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FENOMENI
tratto dal n. 09 - 1998

Se Dio fa rima con zio


Mentre per riavvicinare i giovani le suore studiano la musica rap, i cantanti scoprono il business del canto spirituale. Troppo religioso per essere cristiano


di Gianni Valente


C’è un marziano che turba i sonni di monsignori in carriera, burocrati ecclesiali e suorine in scarpe da tennis: il giovane degli anni Novanta. Nei nostri tempi di magra, pur occultati dai megaraduni ecclesiali trasmessi in diretta tv, l’angoscia che travaglia gli auto-occupati ecclesiali di questa fine millennio è questa: come adescare i giovani del muretto. Quelli che portano capelli rasati, vestiti orribili e anellini al naso o sull’ombelico (moda che chiamano piercing). I figli di Internet e della tv da talk show. Generazione psicolabile e sradicata, senza ideali politici collettivi, ma piena zeppa di idoli televisivi, miti cinematografici e musicali.
Sarà per ingannare il tempo, le battute di caccia al giovane da parte degli “agenti pastorali” sono state, durante l’estate appena conclusa, quanto mai chiassose. A Brescia, gli stimati responsabili della cosiddetta “pastorale giovanile” hanno spiato per mesi i gruppetti di giovani che si incontrano spontaneamente alle fermate dei bus, sui muretti, nelle piazzette. Con occhio da zoologi hanno raccolto immagini e informazioni sui comportamenti di branco di questo esotico animale che è il “giovane”, per poi stilare un «identikit delle subculture giovanili a Brescia» che assomiglia a una scheda di qualche documentario di Piero Angela sui grandi erbivori dell’Africa orientale, in cui ci viene svelato tra l’altro che: «I gruppi adolescenziali sono chiusi, stanziali, in prevalenza maschili, privi di legami affettivi stabili. Nel branco i ragazzi trovano identità, amicizia, calore e la sicurezza dell’appartenenza». Tutto questo spreco di sensazionali analisi sociologiche è poi servito a organizzare una manifestazione oratoriale nei giardini della città, dove per adescare gli adolescenti si è sostituito il vecchio calciobalilla con divertimenti più aggiornati, come le partite di beach volley, le sfilate di moda e soprattutto musica, tanta musica: concerti di rock duro, ballate rap, più una caccia al tesoro “multimediale”. Analoga iniziativa a base di musica si è svolta a Roma, dove un centinaio di suore salesiane hanno dedicato il loro annuale corso di aggiornamento ad ascoltare sessioni di musica rap, a massacrarsi i timpani con ore di terribile techno-music, a seguire seminari sulla break dance, il funky e l’acid jazz. Scopo dichiarato: aggiornarsi sui nuovi linguaggi musicali per «capire i giovani ed entrare in contatto con loro».
Questa febbre musicale già ha sfornato un folto drappello di preti-rapper e suorine hip hop che con chitarre e bonghi piombano nelle discoteche o nelle stazioni della metropolitana, ad assillare i poveri adolescenti con la pretesa di “evangelizzarli” a tempo di rap. Il fenomeno non fa che riproporre a livello capillare l’immagine di Chiesa che è stata trasmessa negli ultimi anni dal “centro” nei megashow ecclesiali ripresi in diretta televisiva. L’impacciato dimenarsi delle figlie di don Bosco, o i ritmi a singultio dei passionisti rapper ben si accordano con quanto si è visto all’happening per i cinquant’anni di sacerdozio di papa Wojtyla, al Congresso eucaristico di Bologna, all’Incontro mondiale delle famiglie a Rio de Janeiro, al raduno dei giovani della diocesi di Roma a piazza San Giovanni in Laterano, perfino al memorial day di Madre Teresa da poco celebrato all’Aula Nervi. Tutti i recenti eventi da Chiesa-show, assaggi di quell’ideologia del Giubileo che ci travolgerà nel duemila, hanno avuto come ingrediente essenziale la musica, la “testimonianza spirituale” della popstar, il miniconcerto del complesso da hit parade, usato come esca per richiamare le folle giovanili. Mischiati alla predica di qualche cardinale papabile, a qualche racconto di sofferenza e a qualche barbone messo in prima fila tra il pubblico, che va sempre forte per l’audience.
Un pugno di monsignori, ha detto qualcuno, deve essersi messo in testa che così si riconquistano i giovani. Anche la scelta dei prati di Tor Vergata per l’incontro mondiale dei giovani durante il Giubileo è stata fatta passare con la promessa che, con l’occasione, l’area verrà dotata di uno spazio attrezzato per accogliere i concerti rock. Ma il cocktail agrodolce di musica pop e sermoni religiosi contro la società dell’effimero e dell’edonismo, sperimentato sui palcoscenici dei musical ecclesiali, corrisponde anche a una sollecitazione del mercato. Alla cultura giovanile di massa propinata negli anni Settanta, politicizzata e indifferente o addirittura ostile ai contenuti religiosi, sono seguiti gli anni Ottanta e Novanta, con l’industria culturale tutta puntata sui valori, la metafisica, la ricerca spirituale, il ritorno del sacro. Anche il mercato discografico ha mangiato la foglia, sintonizzandosi sul nuovo clima culturale. Via le canzoni di protesta, basta con gli slogan politici: è arrivato il tempo dei testi spirituali.
Un recente volume pubblicato dalla casa editrice Piemme documenta in forma vivace e lieve questo passaggio epocale nel mondo della canzone. Si intitola Anima mia. Rock, pop e Dio. Lo ha scritto Giampaolo Mattei, giovane e brillante redattore dell’Osservatore Romano. Raccoglie 150 interviste a cantanti, cantautori e membri di band più o meno famosi, tutti interrogati con domande su Dio, la fede, la religione. Il primo dato che emerge da questo originale sondaggio del popolo della musica è proprio la quasi unanime sterzata mistica dei cantanti di oggi, documentata dall’inflazione di riferimenti religioso-spirituali seminati nelle canzoni. Tranne qualche eccezione, come Fabio Concato che si dichiara «abbastanza ateo» e Pierangelo Bertoli che si dice addirittura «anticattolico», la stragrande maggioranza dei cantanti nostrani e stranieri fa a gara nell’esibire la propria acuta sensibilità religiosa. «L’ondata di testi spirituali» nota Mattei nella prefazione «è talmente smaccata da indurre a pensare a conversioni di massa tra gli autori (leggendo le parole e le spiegazioni nelle interviste l’ipotesi però cade) o a sollecitazioni meno nobili».
Scandagliando questa nuova età mistica della musica pop, ben sintonizzata con la modica quantità di consumo religioso oggi gradita dal mercato, i dati più interessanti sull’immaginario religioso dei cantanti si colgono nei dettagli delle risposte, «con la loro vasta gamma di modalità psicologiche, tonalità spirituali, densità e rarefazioni di intelligenza e di buon senso» (dalla premessa dell’autore). C’è di tutto, tra la bigiotteria religiosa oggi indossata dai cantanti. A partire dai residui di devozione tradizionale, ricordi di infanzie da chierichetti. Milva, ad esempio, dichiara: «Sono una cattolica praticante […]. Il Credo della Chiesa cattolica, che ho imparato da piccola e che mi piace recitare, mi dà una consolante certezza». Il percussionista Tullio De Piscopo si dichiara devoto di Padre Pio. Lo showman Fiorello dice: «Sono religioso. Da piccolo ho fatto lo scout […]. Continuo ad andare in chiesa, non la domenica però... Magari entro in chiesa, ad esempio, il martedì, anche ad orari strani... Mi siedo su una panca e penso, prego, mi confesso da solo». Anche Lucio Dalla fa una piena e sincera professione di fede: «Sono cattolico... La fede cristiana è il mio unico punto fermo, è l’unica certezza che ho». Ma la nota prevalente della nuova vena spirituale scoperta dai cantanti è quella della religione fai da te. Un misticismo interiorizzante venato di new age che serve per “regolarizzare” i propri rapporti con la sfera religiosa. Qualche esempio, in carrellata: «Dio è in me. Credo in Dio. Mi sono dedicata alle filosofie orientali, mentre con i Vangeli ho cominciato a riscoprire la vita di Gesù e a trovare aspetti del suo carattere molto forti dentro di me. Ho fatto anche un’iniziazione alla meditazione con un maestro indiano» (Rossana Casale). «Credo che ci sia un Dio per tutti, non solo per i cristiani, per i musulmani o gli ebrei. Credo che ci sia un Dio un po’ più vasto... Mi fa piacere credere nella possibilità di sviluppo dell’anima seguendo, come diceva Kant, una morale universale che ognuno di noi possiede» (Cristiano De André). «Ho incontrato la disciplina “new age”. Negli anni Settanta le canzoni spirituali, mistiche, non erano accettate dai discografici. Oggi sono tornate di moda e io non posso mancare all’appuntamento» (Donovan). «Io non credo in Dio, ma credo tantissimo nel sentimento del divino» (Eugenio Finardi). «Ho un rapporto diretto con Dio, senza mediazioni. Credo fermamente nell’acqua santa. A casa ne ho sempre un’ampolla e quando sto male mi cospargo e mi sento subito meglio» (Madonna).
In tanto sfoggio di pulsioni metafisiche, c’è anche qualche domanda vera. Come quando la napoletana Teresa De Sio dice: «Il Figlio di Dio ha sofferto per noi, è vero. Viene da dire una frase che non vorrei risultasse offensiva: chi glielo ha fatto fare? […] Perché c’è questo bisogno di sofferenza? Perché devo soffrire per essere felice?». O come quando il cantante non vedente Aleandro Baldi racconta che «i ragazzi della parrocchia venivano da me dicendo di volermi aiutare, ma mi pareva che non fossero animati da amicizia, ma solo dall’obbligo di dovermi fare la carità perché ero cieco». C’è anche chi si lamenta della superficialità con cui si amministrano i sacramenti e ripete, senza saperlo, i nuovi Diktat dell’apparato ecclesiale: «Bisogna essere preparati, bisogna conoscere le cose e non sono sufficienti un po’ di lezioni di catechismo per prendere la comunione e la cresima» sentenzia il giovane cantautore Samuele Bersani, e sembra di sentire qualche cardinalone di quelli che reclamano più anni di catechismo e meno messe.
A sorpresa, le affermazioni più bislacche e confuse arrivano proprio dai cantanti più gettonati nelle Woodstock cattoliche, quelli che con più frequenza vengono ingaggiati dagli organizzatori di eventi e musical ecclesiali. Franco Battiato, grande artista appassionato di mistica sufi e religioni orientali, che fu tra i primi cantanti pop italiani ad esibirsi davanti al Papa nell’Aula Nervi, dichiara: «Io credo nella reincarnazione. Ma anche Origene, uno dei padri della Chiesa, scrisse a favore della reincarnazione... È imbarazzante dirlo, ma ci sono persone che ascoltando la mia musica si sono avvicinate alla religione». Massimo Di Cataldo, che ha cantato davanti al Papa a piazza San Pietro per la festa delle Acli, annuncia: «Mi sono fatto una mia idea. Il signor Gesù Cristo è un “fico”... Al di là di essere o meno Figlio di Dio, che può essere un’affermazione discutibile... Quando il signor Gesù diceva di essere il Figlio di Dio non pensava di essere l’unico, secondo me». Ma il più sorprendente di tutti è Amedeo Minghi. Nell’ottobre del ’95 ha cantato nell’Aula Nervi davanti al Papa un inno intitolato Un uomo venuto da lontano dedicato alla figura di Giovanni Paolo II, in occasione di uno show ecclesiale incentrato sulla figura del sacerdote e organizzato da monsignor Crescenzio Sepe, allora segretario della Congregazione vaticana per il clero e oggi segretario del Comitato per il Giubileo. Quella volta Minghi dichiarò alla stampa: «Io sono un grande fan del Papa. È un uomo eccezionale, dotato di una comunicativa unica». Da allora il cantautore romano ha partecipato a numerose kermesse cattoliche, compreso il recente memorial day in onore di Madre Teresa, accreditandosi come candidato forte al ruolo ambito di “cantante del Giubileo”. Eppure nell’intervista rilasciata a Mattei, in mezzo a molte altre cose bizzarre, dichiara: «Trovo estremamente vera la frase evangelica che un albero buono dà frutti buoni. Vedo pessimi frutti del cattolicesimo. Immagino dunque che l’albero non sia buono... Mi attrae tantissimo la storia del cristianesimo, è una grande avventura. Respingo però il suo esito che è, secondo me, addirittura nefasto. Per quanto riguarda l’evolversi dell’intelligenza credo che il cristianesimo sia stato uno dei maggiori freni per l’uomo... Penso che l’uomo forse già 1500 anni fa avrebbe potuto avere la lampadina, la macchina, la penicillina, se non ci fosse stato il terribile freno imposto dal cristianesimo».
Anche i profondi orientamenti teologici di questi testimonial canori dello Spirito dovrebbero consigliare prudenza ai monsignori che preparano le “strutture celebrative permanenti” del Giubileo. A puntare troppo sul ritorno di Dio nelle canzoni si rischiano grosse cantonate. Si finisce per spacciare per trionfi della fede semplici espressioni della chincaglieria mistico-esoterica oggi di moda. Meglio evitare trionfalismi. Sarebbe più prudente farne semplicemente una questione di rima, come suggerisce nella sua intervista il cantautore emiliano Francesco Guccini: «Non escluderei che si canti Dio soprattutto per un motivo tecnico. Voglio dire, è un monosillabo semplice che fa rima con mio e con io. Un autore che giunto a fine verso, s’imbatte nella parola io non ha molte alternative. Per la rima può scegliere solo tra Dio e zio». A pensar male si fa peccato, ma a volte si indovina.


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