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EDITORIALE
tratto dal n. 09 - 1998

Viaggio a L’Avana



Giulio Andreotti


Avevo di Cuba un ricordo vivo, ma ormai abbastanza lontano. Mi riferisco al settembre 1981, quando ebbe luogo, appunto a L’Avana, la Conferenza dell’Unione interparlamentare. La scelta non era stata agevole, per l’opposizione degli Stati Uniti che con sole due eccezioni si astennero poi dal partecipare: un senatore con qualche anno di franchigia dalla “punizione” degli elettori; e un coraggioso deputato di origine polacca, che terminò con questo la sua carriera parlamentare.
Fu un inizio imbarazzante. Nel suo discorso di saluto alle novanta delegazioni il presidente Fidel parlò polemicamente di agenti americani che cercavano di inquinare l’isola importandovi la peste bubbonica e la congiuntivite emorragica. Si immagina l’impressione suscitata in una platea che si attendeva, come d’abitudine, un discorso protocollare. Ero anch’io scandalizzato?
Me lo chiese al mattino successivo, ricevendomi come presidente della Commissione politica; e gli dissi che, a ben riflettere, era apprezzabile che avesse detto cose inverosimili, ma nulla sulla base statunitense di Guantánamo (in verità qualche anno dopo Gianni Bisiach, nel suo libro su John Kennedy, pubblicò la documentazione di strane iniziative di uomini della Cia e di mafiosi della Florida). Mi guardò incuriosito e non reagì al mio rilievo sulla incredibilità di quanto aveva detto negando di mandare armi nel Salvador. Non ero stato attento – replicò – perché aveva negato di inviare armi e non di averne inviato in precedenza. Fui forse impertinente. «Lei mi batte, presidente. Io ho studiato nelle scuole pubbliche e lei dai Gesuiti».
Introdotta così, la conversazione si snodò piacevolmente. Era molto desideroso che dall’Assemblea uscisse un documento unitario che dimostrasse l’identità di fondo delle aspirazioni di tutti i popoli, allineati e non allineati.
Con l’amministrazione Reagan i rapporti con Washington erano dall’inizio dell’anno peggiorati, dopo qualche spiraglio di comprensione da parte di Jimmy Carter. Era però improbabile che si tentassero nuove avventure tipo Baia dei porci. Bisognava lavorare con fiducia per un avvenire di reciproca comprensione. Si illudeva chi pensava di stroncare la rivoluzione con i boicottaggi o con la forza.
Parlò dell’Italia con amore, citando anche classici (Svetonio) e rammaricandosi che il quadro internazionale impedisse al nostro governo di invitarlo a Roma. L’anno precedente aveva sorvolato la nostra nazione andando ai funerali del maresciallo Tito; a proposito del quale ricordò la saggezza di De Gasperi che era riuscito ad impostare con la Jugoslavia una politica di rispetto nella diversità. Venire a Roma gli avrebbe offerto l’opportunità di incontrarsi con il Papa; ma si augurava – comunque – che Giovanni Paolo II potesse recarsi a Cuba. Forse poteva – suggerii – venire alla Fao e, nella circostanza, certamente lo avrebbero ricevuto sia il presidente della Repubblica che il Santo Padre. (Al ritorno a Roma chiesi per iscritto al direttore della Fao se fosse prevedibile una occasione adatta; e inviai anche un appunto in Segreteria di Stato). Ma i tempi non erano maturi.
La Conferenza dell’Avana si svolse e concluse molto bene. Tutte le delegazioni si ritrovarono unanimi su un documento di auspicio di riduzione degli armamenti e di cooperazione universale. Fidel Castro ci fu grato e, a sorpresa, venne a trovarci nell’ambasciata italiana, fermandosi a lungo in un vivace scambio di battute con Franco Malfatti, Paolo Bufalini e Aldo Aiello.
L’anno successivo, celebrandosi a Roma la Conferenza dell’Unione, Fidel mi inviò un caldo messaggio; e da allora i rapporti sono stati frequenti, attraverso sia personalità in visita da noi, sia gli ambasciatori. Ricordo in particolare Carlos Rafael Rodríguez, personaggio di grande spicco laggiù e dalle relazioni esterne le più varie. Era politicamente di casa a Mosca – più di Fidel – ma con scambi di vedute ad altissimo livello culturale con il cardinale Agostino Casaroli sulla interpretazione da dare ad un commento di Giovanni Paolo II su Agostino. A differenza di altri, era lieto che la visita dell’ambasciatore americano nel Messico quando i rivoluzionari erano sulla Sierra non avesse portato correzioni di rotta.
Più volte ero stato invitato a tornare a Cuba ma ho potuto farlo solo in questa estate, ancora sotto l’emozione del viaggio laggiù di Giovanni Paolo II, che avevo commentato in televisione insieme al cardinale Tonini e a Fausto Bertinotti. Anche la partecipazione di Fidel a Roma per il meeting della Fao era stata suscitatrice di rilevanti impressioni; ma il Papa a Cuba era molto di più, con l’enorme immagine del Sacro Cuore sulla Piazza della Rivoluzione, gremita di bandierine bianco-gialle; e con tutto il resto.
L’orma delle giornate cubane del Pontefice è palesemente viva; ne parlano con gli occhi umidi, ma direi con pudore. Alcuni sviluppi si sono già avuti, come la liberazione dei detenuti politici; ma sembrano inopportuni e fuori strada quanti attendevano inversioni clamorose, in mancanza delle quali esprimono delusioni. Le persone sagge invece, sottolineando l’immediato impatto della netta condanna papale sull’embargo, affidano al tempo le convergenze tra gli ideali di riscatto umano della Rivoluzione e quelli della dottrina cristiana.
La diffidenza verso il capitalismo qui ha un motivo aggiuntivo. Sono noti i propositi di rivincita di antichi proprietari – persone e società – che anelano al grande ritorno. In loro l’anticomunismo non è un atteggiamento ideologico, ma il recupero di beni perduti, possibilmente con l’interesse composto e con l’acquisizione di tutti i miglioramenti intervenuti.
In verità, per chi non è solo soggetto ad impulsi interessati, la caduta dell’impero sovietico dovrebbe rimuovere i timori di quinte colonne e di avamposti nemici. Il 1962 è lontanissimo. L’opinione su questo mi sembra netta al massimo livello: e non si pensa nemmeno lontanamente ad una ripresa internazionale da parte della nuova Russia, tale da rappresentare un punto di riferimento. Anzi (e quanto è accaduto nelle ultime settimane conferma il giudizio) si profila per i postsovietici una vita disaggregata e involutiva. Una parola mi ha colpito: jugoslavizzazione.
Il discorso ci porta, direi ovviamente, sui non allineati, domandandoci se sia ancora una formula valida; pur riconoscendo le contraddizioni e le insufficienze storiche di questa componente che si poneva internazionalmente tra i due blocchi. Castro lo sa meglio degli altri; e non ha certo dimenticato l’infelice giorno in cui apprese dalla radio – lui presidente di turno dei non allineati – che le truppe sovietiche avevano invaso l’Afghanistan, compiendo uno dei tanti errori delle strategie comuniste, di cui ancora sono aperte le ferite.
Certo, il bipolarismo mondiale era un continuo motivo di attriti, di diffidenze, di rischi. E chi era in mezzo doveva spesso sottostare a pretese, a ricatti, a mortificazioni. Tuttavia i pericoli che comporta il monocentrismo sono incalcolabili, forse al di là della volontà stessa di chi è rimasto padrone del vapore. L’Unione europea (moneta unica) può rappresentare un freno all’egemonia, ma un collegamento tra tanti Paesi che credono nel pluralismo (e che devono – noto – realizzarlo anche all’interno) sembra indispensabile per l’equilibrio generale. Tutto questo non è in antagonismo con l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Al contrario, l’affiancamento organico tra un grande gruppo di nazioni in seno all’Assemblea generale, sarà garanzia contro ogni tentazione di sopruso o di meschini giuochi di compensazioni tra i vertici.
La prospettiva che angoscia Castro è che la globalizzazione in corso – inevitabile – faccia sì che i Paesi poveri divengano più poveri e quelli ricchi più ricchi. La solidarietà nella globalizzazione è il grande disegno che egli enuncia con enfasi. Gli chiedo se coincida con la dottrina di Giovanni Paolo II sulla economia sociale di mercato. Soltanto in parte, date le medesime finalità di riscatto umano. L’economia sociale di mercato è forse più vicina al modello cinese. Ad un accenno al famoso discorso inaugurale del 1981 Fidel ha risposto mostrandomi due passi del discorso (cinque ore) fatto due giorni prima a Santiago in occasione della festa nazionale, di cui avevo ascoltato solo una piccola parte alla televisione. «È stato il Senato americano ad investigare e a riconoscere gli inequivoci piani della Cia per assassinare i dirigenti della Rivoluzione cubana; tuttavia il governo americano non ha mai presentato le sue scuse per questo». Ma di questo e di altri misfatti non fanno carico all’attuale amministrazione degli Stati Uniti: «Sicuramente non crediamo il signor Clinton capace di ordinare attentati contro dirigenti politici e piani terroristici contro altri Paesi. Non si concilia realmente con l’idea, con il concetto, con le informazioni che si percepiscono sopra di lui. Abbiamo appreso in questi anni a conoscere i dirigenti di questo Paese. Se credessi il contrario lo direi qui francamente senza alcuna remora. Che penso? Conosco le virtù e conosco i difetti del signor Clinton. L’abbiamo seguito da vicino come è nostro dovere attraverso notizie, dispacci, azioni, eccetera [sic]. Devo ritenere che Clinton sia stato miserabilmente ingannato; gli presentarono una fondazione dichiaratamente pacifica e buona: una istituzione che era invece terroristica, diretta da un individuo che lungo gli anni praticò personalmente il terrorismo e lo sviluppò proprio attraverso questa fondazione».
Le prospettive, se Clinton è così ben disposto, sono dunque buone? La risposta è prudente e mi sembra abbastanza pessimista. Le forze che condizionano il presidente sono molto consistenti.
Tuttavia l’interdizione per i cittadini americani di venire a Cuba qualche deroga l’ha sicuramente. In un incontro presso la sinagoga ho appreso che attendevano in visita settanta ebrei di Miami.
Tornando a Castro, ho sentito con piacere che aveva letto il numero di 30Giorni sul viaggio del Papa e anche quello con il preannuncio della riunione a Cuba della Conferenza episcopale americana ad un anno dal viaggio del Papa, i cui tempi però – precisa – slitteranno per la coincidenza con il previsto viaggio del Papa in Messico nel gennaio 1999.
Di Giovanni XXIII ha un ricordo molto vivo, ma non per l’azione – decisiva o meno che sia stata – al momento dei missili del 1962. La sua memoria è collegata in Fidel al «grande evento del Concilio, veramente importante e innovativo».
Sulla visita di Giovanni Paolo II dice che alcuni commenti pubblicati in Italia non hanno colto nel segno. Sorvolo sulla specifica citazione che ha fatto. Ho potuto dirgli in proposito, senza mancare di riservatezza, che anche dal loro cardinale arcivescovo avevo raccolto un identico commento. La massima da non dimenticare è che le costruzioni valide non hanno quasi mai tempi brevi.
Fidel Castro ha l’opportunità storica di traghettare il suo popolo verso schemi nuovi di vita e di sviluppo. La fine del sostegno di Mosca e di altre opportunità, come quella dell’Angola, hanno aperto la strada a un programma economico basato fortemente sul turismo. Senza nulla togliere al nichel e alla canna da zucchero, le bellezze naturali del Paese sono una risorsa ineguagliabile che, con adeguate associazioni di capitale estero sia per strutture che per infrastrutture, possono assicurare all’isola un avvenire molto solido. Quello che hanno fatto negli ultimi anni, dai bellissimi alberghi di Varadero al nuovo aeroporto dell’Avana (costruito dai canadesi) ha collaudato positivamente questo indirizzo.
Intanto è già a buon punto il riassetto del centro storico dell’Avana (che nell’81 avevo visto in condizioni miserevoli) curato da un vecchio amico dell’Italia, Eusebio Leal.
Mezzanotte era già suonata quando è terminato il colloquio. E Fidel aveva ancora altri appuntamenti; doveva cenare e, mi aggiunse sorridendo, doveva anche tagliarsi i capelli per essere in ordine al mattino presto in partenza per una visita di Stato nei Paesi vicini. Pur se pressato da una simile agenda, prima di congedarmi ha scritto sul volume-documentazione della visita del Papa con le fotografie di Korda questa dedica che, arrossendo, trascrivo: «Per il Senatore Andreotti, con sentimenti sinceri di amicizia, ricordando sempre la sua visita a Cuba, in occasione della Conferenza dell’Unione interparlamentare, quando avemmo l’occasione di parlare a lungo della situazione mondiale di allora e potei apprezzare il suo talento e la sua profonda conoscenza della politica. Mi compiaccio molto di vederlo di nuovo in una fase singolare della storia umana che si apre dinanzi a noi. Abbiamo oggi più che mai questioni a cui pensare e più problemi da risolvere.
Nonostante tutto andremo avanti con ottimismo. Speriamo in un suo ritorno a Cuba per poter di nuovo disporre della immensa ricchezza di conoscenze che ha accumulato e seguita ad accumulare. Fidel Castro – 28 luglio 1998».


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