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AMERICA LATINA
tratto dal n. 06 - 1998

CELAM. Intervista con Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga

Arrivederci a Cuba


Il presidente del Consiglio episcopale latinoamericano racconta come è nata l’idea di organizzare la prossima riunione dei vescovi americani nell’isola di Castro. Ricorda anche il prelato ucciso ad aprile in Guatemala: «La responsabilità ricade sui gruppi di destra che hanno partecipato alle repressioni del passato»


Intervista con Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga di Gianni Cardinale


Agli inizi del 1999 Cuba sarà la sede di un incontro tra i vertici degli episcopati del continente americano. Si tratterà del primo appuntamento di questo genere nella Perla dei Caraibi e servirà anche a ricordare il primo viaggio di un pontefice nell’isola. La notizia non è stata ancora resa ufficiale dalla Chiesa cubana né dal governo, ma i primi sondaggi hanno fatto capire che l’iniziativa potrebbe avere luogo. Lo conferma a 30Giorni l’arcivescovo Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, salesiano, arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras) e presidente del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam). Lo abbiamo incontrato a Roma dove partecipava alla riunione del Consiglio speciale per l’America della Segreteria generale del Sinodo, l’organismo che sta lavorando alla esortazione apostolica che Giovanni Paolo II presenterà il prossimo anno in Messico come documento conclusivo del Sinodo per l’America, celebrato in Vaticano a fine ’97.
Con Rodríguez Maradiaga 30Giorni ha parlato anche di quello che sta facendo il Celam riguardo al problema del debito estero – un argomento al quale il presule salesiano è particolarmente sensibile – e della barbara uccisione del vescovo ausiliare di Guatemala, avvenuta a fine aprile.

Eccellenza, perché questo incontro di vescovi americani previsto a Cuba all’inizio del prossimo anno?
OSCAR ANDRÉS RODRÍGUEZ MARADIAGA: Si tratterà della ventisettesima riunione che la presidenza del Celam avrà con quelle delle Conferenze episcopali statunitense e canadese. Avremmo dovuto celebrarla in Canada ma, su nostra iniziativa, con ogni probabilità, ciò avverrà invece a Cuba. Sarà l’occasione per ricordare il primo anniversario della visita del Santo Padre e al contempo per fare una valutazione sui frutti di questo viaggio pastorale. Inoltre sarà un’opportunità meravigliosa per studiare il documento postsinodale che verrà presentato nel santuario della Madonna di Guadalupe durante il viaggio del Papa in Messico, previsto per la fine di gennaio del 1999 (ed è per questo che l’incontro a Cuba avrà luogo presumibilmente nei primi giorni di febbraio). Ma soprattutto vorremmo dare il nostro contributo affinché, come ha detto il Papa durante il suo recente viaggio nell’isola caraibica, Cuba si apra al mondo e il mondo si apra a Cuba.
Ci sono state reazioni da parte dei vescovi cubani e da parte del governo dell’Avana?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Il vicepresidente del Celam, il cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, è arcivescovo di San Cristóbal de La Habana. Quando è nata l’idea gli abbiamo chiesto il suo parere e lui ha subito aderito con entusiasmo. Lo stesso hanno fatto gli altri presuli dell’isola. Non abbiamo consultato il governo cubano, ma le reazioni non ufficiali sono positive. Lo stesso Fidel Castro, rispondendo a dei giornalisti, ha detto di non avere alcuna obiezione a questo incontro. Comunque non sarebbe la prima volta che una riunione di un organismo della Chiesa latinoamericana si svolge a Cuba; già nell’89 l’isola ha ospitato la riunione del Segretariato della Conferenza episcopale dei Caraibi.
Anche gli episcopati statunitense e canadese hanno dato subito il loro assenso?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Certamente. A tale proposito ricordo con piacere gli sforzi di alcuni presuli statunitensi, e specialmente del cardinale di Boston Bernard Francis Law, per convincere l’amministrazione Clinton a rimuovere l’ingiusto embargo di cui è vittima Cuba. I canadesi da parte loro sono stati molto gentili a rinunciare a ospitare l’incontro pur di favorire Cuba.
Dal 26 al 28 aprile il premier canadese Jean Chrétien si è recato a sorpresa nell’isola caraibica. Questa visita ha agevolato in qualche modo la vostra iniziativa?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: C’è una grande mobilitazione degli Stati latinoamericani affinché Cuba dia il suo contributo al sistema di integrazione latinoamericana. Il Guatemala ha riallacciato i rapporti diplomatici con l’isola caraibica e ci sono tante altre nazioni che vorrebbero farlo, anche se a volte ne sono impedite da pressioni esterne. L’apertura del Canada è un fatto molto positivo. A questo proposito mi viene in mente un episodio che è avvenuto durante la seconda cumbre de las Américas (il vertice dei capi di Stato del continente americano al quale non ha potuto partecipare Fidel Castro per il veto posto dagli Stati Uniti, ndr) che si è celebrata a Santiago del Cile il 18 e il 19 aprile, alla quale, per la prima volta, grazie al presidente Eduardo Frei, è stata invitata la presidenza del Celam. In questa occasione qualcuno ha chiesto al premier canadese: «Ma come mai lei andrà a Cuba? Forse il presidente Clinton non sarà d’accordo...». Con un simpatico gioco di parole Chrétien ha risposto: «Ma se il Santo Padre è andato a Cuba, perché non può andarci un cristiano?» (in francese, chrétien significa cristiano, ndr).
Come procede il dialogo tra il Celam e gli organismi internazionali per la questione del debito estero?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: A fine aprile abbiamo avuto un incontro a Washington con i vertici della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e del Banco interamericano per lo sviluppo. È stato un incontro positivo. Si è stabilita una procedura che prevede la riduzione del debito pregresso. Si tratta di una procedura complessa, è vero, ma speriamo sinceramente che funzioni. È importante poi che si pensi anche al futuro, per cercare di evitare che i Paesi ai quali è stato ridotto il debito cadano di nuovo nella stessa trappola. Per questo si è studiata la possibilità, per il futuro, di ottenere prestiti non commerciali erogati a basso interesse (1 o 2 per cento) e a lunga scadenza di rimborso (40 anni).
Sono loro che sono diventati più buoni o siete voi che in qualche modo vi siete accontentati?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Hanno sviluppato una maggiore coscienza del fatto che si tratta di una problematica non solo economica ma anche umana. Penso che ai funzionari di questi organismi, che sono tecnici ed economici, abbia fatto bene la visita in alcuni Paesi particolarmente disastrati, perché non si sono limitati a leggere le fredde cifre dei dati macroeconomici, ma hanno potuto vedere con i loro occhi le sofferenze della povera gente.
I vertici della Banca mondiale e del Fondo monetario si sono in qualche modo “convertiti”, quindi. Il problema del debito estero dei Paesi più poveri è dunque in via di definitiva risoluzione?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Siamo sulla buona strada, ma c’è ancora molto da fare. I passi seguenti dovranno farli i capi di Stato dei Paesi più sviluppati e in particolare di quelli membri del G7. Dovranno essere loro a prendere iniziative politiche concrete. Speriamo che facciano la loro parte.
Prima che presidente del Celam, lei è arcivescovo di un Paese centroamericano. Lo scorso 26 aprile un suo confratello, Juan Gerardi Conedera, vescovo ausiliare di Guatemala, è stato barbaramente ucciso. Che impressione le ha fatto questa tragedia?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: È stato per me un dolore grandissimo. Sembrava che questi crimini appartenessero al passato e invece pare essere tornati al periodo delle vendette. Credo che la responsabilità del gesto ricada sui gruppi di destra che hanno partecipato alle repressioni del passato. Hanno voluto dare un segnale forte: il passato non si tocca. Lo hanno ucciso due giorni dopo che aveva presentato un rapporto sui diritti umani nel Guatemala in cui metteva in luce la verità che tutti sapevamo. Si trattava del resoconto finale della Commissione interdiocesana per il recupero della memoria storica, secondo il quale, delle 150mila vittime della guerra civile, l’80 per cento sono state uccise dalle forze armate. Il modo stesso in cui monsignor Gerardi è stato trucidato ha un valore simbolico: gli hanno spappolato il cervello, la sede della memoria.


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