Home > Archivio > 09 - 1998 > Attenti all’errore zelota
ISRAELE
tratto dal n. 09 - 1998

LIBRI. Lo Stato ebraico visto da Oltretevere

Attenti all’errore zelota


Democratico o intransigente? Provvidenziale o ambiguo? Un libro di padre Giovanni Rulli, gesuita di Civiltà Cattolica, ripropone tutti i suoi studi sulla questione arabo-israeliana. E traccia un bilancio dello Stato d’Israele a cinquant’anni dalla sua fondazione


di Gianni Valente


Nel mondo c’è una grande anomalia geopolitica. Uno Stato sui generis che da quando è stato fondato, cinquant’anni fa, turba i piani delle diplomazie e delle potenze internazionali, catalizzando gli interessi, gli odi e gli amori di tutto il mondo. E da più di quarant’anni a Roma c’è un religioso, padre Giovanni Rulli, che dal suo studio di Villa Malta segue con pazienza e rigore gesuitici le evoluzioni di quest’anomalia, l’anomalia dello Stato d’Israele, tentando di carpirne i segreti.
Padre Rulli è una delle poche guide consigliabili per chi voglia addentrarsi con realismo e obiettività nel labirinto mediorientale. Per trentacinque anni è stato responsabile del settore esteri del quindicinale La Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista dei Gesuiti italiani. Lo Stato d’Israele e la questione arabo-palestinese sono stati fin dall’inizio al centro del suo interesse. I suoi articoli, densi di notizie e di analisi, scritti nell’arco di trentacinque anni, sono stati ora raccolti in un volume (Lo Stato d’Israele, Edizioni Dehoniane, Bologna), che rappresenta uno strumento formidabile per ripercorrere i cinquant’anni di storia d’Israele, fin dai preliminari che ne hanno favorito la fondazione, e per tentare un bilancio provvisorio della vicenda di questa piccola nazione diventata un fattore determinante della geopolitica moderna.
Il giudizio sintetico sullo Stato d’Israele è condensato da Rulli in una sequenza di quattro aggettivi, suggeriti nel sottotitolo del libro: democratico, intransigente, provvidenziale, ambiguo. Spiega Rulli a 30Giorni: «Nessuno può negare che in questi decenni quella israeliana sia stata l’unica vera democrazia dell’area mediorientale, ma si è trattato di una democrazia monca, che ha escluso ogni forma democratica nell’amministrazione dei territori occupati e ha spesso praticato la discriminazione civile degli arabi cittadini d’Israele. Si è trattato di una democrazia intransigente, che ha fatto della sicurezza dei propri confini l’unico criterio della sua politica internazionale. Una legittima preoccupazione che si è talvolta trasformata in pretesa irresponsabile, man mano che le vittorie belliche hanno disegnato nuovi confini, eccedenti quelli stabiliti dall’Onu nel ’47». I dati forniti da Rulli sulle enormi spese militari danno un’idea di quanto abbia inciso sull’economia israeliana questa intransigenza. «In queste spese» afferma Rulli «è necessario considerare anche l’aspetto commerciale e quindi il valore d’investimento umano ed economico che esse si trascinavano dietro. Nel ’76 Israele aveva entrate per 500 milioni di dollari dal mercato di armi. L’anno successivo gli introiti di questo tipo quasi raddoppiarono. Israele riforniva d’armi in maniera spregiudicata regimi autoritari come la Turchia, la Grecia, il Cile, il Sudafrica dell’apartheid. La corsa agli armamenti inoltre dissanguò molte economie dei Paesi arabi, che bruciavano in armi gran parte delle entrate garantite dal petrolio».
La provvidenzialità dello Stato d’Israele, la sua immagine di entità politica territoriale in cui si identifica la terra promessa da Dio al popolo eletto, è un altro aspetto importante della sua anomalia. Anche su questo punto Rulli fa notare alcuni paradossi: «Quest’opinione è diffusa anche tra gli ebrei che non credono più nel Dio dei loro padri, e che sono la maggioranza. Inoltre questa idea dello Stato ebraico che ricostituiva il Regno d’Israele sembra più diffusa tra i cristiani – penso ad esempio al poeta cattolico Paul Claudel – che tra gli ebrei ultrareligiosi, secondo i quali il popolo ebreo sarà ricostituito in unità e potere solo con l’avvento del Messia da loro ancora atteso». A tal proposito, il libro riporta anche i giudizi negativi del cardinale Jean Daniélou sulla possibile deriva intollerante dell’autocoscienza ebraica: «Israele ha la pretesa di voler restare ancora oggi il popolo eletto, nel senso che vorrebbe attribuirsi un privilegio non condiviso nello stesso modo da tutti gli altri popoli della terra: il che, per noi, è decisamente inaccettabile».

Giochi di sponda
I primi contrastati decenni di vita dello Stato d’Israele si snodano in un contesto internazionale pesantemente segnato dalla guerra fredda. Il libro di Rulli registra con minuziosa precisione le interferenze e le tensioni che il sistema dei blocchi scarica su quest’area che non era stata “sistemata” dall’ordine mondiale uscito dagli accordi di Yalta. Spiega Rulli: «Nel gioco delle alleanze Israele rimane il costante punto di riferimento della politica mediorientale statunitense, grazie anche all’influenza della potente lobby ebraica americana. Mentre i sovietici tentano con alterne fortune di recuperare terreno supportando il fragile e litigioso fronte arabo. Le interferenze geopolitiche a volte complicano la situazione, altre volte forniscono sponde utili per iniziative che prefigurano l’inizio del processo di pace, che si avvierà solo dopo la guerra del Golfo. Ma sarebbe sbagliato considerare gli attori geopolitici mediorientali come mere pedine del grande gioco bipolare. Soprattutto Israele dà più volte prova di una relativa libertà di manovra e di spregiudicatezza nei confronti del partner americano. Sull’altro fronte, Sadat inizia la sua strategia di pace verso Israele che porterà agli accordi di Camp David mandando a casa i “consulenti” sovietici di stanza in Egitto». In questo quadro in movimento, i conflitti e le dichiarazioni si colorano del linguaggio di quegli anni. Sorprende, ad esempio, leggere la risoluzione del Congresso dell’Unione mondiale degli studenti ebrei, che nel luglio 1970 da Gerusalemme richiede «che il governo israeliano riconosca immediatamente il pieno diritto nazionale del popolo palestinese» e condanna «l’imperialismo e le forze reazionarie presenti nella regione, con il processo di colonizzazione del Medio Oriente da parte delle grandi potenze». Sta di fatto che le turbolenze e la pur condizionata indipendenza delle politiche nazionali renderanno la regione sempre refrattaria a tentativi di sistemazione piovuti dall’esterno. Non a caso tutte le ipotesi di dar vita ad una specie di Nato mediorientale sono sempre state rapidamente archiviate. «Anche la rilettura di questa storia» spiega Rulli «dovrebbe far capire che l’attuale politica condotta nell’area dalla superpotenza americana può avere conseguenze negative».

Personaggi e interpreti
Un’altra pista seguita con accanimento nel libro di Rulli vuole far risaltare il ruolo delle grandi figure individuali, capaci di grandi gesti simbolici, di crimini di guerra e di errori irrecuperabili. Da Anwar Sadat, il presidente egiziano che fa l’azzardo di recarsi a Gerusalemme e di citare la Bibbia e il Corano davanti alla Knesset, il Parlamento israeliano, iniziando, tra gli insulti delle altre nazioni arabe, quella “pace separata” con Israele che si compirà con gli accordi di Camp David; fino a Yitzhak Rabin, il laburista che prima reprime la rivolta dell’Intifada e poi inizia la pace con i palestinesi, finendo ammazzato dall’odio religioso di un altro ebreo. Spiega Rulli: «È una storia di uomini, una storia di sangue e dolore dove ognuno ha le sue colpe, nessuno è innocente e nessuno è per sempre irrimediabilmente cattivo. Una storia che dimostra che nelle cose umane non esistono amici o nemici eterni, ma solo interessi eterni. Come rispose il primo ministro israeliano Menahem Begin al discorso di Sadat alla Knesset, “tutto è negoziabile”. Un aspetto interessante è proprio seguire queste evoluzioni, in alcuni casi vere e proprie conversioni, di diversi leader che accettano la lezione che viene dai fatti e passano dalla violenza e dall’odio ad una prospettiva di pace. Si pensi proprio a Begin, conosciuto per crudeli azioni di violenza alla guida del movimento terroristico Irgun, che pure diviene l’artefice della pace con l’Egitto. Si pensi a Rabin, o allo stesso Yasser Arafat, un ex violento che in passato si è macchiato di azioni crudeli nella lotta contro Israele, e invece oggi è uno dei pochi a tener vive le residue speranze del processo di pace».

Uno sguardo da Oltretevere
Nella ricostruzione dei primi cinquant’anni d’Israele, padre Rulli espone con particolare cura gli interessi e le iniziative della Santa Sede nell’intricata trama mediorientale. Per molti anni, in assenza di relazioni dirette tra Israele e Vaticano, i rigorosi articoli pubblicati sulla rivista dei Gesuiti venivano letti come un’espressione ufficiosa degli umori e degli orientamenti coltivati Oltretevere sulle questioni di Gerusalemme, della Terra Santa e del conflitto arabo-israeliano. Ancora nel ’91, alla fine della guerra del Golfo, dopo gli attacchi delle comunità ebraiche al Vaticano per l’assenza di riconoscimento diplomatico di Israele, gli officiali della Segreteria di Stato suggerivano ai cronisti di leggere un articolo di Rulli che sintetizzava la posizione della Santa Sede sulla questione. Ma padre Rulli si schermisce, respingendo con garbo la fama di porta-parola ufficioso del Vaticano: «Ovviamente nei contatti con gli uffici di Curia c’erano scambi di opinione e spesso eravamo d’accordo nei giudizi. Ma non si trattava di articoli commissionati, la sintonia era spontanea. Solo una volta andai in Israele su invito di Pio Laghi, che era delegato apostolico a Gerusalemme, e mi suggerì di scrivere intorno alla questione della “giudaizzazione” di Gerusalemme». Ne scaturirono alcuni memorabili articoli pieni di dati, che denunciavano i programmi urbanistici che fin da allora sotto lo slogan della “Grande Gerusalemme” miravano a modificare il tradizionale profilo multietnico e multireligioso della Città Santa. Gli articoli furono notati, e qualche tempo dopo, alla fine del 1973, il quotidiano filogovernativo Davar, controllato dai sindacati israeliani, arrivò a parlare dello «stile apologetico adottato nei riguardi dell’attività assassina delle organizzazioni terroristiche apparso nelle pubblicazioni ufficiali dei portavoce dei Gesuiti e della Chiesa, compreso l’ultimo numero di Civiltà Cattolica». Se si pensa che l’introduzione al libro di Rulli è firmata da Shmuel Hadas, che è stato il primo ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, si comprende quanto siano cambiate da allora le cose.
Sul presente e sul futuro di Israele padre Rulli non nasconde le sue preoccupazioni: «Noto un’involuzione pericolosa della società israeliana verso un confessionalismo intransigente. L’assassinio di Rabin, ucciso dall’odio religioso di un altro ebreo, è il segno più grande di questa involuzione, e stiamo ancora cercando di capire se con quel fatto il processo di pace è stato o no ferito a morte. La società israeliana si è formata sulla laicità. Ben Gurion, che proclamò lo Stato d’Israele, era un ateo. Anche il socialismo sionista dei primi decenni, pur con le sue punte di entusiasmo utopico, ha contribuito a conservare la laicità civile della società israeliana. La situazione attuale mi sembra simile a quella che un noto scrittore ebreo, Shmuel Trigano, tracciava nel 1977 su Le Monde, parlando dell’“errore zelota”. “La distruzione del secondo Stato giudeo da parte dei romani” dichiarava Trigano “fu la conseguenza dell’impegno politico del gran sacerdote di Gerusalemme e della politica estremista degli zeloti che con la loro azione deleteria all’interno e col loro fanatismo all’esterno, al di là di ogni giudizio realistico, lo minarono dal di dentro e ne affrettarono la caduta”. Lo stesso errore Israele potrebbe commetterlo oggi. Il trionfo del confessionalismo in Israele potrebbe scatenare ancor di più l’altro confessionalismo, quello musulmano. E la solidarietà musulmana diventerebbe a quel punto molto più forte e pericolosa per Israele, di quanto non lo fosse il fragile nazionalismo panarabo».


Español English Français Deutsch Português