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GIUSSANI
tratto dal n. 09 - 1998

Dare del tu a Cristo


Appunti da una conversazione di LUIGI GIUSSANI con un gruppo di Memores Domini


di monsignor Luigi Giussani


Claudia!

Sono qui!
Cara Claudia, grazie dell’esempio che ci hai dato andando in Africa, della fatica che hai offerta, delle preghiere che hai detto. Paoletta, che esempio ci ha dato! Claudia, oltre alla gratitudine che abbiamo verso di te, abbiamo anche aspettative circa quello che tu potrai dirci. So che, stando qui, continuerai a parlare con loro; però quello che non so io è come se non sapessero loro, non vale, insomma! Ma lo faremo un’altra volta perché stasera sono stretto dalle cose da fare e da altro. Ti han cantato qualche canzone? Si può sentire? Speriamo che non sia come quella del compleanno della Mandy!

CANTO1

Bellissima, vale 13 volte di più di quella che avete fatta alla Mandy! Ti è piaciuta Claudia?

Moltissimo.
Perché?

Soprattutto per la parte finale e poi perché è molto dolce.
Leggila.

«Festa e nostalgia / in questa bella compagnia. / Il puntino una nave è già, / è tutto vero e grande, e tu sei qua!».
È proprio molto bella sia come musica, sia com’è cantata, sia come sentimento umano di amicizia e di fraternità e di compagnia in un’avventura. Eppure, se le cose si potessero elencare così come le ho elencate io adesso e basta, e fosse dato per scontato qualcosa d’altro – accettato e riconosciuto (intendiamoci!), ma dato per scontato –, e non fosse il Suo nome prodotto da un’enfasi di dialogo, di voglia di farsi sentire, di voglia di sentirlo; se non avesse personalità a un certo punto autonoma, se non avesse una faccia ultimamente singolare, dei tratti inconfondibili anche con quelli che Lui stesso ha creati come segno di se stesso… È la frase che una di noi m’ha detto due settimane fa, venendo su apposta in casa: «Senti, ho un po’ vergogna a dirtelo, temo che sia presunzione, ma a te pare che la maggior parte del Gruppo Adulto, dei grandi, di chi ha già fatto molti anni nel Gruppo Adulto, a te pare che…? A me pare che non cerchino Cristo». Che non cerchino Cristo, con quella singolarità ultima, inconfondibile: con tutto quel che ho detto prima, insomma.
Se non è oggetto pensato (memoria), detto (invocazione), contemplato con stupore e gusto tanto che si traduce in letizia di presenza – «Il mio cuore è lieto perché tu vivi»2 –; se passano giornate e giornate senza che si dica «Tu» eccetto che nella frettolosità di formule ripetute: allora una può andare in America e stare in America anche tre anni, sostentata e sostenuta dal ricordo piacevole e amichevole di una compagnia che l’attende di ritorno (fino a quando qualche tempesta cada sopra il suo capo ed entri dalle finestre lasciate aperte a sconvolgere tutto; fino a questo caso estremo, che preghiamo il Signore non avvenga mai, per nessuno), ma non le basta. Non le basterebbe per essere, com’era entusiasta qui, entusiasta là, dove godrebbe o potrebbe godere così tanto di un lavoro eccezionale, eccezionalmente soddisfacente, nato dalle sue mani e dal suo cervello, veramente pertinente a lei. E tutta la gente a meravigliarsi del suo apporto, di quando parla: la gente che c’è lì è come l’inizio del mondo che si accorge di lei (per qualche scoperta potrebbe entrare anche nella storia delle scienze!). Ma non le basta.
«Ma non ti pare che quelli del Gruppo Adulto, anche i più grandi…? Ecco, a me pare che non cerchino Cristo». La domanda della nostra amica la faccio a voi, perché sono d’accordo con lei che la maggior parte di noi non cerca Cristo. Con tutto il rispetto, con tutta la devozione, con tutta, addirittura, l’emozionabilità possibile, con certa tenerezza che a volte si può provare; ma ciò che prevale è quello che dovrebbe essere provvisorio anticipo analogico. Dicevo su L’Osservatore Romano: «Per insoddisfatta approssimazione analogica»3. «Insoddisfatta approssimazione analogica» è il gusto che tu hai guardando il sole che nasce, che aveva san Francesco in quella rubrica che ho sempre citato di padre Gemelli4. Sentendo la musica di Da Victoria o di Rachmaninov, l’esito è un’insoddisfatta approssimazione analogica. Ana-logica: sapete bene cosa vuol dire analogia, dico una cosa il cui significato rimbalza oltre, anà, su. E su c’è l’apertura misteriosa, c’è lo spazio, c’è la plaga – l’ho chiamata plaga una volta5 –, la plaga misteriosa che si chiama Dio.
È da un pezzo che avevo in gola questo da dirvi – ve lo assicuro: è un pezzo! –, ma siccome vi siete fatte voler bene, vi fate voler bene quant’altri mai, a un certo punto bisogna dirlo.
Cristina, io sono entrato in ospedale appena ho detto Messa. Ero già sfasciato dopo quattro mesi. Venivo a Milano, alla Barona, tre volte alla settimana in bicicletta da Venegono, per fare un po’ di ministero; intanto studiavo per la tesi di laurea e in seminario m’avevano dato una camera gelida – gelida perfino d’agosto! –: ho preso una pleurite terribile, son stato ammalato tre anni. La prima notte di ospedale ho sentito singhiozzare padre e madre che portavano la bambina col croup, che stava soffocando (grazie a Dio, la mattina dopo sono riusciti a dilatarle la trachea, a fare il buco e a farla respirare). Son diventato amico del papà e della mamma. E la mamma giorni dopo mi ha fatto vedere delle sue fotografie: una donna bellissima, deturpata totalmente da un lupus che era stato poi superato (lentamente si è riavuta anche da quello, e infatti era ancora una bellissima donna). Ma quando mi raccontava, mi diceva: «Che trattamento diverso ti riservano: tu non sei più niente. Fino a due giorni prima, cercata (decine e decine di telefonate serali), ma poi non sei più niente, dopo l’accenno del male non sei più niente». E ha aggiunto: «Ma io ero ancora io! Io ero io! Vedendo tutto l’esito della malattia sulla pelle, lo sconvolgimento dell’ordine e, quindi, della bellezza operato dal lupus, io ero ancora io, ero tale e quale. Eppure non mi cercava più nessuno». Stiamo attenti che Gesù tra noi può essere l’origine di tutto il mondo di umanità, pieno di letizia e di amicizie, di ragioni formalmente ineccepibili e di aiuto formalmente, ma anche materialmente, concreto che è pronto a darci – è proprio casa nostra, è una casa veramente! –, però Gesù potrebbe essere ridotto al ritratto di una bella donna scolpito sul monumento sepolcrale della medesima.
Se Gesù venisse qui in silenzio – softly – e si sedesse su una sedia lì, vicino a costei, e tutti a un certo punto ce ne accorgessimo, non so in quanti di noi lo stupore, la gratitudine, la gioia… non so in quanti l’affezione sarebbe veramente spontanea, pur conservando una certa coscienza di sé. Potrebbe essere spontanea, un’enfasi entusiasta, se davanti a Gesù uno ritornasse come bambino. Ma se portasse con sé il contenuto della coscienza di tutti i giorni passati, degli anni passati nel Gruppo Adulto o nella “verifica”6 o nel Movimento? Non so se non ci sentiremmo coperti da una coltre di vergogna (non vergogna in senso “cattivo cattivo”, ma in senso “cattivo” sì!), se ci accorgessimo in quel momento che non abbiamo mai detto «Tu» (così come ce lo diciamo tra noi, come lo diciamo alla Claudia adesso che è tornata, finalmente!), se tentassimo di vivere seriamente il non totale naufragio nel nostro io collettivo del suo Io personale.
Eh, bionda, se non c’è questo Io personale… Non posso voler bene senza che questa notifica, memoria e adorazione e ubbidienza e discepolanza e sequela e sguardo avido di imparare e volontà di sacrificio fino alla morte con cui ti penso, ti guardo, ti seguo, senza che tutto questo diventi concreto, così concreto che tu sia, o Signore, colui che amo: Tu sei, Signore, colui che amo. «Che cosa più potentemente l’uomo desidera che il vero?»7.Che cos’è il vero? Un uomo presente, un uomo presente: non può essere dilapidato o dilavato dall’affacciarsi bello e lieto della compagnia di volti che di Lui dovrebbe essere accennato segno!
Questo avviene – quando gli si dice «Tu» realmente, con tutta la coscienza dell’io –: quanto più si ha coscienza di sé, tanto più potente, grande, vera, semplice e pura è la devozione a Lui (come è concreta, tangibile, percuotibile, testarda, ostinata la realtà della Paoletta qui tra noi! Perché è stata veramente testarda e ostinata, ed è stato quello che l’ha salvata. Non è stata testarda e ostinata per suo gusto, ma come per un presentimento: che ne sarebbe stato di lei se avesse ceduto a quel che avrebbe voluto fare e avesse trascurato questa cosa?).
Tu, Claudia, sei d’accordo con me? Capisci quel che voglio dire?
Comunque, se una di voi per lavoro dovesse andare via per tre anni, per due anni, per un anno, potrei anche dire: «No, non la lascio andare da sola; dovrei volerle molto meno bene per lasciarla andar da sola»; e perciò, troviamo un’altra persona che stia con lei per ricostituire, dove andrà, questa compagnia. Ma, ultimamente, non è per ricostituire questa compagnia, se non in quanto tale compagnia è il segno – insoddisfatto, approssimativo, analogico, perché il segno è tutte queste cose – di una realtà dell’altro mondo! È come stringere una faccia nella mano (con i piccolini – non so: con i miei nipoti, quando eran più piccoli – mi piaceva prendere la faccia e… ciiik!).
La presenza di Cristo nel mondo è il miracolo della nostra compagnia. Ma questo è la punta emergente di un segno che «s’inabissa ove è più vero»8 o, meglio, è la punta di un segno che in tutto il resto naufraga nel significato comune, in tutto il resto naufraga nella naturalità comune. Per questo, quanto più si vuole intensamente bene, preferenzialmente – insomma, là dove il bene è dire «io» con un impeto che gli altri non conoscono, o dire «tu» con un impeto che gli altri non conoscono –, non si tratta di ammortizzare il peso dell’amicizia nostra, di rendere nebulosa l’efficacia carica d’occhi, di labbra e di viso, di parola, di canto, di cuore di una compagnia bella come questa, ma è come una specie di esasperata tensione – di tutto quello che ho nominato e che forma la nostra compagnia – a gridare il tuo nome, o Cristo: «Grazie che Ti sei fatto vedere e Ti sei seduto qui».
E comprendiamo che non c’è niente di differente da ieri sera, quando accoglievamo la Claudia ed eravamo qui a cantarle il canto prima di cena; non c’è niente di differente. Eppure, guardar Te in questa compagnia può essere tra di noi così difficile come lo è per la maggior parte degli uomini che vivono queste cose solitari, con un’approssimazione spaventosa, mortale, con una solitudine di cuore mortale. Non è molto simile? La Tua presenza naufraga non nel mare sconfinato dove tutto muore, ma in questo bel mare che si vede illuminato dal sole del nostro destino bello.
Destino bello: ce l’hai dato Tu! Perché Tu ci hai fatto incontrare, ci hai messo insieme, e tutti nel mondo, tutte le case qui vicine s’accorgono che Tu ci sei perché ci siamo noi. Perfino questo! Siamo l’unico mezzo per cui tanta di questa gente che vive in queste ville conosce che ci sei, qualche volta è costretta a pensare che ci sei e ad avere una certa invidia (della letizia: non del fatto che conosciamo Te, che riconosciamo Te!). Ma anche tra di noi la nostra compagnia è sostenuta dal fatto che riconosciamo Te oppure dalla letizia che rende più facile? La nostra compagnia è più un trasporre, un ricondurre la nostra pace ad altre occasioni e ad altre circostanze, a un futuro che potrebbe anche non venire così pericoloso; oppure, comunque parta, giunge in cima alla montagna (la cima è là dove, con una punta, la montagna tocca il cielo)?
Per questo siamo incapaci di preferenze reali, ci scandalizziamo delle parole più vere, cioè delle parole dove l’affezione è costretta a essere più vera. E la preferenza che abbiamo non ci fa desiderare di andare in Oceania come i primi missionari gesuiti e partecipare alla loro morte, per amore di Cristo e di chi amo, nel legame di tutta quanta la compagnia, senza lasciare fuori nessuno.
Ma non entriamo nei particolari, in cui però quest’anno voglio entrare, perché ho lanciato il tema dell’amicizia dicendo che in cinquant’anni di movimento non è stata mai messa a tema. «L’amicizia per voi è una virtù» diceva Lobkowicz9. Il commento di Lobkowicz è l’ultima cosa che ci si aspetterebbe parlando di amicizia: perché la virtù è il modo per entrare in nesso con Te; è il modo di accorgersi che, senza rumore, è venuto tra noi e si è seduto qui; si è seduto qui e ti guarda.
Così, non comprendiamo la grazia che Cristo ci fa facendoci sentire uno, che parla normalmente tra noi, parlare di due morali: della nuova morale, che è quella che nasce dal sì di Pietro a Gesù, e della morale “naturale”, che è poi quella dei farisei o di Vittorio Alfieri o di Seneca o di Socrate, i grandi uomini che sono nomi famosi, eroi nella storia, ma che non fanno la storia (nessuno di questi ha fatto storia). Ci fa sentir parlare di queste cose senza che niente in noi sia colpito (incuriosito può darsi, per chi ha una certa voglia intellettuale). Mandy, io dico stentatamente cose che son proprio vere come due più due fa quattro, altrimenti non ne parlerei; e nonostante che non si capisca, che non ci si stupisca e non ci si esalti per questa scoperta che io ho fatto dopo i miei settant’anni… A settant’anni! Ma, scoprendolo a settant’anni, capisco che la mia vita è stata dotata da Cristo di qualcosa di particolare per cui la moralità l’ho vissuta così, come morale nuova, ma spesso senza la purità e la libertà e la gioia che mi avrebbe potuto dare: un po’ meno.
Così noi non conosciamo il dolore, il dolore del peccato. Perché il dolore è il dolore del peccato; da quando Dio è morto per salvare gli uomini, l’unico dolore è il peccato. Il dolore, che è il peccato, è l’humus misterioso in cui attecchisce quella cosa umana e sovraumana, più umana di tutte le altre e più sovraumana di tutte le altre, che è l’amore.
Non mi ricordo più come ho iniziato questa cantilena!

Con la morale.
Macché morale, ma va’!

Dai nostri canti.
Perciò non dalla morale! Stasera ho incominciato dal pensiero che mi ha colpito entrando. Per questo, mentre scendevo le scale, ho detto «Claudia», perché Claudia è l’emblema di questo momento. E tutta la compagnia che hai destata per te, a te, attorno a te, che si pigiava nella tua memoria anche quando eri in Africa, e che qui hai trovato nella sua espansività bella, felice e facile, facilmente felice…: non è un rimprovero questo, è una fortuna una compagnia così, ma bisogna renderci conto anche che una cosa così è fortuna, è gratuita, cioè è grazia.
Grazia. Cosa vuol dire grazia? Se una persona avesse 103 anni, come la nonna di Alberto (103 anni: è visibile che è più vicina che lontana, e per noi è più lontana che vicina!), e le regalassero un brillante di 53 miliardi, grosso così, e glielo mettessero in testa e lei si aggirasse per Milano col peso di questo brillante (peserebbe, eh!): che contrasto, che inopportunità! Ecco: fa’, o Signore, che ti abbiamo a riconoscere non come una perla da 53 miliardi, grossa, faticosamente portata in fronte, andando in giro per le nostre strade a fare quel che vogliamo noi e a comperare olio d’oliva più puro o vino dei castelli romani meno pasticciato o i profumi più pregiati (pregiati vuol dire quelli che costano tanto più quanto più è piccola la boccetta!).
«Senti, non ti pare che nel Gruppo Adulto, anche quelli più adulti…?». A me pare che non cerchino Te. Però Tu non Ti lamenti; dici: «Non sono qui per rinfacciarvi questo, ma neanche un po’! Non vi avrei dato tutto quello che vi ho dato. Dovreste innanzitutto tener presente tutto quello che vi è stato dato. Adesso son qui seduto tra voi – perché è tornata a casa una di voi che mi ha dato più che tante di voi (ma non è questione di chilogrammi con cui far paragoni!), son qui non per rimproverarvi di quello che non mi avete dato, ma per dirvi: “Cosa temete, gente di poca fede?”10», come ha detto quella volta in barca di notte, quando c’era la tempesta.
Però, Signore, ci fai venire in mente quella volta – Ti ricordi? – che Ti sei fermato, Ti sei seduto per terra e i discepoli si sono seduti per terra, e tutta la folla che arrivava su dalla collina si sedeva per terra; e, guardando al di là delle spalle dei Tuoi più fedeli, più amici, a un certo punto il Tuo sguardo si è fissato non su una persona, non su un gruppo di persone, ma su tutta quella folla senza veder nessuno (come quando i nostri occhi si fissano sulla folla senza veder nessuno: non vedono nessuno, ma non vedono mai così acutamente tutta la gente di quella folla come quando fissano la folla senza guardare nessuno; perché si va all’essenza di quella folla, che è l’essenza di ognuno, l’attesa essenziale di ognuno di quella folla) e hai detto: «Credete voi che, quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora fede sulla terra?»11.
E l’ha detto a quelli che in tutto il mondo di allora, ai pochissimi che in tutto il mondo d’allora gli credevano, gli davano fiducia. Quando Pietro disse: «Sì, Signore, tu lo sai che io ti amo», esprimeva se stesso, ma la sua natura rivelava quella degli altri dieci. Erano rimasti in undici, perché il dodicesimo l’aveva tradito, ma Pietro rivelava anche il dodicesimo. Non ha ragione Péguy12, perché quel che Gesù sapeva – lo sapeva non perché lo sapesse, ma perché sapeva la misericordia del Padre (la misericordia è il sinonimo di Infinito: l’unica parola che è sinonimo di Infinito è la parola misericordia); non sapeva cosa volesse dire essere la misericordia dell’Infinito, lo sapeva perché era Lui (Lui era la misericordia dell’Infinito) –, quello che sapeva era che voleva bene, che avrebbe preso a uno a uno tutti, avrebbe rincorso tutti a uno a uno. E chiamava quelli lì perché fossero i primi a correre dietro agli uomini a uno a uno come avrebbe voluto far Lui. Ma il Padre aveva dilazionato tutto – santo cielo! –, aveva dilatato i tempi, non si capiva più niente! Però Lui si affidava al Padre.
Dobbiamo conoscere il dolore, l’unico vero dolore che è quello che genera l’amore. L’amore pronuncia un nome – un nome! –, e dentro questo nome i nomi di tutti gli uomini e anche di tutte le cose sono come schiacciati dentro: come una madre che voglia proteggere i cinque bambini e le sue mani non arrivassero che a tre, perché è piccola!
Finito! Sia lodato Gesù Cristo!
Per la volta ventura mi dovete spiegare questa cosa. La volta ventura quando sarà? Io voglio portare il nostro incontro una volta ogni quindici giorni. Siate gentili, ci sono tante cose! E poi sarebbe tecnicamente un vantaggio, perché sareste costrette non a dimenticare, aspettando l’incontro seguente, ma a ricordare di più e a discutere di più nel vostro animo durante questa attesa che è più lunga. Ma poi, se non va bene, ritorniamo a tutte le settimane. Comunque, settimana prossima non ci sono.
«Per te le canzoni gioiose…»: la sapete questa?

No, e non abbiamo ancora trovato quella che ci hai chiesto l’altra volta.
Questa è un’altra da trovare. È religiosa: «Per te le canzoni gioiose s’alternano a preci devote…»!! Cristina, ti piace?

Può piacere!
È popolare!
No, non cantatela! Però… il disco su Ildegarda di Bingen l’avete qui?

L’abbiamo sentito al ritiro.
Sì, ma il ritiro è come Gesù: non ci si fa proprio caso!
Comunque, provate a sentire tutto il disco, uno dei quattro dischi su cui sono raccolti i brani di Ildegarda di Bingen13: provate a pensare a centinaia di donne, insieme, che vivevano nell’ordine stabilito e guidato da quella donna lì, che inventava parole, musica, e vita; e vicino c’era un altro immenso convento di uomini con il Venerabile Pietro. E pensate come fenomeni di questo genere contagiassero tutta l’atmosfera del tempo: era una civiltà così. Più bello di quella musica c’è soltanto Da Victoria coi suoi responsori: è la musica spagnola del Quattrocento e del Cinquecento che ha ereditato l’anima che faceva cantare Ildegarda di Bingen; da noi è scomparsa subito.
Va bene. Ci vediamo tra quindici giorni, allora, perché io devo andar via per forza proprio giovedì venturo. A meno di anticiparlo a martedì… No, ma perché? Gesù c’è oggi e ieri e domani: sempre, c’è sempre!

E Gesù ha detto: «I poveri li avrete sempre con voi, me no»14!
Appunto: i poveri son quelli che hanno fame e sete, per esempio, del vero. Ma è Lui la verità: vir qui adest15. Se siete smarrite per questa conclusione, se è come se vi avvedeste ora di quel che voglia dire che Dio è diventato uno di noi, l’ebreo Gesù di Nazareth, allora diventate improvvisamente serie nel chiedere allo Spirito e alla Madonna di capirlo, di sentire fino a vederlo, fino a vederlo!
«Pur vivendo nella carne noi viviamo nella fede del figlio di Dio»16. La fede è che Lui è qui seduto e dice: «Ma taci tu» ridendo, sorridendo, ma non troppo, «ma taci tu: pensa a tutto quello che hai fatto!». E son contento lo stesso, perché la gloria di Cristo è la letizia mia che riconosce di nascere dalla Sua presenza. Ma la Sua presenza si vede e non si vede. C’è, ma si vede e non si vede, si tocca e non si tocca. Chissà com’è? Però è.
«Pur vivendo nella carne, viviamo nella fede», perché la fede è affermare una presenza oltre, che ha radici prima, e ha il volto oltre lo svilupparsi delle umane sensazioni, del vedere, del guardare, del toccare. Come diceva san Giovanni: «Noi abbiamo visto, toccato e udito il Verbo della vita»17, l’abbiamo udito e toccato, toccato!
Così, quando ci prendiamo a braccetto, quando ci mettiamo la mano sopra la spalla e andiamo insieme cantando, oppure ci alziamo cantando tutti insieme, proprio tutti insieme, volendo cantare tutti insieme, coscienti che vogliamo cantare tutti insieme, coscienti del canto comune, e ringraziamo la Mandy di dirigerci, e anche lei s’affonda, si dimentica anche lei nella nostra unità: questo è l’affacciarsi del volto di Gesù, nel senso letterale, fisico, del termine.


NOTE

1) Il canto, cui è stato cambiato il testo, è Baciami piccina, di Astore-Morbelli, Ed. Fono Enic.
2) Sal 83, 3.
3) «In qualunque atto della ragione, elencati tutti gli identificabili fattori, c’è un punto, un soffio, un’apertura, un punto di fuga imprevisto – come riconosce Montale: “Un imprevisto è la sola speranza”, o Kafka: “Esiste un punto di arrivo” – , per cui ogni esperienza che la ragione giudichi rimanda a una plaga misteriosa, a una realtà di Mistero: Dio. Non può la ragione pretendere di conoscerne anche solo un pezzetto, ma unicamente di avvicinarsi al suo calore fontale e alla sua luce originale attraverso insoddisfatte approssimazioni analogiche». (L. Giussani, Il valore di alcune parole che segnano il cammino cristiano, in L’Osservatore Romano, 6 aprile 1996, p. 4).
4) Cfr. L. Giussani, Il senso religioso, Rizzoli, Milano 1997, p. 159, dove è descritta la figura di san Francesco all’interno della lettera rubricata “Q”, posta a principio del cap. XIII del libro di A. Gemelli, Il Francescanesimo, Edizioni O.R., Milano 1932.
5) Ivi.
6) È un periodo in cui i giovani che vogliono considerare seriamente l’ipotesi di dedicarsi a Dio nella verginità verificano, con incontri periodici, la loro vocazione.
7) Sant’Agostino, Esposizione sul salmo 84, 13, in Esposizioni sui salmi, II, a cura di V. Tarulli, Città Nuova Editrice, Roma 1970, p. 1234.
8) C. Rebora, Il pioppo, in Le poesie, Garzanti, Milano 1988, p. 281.
9) Cfr. L. Giussani, Il rischio educativo, SEI, Torino 1995, p. X.
10) Mt 8, 26.
11) Lc 18, 8.
12) «Essendo il Figlio di Dio, Gesù sapeva tutto, / E il Salvatore sapeva che Giuda, l’amato, / Non lo salvava, dandosi interamente. / Ed è allora che seppe la sofferenza infinita, / È allora che conobbe, è allora ch’egli apprese, / È allora che sentì l’infinita agonia, / E gridò come un folle la spaventosa angoscia, / Clamore che fece vacillare Maria ancora in piedi, / E per pietà del Padre ebbe la sua morte umana» (Ch. Péguy, Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, in I Misteri, Jaca Book, Milano 1978, p. 122).
13) A feather on the breath of God, Sequenze ed Inni di Ildegarda di Bingen, E. Kirby, Gothic Voices, C. Pace, ed. Hyperion.
14) Cfr. Mt 26, 11; Mc 14, 7; Gv 12, 8.
15) Si fa riferimento all’antico aforisma che si ottiene anagrammando la domanda «Quid est veritas?»: «[Est] vir qui adest».
16) Cfr. Gal 2, 20.
17) 1 Gv 1, 1.


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