DOPO LA CRISI. Chi è e cosa farà il nuovo capo del governo Primakov
È finita la strategia del suicidio pilotato
Il regime eltsiniano, sotto la dettatura di una parte influente di circoli dirigenti americani ed europei, ha provocato il collasso della Russia. Con l’obiettivo di ridurla a un protettorato Usa. Ma con la svolta di settembre si apre una nuova fase, guidata dagli uomini della perestrojka
di Giulietto Chiesa
La recente crisi russa, che ha tenuto per settimane il
mondo col fiato sospeso per poi approdare alla formazione del nuovo
governo, guidato da Evgenij Primakov, ha segnato un radicale cambio di
fase, sia dentro che fuori i confini russi. Per usare una felice analogia,
proposta dal direttore di Lettre Internationale, Antonin Liehm, potremmo dire che con la svolta di settembre
è finita la «restaurazione» postcomunista. Resta da
trovare uno Stendhal capace di scrivere un altro Il rosso e il nero per descrivere
la nuova fase. L’unica cosa che si può dire fin d’ora
è che la “restaurazione” basata sul modello americano ha
fatto pieno fallimento e che le future dinamiche politiche della Russia
saranno completamente diverse da quelle seguite negli ultimi otto anni
postperestrojka.
La vicenda russa è stata seguita con grande ansia in tutto il mondo occidentale, e ve n’era ben donde. Molti si sono resi conto, infatti, seppure confusamente, che non si stava verificando soltanto un semplice incidente di percorso, una delle tante convulsioni russe. Si è percepito, più in profondità, che le implicazioni erano molto più vaste, strategiche. Che, cioè, in Russia si stava manifestando una crisi più ampia: quella del modello di globalizzazione che ha improntato di sé l’intero sviluppo mondiale dell’ultimo quindicennio.
La crisi russa è dunque apparsa grave non soltanto per se stessa, ma per il significato simbolico che ha assunto, come segnale di crisi della globalizzazione americana. A molti – io credo giustamente – è apparsa non casuale la coincidenza dell’ultima convulsione russa con l’ondata di crolli che ha investito l’Estremo Oriente, la Malaysia, l’Indonesia, la Corea, l’intera America Latina. Con il tramonto politico del regime eltsiniano appare ormai evidente che la soluzione della questione russa mediante la trasformazione della Russia in un protettorato americano di fatto, con i necessari corollari della distruzione completa del suo apparato industriale, della sua agricoltura, è una strada senza uscita.
Per attuare questa strategia – che, è bene precisarlo, non è stata la strategia di tutto l’Occidente, ma di una parte influente dei circoli dirigenti americani ed europei – si era scelta la via del suicidio pilotato, appaltando l’autoeliminazione della Russia a un gruppo di uomini russi, quello uscito vincitore nella lotta contro Gorbaciov. Sfortunatamente quella leadership, che pure ha eseguito a puntino una parte cospicua dei compiti che le erano stati assegnati, si è rivelata del tutto inadeguata alla gestione delle conseguenze. Divisi in clan sempre in guerra tra di loro, guidati da un leader violento e rozzo, preoccupato esclusivamente del proprio potere, subito caduti preda di un sistema generalizzato di corruzione, quegli uomini hanno creato più problemi di quanti ne potessero risolvere: dal bombardamento della Casa Bianca nell’ottobre 1993, alle elezioni truffa del 1996, dal gigantesco indebitamento estero dello Stato al non meno gigantesco indebitamento interno.
L’Occidente ha finanziato tutto ciò con cospicua generosità. La cosiddetta “riforma”, slogan beffardo sotto cui è passata l’intera operazione, tra gli applausi entusiastici dei media mondiali, ha finito per impoverire decine di milioni di persone, mentre cresceva, tra scimmiesche esibizioni di sfarzo smodato, una microscopica classe di “nuovi russi” ultraricchi. La classe media, la classe di proprietari, che a parole si sarebbe dovuta creare con le riforme e le privatizzazioni, non è mai nata. Era ovvio, anche soltanto a partire da queste elementari constatazioni, che un sistema politico e sociale del genere non poteva reggersi in condizioni di normale dialettica democratica.
Si è andati avanti così, per otto anni, con una specie di abnorme gioco di prestigio, facendo affluire risorse finanziarie dall’esterno per creare l’illusione che la macchina funzionasse, mentre immense risorse finanziarie russe, derivanti dall’esportazione di materie prime energetiche, venivano esportate nelle banche occidentali. La Russia veniva integrata in questo modo nel mercato finanziario mondiale nel momento stesso in cui i suoi “fondamentali” venivano azzerati. I prestiti del Fondo monetario internazionale e delle altre istituzioni finanziarie, quelli arrivati a valanga dalla Germania, pubblici e privati, sono serviti essenzialmente ad alimentare quel processo. Si calcola che, mentre uscivano dalla Russia non meno di 250 miliardi di dollari, altri 200 ne arrivavano sotto forma di prestiti dall’esterno. Con la non piccola differenza che quelli che uscivano costituivano una perdita netta, e quelli che entravano costituivano un indebitamento crescente. Per giunta anch’essi, invece che essere usati per trasformare il sistema economico, finivano nelle tasche della ristrettissima oligarchia di predatori di cui s’è parlato poc’anzi.
Il tutto senza che gli erogatori internazionali effettuassero alcun tipo di controllo. A tal punto che, proprio nel bel mezzo della crisi russa, Anatolij Ciubais, capo dell’amministrazione presidenziale, ha ammesso (in un’intervista al Kommersant) di avere mentito al Fondo monetario sulle reali entrate fiscali dello Stato russo, in modo da ottenere il nuovo prestito di 22 miliardi di dollari che fu effettivamente autorizzato nell’estate del 1998. Incompentenza del signor Camdessus e dei suoi collaboratori? Non si può essere così ingenui da crederlo. Tutta la storiella delle rigide regole che il Fondo proclama di seguire nel decidere quanto, come e a chi dare prestiti a nome della comunità internazionale ha mostrato la sua vera natura proprio nel caso della Russia, dove tutte le “rigide regole” sono state violate pur di mantenere in piedi un regime politico che veniva ritenuto vantaggioso per gli interessi occidentali, americani in particolare. Che lo fosse veramente abbiamo adesso più d’un argomento per dubitarne.
Nel suicidio pilotato della Russia un ruolo di primo piano è stato svolto dai mass media. Appena usciti dalla censura del comunismo migliaia di giornalisti russi si sono comodamente acconciati a servire i nuovi padroni, gli oligarchi, che nel frattempo avevano nuovamente monopolizzato i media privatizzati. Con denaro o minacce, o un cocktail dell’uno e delle altre, tutta la stampa russa (con eccezioni marginali) e, senza eccezioni, l’intero sistema dell’informazione elettronica sono stati arruolati per una sistematica manipolazione e oscuramento della realtà.
Termometro principale per misurare lo sviluppo della “riforma” è stato il livello di diffusione dell’hamburger e la quantità di consumi occidentali. Eclatante il caso della guerra di Cecenia. Concepita con il brutale calcolo di creare le condizioni per l’emergenza, in vista di un possibile rinvio delle elezioni, e per rilanciare con una vittoria militare il declinante prestigio di Boris Eltsin, quell’avventura costò 100mila vittime civili e militari, e oltre mezzo milione di profughi. Un genocidio compiuto nella quasi totale indifferenza dell’Occidente. Va detto che nell’opera di occultamento della realtà i media occidentali – con poche e sporadiche eccezioni – hanno raggiunto punte inquietanti di autolesionismo. Si ha ragione di credere che se i media avessero detto cose un po’ più vicine alla realtà, l’Occidente nel suo complesso avrebbe potuto commettere meno errori di quelli che ha poi commesso. Per esempio molte grandi banche occidentali avrebbero evitato di comprare obbligazioni statali russe a breve se si fossero rese conto che quella che veniva costruita era una enorme piramide di carta. Insomma si può concludere che l’avere detto bugie sulla Russia si è trasformato in un boomerang per gli interessi occidentali.
L’Occidente, in particolare l’Europa, avrebbe avuto interesse a una Russia forte, in grado, tra l’altro, di mantenere gli equilibri asiatici, incluso quello con il mondo islamico, con la Cina, con il Giappone. Al contrario, una Russia annichilita può produrre effetti devastanti sull’immensa parte euroasiatica del mondo, e sull’Europa in primo luogo, che con quella regione confina direttamente, a differenza degli Stati Uniti. E ritorniamo qui all’attualità della svolta che ha portato all’elezione di Primakov alla testa del nuovo governo. Molti osservatori occidentali, proprio coloro che hanno fornito versioni spudoratamente tendenziose della cosiddetta riforma eltsiniana, adesso si strappano i capelli di fronte al “ritorno dei comunisti”. Si torna a usare le semplificazioni fuorvianti abbondantemente sperimentate negli ultimi otto anni: riformatori/comunisti, amici dell’Occidente/nazional-patriottici. Semplificazioni che poco hanno aiutato a capire ciò che stava accadendo e molto a coprire crimini e corruzione del regime eltsiniano.
Anche adesso c’è chi ha il coraggio di affermare – lo ha scritto l’ex corrispondente da Mosca per la Repubblica, Enrico Franceschini – che la principale responsabilità della catastrofe ricade proprio sui comunisti (non sul comunismo, si badi bene, ma sui comunisti del postcomunismo, a cominciare da Gennadij Ziuganov). I quali avrebbero impedito, con il loro ostruzionismo, la riforma. È più o meno la stessa tesi di Egor Gaidar, grande artefice della politica economica della Russia eltsiniana. Tesi suggestiva che purtroppo non combacia con i fatti. Bisognerebbe infatti spiegare ai lettori che i comunisti hanno approvato i bilanci dello Stato negli ultimi tre anni, che hanno lungamente collaborato, anche ufficialmente, con il governo Cernomyrdin, prestandogli a più riprese perfino alcuni ministri. Bisognerebbe anche spiegare ai lettori che l’opposizione più intransigente alla “riforma” eltsiniana-cernomyrdiana (Gaidar sostiene anche, contraddicendosi, che non c’è mai stata alcuna riforma dopo il suo allontanamento nel 1994) è stata fatta non dai comunisti, molto inclini alle trattative segrete, bensì dal partito di Grigorij Javlinskij: Jabloko. Il quale, sfortunatamente per Franceschini, è tutt’altro che comunista, convinto sostenitore del passaggio al mercato, considerato affidabile perfino dai repubblicani d’America, beniamino del più falco e anticomunista dei giornalisti americani: William Safire. Vedi dunque come la cattiva informazione fa imboccare strade senza uscita e, direi anche, senza onore.
Ma è vero che si tratta di un “ritorno dei vecchi” al governo della Russia. Quelli che vennero messi da parte da Eltsin, a favore dei «giovanotti di Harvard» (definizione del Financial Times per indicare sia quelli veri, di Harvard, sia quelli finti, di Mosca, che hanno applicato le ricette di Harvard), quelli con gli occhialini tondi alla moda, le scarpe lucidissime, l’eloquio britannico, che accerchiarono Cernomyrdin credendo di fargli fare (in parte riuscendoci, in parte no) quello che volevano loro. Sono tutti ex comunisti sovietici, come del resto lo sono Eltsin, Cernomyrdin, lo stesso Gaidar, Burbulis, Shakhrai e l’elenco sarebbe lunghissimo. Ma hanno idee molto diverse rispetto a quelle di Harvard, questo è certo. Come è certo che moltissimi russi sperano ormai che la salvezza venga da loro, dopo aver sperimentato sulla propria pelle che – come ha detto in tv l’accademico Georgij Arbatov – «anche tra i giovani ce n’è di irrimediabilmente cretini».
A ben guardare, i nuovi arrivati possono essere definiti comunisti soltanto con qualche precisazione. Altrimenti non si capirebbe perché mai Ziuganov – che oggi li porta al governo – li combatté con la massima asprezza, ai tempi della perestrojka, accusandoli di essere stati all’origine della fine dell’Unione Sovietica. A tornare al potere, infatti, sono proprio gli uomini della perestrojka: Evgenij Primakov, capo del Kgb durante l’ultimo Gorbaciov; Jurij Masljukov, che diresse il Comitato statale per la pianificazione, il famoso Gosplan; Leonid Abalkin, che fu addirittura premier con Gorbaciov. Viktor Gerascenko è adesso di nuovo governatore della Banca centrale dopo esserne stato cacciato dai monetaristi di Gaidar. Erano tutti, in varia misura, parte della squadra di riformatori del Pcus, che ritenevano inevitabile una profonda trasformazione democratica e istituzionale dell’Unione Sovietica. Adesso tornano, ed è come il riannodarsi di un filo che era stato spezzato. Gridare al ritorno dei comunisti al potere è dunque, al tempo stesso, una banalizzazione e una falsificazione.
È del resto molto difficile prevedere cosa vorranno e potranno fare. Si tratta di un governo di coalizione tra forze e visioni molto diverse di passaggio al mercato. In questo c’è un dato positivo, cioè il compromesso; e c’è un dato negativo, cioè il fatto che il compromesso può impedire una chiara impostazione risanatrice. Si può solo dire, conoscendo Primakov, che egli impronterà la sua politica interna ed estera al massimo realismo. Con l’obiettivo a lungo termine di riprendere il filo della difesa – appunto realistica – degli interessi nazionali russi e del ruolo della Russia sulla scena internazionale.
Ciò non significherà necessariamente ostilità verso l’Occidente. Primakov ha definito lui stesso, in un’intervista alla Izvestija, i contorni della sua visione: «Prevenire l’evoluzione delle relazioni internazionali in un mondo unipolare sotto l’egemonia degli Stati Uniti». Non sono da attendersi mosse plateali, imprevedibilità, bruschi scarti. Primakov ha esperienza per manovrare anche in spazi stretti e sa perfettamente che la Russia è debole, che la storia è fatta anche di colpi che non è possibile evitare di subire, che vi sono fasi e passaggi irreversibili. Escludo che si spinga a mettere in discussione l’allargamento a Est della Nato, anche se la forza principale che appoggia il suo governo è rappresentata dal partito comunista della Federazione russa. Sarà difficile – sempre che ci riesca – che Primakov sia definito un “riformatore” di stampo occidentale, ma sarà lui, forse, a fare la riforma in Russia, senza gridare a ogni piè sospinto di essere favorevole al mercato.
Ora le carte sono in mano all’Occidente. Che dovrà decidere se dare credito e appoggio economico e politico a questo nuovo corso che sa di antico. Oppure continuare a insistere nel trascinare la Russia verso un’ipotesi di mercato capitalista che la vedrà umiliata e subalterna. Ritengo che questa seconda possibilità sarebbe un atto autolesionista per l’Occidente, in ultima analisi. Anche la Santa Sede può avere un ruolo positivo in questa fase, accreditando saggiamente le possibilità che essa offre. Possibilità comunque esili, data la estrema gravità della situazione.
Del resto una Chiesa cattolica che in qualche modo si confondesse con la politica del “guai ai vinti!”, con i “valori morali” del neoliberismo ex trionfante, con la legge della giungla che prevede la vittoria solo del più forte – norme che hanno avuto larga applicazione nella Russia postcomunista – non potrebbe che pagare prezzi molto salati nel lungo periodo della sua missione evangelica.
Resta una considerazione in margine ai paradossi e alle ironie della storia degli uomini, che talvolta assume una colorazione comica. L’Occidente ha impiegato otto anni e all’incirca 200 miliardi di dollari per impedire un ritorno del comunismo in Russia. Adesso è costretto a fare buon viso al rientro nelle stanze del potere proprio degli eredi del comunismo, seppure degli eredi che volevano riformarlo. Domanda: ma non sarebbe stato meglio mettersi d’accordo prima?
La vicenda russa è stata seguita con grande ansia in tutto il mondo occidentale, e ve n’era ben donde. Molti si sono resi conto, infatti, seppure confusamente, che non si stava verificando soltanto un semplice incidente di percorso, una delle tante convulsioni russe. Si è percepito, più in profondità, che le implicazioni erano molto più vaste, strategiche. Che, cioè, in Russia si stava manifestando una crisi più ampia: quella del modello di globalizzazione che ha improntato di sé l’intero sviluppo mondiale dell’ultimo quindicennio.
La crisi russa è dunque apparsa grave non soltanto per se stessa, ma per il significato simbolico che ha assunto, come segnale di crisi della globalizzazione americana. A molti – io credo giustamente – è apparsa non casuale la coincidenza dell’ultima convulsione russa con l’ondata di crolli che ha investito l’Estremo Oriente, la Malaysia, l’Indonesia, la Corea, l’intera America Latina. Con il tramonto politico del regime eltsiniano appare ormai evidente che la soluzione della questione russa mediante la trasformazione della Russia in un protettorato americano di fatto, con i necessari corollari della distruzione completa del suo apparato industriale, della sua agricoltura, è una strada senza uscita.
Per attuare questa strategia – che, è bene precisarlo, non è stata la strategia di tutto l’Occidente, ma di una parte influente dei circoli dirigenti americani ed europei – si era scelta la via del suicidio pilotato, appaltando l’autoeliminazione della Russia a un gruppo di uomini russi, quello uscito vincitore nella lotta contro Gorbaciov. Sfortunatamente quella leadership, che pure ha eseguito a puntino una parte cospicua dei compiti che le erano stati assegnati, si è rivelata del tutto inadeguata alla gestione delle conseguenze. Divisi in clan sempre in guerra tra di loro, guidati da un leader violento e rozzo, preoccupato esclusivamente del proprio potere, subito caduti preda di un sistema generalizzato di corruzione, quegli uomini hanno creato più problemi di quanti ne potessero risolvere: dal bombardamento della Casa Bianca nell’ottobre 1993, alle elezioni truffa del 1996, dal gigantesco indebitamento estero dello Stato al non meno gigantesco indebitamento interno.
L’Occidente ha finanziato tutto ciò con cospicua generosità. La cosiddetta “riforma”, slogan beffardo sotto cui è passata l’intera operazione, tra gli applausi entusiastici dei media mondiali, ha finito per impoverire decine di milioni di persone, mentre cresceva, tra scimmiesche esibizioni di sfarzo smodato, una microscopica classe di “nuovi russi” ultraricchi. La classe media, la classe di proprietari, che a parole si sarebbe dovuta creare con le riforme e le privatizzazioni, non è mai nata. Era ovvio, anche soltanto a partire da queste elementari constatazioni, che un sistema politico e sociale del genere non poteva reggersi in condizioni di normale dialettica democratica.
Si è andati avanti così, per otto anni, con una specie di abnorme gioco di prestigio, facendo affluire risorse finanziarie dall’esterno per creare l’illusione che la macchina funzionasse, mentre immense risorse finanziarie russe, derivanti dall’esportazione di materie prime energetiche, venivano esportate nelle banche occidentali. La Russia veniva integrata in questo modo nel mercato finanziario mondiale nel momento stesso in cui i suoi “fondamentali” venivano azzerati. I prestiti del Fondo monetario internazionale e delle altre istituzioni finanziarie, quelli arrivati a valanga dalla Germania, pubblici e privati, sono serviti essenzialmente ad alimentare quel processo. Si calcola che, mentre uscivano dalla Russia non meno di 250 miliardi di dollari, altri 200 ne arrivavano sotto forma di prestiti dall’esterno. Con la non piccola differenza che quelli che uscivano costituivano una perdita netta, e quelli che entravano costituivano un indebitamento crescente. Per giunta anch’essi, invece che essere usati per trasformare il sistema economico, finivano nelle tasche della ristrettissima oligarchia di predatori di cui s’è parlato poc’anzi.
Il tutto senza che gli erogatori internazionali effettuassero alcun tipo di controllo. A tal punto che, proprio nel bel mezzo della crisi russa, Anatolij Ciubais, capo dell’amministrazione presidenziale, ha ammesso (in un’intervista al Kommersant) di avere mentito al Fondo monetario sulle reali entrate fiscali dello Stato russo, in modo da ottenere il nuovo prestito di 22 miliardi di dollari che fu effettivamente autorizzato nell’estate del 1998. Incompentenza del signor Camdessus e dei suoi collaboratori? Non si può essere così ingenui da crederlo. Tutta la storiella delle rigide regole che il Fondo proclama di seguire nel decidere quanto, come e a chi dare prestiti a nome della comunità internazionale ha mostrato la sua vera natura proprio nel caso della Russia, dove tutte le “rigide regole” sono state violate pur di mantenere in piedi un regime politico che veniva ritenuto vantaggioso per gli interessi occidentali, americani in particolare. Che lo fosse veramente abbiamo adesso più d’un argomento per dubitarne.
Nel suicidio pilotato della Russia un ruolo di primo piano è stato svolto dai mass media. Appena usciti dalla censura del comunismo migliaia di giornalisti russi si sono comodamente acconciati a servire i nuovi padroni, gli oligarchi, che nel frattempo avevano nuovamente monopolizzato i media privatizzati. Con denaro o minacce, o un cocktail dell’uno e delle altre, tutta la stampa russa (con eccezioni marginali) e, senza eccezioni, l’intero sistema dell’informazione elettronica sono stati arruolati per una sistematica manipolazione e oscuramento della realtà.
Termometro principale per misurare lo sviluppo della “riforma” è stato il livello di diffusione dell’hamburger e la quantità di consumi occidentali. Eclatante il caso della guerra di Cecenia. Concepita con il brutale calcolo di creare le condizioni per l’emergenza, in vista di un possibile rinvio delle elezioni, e per rilanciare con una vittoria militare il declinante prestigio di Boris Eltsin, quell’avventura costò 100mila vittime civili e militari, e oltre mezzo milione di profughi. Un genocidio compiuto nella quasi totale indifferenza dell’Occidente. Va detto che nell’opera di occultamento della realtà i media occidentali – con poche e sporadiche eccezioni – hanno raggiunto punte inquietanti di autolesionismo. Si ha ragione di credere che se i media avessero detto cose un po’ più vicine alla realtà, l’Occidente nel suo complesso avrebbe potuto commettere meno errori di quelli che ha poi commesso. Per esempio molte grandi banche occidentali avrebbero evitato di comprare obbligazioni statali russe a breve se si fossero rese conto che quella che veniva costruita era una enorme piramide di carta. Insomma si può concludere che l’avere detto bugie sulla Russia si è trasformato in un boomerang per gli interessi occidentali.
L’Occidente, in particolare l’Europa, avrebbe avuto interesse a una Russia forte, in grado, tra l’altro, di mantenere gli equilibri asiatici, incluso quello con il mondo islamico, con la Cina, con il Giappone. Al contrario, una Russia annichilita può produrre effetti devastanti sull’immensa parte euroasiatica del mondo, e sull’Europa in primo luogo, che con quella regione confina direttamente, a differenza degli Stati Uniti. E ritorniamo qui all’attualità della svolta che ha portato all’elezione di Primakov alla testa del nuovo governo. Molti osservatori occidentali, proprio coloro che hanno fornito versioni spudoratamente tendenziose della cosiddetta riforma eltsiniana, adesso si strappano i capelli di fronte al “ritorno dei comunisti”. Si torna a usare le semplificazioni fuorvianti abbondantemente sperimentate negli ultimi otto anni: riformatori/comunisti, amici dell’Occidente/nazional-patriottici. Semplificazioni che poco hanno aiutato a capire ciò che stava accadendo e molto a coprire crimini e corruzione del regime eltsiniano.
Anche adesso c’è chi ha il coraggio di affermare – lo ha scritto l’ex corrispondente da Mosca per la Repubblica, Enrico Franceschini – che la principale responsabilità della catastrofe ricade proprio sui comunisti (non sul comunismo, si badi bene, ma sui comunisti del postcomunismo, a cominciare da Gennadij Ziuganov). I quali avrebbero impedito, con il loro ostruzionismo, la riforma. È più o meno la stessa tesi di Egor Gaidar, grande artefice della politica economica della Russia eltsiniana. Tesi suggestiva che purtroppo non combacia con i fatti. Bisognerebbe infatti spiegare ai lettori che i comunisti hanno approvato i bilanci dello Stato negli ultimi tre anni, che hanno lungamente collaborato, anche ufficialmente, con il governo Cernomyrdin, prestandogli a più riprese perfino alcuni ministri. Bisognerebbe anche spiegare ai lettori che l’opposizione più intransigente alla “riforma” eltsiniana-cernomyrdiana (Gaidar sostiene anche, contraddicendosi, che non c’è mai stata alcuna riforma dopo il suo allontanamento nel 1994) è stata fatta non dai comunisti, molto inclini alle trattative segrete, bensì dal partito di Grigorij Javlinskij: Jabloko. Il quale, sfortunatamente per Franceschini, è tutt’altro che comunista, convinto sostenitore del passaggio al mercato, considerato affidabile perfino dai repubblicani d’America, beniamino del più falco e anticomunista dei giornalisti americani: William Safire. Vedi dunque come la cattiva informazione fa imboccare strade senza uscita e, direi anche, senza onore.
Ma è vero che si tratta di un “ritorno dei vecchi” al governo della Russia. Quelli che vennero messi da parte da Eltsin, a favore dei «giovanotti di Harvard» (definizione del Financial Times per indicare sia quelli veri, di Harvard, sia quelli finti, di Mosca, che hanno applicato le ricette di Harvard), quelli con gli occhialini tondi alla moda, le scarpe lucidissime, l’eloquio britannico, che accerchiarono Cernomyrdin credendo di fargli fare (in parte riuscendoci, in parte no) quello che volevano loro. Sono tutti ex comunisti sovietici, come del resto lo sono Eltsin, Cernomyrdin, lo stesso Gaidar, Burbulis, Shakhrai e l’elenco sarebbe lunghissimo. Ma hanno idee molto diverse rispetto a quelle di Harvard, questo è certo. Come è certo che moltissimi russi sperano ormai che la salvezza venga da loro, dopo aver sperimentato sulla propria pelle che – come ha detto in tv l’accademico Georgij Arbatov – «anche tra i giovani ce n’è di irrimediabilmente cretini».
A ben guardare, i nuovi arrivati possono essere definiti comunisti soltanto con qualche precisazione. Altrimenti non si capirebbe perché mai Ziuganov – che oggi li porta al governo – li combatté con la massima asprezza, ai tempi della perestrojka, accusandoli di essere stati all’origine della fine dell’Unione Sovietica. A tornare al potere, infatti, sono proprio gli uomini della perestrojka: Evgenij Primakov, capo del Kgb durante l’ultimo Gorbaciov; Jurij Masljukov, che diresse il Comitato statale per la pianificazione, il famoso Gosplan; Leonid Abalkin, che fu addirittura premier con Gorbaciov. Viktor Gerascenko è adesso di nuovo governatore della Banca centrale dopo esserne stato cacciato dai monetaristi di Gaidar. Erano tutti, in varia misura, parte della squadra di riformatori del Pcus, che ritenevano inevitabile una profonda trasformazione democratica e istituzionale dell’Unione Sovietica. Adesso tornano, ed è come il riannodarsi di un filo che era stato spezzato. Gridare al ritorno dei comunisti al potere è dunque, al tempo stesso, una banalizzazione e una falsificazione.
È del resto molto difficile prevedere cosa vorranno e potranno fare. Si tratta di un governo di coalizione tra forze e visioni molto diverse di passaggio al mercato. In questo c’è un dato positivo, cioè il compromesso; e c’è un dato negativo, cioè il fatto che il compromesso può impedire una chiara impostazione risanatrice. Si può solo dire, conoscendo Primakov, che egli impronterà la sua politica interna ed estera al massimo realismo. Con l’obiettivo a lungo termine di riprendere il filo della difesa – appunto realistica – degli interessi nazionali russi e del ruolo della Russia sulla scena internazionale.
Ciò non significherà necessariamente ostilità verso l’Occidente. Primakov ha definito lui stesso, in un’intervista alla Izvestija, i contorni della sua visione: «Prevenire l’evoluzione delle relazioni internazionali in un mondo unipolare sotto l’egemonia degli Stati Uniti». Non sono da attendersi mosse plateali, imprevedibilità, bruschi scarti. Primakov ha esperienza per manovrare anche in spazi stretti e sa perfettamente che la Russia è debole, che la storia è fatta anche di colpi che non è possibile evitare di subire, che vi sono fasi e passaggi irreversibili. Escludo che si spinga a mettere in discussione l’allargamento a Est della Nato, anche se la forza principale che appoggia il suo governo è rappresentata dal partito comunista della Federazione russa. Sarà difficile – sempre che ci riesca – che Primakov sia definito un “riformatore” di stampo occidentale, ma sarà lui, forse, a fare la riforma in Russia, senza gridare a ogni piè sospinto di essere favorevole al mercato.
Ora le carte sono in mano all’Occidente. Che dovrà decidere se dare credito e appoggio economico e politico a questo nuovo corso che sa di antico. Oppure continuare a insistere nel trascinare la Russia verso un’ipotesi di mercato capitalista che la vedrà umiliata e subalterna. Ritengo che questa seconda possibilità sarebbe un atto autolesionista per l’Occidente, in ultima analisi. Anche la Santa Sede può avere un ruolo positivo in questa fase, accreditando saggiamente le possibilità che essa offre. Possibilità comunque esili, data la estrema gravità della situazione.
Del resto una Chiesa cattolica che in qualche modo si confondesse con la politica del “guai ai vinti!”, con i “valori morali” del neoliberismo ex trionfante, con la legge della giungla che prevede la vittoria solo del più forte – norme che hanno avuto larga applicazione nella Russia postcomunista – non potrebbe che pagare prezzi molto salati nel lungo periodo della sua missione evangelica.
Resta una considerazione in margine ai paradossi e alle ironie della storia degli uomini, che talvolta assume una colorazione comica. L’Occidente ha impiegato otto anni e all’incirca 200 miliardi di dollari per impedire un ritorno del comunismo in Russia. Adesso è costretto a fare buon viso al rientro nelle stanze del potere proprio degli eredi del comunismo, seppure degli eredi che volevano riformarlo. Domanda: ma non sarebbe stato meglio mettersi d’accordo prima?