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ARCHEOLOGIA CRISTIANA
tratto dal n. 06 - 1998

La venerazione per Valentino e Ilario


Il ritrovamento di un cimitero paleocristiano presso il luogo in cui furono martirizzati i due santi fondatori della Chiesa di Viterbo conferma quanto un’antica tradizione ci ha tramandato


di Stefania Falasca


Ai romani erano note come le “terme etrusche”; le acque di Viterbo erano infatti divenute tanto famose che gli imperatori romani trasformarono questa zona in un grande centro di attrazione con ben quattordici stabilimenti termali. Proprio qui, nella zona dei Bagni dell’antica città di Viterbo, è ora venuta alla luce una necropoli paleocristiana. Anche se sono necessari studi più approfonditi per una datazione attendibile, senza dubbio si tratta di una nuova scoperta archeologica di importante valore storico e religioso. È in quest’area, infatti, attraversata dalla via consolare Cassia che, secondo la tradizione, trovarono il martirio Valentino e Ilario, i primi cristiani che con il loro sangue fecondarono queste terre fondando la Chiesa di Viterbo. Tuttavia, fino ad oggi, nessuna testimonianza archeologica riguardante la loro sepoltura era emersa nel territorio viterbese. I recenti ritrovamenti potrebbero perciò venire a documentare non solo quanto la tradizione ha tramandato riguardo ai primi martiri, ma anche le origini e la diffusione del cristianesimo in quest’area della Tuscia.
La scoperta è avvenuta nei pressi del ponte romano chiamato Camillario, a poca distanza dal tracciato della via Cassia, nella località denominata San Valentino, proprio accanto a un’antica edicola sacra dedicata ai santi martiri eretta nel punto indicato dalla tradizione come luogo del loro martirio.
Già nel mese di febbraio la notizia dei primi ritrovamenti aveva attirato l’attenzione dei media e della Sovrintendenza ai beni culturali. A gettare il sasso nello stagno è stata infatti una rubrica del Tg3 sulle edicole sacre nel viterbese, curata dal vaticanista Giovanbattista Brunori il quale, proprio accanto all’edicola dedicata ai santi Valentino e Ilario, aveva notato la presenza di una consistente quantità di ossa umane affioranti dal terreno. Gli interventi non hanno tardato ad arrivare: alcuni resti sono stati esaminati confermando l’antichità dei reperti e la Sovrintendenza per l’Etruria meridionale ha disposto un intervento di rilevanza tecnico-scientifica inserendo tutta l’area in un programma di conservazione e di ricerca archeologica da avviarsi con l’aiuto degli enti locali e con l’Università della Tuscia. «È un’area cimiteriale archeologicamente interessante» affermano alla Sovrintendenza «e sulla quale esiste un culto secolare riservato alla memoria di due martiri. Di questo si deve tener conto nelle indagini, soprattutto quando queste tradizioni sono conformi e non contrastanti con la storia». È quanto sostiene anche monsignor Salvatore del Ciuco, storico e addetto stampa della curia di Viterbo, che già da tempo, interessandosi alla valorizzazione dei luoghi legati alla memoria cristiana dell’antica città papale, ha avviato persino una ricerca sul campo.
Accanto all’edicola ci mostra i reperti rinvenuti e i blocchi di pietra che costituivano l’antico lastricato della via Cassia: «In quest’area sorgeva l’antico vicus romano di Sorrina» spiega monsignor del Ciuco. «In epoca romana, infatti, Viterbo non esisteva ancora come città, ma a due passi dal Colle di Ercole, dove oggi sorge la Cattedrale di Viterbo, c’era questo centro fiorente attraversato dalla via Cassia in prossimità dei Bagni che rappresentava uno snodo stradale di grande importanza e che per le sue acque attraeva la migliore società romana. Fu in mezzo a questa gente che agli inizi del IV secolo Valentino sacerdote e Ilario diacono si fermarono a predicare il Vangelo. Sappiamo che erano di nobile stirpe e che venivano dall’Oriente. Probabilmente giunsero da Roma nella regione cimina proprio attraverso la Cassia. Condannati alla decapitazione per essersi rifiutati di sacrificare al dio Ercole, furono martirizzati tra il 303 e il 305, durante la persecuzione di Diocleziano e Massimiano.Il loro dies natalis è ricordato il 27 gennaio».
Quello che si conosce della vicenda storica dei due martiri viene da fonti antichissime e dalle Passiones tramandate da diversi codici. Il Codice Vallicelliano, compilato intorno al IX secolo, ad esempio, che, secondo gli storici, rappresenta il documento più attendibile riguardo all’esistenza dei due martiri, raccoglie le notizie e gli Atti della loro vita conservati anticamente nell’Archivio della Cattedrale di Viterbo. Il codice ne indica con precisione l’età, l’origine, la predicazione, il racconto del martirio tramandando anche un inno liturgico scritto in loro onore. «I diversi codici e le relative Passiones concordano nell’affermare» spiega del Ciuco «che una donna di nome Eudossia raccolse i corpi dei martiri e li nascose seppellendoli nel luogo dove subirono il martirio vicino al ponte Camillario. Sappiamo poi, come attestano notizie storiche e altri documenti, che nell’antico vicus romano che prese il nome di Borgo San Valentino, già in epoca costantiniana sorgeva una chiesa in onore dei martiri e nella quale riposavano le loro spoglie. Nel Medioevo questo borgo fiorentissimo venne distrutto e nel 1303 le reliquie dei martiri furono traslate definitivamente nella Cattedrale di Viterbo dove oggi si trovano. Questo è quanto secoli di tradizione e documenti storici ci hanno tramandato riguardo alla memoria e al culto di Valentino e Ilario. Tuttavia in tempi recenti, non trovando riscontri archeologici che ne testimoniassero qui la loro sepoltura, alcuni studiosi hanno messo in dubbio la loro presenza a Viterbo e l’autenticità delle reliquie. Ma alcuni anni fa proprio in questo campo chiamato San Valentino, vicinissimo al ponte Camillario, venne casualmente alla luce un pertugio che conduceva a una cripta sotterranea. Un nostro sacerdote condusse degli scavi e scoprì che si trattava di un ipogeo etrusco-cristiano: una tomba etrusca trasformata dai cristiani in catacomba. Un luogo segreto ideale per i primi cristiani che lo usarono subito come rifugio e come luogo di culto. E non è assurdo ipotizzare che quest’ipogeo possa esser estato il centro primitivo del culto dei santi martiri prima della costruzione della chiesa nel Borgo di San Valentino. Troppe sono le concordanze con la narrazione lasciataci dagli Atti e dalle indicazioni storiche: è a due passi dal ponte Camillario, a poca distanza dall’edicola edificata sul luogo della decapitazione, ai margini della vecchia strada Cassia, con due uscite: una scala e un cunicolo che porta all’esterno: quale posto più sicuro per nascondere i corpi dei santi? Si tratta certo di ipotesi, ma dopo queste ultime scoperte, si fa ora urgente una seria indagine archeologica».
«Da quando si è diffusa la notizia degli ultimi ritrovamenti» spiega ancora monsignor del Ciuco «sono ora andati aumentando i gruppi di pellegrini che giungono in processione in questo luogo». La curia di Viterbo ha provveduto anche alla sistemazione, lungo la strada che conduce alla necropoli, di stazioni della Via Crucis: «È la terra resa santa dal sangue versato dai nostri compatroni» riprende del Ciuco «e noi abbiamo il compito di risvegliare e conservare la devozione verso questi primi testimoni, perché ci siano di aiuto e di conforto nella fede e perché “con tutte le nostre debolezze e i nostri peccati”, come diceva il famoso agiografo Piero Bargellini, “siamo ancora capaci di percepire e di valutare la grazia... Proprio così, ultimi della fila, affogati nel fango, ma nonostante tutto diretti a una meta di gloria, e i santi, in testa, sono quelli che tirano, incitatori e confortatori nella fatica di ogni giorno”». «È vero» continua il sacerdote «che Viterbo riserva una devozione particolare a santa Rosa, ma se noi oggi siamo cristiani lo dobbiamo a Valentino e Ilario. C’è un episodio che mi piace ricordare. Agli inizi del secolo, il cardinal La Fontaine, che si adoperò moltissimo perché rimanesse viva nel popolo la memoria dei nostri martiri, un giorno si presentò al monastero di Santa Rosa e fece chiamare la badessa. Quando questa giunse, le chiese di poter entrare all’interno del monastero, perché era in compagnia di due illustri personaggi. La poveretta si sforzava di far comprendere al cardinale che essi non potevano entrare senza il permesso dei superiori. Il cardinale, scherzando, rispose: “Va bene, madre abbadessa, io non mi assumo la responsabilità di questo suo diniego e lei se ne pentirà”. E così dicendo girò la ruota. Quando l’abbadessa vide la statua con le due reliquie di Valentino e Ilario esclamò: “Oh, ma questi sì che possono entrare!”. E il cardinale, rivolgendosi alle monache, disse: “Promettetemi che d’ora in poi pregherete sempre insieme alla piccola Rosa questi santi, perché, sapete?, se loro non avessero versato il loro sangue non avremmo avuto lei”. E, potremmo aggiungere ora, con lei non avremmo avuto tutta la schiera dei nostri santi, le nostre magnifiche chiese, il nostro patrimonio storico vanto della nostra città».


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