della guerra fredda fra Mosca e Washington si ripropone la questione di nuove regole internazionali, di un nuovo assetto in cui i popoli e le nazioni del mondo si sentano realmente partecipi.
Scienza, tecnica, economia hanno creato uno spazio globale (chi avrebbe potuto immaginare ancora pochi anni fa che Stati Uniti e Cina avrebbero collaborato insieme per sostenere lo yen giapponese?), eppure lo spazio globale, in cui ci troviamo a vivere, non significa ancora una comunità globale.
L’altra faccia della globalizzazione in corso è la frammentazione. Il mondo contemporaneo è attraversato da tensioni e conflitti, che tendono a moltiplicarsi. Sono espressioni di un disagio, che deriva dalla mancata integrazione di individui, ceti sociali e popoli sia all’interno degli Stati sia a livello mondiale. Sotto gli occhi del mondo sono conflitti etnici, nazionalismi esasperati, movimenti religiosi fondamentalisti, movimenti localisti e secessionisti, movimenti che all’interno di uno Stato manifestano odio contro l’idea stessa di Stato, sètte irrazionaliste che cercano una risposta al disorientamento individuale nelle pratiche occulte.
Tra le due spinte opposte della frammentazione e del livellamento planetario appare evidente (e inevitabile) la necessità di lavorare con coraggio, pazienza e creatività per un obiettivo storico: creare una comunità globale. Questa è la grande sfida del terzo millennio.
Il mondo non può essere gestito da una sola capitale o da un gruppo ristretto di Stati né può essere sottoposto a una omogeneizzazione che “spersonalizzi” popoli e culture. Lavorare per una comunità globale significa al contrario valorizzare la ricchezza e l’identità delle culture, delle religioni, dei movimenti di pensiero.
Il progetto del Forum 2000 che l’Agenzia romana per il Giubileo e il Centro Dionysia hanno cominciato a mettere in cantiere con un simposio, riunito nella sala della Protomoteca del Campidoglio dal 22 al 25 ottobre, si articolerà in quattro dimensioni: un forum sulla comunità globale, le risorse spirituali e le regole per la gestione delle crisi, un forum sullo sviluppo sostenibile (preceduto a Firenze da un convegno sull’abbattimento del debito del terzo mondo, organizzato dal Comune fiorentino), un forum sul confronto fra le arti e le culture come strumento di cooperazione e di dialogo fra i popoli e un forum incentrato sull’elaborazione di una “Carta dell’accoglienza”, che statuisca diritti e doveri dei “migranti” dell’epoca contemporanea.
L’appuntamento è a Roma nell’autunno del 2000. Sembra molto tempo e invece si tratta di un pugno di mesi. In preparazione verrà riunito nel giugno 1999 un simposio sulle «Grandi paure di fine millennio», perché per costruire bisogna anche conoscere quanto di violento e di disgregante si oppone alla convivenza. Nessuno può chiudere gli occhi dinanzi all’esplodere di nazionalismi, secessionismi, fondamentalismi e terrorismi. È la sfida oscura di questa fine secolo.
È quello che l’opinione pubblica ha subito battezzato il “mea culpa”. Un’espressione forse troppo sbrigativa, ma che coglie nel nocciolo l’intuizione di Giovanni Paolo II. Il Pontefice è giustamente convinto che soltanto una Chiesa rinnovata e purificata può affrontare le grandi sfide del terzo millennio: prime fra tutte la rievangelizzazione, l’unione fra le comunità cristiane oggi separate, il mantenimento del ruolo di portavoce dei diritti umani e dei popoli che questo papato si è conquistato.
Di colpo, con questa impostazione, l’idea del Giubileo ha superato i confini dell’avvenimento cattolico ed è diventata rilevante per i cristiani tutti, per i seguaci di fedi differenti, per uomini anche non credenti. Ed è di questi mesi il fiorire in varie nazioni di iniziative e di convegni, che hanno tutti come obiettivo lo spartiacque del duemila.
Anche Roma si prepara a dare il suo contributo. L’Agenzia romana per il Giubileo e il Centro culturale Dionysia (con l’appoggio del Comune, della Provincia e della Regione) hanno deciso di lanciare il progetto di un grande Forum internazionale per il duemila, dedicato al tema «Costruire una comunità globale». Dovrà essere un grande momento di riflessione sul passaggio di millennio, che coinvolgerà scienziati, uomini di Stato, leader religiosi e uomini di cultura di ogni credo, le grandi istituzioni internazionali e in primo luogo il Segretariato generale delle Nazioni Unite, per individuare le regole di convivenza e di sviluppo di un “nuovo ordine mondiale”, la cui necessità era già stata intuita dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 da Giovanni Paolo II, Michail Gorbaciov e George Bush.
Affrontare il problema della governabilità del pianeta, di uno sviluppo sostenibile e di un nuovo decalogo per la convivenza umana (in presenza della migrazione di decine di milioni di uomini da un continente all’altro) può sembrare un progetto ambizioso. Ma la sfida è dettata dalla realtà.
Il secolo XX si chiude con uno scenario di globalizzazione senza precedenti. Economia, tecnologia, informatica spingono popoli, religioni e culture diversissimi a entrare in uno spazio globale governato tendenzialmente dalle stesse leggi economiche, dagli stessi ritmi, dalle stesse regole. Una stessa moneta, il dollaro, ha assunto valore di riferimento per tutto il mondo: persino a Cuba o a Baghdad “la moneta” mondiale è l’US Dollar. Una sola superpotenza, gli Stati Uniti, è rimasta dopo la fine della guerra fredda.
Gli avvenimenti odierni non hanno precedenti nella storia dell’umanità, cioè in quei settemila anni che vanno dalla nascita delle prime culture urbane a oggi. C’è sempre stato in passato il contrapporsi e l’equilibrarsi di poli diversi. Egiziani e Ittiti, Greci e Persiani, Impero romano e Impero dei Parti, mondo cristiano e mondo dell’islam, Occidente e Oriente, Stati Uniti e Unione Sovietica. La caduta del muro di Berlino non segna la “fine della storia”, come è stato detto erroneamente, ma l’apertura di un capitolo radicalmente nuovo della storia umana. Non era mai successo in settemila anni di storia umana che un solo Paese riassumesse in sé il massimo di potere economico, politico, militare, culturale.
Eppure gli eventi di questa fine millennio ci mostrano che una gestione unipolare del mondo non è praticabile. Si moltiplicano gli Stati dotati di armi nucleari, gravi crisi regionali – come quella del Medio Oriente – non trovano soluzione, diventa insostenibile punire con embarghi nazioni cosiddette “cattive”. Dieci anni dopo la fine dell’equilibrio del terrore e della guerra fredda fra Mosca e Washington si ripropone la questione di nuove regole internazionali, di un nuovo assetto in cui i popoli e le nazioni del mondo si sentano realmente partecipi.
Scienza, tecnica, economia hanno creato uno spazio globale (chi avrebbe potuto immaginare ancora pochi anni fa che Stati Uniti e Cina avrebbero collaborato insieme per sostenere lo yen giapponese?), eppure lo spazio globale, in cui ci troviamo a vivere, non significa ancora una comunità globale.
L’altra faccia della globalizzazione in corso è la frammentazione. Il mondo contemporaneo è attraversato da tensioni e conflitti, che tendono a moltiplicarsi. Sono espressioni di un disagio, che deriva dalla mancata integrazione di individui, ceti sociali e popoli sia all’interno degli Stati sia a livello mondiale. Sotto gli occhi del mondo sono conflitti etnici, nazionalismi esasperati, movimenti religiosi fondamentalisti, movimenti localisti e secessionisti, movimenti che all’interno di uno Stato manifestano odio contro l’idea stessa di Stato, sètte irrazionaliste che cercano una risposta al disorientamento individuale nelle pratiche occulte.
Tra le due spinte opposte della frammentazione e del livellamento planetario appare evidente (e inevitabile) la necessità di lavorare con coraggio, pazienza e creatività per un obiettivo storico: creare una comunità globale. Questa è la grande sfida del terzo millennio.
Il mondo non può essere gestito da una sola capitale o da un gruppo ristretto di Stati né può essere sottoposto a una omogeneizzazione che “spersonalizzi” popoli e culture. Lavorare per una comunità globale significa al contrario valorizzare la ricchezza e l’identità delle culture, delle religioni, dei movimenti di pensiero.
Il progetto del Forum 2000 che l’Agenzia romana per il Giubileo e il Centro Dionysia hanno cominciato a mettere in cantiere con un simposio, riunito nella sala della Protomoteca del Campidoglio dal 22 al 25 ottobre, si articolerà in quattro dimensioni: un forum sulla comunità globale, le risorse spirituali e le regole per la gestione delle crisi, un forum sullo sviluppo sostenibile (preceduto a Firenze da un convegno sull’abbattimento del debito del terzo mondo, organizzato dal Comune fiorentino), un forum sul confronto fra le arti e le culture come strumento di cooperazione e di dialogo fra i popoli e un forum incentrato sull’elaborazione di una “Carta dell’accoglienza”, che statuisca diritti e doveri dei “migranti” dell’epoca contemporanea.
L’appuntamento è a Roma nell’autunno del 2000. Sembra molto tempo e invece si tratta di un pugno di mesi. In preparazione verrà riunito nel giugno 1999 un simposio sulle «Grandi paure di fine millennio», perché per costruire bisogna anche conoscere quanto di violento e di disgregante si oppone alla convivenza. Nessuno può chiudere gli occhi dinanzi all’esplodere di nazionalismi, secessionismi, fondamentalismi e terrorismi. È la sfida oscura di questa fine secolo.