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ITALIA
tratto dal n. 06 - 1998

CARITAS. Cinque domande al direttore della sede di Roma

La carità non è un’azienda


A Guerino Di Tora, sacerdote romano, responsabile della Caritas nella città del Papa, non piace stare sotto i riflettori dei mass media. Ma qui accetta di raccontare le sue preoccupazioni e i suoi progetti per l’assistenza agli ultimi. E per il futuro si augura una Caritas il meno centralistica possibile


Intervista con Guerino Di Tora di Davide Malacaria


«La mia nuova parrocchia saranno i poveri di Roma». Monsignor Guerino Di Tora così aveva dichiarato quando era stato chiamato a dirigere la Caritas di Roma, il 21 novembre del ’97, dopo 26 anni di sacerdozio, di cui 23 trascorsi nella parrocchia di San Policarpo. Di Tora è romano, del popolare quartiere Prenestino, e ricorda come un tempo «ogni quartiere era una famiglia e la solidarietà un’aria che si respirava».

La povertà a Roma. Quale iniziativa della Caritas ritiene più importante portare a compimento?
GUERINO DI TORA: Nel nuovo anno, nel corso della missione cittadina, faremo un monitoraggio sulle povertà, un lavoro essenziale, essendo la povertà una realtà in continua evoluzione. Chi poteva immaginare fino a pochi anni fa che il fenomeno dei barboni attecchisse sul mondo giovanile? E che la patologia dell’esaurimento nervoso passasse da malattia “intellettuale” a piaga diffusa anche tra le persone semplici? E ancora, che ai nostri centri ascolto si presentasse non il singolo disoccupato, ma l’intera famiglia? Ma questo lavoro di monitoraggio è importante anche per indirizzare meglio gli interventi già esistenti. Ad esempio, abbiamo constatato come le case famiglia per malati di Aids siano un’esperienza proficua, perché i malati ritrovano fiducia in se stessi. Ma ormai sono insufficienti, perché i malati vivono di più e tante persone in lista di attesa, fiduciose – purtroppo – in un rapido ricambio, non possono accedere al servizio.
Cosa le sta più a cuore per il futuro della Caritas?
DI TORA: Creare una struttura meno centralistica possibile, riuscire a essere presenti in tutte le parrocchie e le prefetture di Roma. Inoltre, cercare il massimo della collaborazione con tutti i cattolici che agiscono nel sociale. Una collaborazione che deve estendersi anche alle strutture non cattoliche. Perché l’attenzione agli altri non ha un colore. È una sensibilità umana che, a maggior ragione, un battezzato sente in forza del dono della grazia di Dio.
Ricordo un film di Troisi, Le vie del Signore sono finite, in cui un paralitico è assistito dal fratello. Ad un certo punto il malato guarisce e il fratello si dispera dicendo «e adesso io che faccio?». Non c’è il rischio che a volte il darsi da fare per gli ultimi nasca come copertura di un vuoto?
DI TORA: È un pericolo reale. Nei corsi di formazione dei nostri operatori siamo particolarmente attenti a questo problema. Ma a volte le situazioni possono invece favorire il contrario, ossia il trovare nuovamente un senso di equilibrio: penso ad esempio a chi aiuta i malati di Aids, un compito che costringe a porsi domande esistenziali.
Roma ospita la tomba di san Lorenzo, il diacono martire tanto caro al popolo romano soprattutto per il suo amore verso i poveri…
DI TORA: L’attenzione agli ultimi è una caratteristica della Chiesa di Roma, che si prolunga nella storia. Voglio ricordare come sant’Ignazio, già nel II secolo, scriveva che Roma ha il primato della carità. San Lorenzo ne è stato un grandissimo testimone, come san Filippo Neri e tanti altri. Ma è anche la città del papa. Per questo, oltre ad occuparsi dei poveri di Roma, la Caritas di questa città deve avere un respiro universale. A noi spetta anche il compito di fungere da coscienza critica, quando l’attenzione ai poveri viene meno. E questo avviene anche nei confronti delle istituzioni civili, locali e nazionali, con le quali abbiamo rapporti e lavoriamo.
In questa fase di transizione politica, in Italia si sta ristrutturando lo Stato sociale…
DI TORA: In questa ristrutturazione bisogna restare ben vigili, perché potremmo perdere con facilità quello che in anni si è guadagnato con le politiche sociali. Ricordo il discorso del cardinale Martini a Milano dell’8 dicembre scorso, in cui denunciava come l’attenzione ai più deboli non abbia più riferimenti né di destra né di sinistra. Nelle scelte politiche ormai si tende a guardare più l’economia che la solidarietà. Mentre il lavoro diminuisce, i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.


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