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SOCIETÀ
tratto dal n. 07/08 - 2007

Un tempo prezioso


Intervista con Luciano Sandrin, sacerdote camilliano, psicologo, autore di Un’età da vivere, un libro dedicato all’invecchiamento


Intervista con Luciano Sandrin di Walter Montini


Luciano Sandrin, Un’età da vivere. Invecchiare meglio si può, Edizioni Paoline, Milano 2007, 160 pp., euro 9,50

Luciano Sandrin, Un’età da vivere. Invecchiare meglio si può, Edizioni Paoline, Milano 2007, 160 pp., euro 9,50

Luciano Sandrin non è nuovo al problema degli anziani. Sacerdote camilliano, insegna Psicologia della salute e della malattia al Camillianum di Roma. Due anni fa mi aveva colpito un suo libro, Aiutare senza bruciarsi, edito dalle Paoline, in cui analizzava i rischi psicofisici ai quali va incontro chi svolge una «professione di aiuto»: medici, infermieri, volontari, assistenti sanitari, psicologi, che in alcuni casi rischiano nel loro lavoro un coinvolgimento emotivo molto forte. Un tema che Sandrin riprende anche in questo libro dove affronta il tema dell’invecchiamento in una dimensione squisitamente psicologica, non sociologica o medica. Spiega: «Viviamo in una società che enfatizza il culto della giovinezza, della forza e della bellezza. Viene continuamente premiata l’efficienza e la produttività. Giovane è bello, buono, indipendente e potente; vecchio è inutile, asessuato, debole, malato e solo». E aggiunge: «Il rovescio della medaglia è che, almeno nella nostra cultura, finiamo con il vivere la vecchiaia come una sorta di malattia, come un avvenimento drammatico che ci rovina l’esistenza. Se ci rendessimo conto che il processo di invecchiamento inizia dal momento in cui nasciamo, ed è inesorabile e inevitabile durante tutta la nostra vita, vedremmo le cose in una prospettiva diversa e, probabilmente, valuteremmo meglio la preziosità del tempo a nostra disposizione».

L’analisi della condizione dell’anziano può ben addirsi anche al giovane: l’esperienza della solitudine, del sentirsi solo; l’autonomia o la dipendenza; la malattia o gli scherzi della memoria. Confini labili o differenze psicologicamente marcate?
LUCIANO SANDRIN: Ci comportiamo in un certo modo perché lo vogliamo, ma anche perché siamo influenzati dalla nostra personalità, dalle esperienze che viviamo e dall’ambiente che, positivamente o negativamente, ci condiziona. E questo durante tutto l’arco della vita. Alcune esperienze sono simili nelle varie età. È certo però che, invecchiando, alcuni avvenimenti o fattori ambientali hanno un impatto più forte, anche perché le capacità di reagire possono essere più deboli e gli aiuti relazionali meno disponibili. Per certi versi la vecchiaia, come momento di crisi, può essere paragonata all’adolescenza: sono ambedue periodi nei quali la solitudine, il conflitto tra autonomia e dipendenza, e l’impatto di certe esperienze negative sono più disturbanti. Sono età nelle quali, ad esempio, il fascino del suicidio è più forte.
Non voglio parlare della percezione della morte, ma mi interesserebbe una tua parola sul ruolo della famiglia o del sentire della famiglia per l’anziano.
SANDRIN: Le famiglie hanno caratteristiche e composizioni molto diverse. In alcune le relazioni affettive e di supporto, anche con i mezzi economici, sono più disponibili, in altre sono quasi assenti o molto più deboli. La malattia, specialmente se cronica e con conseguenze disabilitanti, o quella che richiama più da vicino la morte, viene affrontata e vissuta diversamente. Alcune famiglie si compattano e danno il meglio di sé, anche nell’assistere l’anziano in difficoltà, altre si sfaldano e presentano i lati meno belli, rifiutano l’invecchiamento e l’anziano che lo incarna. Il ruolo della famiglia è importante, ma non può essere “inventato” nei momenti difficili. Potremmo dire che nel cammino della vita, specialmente nei momenti più dolenti, troviamo o riscopriamo quel che abbiamo seminato, a livello personale ma anche familiare. Forse sarebbe necessario un investimento più forte sulla famiglia in quanto tale, non solo economico ma anche a livello di servizi e di rete sociale. La politica non può chiamarsi fuori, ma nemmeno la comunità ecclesiale lo può fare.
Un’incursione nel sociologico: secondo te è cambiato in questi ultimi anni l’atteggiamento della società nei confronti degli anziani e perché non chiamarli “vecchi”?
SANDRIN: Sarebbe corretto parlare di vecchi, come si parla di bambini, di giovani, eccetera... Solo che certi nomi, o aggettivi, hanno preso ormai un significato negativo, perché caricati di pregiudizi e stereotipi vari. Credo che il nostro atteggiamento nei riguardi delle persone anziane sia ancora piuttosto ambiguo: per certi versi di attenzione e di valorizzazione, per altri versi di sopportazione, se non di emarginazione. Possono essere ritenute ancora utili, ma a volte vengono semplicemente usate. Forse dovremmo essere convinti che durante tutta la vita è possibile uno scambio di doni, anche se con modalità diverse e su piani differenti, tra le persone che appartengono alle varie generazioni. C’è una soggettività affettiva e relazionale che rimane, anche nei momenti più fragili, e che dobbiamo imparare a “ri-conoscere”.


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