Un’aspettativa grande e buona
Intervista con Emanuele Trevi, critico letterario, su Giacomo Leopardi: «Il poeta, consapevole che alla fine del viaggio è possibile che si trovi solamente uno specchio che riflette la nullità dell’essere, pure prova speranza, quest’“aspettativa grande e buona” presentita attraverso dei segni»
Intervista con Emanuele Trevi di Paolo Mattei
Due secoli fa, il 29 giugno
1798, nasceva a Recanati un poeta e filosofo. Che si proponeva di
«mirare intrepidamente il deserto della vita», di non
dissimularsi «nessuna parte dell’infelicità umana, ed
accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera»
per strappare «ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà
del destino umano». Sono le parole del Dialogo
di Tristano e di un amico, che fa parte delle Operette morali, scritte da
Giacomo Leopardi tra il 1824 e il 1832. In quest’opera, nello Zibaldone e negli aforismi dei Pensieri si rintraccia un
percorso speculativo che da sempre fa discutere i critici, anche alla luce
del corpus poetico, proprio per la sua peculiarità di
“pensiero sempre in movimento”, difficilmente inscrivibile in
un organismo teorico compiuto e sistematico. Perché il
“sistema” di pensiero di Leopardi è l’incessante
osservazione della realtà, che non si lascia mai imbrigliare nei
parametri di nessuna scuola filosofica.
Con Emanuele Trevi, giovane critico letterario romano, abbiamo dialogato del Leopardi pensatore e sull’attualità del suo pensiero, sui motivi per cui, al di là dei dibattiti talora artificiosi occasionati dalle ricorrenze, i suoi scritti filosofici ancora accendono l’interesse della critica e dei lettori. Interrompendo le fasi conclusive della sua ultima fatica (l’edizione di un capolavoro medievale dimenticato, il romanzo La tavola ritonda, che uscirà in autunno per la Rizzoli), Trevi ha risposto ad alcune domande.
L’occasione del bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi ha originato un dibattito sul suo pensiero filosofico. Dibattito che ha ricalcato in parte discussioni già svolte sul Leopardi nemico o difensore della ragione, sul significato delle illusioni, sull’esistenza o meno di un vero organismo filosofico leopardiano a fronte dell’asistematicità dell’opera speculativa. Non le sembra che la vera attualità del pensiero di Leopardi possa ritrovarsi quantomeno nel suo realismo, nella sua instancabile osservazione della realtà così com’è, senza veli?
EMANUELE TREVI: Sono assolutamente d’accordo. Leopardi non è solo quel grande pensatore, anche se asistematico, che tutti conosciamo. In molte note dello Zibaldone che probabilmente ancora non sono state studiate, e anche in alcune allusioni delle Operette morali non ancora approfondite, risulta essere anche un genialissimo, pur se frammentario, storico della filosofia. Leopardi individua nel Settecento un’epoca di grandissima liberazione spirituale incentrata proprio sulla conoscenza della realtà. Lui non ha una concezione dell’Illuminismo come poteva averla Kant o come l’avrebbero poi avuta gli storici romantici della filosofia. Leopardi ha una concezione dell’Illuminismo che è molto vicina a una certa maniera di pensare di carattere empirico. Di carattere utilitaristico. Egli non è interessato a una collocazione ideologica del secolo dei Lumi, piuttosto è grato a quel periodo storico. Di questo lui si sente l’erede per il patrimonio di verità, di conoscenza e di indagine senza veli della struttura del reale.Si sente l’erede di un mondo del quale evidentemente – come in base a una strana regressione, perché il pensiero, agli occhi di Leopardi, non ha solamente un progresso, ma anche un regresso – non si percepisce più il grande messaggio. È un realismo, il suo, che ha quindi delle radici settecentesche. In questo passato c’è una carica rivoluzionaria valida per il futuro. Dal punto di vista filosofico, questo è il vero Leopardi antiromantico. C’è un luogo nelle Operette morali, il Dialogo di Timandro e di Eleandro, che non rientra quindi nella scrittura privata dello Zibaldone, in cui questa decadenza ottocentesca del pensiero è proprio sbeffeggiata a chiare lettere. È evidentemente l’allusione al tema della Ginestra.
L’atteggiamento pessimista di Leopardi può essere considerato paradossalmente positivo e ancora attuale? Si pensi, ad esempio, alla sua tensione ad evitare il rischio della sacralizzazione di verità parziali, della esaltazione della scienza e della cultura mitologizzate nell’ideologia delle «magnifiche sorti e progressive»...
TREVI: È un tema controverso e molto imbarazzante per la cultura italiana. Nel senso che la cultura italiana è molto variegata. In essa convivono tradizione cattolica, tradizione liberale di tipo crociano e tradizione comunista, accomunate, fin dall’Ottocento, da un certo ottimismo dialettico. Questo ottimismo è riconoscibile, pur con diverse accezioni ideologiche, sentimentali e religiose, nel pensiero di Gioberti e in quelli di Croce e di Gramsci e presenta una pratica della dialettica come spiegazione del reale che, in qualche maniera, assorbe il momento del negativo. Un momento non solo legato alla mortalità del pensiero ma anche alla mortalità dell’uomo. Il pessimismo di Leopardi non è quel vago senso di tristezza che si può pensare originato dalla sua emarginazione a Recanati o dalla sua gobba. È una cosa filosoficamente molto importante, concernente proprio il compito del pensatore, che è colui che deve riconoscere nel progresso la traccia di una stagnazione, la traccia di qualche cosa non biodegradabile dentro una sorte progressiva. Non a caso nella sua poesia, la «giovane morta» o Teresa Fattorini-Silvia sono emblemi importantissimi, centrali, della sua ispirazione: proprio perché sono gli emblemi di un progetto mancato. Leopardi in questo è molto simile a una pensatrice moderna come Simone Weil, che diceva: «Se si pensa, si pensa dalla parte degli sventurati». Non è che a Leopardi siano antipatiche la filosofia romantica o la filosofia cattolica per un semplice schema reattivo, ma in quanto non rendono conto del fatto che i progetti di trasformazione della vita, delle cose e della natura che l’uomo coltiva sono irreparabilmente soggetti alla delusione. Tra l’idea della realtà e la realtà c’è una tragica discrepanza. Leopardi è filosofo in quanto vuole rendere conto di questa discrepanza, mentre i filosofi suoi contemporanei sono filosofi per annullarla. Nei filosofi suoi contemporanei l’idea del male è, in fondo, un’idea puramente metaforica.
Certamente il pensiero di Leopardi ha una grande attualità perché noi siamo alla fine di un secolo che ha visto il processo storico regredire. Pensiamo, ad esempio, alla questione ebraica: nel 1890 gli ebrei stavano meglio che negli anni Quaranta. Abbiamo imparato a nostre spese che il divenire storico è qualcosa che può portarci di fronte a un male non eliminabile in un processo dialettico.
Leopardi con la sua opera ha sicuramente segnato un momento, anche se apparentemente insignificante, della vita di ognuno di noi. C’è qualcosa che ama particolarmente nei suoi lavori?
TREVI: Penso che il capolavoro di Leopardi sia nelle Operette morali: il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez. Mi sembra il momento in cui Leopardi riesce a trasformare integralmente il suo pensiero, la sua dolentissima analisi della vita, in un’opera di grandissima poesia e di grandissima fantasia. In questo dialogo egli non nega il carattere illusorio delle illusioni e non raggiunge un tono ottimista e felice, tradendo se stesso. Però, in qualche maniera, colloca la vita delle illusioni in una prospettiva di felicità umana. Colombo è disposto ad ammettere al suo fido Gutierrez che il loro viaggio verso questo continente sconosciuto possa essere in realtà una follia, qualcosa di cui lui non ha certezza. Però il dialogo termina con questa nozione: un’«aspettativa grande e buona». L’uomo consapevole di avere probabilmente messo a repentaglio la sua esistenza per nulla, consapevole che alla fine del viaggio è possibile che si trovi solamente uno specchio che riflette la nullità dell’essere, la sua insensatezza dal punto di vista umano, le leggi imperscrutabili della natura che non riescono a comunicare con l’uomo, pure prova speranza, quest’«aspettativa grande e buona» presentita attraverso dei segni. Colombo e Gutierrez riconoscono alcuni segni nel mare e intorno a loro – ramoscelli galleggianti, uccelli non marittimi che sorvolano la nave – che fanno presagire una terra vicina: «In somma tutti questi segni raccolti insieme, per molto che io voglia essere diffidente, mi tengono pure in aspettativa grande e buona». Ecco, da grande scrittore, riesce a non negare se stesso, a non rinunciare ai presupposti del suo pensiero. Però non sa rinunciare alla speranza, accesa dai segni incontrati sul cammino.
Con Emanuele Trevi, giovane critico letterario romano, abbiamo dialogato del Leopardi pensatore e sull’attualità del suo pensiero, sui motivi per cui, al di là dei dibattiti talora artificiosi occasionati dalle ricorrenze, i suoi scritti filosofici ancora accendono l’interesse della critica e dei lettori. Interrompendo le fasi conclusive della sua ultima fatica (l’edizione di un capolavoro medievale dimenticato, il romanzo La tavola ritonda, che uscirà in autunno per la Rizzoli), Trevi ha risposto ad alcune domande.
L’occasione del bicentenario della nascita di Giacomo Leopardi ha originato un dibattito sul suo pensiero filosofico. Dibattito che ha ricalcato in parte discussioni già svolte sul Leopardi nemico o difensore della ragione, sul significato delle illusioni, sull’esistenza o meno di un vero organismo filosofico leopardiano a fronte dell’asistematicità dell’opera speculativa. Non le sembra che la vera attualità del pensiero di Leopardi possa ritrovarsi quantomeno nel suo realismo, nella sua instancabile osservazione della realtà così com’è, senza veli?
EMANUELE TREVI: Sono assolutamente d’accordo. Leopardi non è solo quel grande pensatore, anche se asistematico, che tutti conosciamo. In molte note dello Zibaldone che probabilmente ancora non sono state studiate, e anche in alcune allusioni delle Operette morali non ancora approfondite, risulta essere anche un genialissimo, pur se frammentario, storico della filosofia. Leopardi individua nel Settecento un’epoca di grandissima liberazione spirituale incentrata proprio sulla conoscenza della realtà. Lui non ha una concezione dell’Illuminismo come poteva averla Kant o come l’avrebbero poi avuta gli storici romantici della filosofia. Leopardi ha una concezione dell’Illuminismo che è molto vicina a una certa maniera di pensare di carattere empirico. Di carattere utilitaristico. Egli non è interessato a una collocazione ideologica del secolo dei Lumi, piuttosto è grato a quel periodo storico. Di questo lui si sente l’erede per il patrimonio di verità, di conoscenza e di indagine senza veli della struttura del reale.Si sente l’erede di un mondo del quale evidentemente – come in base a una strana regressione, perché il pensiero, agli occhi di Leopardi, non ha solamente un progresso, ma anche un regresso – non si percepisce più il grande messaggio. È un realismo, il suo, che ha quindi delle radici settecentesche. In questo passato c’è una carica rivoluzionaria valida per il futuro. Dal punto di vista filosofico, questo è il vero Leopardi antiromantico. C’è un luogo nelle Operette morali, il Dialogo di Timandro e di Eleandro, che non rientra quindi nella scrittura privata dello Zibaldone, in cui questa decadenza ottocentesca del pensiero è proprio sbeffeggiata a chiare lettere. È evidentemente l’allusione al tema della Ginestra.
L’atteggiamento pessimista di Leopardi può essere considerato paradossalmente positivo e ancora attuale? Si pensi, ad esempio, alla sua tensione ad evitare il rischio della sacralizzazione di verità parziali, della esaltazione della scienza e della cultura mitologizzate nell’ideologia delle «magnifiche sorti e progressive»...
TREVI: È un tema controverso e molto imbarazzante per la cultura italiana. Nel senso che la cultura italiana è molto variegata. In essa convivono tradizione cattolica, tradizione liberale di tipo crociano e tradizione comunista, accomunate, fin dall’Ottocento, da un certo ottimismo dialettico. Questo ottimismo è riconoscibile, pur con diverse accezioni ideologiche, sentimentali e religiose, nel pensiero di Gioberti e in quelli di Croce e di Gramsci e presenta una pratica della dialettica come spiegazione del reale che, in qualche maniera, assorbe il momento del negativo. Un momento non solo legato alla mortalità del pensiero ma anche alla mortalità dell’uomo. Il pessimismo di Leopardi non è quel vago senso di tristezza che si può pensare originato dalla sua emarginazione a Recanati o dalla sua gobba. È una cosa filosoficamente molto importante, concernente proprio il compito del pensatore, che è colui che deve riconoscere nel progresso la traccia di una stagnazione, la traccia di qualche cosa non biodegradabile dentro una sorte progressiva. Non a caso nella sua poesia, la «giovane morta» o Teresa Fattorini-Silvia sono emblemi importantissimi, centrali, della sua ispirazione: proprio perché sono gli emblemi di un progetto mancato. Leopardi in questo è molto simile a una pensatrice moderna come Simone Weil, che diceva: «Se si pensa, si pensa dalla parte degli sventurati». Non è che a Leopardi siano antipatiche la filosofia romantica o la filosofia cattolica per un semplice schema reattivo, ma in quanto non rendono conto del fatto che i progetti di trasformazione della vita, delle cose e della natura che l’uomo coltiva sono irreparabilmente soggetti alla delusione. Tra l’idea della realtà e la realtà c’è una tragica discrepanza. Leopardi è filosofo in quanto vuole rendere conto di questa discrepanza, mentre i filosofi suoi contemporanei sono filosofi per annullarla. Nei filosofi suoi contemporanei l’idea del male è, in fondo, un’idea puramente metaforica.
Certamente il pensiero di Leopardi ha una grande attualità perché noi siamo alla fine di un secolo che ha visto il processo storico regredire. Pensiamo, ad esempio, alla questione ebraica: nel 1890 gli ebrei stavano meglio che negli anni Quaranta. Abbiamo imparato a nostre spese che il divenire storico è qualcosa che può portarci di fronte a un male non eliminabile in un processo dialettico.
Leopardi con la sua opera ha sicuramente segnato un momento, anche se apparentemente insignificante, della vita di ognuno di noi. C’è qualcosa che ama particolarmente nei suoi lavori?
TREVI: Penso che il capolavoro di Leopardi sia nelle Operette morali: il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez. Mi sembra il momento in cui Leopardi riesce a trasformare integralmente il suo pensiero, la sua dolentissima analisi della vita, in un’opera di grandissima poesia e di grandissima fantasia. In questo dialogo egli non nega il carattere illusorio delle illusioni e non raggiunge un tono ottimista e felice, tradendo se stesso. Però, in qualche maniera, colloca la vita delle illusioni in una prospettiva di felicità umana. Colombo è disposto ad ammettere al suo fido Gutierrez che il loro viaggio verso questo continente sconosciuto possa essere in realtà una follia, qualcosa di cui lui non ha certezza. Però il dialogo termina con questa nozione: un’«aspettativa grande e buona». L’uomo consapevole di avere probabilmente messo a repentaglio la sua esistenza per nulla, consapevole che alla fine del viaggio è possibile che si trovi solamente uno specchio che riflette la nullità dell’essere, la sua insensatezza dal punto di vista umano, le leggi imperscrutabili della natura che non riescono a comunicare con l’uomo, pure prova speranza, quest’«aspettativa grande e buona» presentita attraverso dei segni. Colombo e Gutierrez riconoscono alcuni segni nel mare e intorno a loro – ramoscelli galleggianti, uccelli non marittimi che sorvolano la nave – che fanno presagire una terra vicina: «In somma tutti questi segni raccolti insieme, per molto che io voglia essere diffidente, mi tengono pure in aspettativa grande e buona». Ecco, da grande scrittore, riesce a non negare se stesso, a non rinunciare ai presupposti del suo pensiero. Però non sa rinunciare alla speranza, accesa dai segni incontrati sul cammino.