Tanto impegno, pochi testimoni
La crisi delle vocazioni continua in modo preoccupante. Se avessimo nel futuro un uguale tasso di decrescita basterebbero poco più di due secoli per non avere più sacerdoti. La moltiplicazione di centri pastorali e culturali non attira i semplici fedeli. Lo confermano gli ultimi dati statistici
di Giovanni Cubeddu
Per la prima volta tutte le Chiese d’Europa hanno
partecipato a Roma, dal 5 al 10 maggio 1997, a un’assemblea sul tema
delle vocazioni. Molti i delegati, ben 37 le Chiese europee
rappresentate.Indiscutibile la realtà sulla quale le Congregazioni
organizzatrici dell’incontro (la Congregazione per l’educazione
cattolica, quella per le Chiese orientali e quella per gli istituti di vita
consacrata) si sono confrontate: il netto calo dei candidati al sacerdozio
e alla vita consacrata. Di fronte a ciò il documento finale del
congresso, intitolato Nuove vocazioni per una
nuova Europa e reso pubblico dall’Osservatore Romano alla fine di
gennaio ’98, rivela tutto lo sforzo di voler fare qualcosa, di
rispondere con puntute analisi teologiche, con «grandi strategie
d’intervento» e «di tipo pedagogico», con
incitamenti a «creare un’autentica cultura vocazionale»,
che tralasciamo in questa sede. Ma il documento ammette sin dal suo incipit
che la «crisi vocazionale è prima di tutto legata alla
latitanza di qualche testimone» (in realtà, visti i numeri che
tra breve esporremo e che sono l’oggetto di questo articolo, si
tratta forse di più che di «qualche testimone»).
Un grande scarto
Già nel documento preparatorio al congresso di maggio si poteva leggere, a corredo delle rilevazioni statistiche sulle vocazioni: «Mai forse si è lavorato per le vocazioni come nel nostro tempo. Tuttavia permane viva l’impressione, un po’ dovunque, che tra l’impegno di pastorale vocazionale profuso nelle chiese particolari e i risultati concreti ci sia un grande scarto». A livello numerico cosa succede dunque? Vediamolo, iniziando con un giro d’orizzonte sui vari “indici” della presenza della Chiesa cattolica nel mondo, indici che sono in qualche modo anche indizi della sua vitalità. Successivamente valuteremo i dati europei. Ci baseremo esclusivamente sulle più recenti rilevazioni ufficiali e sugli studi degli esperti dell’Ufficio centrale di statistica della Chiesa, con dati ripresi dall’Annuario statistico della Chiesa cattolica.
1. LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE
Sacerdoti per due secoli ancora
Iniziamo dai sacerdoti diocesani e dai religiosi. L’analisi più recente rende possibile conoscere la situazione e l’evoluzione delle presenze sacerdotali nel mondo dal 1970 al 1995 e separatamente in diversi continenti (Africa, Americhe, Asia, Europa e Oceania). All’inizio del 1970, i sacerdoti cattolici nel mondo erano 451mila, mentre nel 1995 ne troviamo meno di 405mila: ovvero, si sono ridotti di oltre 46mila (nell’ultimo ventennio, dal ’78, si sono ridotti di circa 17mila)1. Ciò significa che, se avessimo nel futuro un uguale tasso di decrescita, basterebbero poco più di due secoli per estinguere l’intera classe sacerdotale. In percentuale, la crisi incide più sui religiosi che non sui sacerdoti diocesani e, chiaramente, è variabile da regione a regione geografica. Infatti, nel periodo considerato, Africa, America centrale e del Sud vedono aumentare il loro peso percentuale come presenza sacerdotale nel mondo, l’America del Nord e l’Europa declinano.
Voci di crescita e di diminuzione
Passiamo ora ad analizzare le diverse voci di crescita o decrescita del numero dei sacerdoti, riferendoci (per quanto concerne l’aumento) a ordinazioni e reingressi nello stato sacerdotale e (per quanto concerne la diminuzione) alle elezioni a vescovo, alle defezioni, ai decessi.
Andiamo con ordine. Per le ordinazioni, solo dagli anni Novanta emergono dei segni di ripresa generalizzati per tutti continenti, a eccezione del Nord America, che continua tuttora nel suo declino. Anche per Europa e Oceania i tassi di recupero sono bassi, mentre l’Africa, il Sud-Est asiatico e l’America centrale rappresentano le terre di maggiore fioritura. Anche qui bisogna distinguere tra sacerdoti diocesani e religiosi: questi ultimi sono infatti meno “dinamici”, salvo una buona ripresa nel Sud-Est asiatico. Il fenomeno del reingresso nello stato sacerdotale è sempre stato, nel periodo ’70-95, assolutamente marginale. Solo in due anni (nel ’77 e nell’86) i ritorni hanno superato a livello mondiale le mille unità, sempre ristretti in grandissima parte all’Europa e minoritariamente al Sud-Est asiatico. In alcuni anni i reingressi si contano davvero a livelli di poche unità.
Passiamo ora alle cause di diminuzione. La elezione a vescovo non presenta particolari picchi o cadute, anche se si nota negli ultimi tempi un andamento crescente: a esempio, nel ’70 sono stati eletti 111 vescovi (82 sacerdoti diocesani e 29 religiosi), nel ’95 ne sono stati eletti 166 (121 diocesani e 45 religiosi). Per il suo peso specifico, l’Europa è sempre l’azionista di maggioranza.
Circa le defezioni sacerdotali, si può affermare che a livello mondiale esse sono andate diminuendo, tanto che attualmente, negli anni Novanta, sono circa un terzo di quelle degli anni Settanta. E quantitativamente non c’è grande differenza tra le defezioni dei sacerdoti diocesani e quelle dei religiosi. Nel 1973, l’anno di maggior caduta, le defezioni dei diocesani sono state 2.214 e quelle dei religiosi 2.008; nel ’95 sono state invece rispettivamente 677 e 444. In termini assoluti, ancora Europa e Nord America occupano abbondantemente il primo e il secondo posto nella graduatoria (21.539 sono state le defezioni di sacerdoti europei dal ’70 al ’95, 17.888 quelle di sacerdoti americani, di cui 10.793 nordamericani). Occorre ricordare che il calo percentuale delle defezioni va considerato all’interno del trend, anch’esso calante, delle presenze sacerdotali.
Se infine consideriamo la diminuzione della popolazione sacerdotale dovuta ai decessi, notiamo subito che il tasso di mortalità è venuto negli ultimi tempi crescendo a livello mondiale, e si attesta ora sul 20 per mille. È chiaro che l’età dei sacerdoti è, e resta, la causa prima dell’incidenza dei decessi. Le aree dove i sacerdoti sono più giovani, e quindi i quozienti di mortalità sono minori, sono Africa, America centrale, Antille e Sud-Est asiatico; all’opposto i tassi di mortalità maggiori si rinvengono in Europa e Nord America. In queste due zone l’età avanzata dei religiosi e quella dei sacerdoti diocesani sono molto prossime, a differenza degli altri continenti, dove la mortalità investe certamente di più i religiosi (qualche cifra dell’andamento crescente dei decessi: i diocesani morti nel ’70 sono stati 4.695, nel ’95 sono saliti a 5.152; i religiosi deceduti nel ’70 sono stati 2.295, arrivando nel ’95 a 2.958).
Arriva l’indice di vecchiaia…
A proposito di età, il popolo sacerdotale a livello mondiale si caratterizza per l’incalzante invecchiamento. A questo proposito l’Ufficio centrale di statistica della Santa Sede ha studiato il decennio 1985-95, trovando che nell’85 i sacerdoti diocesani avevano in media 53,9 anni, cifra che nel ’95 era salita a 54,6 anni. Guardando ai vari continenti, scopriamo che nel 1995 nel Nord America l’età media sacerdotale è 57,7 anni, in Europa 57,5, in Africa invece è di 42 anni. Anche la Chiesa dell’Oceania è piuttosto anziana (56,1 anni in media), come pure quella mediorientale (52,6 anni). Ciò che suscita maggiore preoccupazione negli estensori della ricerca è però il cosiddetto “indice di vecchiaia”: ovvero la percentuale di sessantacinquenni e ultrasessantacinquenni sul totale dei sacerdoti. Oggi nel mondo i “vecchi” sacerdoti diocesani sono ormai quasi un terzo (il 31, 4 per cento nel ’95), in Europa sono il 37,9 per cento, in Nord America il 34,8 per cento, in Oceania il 30,6 per cento, nel Sud Est asiatico il 14 per cento e in Africa solo il 6,6 per cento! Passando ai religiosi, i dati si fanno più drastici: nel decennio considerato l’età media aumenta da 55,5 a 58,1 anni e la percentuale di “vecchi” sul totale passa dal 28,9 al 37,6. Non si può fare a meno di invecchiare, certo, ma preoccupa il minore arrivo di nuove leve.
Più diaconi, meno preti
Nel contesto suddetto, notevole è stato in questi anni postconciliari il fiorire del diaconato: laici celibi o sposati che non desiderano diventare sacerdoti ma che si pongono stabilmente a servizio delle comunità di fedeli con specifiche mansioni (i cosiddetti munera). Tanto che nel mese di febbraio la Santa Sede ha emanato nuove norme per la formazione, il ministero e la vita dei diaconi permanenti, che sono unicamente – è stato ribadito da due recenti documenti vaticani sul tema – uomini e mai donne. Ebbene, la crescita mondiale è stata assai notevole: nel ’70 i diaconi permanenti erano 309, nel ’95 invece ben 22.390. Un aumento che rappresenta la metà della perdita di sacerdoti nel mondo avutasi nello stesso periodo (il che, da un certo punto di vista sarebbe ancora più drammatico se le considerassimo vocazioni al sacerdozio “mancate”…). Nel Nord America i diaconi sono 12.048, in Europa 6.600, in Sud America 1.913 (questi i primi tre posti in graduatoria rilevati nel ’95).
Non fanno parte delle presenti ricerche le varie figure di professione religiosa proprie ai movimenti cattolici laicali né ci è dato conoscere i dati relativi ad esse.
La classifica dei “più cattolici” del ventennio. Sorpresa!
Un modo efficace (e di sicuro impatto giornalistico) per tentare di descrivere lo stato di salute della Chiesa cattolica del nostro tempo è stato escogitato dagli statistici d’Oltretevere, attraverso una graduatoria delle Chiese locali, diciamo così, più “capaci e feconde”. Sono stati analizzati i Paesi che nel periodo 1978-1994 avessero una consistenza di almeno 500 sacerdoti, e gli esiti di questa ricerca sono stati resi pubblici un anno fa (cfr. Seminarium, rivista della Congregazione per l’educazione cattolica, 1/1997). È dunque praticamente un’aggiornata radiografia della Chiesa di questo ultimo “ventennio”.
Sulla base di alcuni importanti indicatori2 viene stilata dai ricercatori una classifica delle “migliori” 21 Chiese locali del mondo nel 1994. Chi vince? Sorpresa: la prima classificata è la Chiesa locale dello Zambia. Seguono Madagascar, Sri Lanka, Ungheria, Costa d’Avorio, Indonesia, Kenya (vedi tabella a fianco). Nazioni tradizionalmente cristianissime come Polonia, Italia, Spagna sono rispettivamente dodicesima, sedicesima e ventesima. Nella classifica ben 9 nazioni sono africane, 6 asiatiche e solo 5 europee. Non sbaglia dunque chi afferma che i cattolici nel mondo sono molto avanti in un processo di «terzomondizzazione», contemporaneo alla perdita di peso di Paesi già considerati roccaforti della fede. E agli esperti dell’Ufficio statistico inoltre «sembra che ogni Chiesa locale segua una sua specifica strada, probabilmente in funzione delle tradizioni e della storia del Paese in cui essa opera». Insomma non è possibile racchiudere questa crescita in «una tipologia predefinita».
Altre interessanti e paradossali specificazioni emergono da questo studio. Comparando tra loro l’andamento di alcuni degli indicatori utilizzati, si scopre ad esempio che se in una diocesi aumenta il numero dei centri pastorali (parrocchie, istituti di ricerche religiose, ecc.) o aumenta il numero di cattolici che frequentano tali centri o che sono in carico pastorale al singolo sacerdote, le vocazioni invece di aumentare diminuiscono. Vocazioni che invece sono direttamente proporzionali con l’andamento degli operatori pastorali e col numero dei cattolici per operatore pastorale (gli operatori pastorali, ricordiamolo, non sono solo sacerdoti ma in maggioranza laici). Si evince poi che non vi è proprio proporzione numerica, né diretta né inversa, tra i centri pastorali e i fedeli. Insomma la burocrazia ecclesiastica, centrale o periferica, non premia.
2. LA SITUAZIONE IN EUROPA
Come ha vissuto la Chiesa dal ’78
Eccoci arrivati in Europa. Se diamo credito all’Annuario statistico della Chiesa cattolica scopriamo che dal ’78 al ’953 c’è stata nel continente una crescita di circa 12 milioni di cattolici battezzati, mentre la popolazione europea è cresciuta di oltre 38 milioni persone, da 673 a 711 milioni. Dunque, viene battezzato meno di un neonato su tre (e il tasso di crescita media del popolo cattolico registrato dagli esperti dell’Ufficio centrale di statistica della Chiesa è appena dello 0,3 per cento l’anno). Un chiaro indizio di stasi, affermano gli esperti.
Se poi scendiamo in profondità, cercando nei vari Paesi le cifre della presenza dei cattolici (intesi dalle ricerche degli statistici della Santa Sede come coloro che sono stati battezzati), riscopriamo un’Europa ancora apparentemente divisa tra Ovest ed Est. Infatti in quasi tutti i Paesi occidentali dove la tradizione cattolica tocca più del 45 per cento della popolazione (è il caso di Italia, Spagna, Portogallo, Belgio, Francia, Austria, Irlanda e Svizzera), si nota (eccetto che per l’Irlanda) una flessione percentuale del “tasso di cattolicesimo”; al contrario, i maggiori Paesi cattolici dell’Est europeo – nell’ordine Polonia, Lituania, ex Cecoslovacchia, Ungheria – risultano tutti in crescita. Per questi ultimi però, avvertono i ricercatori, il dato su cui si sono basate le ricerche non sarebbe «omogeneo» perché l’acclamato boom cattolico registrato dopo il crollo del muro di Berlino, potrebbe essere in parte la contabilizzazione di qualcosa di preesistente, cioè «risultare dall’emergere del fenomeno religioso… liberato da pastoie e censure di ordine statalista e burocratico» (cfr. La Chiesa cattolica in Europa. Linee di tendenza per il prossimo millennio, in Seminarium 4/1996, pp. 686-711). Un’interpretazione del resto in linea con la suddetta “stasi cattolica” in Europa. Stasi di persone ma non di strutture, pare: nel continente i centri pastorali hanno infatti continuato negli anni ad aumentare: ottomila in più (erano 150mila nel ’78, sono 158mila circa nel ’95).
Le nomine episcopali. Il sorpasso della Polonia
Qual è il volto di questo stanco Vecchio Continente? Cominciamo dalla gerarchia. Abbiamo più vescovi, sono più vecchi e vengono ora preferibilmente dall’Est. Procediamo passo dopo passo. L’Europa nel ’95 ha 1.453 vescovi (rispetto ai 1.253 del ’78); l’Italia resta saldamente il Paese che detiene la maggioranza relativa (ha 495 vescovi, pari al 34 per cento), seguita dalla Francia (177 vescovi, pari al 12 per cento) e, sorpresa!, al terzo posto arriva la Polonia, che ha scavalcato in graduatoria in questi ultimi anni la Spagna (110 vescovi) e la Germania (104 vescovi). I vescovi polacchi sono oggi 112 e hanno avuto un tasso di crescita superiore al 50 per cento (erano 74 nel ’78). Tutti i Paesi europei hanno registrato tassi positivi, le crescite più elevate si registrano nell’Europa orientale, mentre le uniche perdite toccano nell’ordine Belgio, Paesi Bassi e Francia. Non in termini assoluti ma di percentuale, il salto positivo più ampio lo compie la Romania, che ha un aumento del 750 per cento: da 2 vescovi nel ’78 a 17 vescovi nel ’95. In sintesi possiamo dire che in questo settore l’area orientale ha avuto un incremento, mentre le uniche perdite si hanno nell’Europa occidentale.
Anche sull’età dei presuli esiste un dislivello Est-Ovest: un po’ più giovani gli orientali, più vecchi gli occidentali. Ma in media i vescovi europei hanno 68,5 anni: la tendenza all’invecchiamento è stata una costante di questo ultimo ventennio.
I sacerdoti all’Est, le defezioni ovunque
Erano 251mila, ora sono 217mila: dal ’78 al ’95 abbiamo perso in totale 34mila sacerdoti, di cui 23mila diocesani e 11mila religiosi. Se vogliamo fare distinzioni, l’Ovest ha perduto più dell’Est, in cui anzi alcuni Paesi hanno segni positivi4. Gli statistici vaticani ricordano poi che, per meglio focalizzare, l’andamento numerico dei sacerdoti va confrontato con quello dei fedeli a cui tali sacerdoti fanno da pastori. Si scopre così che in alcuni Paesi (ad esempio Belgio, Gran Bretagna, Irlanda e Italia) i fedeli sono in proporzione diminuiti più dei sacerdoti, i quali paradossalmente si trovano così di fronte a un minore carico pastorale; al contrario, in Francia i sacerdoti sono diminuiti più dei fedeli. La Polonia sfodera invece una equilibrata proporzione sacerdoti-fedeli, sebbene potrebbe ancora aver bisogno di qualche tonaca in più per i suoi aumentati credenti.
Circa la variazione nel numero dei sacerdoti in Europa, l’analisi dell’Ufficio centrale di statistica della Chiesa investiga sulle vicende dei sacerdoti diocesani (vedi tabella), palesando l’esistenza di una proporzione tra le ordinazioni (che costituiscono l’80 per cento degli aumenti sacerdotali) e i decessi (che costituiscono l’80 per cento delle diminuzioni). Nella loro dinamica le ordinazioni europee mostrano una progressione positiva, in aumento: nel ’78 sono state 1.805, nel ’95 sono giunte a quasi 2.500, una quota che era stata già raggiunta nell’88 e più o meno mantenuta in seguito ogni anno. Ecco quindi che, a parte Belgio e Irlanda, tutti i Paesi del continente hanno infatti ottenuto negli ultimi anni trend positivi.
Dei decessi si può dire che essi sono un indizio dell’invecchiamento generale della classe sacerdotale europea, salvo eccezioni come Austria, Irlanda e Polonia.
Soffermiamoci ora su un tema delicato. Al di là degli sparuti reingressi nello stato sacerdotale e dei trasferimenti in altro Paese – che incidono sulla distribuzione geografica del clero ma non sulla sostanza numerica – la voce certo più significativa e drammatica è quella relativa alle defezioni (vedi tabella).
Secondo quanto di ufficiale possiamo conoscere sul fenomeno, in linea generale, dalla seconda metà degli anni Ottanta si è innestata in molti Paesi una decrescita del flusso delle defezioni. In linea particolare però le eccezioni esistono: Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Romania, Ungheria e la stessa Polonia patiscono ancor di più questi tristi abbandoni. Abbiamo tentato una graduatoria degli Stati europei secondo il numero assoluto di defezioni a partire dal ’78. Accertato che i sacerdoti diocesani europei che hanno abbandonato l’abito risultano 5.572, la graduatoria delle defezioni vede al primo posto la Spagna con circa 1.470 abbandoni, al secondo posto l’Italia con 939, al terzo la Francia con 707, seguono a ruota la Germania (629) e la Polonia (440). Solo in due Paesi non vi sono mai stati abbandoni: la Bielorussia (ma è nata relativamente da poco) e l’Albania.
I religiosi, le religiose e i diaconi. Chi meno, chi più…
In Europa abbiamo oggi, rispetto al ’78, circa un terzo di religiosi professi (non sacerdoti) e un quarto di religiose professe in meno. Per i primi il calo è del 30,5 per cento, per le seconde del 25, 6 per cento. Delle due categorie suddette le ricerche ci mostrano soltanto la variazione percentuale e non indagano sui fattori di entrata e di uscita, ma il risultato parla da sé. I numeri bruti sono eloquenti: i religiosi da oltre 37mila sono giunti a meno di 26mila, le religiose da 546mila sono ora soltanto 406mila. Alcuni Paesi dell’Est hanno aumentato le presenze di religiosi (Romania, Ungheria, Lituania, ex Cecoslovacchia), come pure la piccola Svizzera, ma si tratta di situazioni con poco peso specifico, soprattutto se notiamo che altrove abbiamo il segno meno: dal meno 4 per cento della Polonia al meno 52 per cento dei Paesi Bassi, per citare i due estremi, tra i quali si posizionano tutti gli altri Paesi con diminuzioni ove del 20, del 30 o del 40 per cento. Per le religiose lo schema è molto simile: a Est c’è qualche miglioramento, a Ovest crolli percentuali a due cifre. Tra sessant’anni circa, perpetuandosi tale calo percentuale, potremmo non avere più suore nel Vecchio Continente.
In Europa pare dunque che l’unico elemento di crescita sia dato – omogeneamente al quadro mondiale prima menzionato – dal numero dei diaconi permanenti. Passano da 1.133 a 6.600, e gli stanziamenti più forti si registrano nell’ordine in Germania (1.803), Italia (1.661) e Francia (1.102). Seguono distanziati Belgio, Gran Bretagna, Austria, Paesi Bassi, Spagna, ex Cecoslovacchia.
3. LE VOCAZIONI
Quanti candidati al sacerdozio?
Restano ora da valutare le vocazioni, in Europa e nel resto del mondo5. Cosa è accaduto? «Dopo il periodo di crisi delle vocazioni sacerdotali successivo al Concilio Vaticano II, la situazione, nella seconda metà degli anni Settanta, ha presentato sintomi di miglioramento». Questo affermava già nell’88 Enrico Nenna, esperto dell’Ufficio centrale di statistica della Chiesa in un suo studio dell’epoca (La recente evoluzione delle vocazioni sacerdotali cattoliche, Quaderni di studi e ricerche n. 1, Università di Roma La Sapienza, 1988). Gli anni successivi fino a noi hanno confermato – seppur in modi diversi – il recupero constatato dallo studioso. L’anno di minore presenza mondiale dei candidati al sacerdozio è stato certamente il 1975, nel quale si erano contati poco più di 60mila seminaristi (13mila in meno rispetto ai circa 73mila del ’70). Da quell’anno di magra si è risalita lentamente ma costantemente la china, sino alle oltre 105mila vocazioni contate nel mondo nel ’94.
Questo dato globale dice poco. Dicono di più i diversi comportamenti locali, dove scopriamo differenze rilevanti nel periodo 1970-19946. Eccole. L’Africa ha avuto un aumento vertiginoso di seminaristi. Nel continente americano, l’America del Nord presenta un tremendo calo, mentre l’America centro-continentale ha avuto una crisi negli anni Settanta ma poi una buona ripresa sin dagli anni Ottanta; le Antille, eccetto una difficoltà dall’89 al ’93, crescono ; l’America meridionale è sempre aumentata. Per quanto riguarda l’Asia, il Medio Oriente presenta un andamento altalenante, che migliora dall’anno ’85; il Sud-Est asiatico va sostanzialmente sempre in avanti. L’Oceania è in calo.
Anche il rapporto tra seminaristi e fedeli svela aspetti interessanti (o preoccupanti). Secondo gli ultimi dati, tale rapporto raggiunge il suo picco nell’Asia sud-orientale, dove troviamo circa 25 seminaristi ogni 100mila cattolici; è abbastanza elevato in Africa, con 17 seminaristi per 100mila cattolici e cala di molto nel resto del mondo: vi sono circa 10mila fedeli per ogni seminarista in Europa e Oceania e da 15mila a 20mila in tutto il continente americano. Queste cifre suggeriscono per il Vecchio Continente e per il Nord America degli scenari di lungo periodo molto diversi dalla situazione attuale, in cui il numero dei fedeli per sacerdote è pari circa a mille. Come ha detto recentemente il cardinale Godfried Danneels a proposito della crisi delle vocazioni (cfr. 30Giorni, n. 4 aprile 1998): «Ciò che noi stiamo vivendo è una prova».
Eccoci all’Europa, dove i seminaristi erano nel ’70 33.971, e sono penosamente diminuiti fino al ’77 (erano 22.716), per risalire sino all’89 (29.732). Dopo di che il continente è entrato in una fase di quasi stazionarietà che non gli ha permesso di arrivare oltre i 29.351 candidati al sacerdozio nel ’95. Per le vocazioni un dato comunque negativo. A corollario aggiungiamo che, se calcoliamo il peso specifico di seminaristi di ogni continente, l’importanza dell’Africa triplica e quella del Sud America più che raddoppia, ed insieme al Sud-Est asiatico rappresentano ormai ben oltre la metà delle vocazioni al mondo (ed in futuro più ancora). Su dieci candidati al sacerdozio nel mondo, in Europa se ne trovano ormai meno di tre.
E per finire, un piccolo esperimento riguardo alle vocazioni europee per singolo Paese è stato tentato dagli statistici vaticani. Essi ne hanno valutato la consistenza a partire dal “mitico” ’89. Quale ne è stato l’effetto? In linea generale gli studenti dei seminari nell’Europa orientale sono aumentati, eccetto che in due Paesi: la piccola Lituania e la Polonia (che aveva 8.202 seminaristi nell’89 e 7.310 nel ’95, con un calo costante). A Ovest perdono Austria, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, e l’Italia (come la Spagna) vive una fase oscillante. Francia, Paesi Bassi, Portogallo e Romania: sono invece questi i Paesi che godono dei volti di nuovi e più numerosi seminaristi.
Note
1) Le ricerche esposte nell’ultimo Annuario statistico della Chiesa, pubblicato nel giugno ’98 ed aggiornato al 31 dicembre 1996, confermano il dato: abbiamo nel mondo 404.336 sacerdoti. Citiamo qualche altra cifra significativa. I vescovi sono 4.375. Il numero mondiale dei diaconi è ancora aumentato rispetto all’anno precedente, sino a raggiungere ora le 23.452 unità. Per quanto riguarda l’Europa non ha sosta il triste calo dei sacerdoti: sono 149.901, quasi duemila in meno se confontati con il ’95. Sul tema delle defezioni, hanno abbandonato la vita sacerdotale 714 preti in tutto il mondo (di cui 317 nel continente americano e 266 europei. Primi nella “classifica” mondiale sono gli Stati Uniti con 151 abbandoni, seconda l’Italia con 43 defezioni, terze ex aequo la Polonia e la Germania con 40). Infine, a proposito di vocazioni, i 105.870 candidati al sacerdozio nel ’96 equivalgono ai circa 105mila dell’anno precedente.
2) Prima di leggere i risultati vale la pena sapere e capire quali indicatori sono stati utilizzati per confezionare questa classifica. Gli indicatori sono: a) il rapporto tra i centri pastorali, parrocchie comprese, e le diocesi (esso esprime la capacità di adattamento organizzativo delle strutture territoriali della Chiesa locale ai mutamenti e spostamenti sul territorio dei fedeli); b) quanti sono i cattolici da servire e quanti sono gli operatori al lavoro per ciascun centro pastorale (è evidentemente l’indice dell’impegno che i centri e gli operatori pastorali sono chiamati a sostenere. La categoria di operatore pastorale qui utilizzata comprende anche i sacerdoti); c) quanti sono i cattolici in carico a ogni singolo sacerdote e quanti per singolo operatore pastorale; d) quanti sono i seminaristi ogni 100mila cattolici e ogni 100 sacerdoti (è questo un “tasso di vocazione”, prima generico e poi specifico, che contiene in sé anche elementi di previsione per il futuro della presenza sacerdotale). Un’unica notazione circa gli operatori pastorali: in Europa, Nord America e Medio Oriente il loro numero medio è circa 2,5 per centro pastorale, in Africa arriva a 13-14, in gran parte laici catechisti.
3) Tutte le analisi sull’Europa che ora descriveremo sono relative a uno studio che ha preso in considerazione il periodo 1978-1995.
4) Potrebbe essere interessante analizzare più approfonditamente i numeri della presenza sacerdotale per nazione. Citiamo qui solo alcuni casi eclatanti: nei Paesi Bassi è venuto meno più di un terzo dei sacerdoti; un terzo esatto in meno in Belgio; la Francia ha subito un crollo del 30 per cento; la Gran Bretagna, la Svizzera e l’Austria sono a circa meno 20 per cento; la Spagna e la Germania hanno ceduto il 15 per cento; l’Italia l’undici per cento. Viceversa la maggiore progressione quantitativa è quella polacca: oltre 6.500 nuovi sacerdoti (da 19mila a quasi 26mila, pari al 34,3 per cento).
5) In questo paragrafo possiamo spaziare per ben un venticinquennio: le ricerche statistiche infatti hanno considerato il periodo 1970-1994. I dati relativi all’Europa sono anche più aggiornati, arrivando fino al ’95.
6) Diamo le cifre. L’Africa è passata da 3.470 a 17.125 seminaristi. L’America del Nord scende da 14.365 a 5.692; l’America centro-continentale va da 3.911 a 8.435 seminaristi; le Antille crescono da 321 a 1.025; la crescita dell’America meridionale da 5.041 giunge fino a 17.808. Per quanto concerne l’Asia, il Medio Oriente parte da 597 e arriva a 702; il Sud-Est asiatico prosegue la sua marcia, da 10.074 a 23.934 seminaristi. L’Oceania da 1.241 scende a 834.
Un grande scarto
Già nel documento preparatorio al congresso di maggio si poteva leggere, a corredo delle rilevazioni statistiche sulle vocazioni: «Mai forse si è lavorato per le vocazioni come nel nostro tempo. Tuttavia permane viva l’impressione, un po’ dovunque, che tra l’impegno di pastorale vocazionale profuso nelle chiese particolari e i risultati concreti ci sia un grande scarto». A livello numerico cosa succede dunque? Vediamolo, iniziando con un giro d’orizzonte sui vari “indici” della presenza della Chiesa cattolica nel mondo, indici che sono in qualche modo anche indizi della sua vitalità. Successivamente valuteremo i dati europei. Ci baseremo esclusivamente sulle più recenti rilevazioni ufficiali e sugli studi degli esperti dell’Ufficio centrale di statistica della Chiesa, con dati ripresi dall’Annuario statistico della Chiesa cattolica.
1. LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE
Sacerdoti per due secoli ancora
Iniziamo dai sacerdoti diocesani e dai religiosi. L’analisi più recente rende possibile conoscere la situazione e l’evoluzione delle presenze sacerdotali nel mondo dal 1970 al 1995 e separatamente in diversi continenti (Africa, Americhe, Asia, Europa e Oceania). All’inizio del 1970, i sacerdoti cattolici nel mondo erano 451mila, mentre nel 1995 ne troviamo meno di 405mila: ovvero, si sono ridotti di oltre 46mila (nell’ultimo ventennio, dal ’78, si sono ridotti di circa 17mila)1. Ciò significa che, se avessimo nel futuro un uguale tasso di decrescita, basterebbero poco più di due secoli per estinguere l’intera classe sacerdotale. In percentuale, la crisi incide più sui religiosi che non sui sacerdoti diocesani e, chiaramente, è variabile da regione a regione geografica. Infatti, nel periodo considerato, Africa, America centrale e del Sud vedono aumentare il loro peso percentuale come presenza sacerdotale nel mondo, l’America del Nord e l’Europa declinano.
Voci di crescita e di diminuzione
Passiamo ora ad analizzare le diverse voci di crescita o decrescita del numero dei sacerdoti, riferendoci (per quanto concerne l’aumento) a ordinazioni e reingressi nello stato sacerdotale e (per quanto concerne la diminuzione) alle elezioni a vescovo, alle defezioni, ai decessi.
Andiamo con ordine. Per le ordinazioni, solo dagli anni Novanta emergono dei segni di ripresa generalizzati per tutti continenti, a eccezione del Nord America, che continua tuttora nel suo declino. Anche per Europa e Oceania i tassi di recupero sono bassi, mentre l’Africa, il Sud-Est asiatico e l’America centrale rappresentano le terre di maggiore fioritura. Anche qui bisogna distinguere tra sacerdoti diocesani e religiosi: questi ultimi sono infatti meno “dinamici”, salvo una buona ripresa nel Sud-Est asiatico. Il fenomeno del reingresso nello stato sacerdotale è sempre stato, nel periodo ’70-95, assolutamente marginale. Solo in due anni (nel ’77 e nell’86) i ritorni hanno superato a livello mondiale le mille unità, sempre ristretti in grandissima parte all’Europa e minoritariamente al Sud-Est asiatico. In alcuni anni i reingressi si contano davvero a livelli di poche unità.
Passiamo ora alle cause di diminuzione. La elezione a vescovo non presenta particolari picchi o cadute, anche se si nota negli ultimi tempi un andamento crescente: a esempio, nel ’70 sono stati eletti 111 vescovi (82 sacerdoti diocesani e 29 religiosi), nel ’95 ne sono stati eletti 166 (121 diocesani e 45 religiosi). Per il suo peso specifico, l’Europa è sempre l’azionista di maggioranza.
Circa le defezioni sacerdotali, si può affermare che a livello mondiale esse sono andate diminuendo, tanto che attualmente, negli anni Novanta, sono circa un terzo di quelle degli anni Settanta. E quantitativamente non c’è grande differenza tra le defezioni dei sacerdoti diocesani e quelle dei religiosi. Nel 1973, l’anno di maggior caduta, le defezioni dei diocesani sono state 2.214 e quelle dei religiosi 2.008; nel ’95 sono state invece rispettivamente 677 e 444. In termini assoluti, ancora Europa e Nord America occupano abbondantemente il primo e il secondo posto nella graduatoria (21.539 sono state le defezioni di sacerdoti europei dal ’70 al ’95, 17.888 quelle di sacerdoti americani, di cui 10.793 nordamericani). Occorre ricordare che il calo percentuale delle defezioni va considerato all’interno del trend, anch’esso calante, delle presenze sacerdotali.
Se infine consideriamo la diminuzione della popolazione sacerdotale dovuta ai decessi, notiamo subito che il tasso di mortalità è venuto negli ultimi tempi crescendo a livello mondiale, e si attesta ora sul 20 per mille. È chiaro che l’età dei sacerdoti è, e resta, la causa prima dell’incidenza dei decessi. Le aree dove i sacerdoti sono più giovani, e quindi i quozienti di mortalità sono minori, sono Africa, America centrale, Antille e Sud-Est asiatico; all’opposto i tassi di mortalità maggiori si rinvengono in Europa e Nord America. In queste due zone l’età avanzata dei religiosi e quella dei sacerdoti diocesani sono molto prossime, a differenza degli altri continenti, dove la mortalità investe certamente di più i religiosi (qualche cifra dell’andamento crescente dei decessi: i diocesani morti nel ’70 sono stati 4.695, nel ’95 sono saliti a 5.152; i religiosi deceduti nel ’70 sono stati 2.295, arrivando nel ’95 a 2.958).
Arriva l’indice di vecchiaia…
A proposito di età, il popolo sacerdotale a livello mondiale si caratterizza per l’incalzante invecchiamento. A questo proposito l’Ufficio centrale di statistica della Santa Sede ha studiato il decennio 1985-95, trovando che nell’85 i sacerdoti diocesani avevano in media 53,9 anni, cifra che nel ’95 era salita a 54,6 anni. Guardando ai vari continenti, scopriamo che nel 1995 nel Nord America l’età media sacerdotale è 57,7 anni, in Europa 57,5, in Africa invece è di 42 anni. Anche la Chiesa dell’Oceania è piuttosto anziana (56,1 anni in media), come pure quella mediorientale (52,6 anni). Ciò che suscita maggiore preoccupazione negli estensori della ricerca è però il cosiddetto “indice di vecchiaia”: ovvero la percentuale di sessantacinquenni e ultrasessantacinquenni sul totale dei sacerdoti. Oggi nel mondo i “vecchi” sacerdoti diocesani sono ormai quasi un terzo (il 31, 4 per cento nel ’95), in Europa sono il 37,9 per cento, in Nord America il 34,8 per cento, in Oceania il 30,6 per cento, nel Sud Est asiatico il 14 per cento e in Africa solo il 6,6 per cento! Passando ai religiosi, i dati si fanno più drastici: nel decennio considerato l’età media aumenta da 55,5 a 58,1 anni e la percentuale di “vecchi” sul totale passa dal 28,9 al 37,6. Non si può fare a meno di invecchiare, certo, ma preoccupa il minore arrivo di nuove leve.
Più diaconi, meno preti
Nel contesto suddetto, notevole è stato in questi anni postconciliari il fiorire del diaconato: laici celibi o sposati che non desiderano diventare sacerdoti ma che si pongono stabilmente a servizio delle comunità di fedeli con specifiche mansioni (i cosiddetti munera). Tanto che nel mese di febbraio la Santa Sede ha emanato nuove norme per la formazione, il ministero e la vita dei diaconi permanenti, che sono unicamente – è stato ribadito da due recenti documenti vaticani sul tema – uomini e mai donne. Ebbene, la crescita mondiale è stata assai notevole: nel ’70 i diaconi permanenti erano 309, nel ’95 invece ben 22.390. Un aumento che rappresenta la metà della perdita di sacerdoti nel mondo avutasi nello stesso periodo (il che, da un certo punto di vista sarebbe ancora più drammatico se le considerassimo vocazioni al sacerdozio “mancate”…). Nel Nord America i diaconi sono 12.048, in Europa 6.600, in Sud America 1.913 (questi i primi tre posti in graduatoria rilevati nel ’95).
Non fanno parte delle presenti ricerche le varie figure di professione religiosa proprie ai movimenti cattolici laicali né ci è dato conoscere i dati relativi ad esse.
La classifica dei “più cattolici” del ventennio. Sorpresa!
Un modo efficace (e di sicuro impatto giornalistico) per tentare di descrivere lo stato di salute della Chiesa cattolica del nostro tempo è stato escogitato dagli statistici d’Oltretevere, attraverso una graduatoria delle Chiese locali, diciamo così, più “capaci e feconde”. Sono stati analizzati i Paesi che nel periodo 1978-1994 avessero una consistenza di almeno 500 sacerdoti, e gli esiti di questa ricerca sono stati resi pubblici un anno fa (cfr. Seminarium, rivista della Congregazione per l’educazione cattolica, 1/1997). È dunque praticamente un’aggiornata radiografia della Chiesa di questo ultimo “ventennio”.
Sulla base di alcuni importanti indicatori2 viene stilata dai ricercatori una classifica delle “migliori” 21 Chiese locali del mondo nel 1994. Chi vince? Sorpresa: la prima classificata è la Chiesa locale dello Zambia. Seguono Madagascar, Sri Lanka, Ungheria, Costa d’Avorio, Indonesia, Kenya (vedi tabella a fianco). Nazioni tradizionalmente cristianissime come Polonia, Italia, Spagna sono rispettivamente dodicesima, sedicesima e ventesima. Nella classifica ben 9 nazioni sono africane, 6 asiatiche e solo 5 europee. Non sbaglia dunque chi afferma che i cattolici nel mondo sono molto avanti in un processo di «terzomondizzazione», contemporaneo alla perdita di peso di Paesi già considerati roccaforti della fede. E agli esperti dell’Ufficio statistico inoltre «sembra che ogni Chiesa locale segua una sua specifica strada, probabilmente in funzione delle tradizioni e della storia del Paese in cui essa opera». Insomma non è possibile racchiudere questa crescita in «una tipologia predefinita».
Altre interessanti e paradossali specificazioni emergono da questo studio. Comparando tra loro l’andamento di alcuni degli indicatori utilizzati, si scopre ad esempio che se in una diocesi aumenta il numero dei centri pastorali (parrocchie, istituti di ricerche religiose, ecc.) o aumenta il numero di cattolici che frequentano tali centri o che sono in carico pastorale al singolo sacerdote, le vocazioni invece di aumentare diminuiscono. Vocazioni che invece sono direttamente proporzionali con l’andamento degli operatori pastorali e col numero dei cattolici per operatore pastorale (gli operatori pastorali, ricordiamolo, non sono solo sacerdoti ma in maggioranza laici). Si evince poi che non vi è proprio proporzione numerica, né diretta né inversa, tra i centri pastorali e i fedeli. Insomma la burocrazia ecclesiastica, centrale o periferica, non premia.
2. LA SITUAZIONE IN EUROPA
Come ha vissuto la Chiesa dal ’78
Eccoci arrivati in Europa. Se diamo credito all’Annuario statistico della Chiesa cattolica scopriamo che dal ’78 al ’953 c’è stata nel continente una crescita di circa 12 milioni di cattolici battezzati, mentre la popolazione europea è cresciuta di oltre 38 milioni persone, da 673 a 711 milioni. Dunque, viene battezzato meno di un neonato su tre (e il tasso di crescita media del popolo cattolico registrato dagli esperti dell’Ufficio centrale di statistica della Chiesa è appena dello 0,3 per cento l’anno). Un chiaro indizio di stasi, affermano gli esperti.
Se poi scendiamo in profondità, cercando nei vari Paesi le cifre della presenza dei cattolici (intesi dalle ricerche degli statistici della Santa Sede come coloro che sono stati battezzati), riscopriamo un’Europa ancora apparentemente divisa tra Ovest ed Est. Infatti in quasi tutti i Paesi occidentali dove la tradizione cattolica tocca più del 45 per cento della popolazione (è il caso di Italia, Spagna, Portogallo, Belgio, Francia, Austria, Irlanda e Svizzera), si nota (eccetto che per l’Irlanda) una flessione percentuale del “tasso di cattolicesimo”; al contrario, i maggiori Paesi cattolici dell’Est europeo – nell’ordine Polonia, Lituania, ex Cecoslovacchia, Ungheria – risultano tutti in crescita. Per questi ultimi però, avvertono i ricercatori, il dato su cui si sono basate le ricerche non sarebbe «omogeneo» perché l’acclamato boom cattolico registrato dopo il crollo del muro di Berlino, potrebbe essere in parte la contabilizzazione di qualcosa di preesistente, cioè «risultare dall’emergere del fenomeno religioso… liberato da pastoie e censure di ordine statalista e burocratico» (cfr. La Chiesa cattolica in Europa. Linee di tendenza per il prossimo millennio, in Seminarium 4/1996, pp. 686-711). Un’interpretazione del resto in linea con la suddetta “stasi cattolica” in Europa. Stasi di persone ma non di strutture, pare: nel continente i centri pastorali hanno infatti continuato negli anni ad aumentare: ottomila in più (erano 150mila nel ’78, sono 158mila circa nel ’95).
Le nomine episcopali. Il sorpasso della Polonia
Qual è il volto di questo stanco Vecchio Continente? Cominciamo dalla gerarchia. Abbiamo più vescovi, sono più vecchi e vengono ora preferibilmente dall’Est. Procediamo passo dopo passo. L’Europa nel ’95 ha 1.453 vescovi (rispetto ai 1.253 del ’78); l’Italia resta saldamente il Paese che detiene la maggioranza relativa (ha 495 vescovi, pari al 34 per cento), seguita dalla Francia (177 vescovi, pari al 12 per cento) e, sorpresa!, al terzo posto arriva la Polonia, che ha scavalcato in graduatoria in questi ultimi anni la Spagna (110 vescovi) e la Germania (104 vescovi). I vescovi polacchi sono oggi 112 e hanno avuto un tasso di crescita superiore al 50 per cento (erano 74 nel ’78). Tutti i Paesi europei hanno registrato tassi positivi, le crescite più elevate si registrano nell’Europa orientale, mentre le uniche perdite toccano nell’ordine Belgio, Paesi Bassi e Francia. Non in termini assoluti ma di percentuale, il salto positivo più ampio lo compie la Romania, che ha un aumento del 750 per cento: da 2 vescovi nel ’78 a 17 vescovi nel ’95. In sintesi possiamo dire che in questo settore l’area orientale ha avuto un incremento, mentre le uniche perdite si hanno nell’Europa occidentale.
Anche sull’età dei presuli esiste un dislivello Est-Ovest: un po’ più giovani gli orientali, più vecchi gli occidentali. Ma in media i vescovi europei hanno 68,5 anni: la tendenza all’invecchiamento è stata una costante di questo ultimo ventennio.
I sacerdoti all’Est, le defezioni ovunque
Erano 251mila, ora sono 217mila: dal ’78 al ’95 abbiamo perso in totale 34mila sacerdoti, di cui 23mila diocesani e 11mila religiosi. Se vogliamo fare distinzioni, l’Ovest ha perduto più dell’Est, in cui anzi alcuni Paesi hanno segni positivi4. Gli statistici vaticani ricordano poi che, per meglio focalizzare, l’andamento numerico dei sacerdoti va confrontato con quello dei fedeli a cui tali sacerdoti fanno da pastori. Si scopre così che in alcuni Paesi (ad esempio Belgio, Gran Bretagna, Irlanda e Italia) i fedeli sono in proporzione diminuiti più dei sacerdoti, i quali paradossalmente si trovano così di fronte a un minore carico pastorale; al contrario, in Francia i sacerdoti sono diminuiti più dei fedeli. La Polonia sfodera invece una equilibrata proporzione sacerdoti-fedeli, sebbene potrebbe ancora aver bisogno di qualche tonaca in più per i suoi aumentati credenti.
Circa la variazione nel numero dei sacerdoti in Europa, l’analisi dell’Ufficio centrale di statistica della Chiesa investiga sulle vicende dei sacerdoti diocesani (vedi tabella), palesando l’esistenza di una proporzione tra le ordinazioni (che costituiscono l’80 per cento degli aumenti sacerdotali) e i decessi (che costituiscono l’80 per cento delle diminuzioni). Nella loro dinamica le ordinazioni europee mostrano una progressione positiva, in aumento: nel ’78 sono state 1.805, nel ’95 sono giunte a quasi 2.500, una quota che era stata già raggiunta nell’88 e più o meno mantenuta in seguito ogni anno. Ecco quindi che, a parte Belgio e Irlanda, tutti i Paesi del continente hanno infatti ottenuto negli ultimi anni trend positivi.
Dei decessi si può dire che essi sono un indizio dell’invecchiamento generale della classe sacerdotale europea, salvo eccezioni come Austria, Irlanda e Polonia.
Soffermiamoci ora su un tema delicato. Al di là degli sparuti reingressi nello stato sacerdotale e dei trasferimenti in altro Paese – che incidono sulla distribuzione geografica del clero ma non sulla sostanza numerica – la voce certo più significativa e drammatica è quella relativa alle defezioni (vedi tabella).
Secondo quanto di ufficiale possiamo conoscere sul fenomeno, in linea generale, dalla seconda metà degli anni Ottanta si è innestata in molti Paesi una decrescita del flusso delle defezioni. In linea particolare però le eccezioni esistono: Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Romania, Ungheria e la stessa Polonia patiscono ancor di più questi tristi abbandoni. Abbiamo tentato una graduatoria degli Stati europei secondo il numero assoluto di defezioni a partire dal ’78. Accertato che i sacerdoti diocesani europei che hanno abbandonato l’abito risultano 5.572, la graduatoria delle defezioni vede al primo posto la Spagna con circa 1.470 abbandoni, al secondo posto l’Italia con 939, al terzo la Francia con 707, seguono a ruota la Germania (629) e la Polonia (440). Solo in due Paesi non vi sono mai stati abbandoni: la Bielorussia (ma è nata relativamente da poco) e l’Albania.
I religiosi, le religiose e i diaconi. Chi meno, chi più…
In Europa abbiamo oggi, rispetto al ’78, circa un terzo di religiosi professi (non sacerdoti) e un quarto di religiose professe in meno. Per i primi il calo è del 30,5 per cento, per le seconde del 25, 6 per cento. Delle due categorie suddette le ricerche ci mostrano soltanto la variazione percentuale e non indagano sui fattori di entrata e di uscita, ma il risultato parla da sé. I numeri bruti sono eloquenti: i religiosi da oltre 37mila sono giunti a meno di 26mila, le religiose da 546mila sono ora soltanto 406mila. Alcuni Paesi dell’Est hanno aumentato le presenze di religiosi (Romania, Ungheria, Lituania, ex Cecoslovacchia), come pure la piccola Svizzera, ma si tratta di situazioni con poco peso specifico, soprattutto se notiamo che altrove abbiamo il segno meno: dal meno 4 per cento della Polonia al meno 52 per cento dei Paesi Bassi, per citare i due estremi, tra i quali si posizionano tutti gli altri Paesi con diminuzioni ove del 20, del 30 o del 40 per cento. Per le religiose lo schema è molto simile: a Est c’è qualche miglioramento, a Ovest crolli percentuali a due cifre. Tra sessant’anni circa, perpetuandosi tale calo percentuale, potremmo non avere più suore nel Vecchio Continente.
In Europa pare dunque che l’unico elemento di crescita sia dato – omogeneamente al quadro mondiale prima menzionato – dal numero dei diaconi permanenti. Passano da 1.133 a 6.600, e gli stanziamenti più forti si registrano nell’ordine in Germania (1.803), Italia (1.661) e Francia (1.102). Seguono distanziati Belgio, Gran Bretagna, Austria, Paesi Bassi, Spagna, ex Cecoslovacchia.
3. LE VOCAZIONI
Quanti candidati al sacerdozio?
Restano ora da valutare le vocazioni, in Europa e nel resto del mondo5. Cosa è accaduto? «Dopo il periodo di crisi delle vocazioni sacerdotali successivo al Concilio Vaticano II, la situazione, nella seconda metà degli anni Settanta, ha presentato sintomi di miglioramento». Questo affermava già nell’88 Enrico Nenna, esperto dell’Ufficio centrale di statistica della Chiesa in un suo studio dell’epoca (La recente evoluzione delle vocazioni sacerdotali cattoliche, Quaderni di studi e ricerche n. 1, Università di Roma La Sapienza, 1988). Gli anni successivi fino a noi hanno confermato – seppur in modi diversi – il recupero constatato dallo studioso. L’anno di minore presenza mondiale dei candidati al sacerdozio è stato certamente il 1975, nel quale si erano contati poco più di 60mila seminaristi (13mila in meno rispetto ai circa 73mila del ’70). Da quell’anno di magra si è risalita lentamente ma costantemente la china, sino alle oltre 105mila vocazioni contate nel mondo nel ’94.
Questo dato globale dice poco. Dicono di più i diversi comportamenti locali, dove scopriamo differenze rilevanti nel periodo 1970-19946. Eccole. L’Africa ha avuto un aumento vertiginoso di seminaristi. Nel continente americano, l’America del Nord presenta un tremendo calo, mentre l’America centro-continentale ha avuto una crisi negli anni Settanta ma poi una buona ripresa sin dagli anni Ottanta; le Antille, eccetto una difficoltà dall’89 al ’93, crescono ; l’America meridionale è sempre aumentata. Per quanto riguarda l’Asia, il Medio Oriente presenta un andamento altalenante, che migliora dall’anno ’85; il Sud-Est asiatico va sostanzialmente sempre in avanti. L’Oceania è in calo.
Anche il rapporto tra seminaristi e fedeli svela aspetti interessanti (o preoccupanti). Secondo gli ultimi dati, tale rapporto raggiunge il suo picco nell’Asia sud-orientale, dove troviamo circa 25 seminaristi ogni 100mila cattolici; è abbastanza elevato in Africa, con 17 seminaristi per 100mila cattolici e cala di molto nel resto del mondo: vi sono circa 10mila fedeli per ogni seminarista in Europa e Oceania e da 15mila a 20mila in tutto il continente americano. Queste cifre suggeriscono per il Vecchio Continente e per il Nord America degli scenari di lungo periodo molto diversi dalla situazione attuale, in cui il numero dei fedeli per sacerdote è pari circa a mille. Come ha detto recentemente il cardinale Godfried Danneels a proposito della crisi delle vocazioni (cfr. 30Giorni, n. 4 aprile 1998): «Ciò che noi stiamo vivendo è una prova».
Eccoci all’Europa, dove i seminaristi erano nel ’70 33.971, e sono penosamente diminuiti fino al ’77 (erano 22.716), per risalire sino all’89 (29.732). Dopo di che il continente è entrato in una fase di quasi stazionarietà che non gli ha permesso di arrivare oltre i 29.351 candidati al sacerdozio nel ’95. Per le vocazioni un dato comunque negativo. A corollario aggiungiamo che, se calcoliamo il peso specifico di seminaristi di ogni continente, l’importanza dell’Africa triplica e quella del Sud America più che raddoppia, ed insieme al Sud-Est asiatico rappresentano ormai ben oltre la metà delle vocazioni al mondo (ed in futuro più ancora). Su dieci candidati al sacerdozio nel mondo, in Europa se ne trovano ormai meno di tre.
E per finire, un piccolo esperimento riguardo alle vocazioni europee per singolo Paese è stato tentato dagli statistici vaticani. Essi ne hanno valutato la consistenza a partire dal “mitico” ’89. Quale ne è stato l’effetto? In linea generale gli studenti dei seminari nell’Europa orientale sono aumentati, eccetto che in due Paesi: la piccola Lituania e la Polonia (che aveva 8.202 seminaristi nell’89 e 7.310 nel ’95, con un calo costante). A Ovest perdono Austria, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, e l’Italia (come la Spagna) vive una fase oscillante. Francia, Paesi Bassi, Portogallo e Romania: sono invece questi i Paesi che godono dei volti di nuovi e più numerosi seminaristi.
Note
1) Le ricerche esposte nell’ultimo Annuario statistico della Chiesa, pubblicato nel giugno ’98 ed aggiornato al 31 dicembre 1996, confermano il dato: abbiamo nel mondo 404.336 sacerdoti. Citiamo qualche altra cifra significativa. I vescovi sono 4.375. Il numero mondiale dei diaconi è ancora aumentato rispetto all’anno precedente, sino a raggiungere ora le 23.452 unità. Per quanto riguarda l’Europa non ha sosta il triste calo dei sacerdoti: sono 149.901, quasi duemila in meno se confontati con il ’95. Sul tema delle defezioni, hanno abbandonato la vita sacerdotale 714 preti in tutto il mondo (di cui 317 nel continente americano e 266 europei. Primi nella “classifica” mondiale sono gli Stati Uniti con 151 abbandoni, seconda l’Italia con 43 defezioni, terze ex aequo la Polonia e la Germania con 40). Infine, a proposito di vocazioni, i 105.870 candidati al sacerdozio nel ’96 equivalgono ai circa 105mila dell’anno precedente.
2) Prima di leggere i risultati vale la pena sapere e capire quali indicatori sono stati utilizzati per confezionare questa classifica. Gli indicatori sono: a) il rapporto tra i centri pastorali, parrocchie comprese, e le diocesi (esso esprime la capacità di adattamento organizzativo delle strutture territoriali della Chiesa locale ai mutamenti e spostamenti sul territorio dei fedeli); b) quanti sono i cattolici da servire e quanti sono gli operatori al lavoro per ciascun centro pastorale (è evidentemente l’indice dell’impegno che i centri e gli operatori pastorali sono chiamati a sostenere. La categoria di operatore pastorale qui utilizzata comprende anche i sacerdoti); c) quanti sono i cattolici in carico a ogni singolo sacerdote e quanti per singolo operatore pastorale; d) quanti sono i seminaristi ogni 100mila cattolici e ogni 100 sacerdoti (è questo un “tasso di vocazione”, prima generico e poi specifico, che contiene in sé anche elementi di previsione per il futuro della presenza sacerdotale). Un’unica notazione circa gli operatori pastorali: in Europa, Nord America e Medio Oriente il loro numero medio è circa 2,5 per centro pastorale, in Africa arriva a 13-14, in gran parte laici catechisti.
3) Tutte le analisi sull’Europa che ora descriveremo sono relative a uno studio che ha preso in considerazione il periodo 1978-1995.
4) Potrebbe essere interessante analizzare più approfonditamente i numeri della presenza sacerdotale per nazione. Citiamo qui solo alcuni casi eclatanti: nei Paesi Bassi è venuto meno più di un terzo dei sacerdoti; un terzo esatto in meno in Belgio; la Francia ha subito un crollo del 30 per cento; la Gran Bretagna, la Svizzera e l’Austria sono a circa meno 20 per cento; la Spagna e la Germania hanno ceduto il 15 per cento; l’Italia l’undici per cento. Viceversa la maggiore progressione quantitativa è quella polacca: oltre 6.500 nuovi sacerdoti (da 19mila a quasi 26mila, pari al 34,3 per cento).
5) In questo paragrafo possiamo spaziare per ben un venticinquennio: le ricerche statistiche infatti hanno considerato il periodo 1970-1994. I dati relativi all’Europa sono anche più aggiornati, arrivando fino al ’95.
6) Diamo le cifre. L’Africa è passata da 3.470 a 17.125 seminaristi. L’America del Nord scende da 14.365 a 5.692; l’America centro-continentale va da 3.911 a 8.435 seminaristi; le Antille crescono da 321 a 1.025; la crescita dell’America meridionale da 5.041 giunge fino a 17.808. Per quanto concerne l’Asia, il Medio Oriente parte da 597 e arriva a 702; il Sud-Est asiatico prosegue la sua marcia, da 10.074 a 23.934 seminaristi. L’Oceania da 1.241 scende a 834.