STORIA. La “via maestra” dei pellegrini medievali verso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo
Da Canterbury a Roma attraversando l’Europa
di Giuseppe Frangi
Nella stagione d’oro
dei pellegrinaggi, che gli storici circoscrivono tra il 1066 e il 1536,
anno della chiusura dei monasteri in Inghilterra, c’era una
“via maestra” che attraversava l’Europa occidentale. Era
la via che collegava Canterbury con Roma e che è diventata familiare
con il nome di via Francigena, o via Francesca, perché attraversava
il territorio francese per arrivare alle Alpi e dirigersi verso Roma. In
realtà l’origine di questa via è più complessa e
più articolata. Furono innanzitutto i Longobardi ad aprire il tratto
italiano, per collegare Pavia, la loro capitale, con il resto del regno e
con Roma. Anziché seguire la via maestra aperta dai Romani che
seguiva la Pianura padana (la via Emilia, che univa Rimini a Piacenza,
fatta costruire dal console Marco Emilio Lepido nel 189 a.C.), i Longobardi
aprirono il tracciato attraverso gli Appennini, facendolo passare per la
Cisa e congiungendolo con un’altra strada romana a Luni, la via
Emilia Scauri, che era il prolungamento della via Aurelia verso Genova.
Caduti i Longobardi, con l’avvento di Carlo Magno il percorso venne
prolungato verso nord, in direzione della Francia: è infatti in
questo periodo che per la prima volta nei documenti ricorre il nome di via
Francigena.

In realtà non esiste una sola via ma una rete di
strade con un’unica meta: Roma. Per esempio, l’attraversamento
delle Alpi poteva avvenire sia dal passo del Gran San Bernardo, salendo
quindi dal lago di Ginevra, oppure da quello del Moncenisio, che era
decisamente il più frequentato. Al di qua di questo passo, infatti,
i pellegrini trovavano due luoghi carichi di grande significato, come
l’abbazia di Novalesa e la Sacra di San Michele (in Piemonte,
provincia di Torino), una chiesa, quest’ultima, posta in cima a una
roccia impervia, luogo ancor oggi carico di straordinaria suggestione. Fu
qui che Carlo Magno sconfisse l’esercito di Adelchi, figlio di
Desiderio, ultimo re dei Longobardi.
Superate le Alpi la via Francigena si distendeva con più tranquillità, per i pellegrini, lungo la Pianura padana. La via maestra passava per Vercelli e Pavia. Ma c’erano anche percorsi secondari che deviavano verso sud, arrivando per esempio ad Acqui Terme, centro dall’antichissima storia, nodo strategico in epoca romana, che attirava i pellegrini per il culto del santo che la evangelizzò, san Maggiorino e, più tardi, per quello che le restituì l’antico splendore, san Guido.
Passato il Po a Calendasco (com’è documentato dai diari dell’arcivescovo di Canterbury Sigerico nel 990), attraversata Piacenza, il nodo-chiave della via Francigena era rappresentato dalla piccola Fidenza, allora chiamata Borgo San Donnino: era qui che i pellegrini abbandonavano la via maestra tracciata dai Romani e deviavano verso sud attraverso il percorso del monte Bardone (la cui etimologia pare derivi da mons Langobardorum). Al di là degli Appennini, all’altezza dell’antico scalo di Luni, la via, anziché proseguire lungo la direttrice dell’Aurelia, procedeva generalmente verso l’interno, facendo tappa obbligata a Lucca, dove i pellegrini si fermavano a venerare il Volto Santo, un antichissimo crocifisso, ancor oggi conservato nella Cattedrale di San Martino. A pochi chilometri da Lucca, ad Altopascio, c’era uno snodo “logistico“ di antica tradizione: si riconoscono i segni di tante strutture per l’accoglienza dei viandanti. Passata Siena, la via Francigena si dirigeva nel cuore della Tuscia e ad Acquapendente i pellegrini si fermavano per venerare, nella cripta della Cattedrale del Santo Sepolcro, quella che era ritenuta la reliquia proveniente dal Pretorio di Gerusalemme.
A Bolsena, il celebre miracolo da cui si è originata la festività del Corpus Domini è strettamente connesso con la via Francigena: infatti Pietro da Praga, il sacerdote boemo che nel 1263, celebrando la messa, vide sanguinare l’ostia consacrata, era pellegrino sulla via di Roma. Infine c’era l’arrivo alla meta: l’ingresso in piazza avveniva dal lato destro, dalla via del Pellegrino (prosecuzione dell’odierna via Leone IV, oggi all’interno del territorio vaticano), e si passava per la porta Sancti Petri (o Viridario, o Aurea, ancora esistente ma chiusa). Vie che erano popolarmente note coma “ruga francisca”. Via Francese, appunto.

Pellegrini condotti da un angelo, rilievo all’esterno della nicchia sinistra del portale maggiore, all’interno della quale si trova una raffigurazione della Presentazione al Tempio di Gesù
Superate le Alpi la via Francigena si distendeva con più tranquillità, per i pellegrini, lungo la Pianura padana. La via maestra passava per Vercelli e Pavia. Ma c’erano anche percorsi secondari che deviavano verso sud, arrivando per esempio ad Acqui Terme, centro dall’antichissima storia, nodo strategico in epoca romana, che attirava i pellegrini per il culto del santo che la evangelizzò, san Maggiorino e, più tardi, per quello che le restituì l’antico splendore, san Guido.
Passato il Po a Calendasco (com’è documentato dai diari dell’arcivescovo di Canterbury Sigerico nel 990), attraversata Piacenza, il nodo-chiave della via Francigena era rappresentato dalla piccola Fidenza, allora chiamata Borgo San Donnino: era qui che i pellegrini abbandonavano la via maestra tracciata dai Romani e deviavano verso sud attraverso il percorso del monte Bardone (la cui etimologia pare derivi da mons Langobardorum). Al di là degli Appennini, all’altezza dell’antico scalo di Luni, la via, anziché proseguire lungo la direttrice dell’Aurelia, procedeva generalmente verso l’interno, facendo tappa obbligata a Lucca, dove i pellegrini si fermavano a venerare il Volto Santo, un antichissimo crocifisso, ancor oggi conservato nella Cattedrale di San Martino. A pochi chilometri da Lucca, ad Altopascio, c’era uno snodo “logistico“ di antica tradizione: si riconoscono i segni di tante strutture per l’accoglienza dei viandanti. Passata Siena, la via Francigena si dirigeva nel cuore della Tuscia e ad Acquapendente i pellegrini si fermavano per venerare, nella cripta della Cattedrale del Santo Sepolcro, quella che era ritenuta la reliquia proveniente dal Pretorio di Gerusalemme.
A Bolsena, il celebre miracolo da cui si è originata la festività del Corpus Domini è strettamente connesso con la via Francigena: infatti Pietro da Praga, il sacerdote boemo che nel 1263, celebrando la messa, vide sanguinare l’ostia consacrata, era pellegrino sulla via di Roma. Infine c’era l’arrivo alla meta: l’ingresso in piazza avveniva dal lato destro, dalla via del Pellegrino (prosecuzione dell’odierna via Leone IV, oggi all’interno del territorio vaticano), e si passava per la porta Sancti Petri (o Viridario, o Aurea, ancora esistente ma chiusa). Vie che erano popolarmente note coma “ruga francisca”. Via Francese, appunto.