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DOCUMENTO
tratto dal n. 06 - 1998

Casaroli, le Brigate rosse, sorella minore


Gli articoli di Giulio Andreotti apparsi sul quotidiano romano "Il Tempo" nella rubrica “Piazza Colonna"


Gli articoli di G. Andreotti apparsi sul quotidiano romano "Il Tempo" nella rubrica “Piazza Colonna"


16 aprile
Quel povero morto di Salvo Lima

Fedele alla massima che nessuno è giudice nelle proprie cause, non scrivo di regola sulle mie vicende per così dire extraparlamentari (non dico, fondatamente, extrapolitiche). Ma devo fare una eccezione leggendo che nella requisitoria del processo per l’omicidio di Salvo Lima è stato detto dal Pm che: «Il potere di Lima non si basava sul fatto di essere stato consigliere comunale o europarlamentare, quanto sul fatto di essere leader della corrente andreottiana che ha sempre goduto dell’appoggio di Cosa Nostra». In altra aula del medesimo Palazzo di Giustizia lo stesso Pm sostiene che «l’adesione di Salvo Lima (1968) tolse Andreotti dal “ghetto laziale” e lo collocò nel grande circuito nazionale democristiano». È singolare quindi questa tesi: Salvo Lima sarebbe stato il fulcro della mia “potenza” ma nello stesso tempo si dice che senza di me sarebbe rimasto un oscuro ex sindaco e anonimo parlamentare.


21 aprile
Novantatré anni d’età e oltre

Se non fosse legato a una riuscita mostra che è in corso San Michele a Ripa ci si domanderebbe perché L’Osservatore Romano dell’altro ieri abbia dedicato metà della terza pagina a Lucio Volusio Saturnino che «a 93 anni era ancora prefetto di Roma». Si rischia di suscitare tentazioni rivendicative sui limiti di età nel pubblico impiego creando problemi al ministro Bassanini. E forse tra i lettori più naturali del giornale vaticano un pensierino critico verso gli sbarramenti canonici (75 anni per gli incarichi sia centrali che periferici e 80 anni per la partecipazione ai conclavi). Proprio lo stesso giorno L’Osservatore informava che il cardinale Arns lasciava per anzianità (classe 1921, quindi con un biennio di proroga) l’archidiocesi di San Paolo del Brasile. Ma nessuna malizia del genere sottintende alla pagina vaticana. Si è voluto solo mettere in luce gli scavi condotti nella sontuosa villa di campagna di questo personaggio (nei pressi di Fiano Romano) la cui famiglia – lo scrive Tacito – accumulò onestamente ricchezze strabilianti. I 93 anni sono solo un richiamo nel titolo.


23 aprile
Anticipare il millennio

Ho raccolto da un intellettuale arabo una osservazione interessante. L’alba del terzo millennio andrebbe celebrata non il 1° gennaio del 2000, ma il 25 dicembre del 1999 nella festa della Natività, donde si diparte appunto l’era cristiana. Sconto le dotte obiezioni sugli aggiustamenti intervenuti nei calendari e sulla approssimazione di qualche dato, ma tutto questo vale in ogni caso; e comunque nulla toglie all’idea suggestiva di mettere il riflettore sulla piccola culla di Betlemme. Spero che nessuno eccepisca per la riduzione di una settimana nei tempi già tanto stretti per predisporre le strutture di accoglienza. Non sarebbe utile ricordare qualche volta che i pellegrini compiono un viaggio penitenziale?


25 aprile
Ancora sul 513

Un altro esempio dal vivo sulla necessità di poter verificare nel dibattimento le dichiarazioni dei testimoni.
C’è un modo di interrogare e di verbalizzare che si può prestare a un totale capovolgimento.
Un esempio? Nel verbale è scritto: «Non posso escludere che l’imputato fosse quel giorno allo stadio».
È risultato che era stato chiesto: a) se il teste era allo stadio: risposta SÌ; b) se avesse visto l’imputato: risposta NO; c) se potesse escludere che vi fosse: risposta NO. Riportando solo il punto c) sembra in effetti una mezza ammissione.
E poi si diffamano i bizantini.


28 aprile
Errori socialisti cambogiani

La morte di Pol Pot ha richiamato alla mia mente un incontro agli inizi degli anni Ottanta quando ero presidente di Commissione alla Camera. Un collega mi chiese di ricevere la ex ministro degli Esteri dell’ora defunto leader cambogiano e me l’accompagnò nel mio studio privato. Ero in dubbio se porle una domanda, ma vinsi l’esitazione e le chiesi se fosse vero che avessero ucciso due milioni di cittadini. Pensavo che reagisse con ira e mi richiamasse all’ordine. Invece, dopo un minuto di riflessione, mi rispose testualmente: «È vero. Nel costruire il socialismo abbiamo compiuto alcuni errori».


29 aprile
Veltroni segua il mio suggerimento: lasci agli sportivi la gestione dello sport

Il rispetto della dottrina de: «Lo sport agli sportivi» per sottrarlo a qualsiasi interferenza politico-governativa fu una felice direttiva del dopoguerra, garantita dall’autofinanziamento attraverso il Totocalcio. Una eccezione fu il “veto” (che porta il mio nome) alla importazione di più di tre giocatori stranieri. Ma fu la Federcalcio (Barassi) a chiederlo, eccezionalmente, per non avere liti interne. Leggo ora che il vicepresidente del Consiglio interviene nella disputa sulla... politica del rigore (e sulle linee bianche elasticizzate) e vorrei suggerirgli molta prudenza. È vero. La moviola e poi le sempre più perfette riprese televisive mettono ormai in luce i possibili errori arbitrali, contro i quali prima erano sufficienti cori di contestazione della fedeltà delle spose o della integrità delle madri del direttore di gara. Ci sono anche gli interessi delle scommesse a complicare le cose.
Ma i rimedi devono trovarli il Coni e le Federazioni, non rimettendo in giuoco l’autonomia dello sport.
In quanto alle interpellanze parlamentari, richiamo la splendida mozione con la quale nel 1870 fu liquidata la pretesa di far discutere sul Concilio Vaticano: «La Camera, nulla curandosi dell’infallibilità del Papa, passa all’ordine del giorno».


1 maggio
Primo maggio con un grande cruccio interiore

Dopo due edizioni unitarie, la Festa del lavoro – ripristinata nel dopoguerra nel primo giorno di maggio (sotto il fascismo la si celebrava il 21 aprile) – è stata a lungo una manifestazione che rispecchiava la profonda divisione politica nei due contrapposti blocchi. Tutto questo è alle nostre spalle ma viviamo il 1 maggio con un grande cruccio interiore. Per troppi italiani, specie giovani, il lavoro non c’è; e spero che nessuno si consoli constatando che il fenomeno è acuto anche in altri Paesi. Anzi, la protesta elettorale di domenica scorsa in Sassonia dimostra che la forte Germania non è immune, almeno in alcune regioni, da questa avvilente piaga sociale. Qualche sollievo viene dal fatto che il problema è stato preso in carico dalla Comunità europea; e che la moneta unica consentirà investimenti in Italia non più nel campo finanziario legati al richiamo capzioso degli alti interessi sui titoli di Stato, ma in una condizione di stabilità della lira. Se no dovremo mettere nel calendario annuale anche la Giornata della disoccupazione.


3 maggio
Invasione di campo

Non era sbagliato il suggerimento al vicepresidente del Consiglio di non immischiare (il verbo è purtroppo appropriato) il governo nella polemica esplosa dopo la partita Juventus-Inter. Alle interrogazioni parlamentari si doveva opporre la incompetenza, ribadendo l’autonomia degli organismi sportivi. Ricordo che quando sembrava che da Palazzo Chigi si volesse impedire la partecipazione italiana alle Olimpiadi di Mosca, da Montecitorio facemmo sapere che avremmo reagito con una immediata eccezione di... invasione di campo. E l’idea di un veto presidenziale fu abbandonata. Questa volta l’intervento ministeriale nel postpartita – per di più con una inusitata immediatezza – ha provocato un aggravio di tensione, anche per lo spettacolo di un onorevole scontro non solo oratorio. E, come accade per gli errori arbitrali, la ripresa televisiva ha moltiplicato l’impatto dello scandalo. È strano. Ora che si tende a privatizzare anche le Poste, si ministerializzano Coni e Federazioni. Questa seconda Repubblica!


5 maggio
Regole ed eccezioni

Delle ultime vicende europee penso si debbano rilevare due notazioni:
1) Due protagonisti italiani dell’euro lo furono anche nella negoziazione di Maastricht: il ministro Ciampi e il dottor Padoa Schioppa. È un segno di continuità che corregge la miopia di chi ritiene la cosiddetta prima Repubblica come inesistente o peggio.
2) Il compromesso sul tempo dimezzato del numero uno della nuova struttura può essere inquietante ma forse non è male che si rettifichi così l’opinione dell’onnipotenza della Germania e di un patto di ferro tra Parigi e Bonn. Del resto che ogni regola ha la sua eccezione vale anche per l’Unione europea.


8 maggio
La pioggia e il governo

Prendersela con il governo quando piove è antica tradizione. Non so se anche fuori, ma a Roma certamente è cambiato tutto (governo dei papi, monarchia, cosiddetta prima Repubblica) ma nel vocabolario corrente l’invettiva bagnata per consolarsi della mancata vittoria resiste imperterrita. Figurarsi poi quando l’acqua è torrenziale e provoca i disastri come quelli degli ultimi giorni. C’è però una parziale novità. Accanto alla imprecazione di rito si è aggiunta, con enfasi minacciosa, la promessa di rintracciare e punire i colpevoli. Si afferma pertanto che non siamo dinanzi a fenomeni impunibili dovuti a Giove pluvio o all’effetto serra. Sarebbero difficili in questo caso gli indirizzi degli avvisi di garanzia e le notifiche. Ministri ed ex, sindaci, amministratori regionali, ecc. sono preavvertiti.Sfogliando gli atti parlamentari, si nota che un disegno di legge per la sistemazione del suolo fu presentato dal governo del 1972-73. Non se ne iniziò neppure l’esame. La firma di Malagodi era ostativa. In quel momento i liberali erano in quarantena e non più eredi del Risorgimento.


13 maggio
Un rinvio non negativo

La stampa ha commentato in chiave negativa la richiesta del primo ministro israeliano di differimento dell’incontro a Washington con Arafat, dopo la fumata nera dei colloqui londinesi della Segretaria di Stato Usa. Può reputarsi invece una pausa utile per evitare che un risultato nuovamente mancato esasperi gli animi e allontani di più il conseguimento della pace. Gli incontri tra le parti sono produttivi solo se ben preparati, in una cornice di riservatezza. Per lunghi anni Arafat fu tenuto al bando e chi – come la Comunità europea – riteneva necessaria la via del negoziato tra Israele e l’Olp veniva classificato oltre Oceano un guastafesta e addirittura un nemico degli ebrei. Quindici anni dopo si corresse l’errore e fu preparato, segretamente dai norvegesi, il grande incontro tra Rabin e Arafat con il risultato concreto della creazione dell’Autorità palestinese. Lo sviluppo è purtroppo molto lento. In parallelo con i contatti diplomatici dovrebbero decollare iniziative miste nella zona franca. E se molti operatori di altri Paesi destineranno qui i loro insediamenti si avrà veramente una cornice solida per nuovi progressi politici. Israele dovrebbe poter concludere le feste del cinquantenario con un rafforzamento della “sicurezza nella pace”.


14 maggio
Decentramento visibile

La notizia che Palazzo Wedekind non verrà demanializzato è molto importante. Ufficiale o no che fosse il proposito, l’idea di un ampliamento – per di più così visivo – del numero di immobili ministeriali strideva con il dibattito in corso per un effettivo decentramento statale.
L’altra sera in un servizio televisivo con gli industriali veneti il conduttore ha fatto fatica a indirizzare la platea verso una forte riduzione del numero dei ministeri. Sostenevano che dovessero essere chiusi tutti. Roma rimarrebbe città sede del cristianesimo e città archeologica (con una piccola appendice regionale laziale).
Sono tendenze massimaliste ma, se invece di immetterle su binari ragionevoli, si desse lo scandalo di ampliare la mappa degli edifici pubblici, l’onorevole Bossi dovrebbe inviare un diploma di benemerenza secessionista.


17 maggio
La foto di Frank

Conobbi Frank Sinatra alla Casa Bianca nel 1972. È nel protocollo di Washington che durante la visita di un capo di Stato o di governo si offra una serata musicale scegliendo l’intrattenitore con qualche notazione specifica. L’origine italiana di Sinatra indusse Richard Nixon a invitarlo. E fu lieto che come compenso chiedesse soltanto una fotografia con la coppia presidenziale e con noi ospiti. Sembra che al ritorno nel giro ufficiale, dopo un periodo di quarantena, tenesse moltissimo.
Scambiai con lui solo qualche parola e quando venne per un tour in Italia non lo incontrai. Non vorrei però che la fotografia di quella sera fosse utilizzata – in mancanza di meglio – per il lungometraggio siciliano di cui si è iniziato il sesto anno di riprese.


22 maggio
I sermoni non servono

L’annuncio degli esperimenti nucleari dell’India ha suscitato ovunque emozione, propositi di castighi (o almeno di sospensione degli aiuti) e manifestazioni di protesta. È quasi giusto. Perché dico «quasi»? Perché il vero problema sta nello smantellamento delle armi nucleari esistenti nel mondo. Si è arrivati a concordare la distruzione di metà, ma questa saggia linea non ha più fautori e sembra estranea al dibattito internazionale. Un grande Paese come l’India non ci sta e vuole disporre di questo mezzo di deterrenza verso possibili minacce di altri. A sua volta il Pakistan si sente potenzialmente minacciato dal potente vicino e annuncia propositi imitativi. Può svilupparsi una micidiale proliferazione atomica a bloccare la quale non giovano scomuniche e sermoni. L’Onu promuova una robusta ripresa del negoziato globale di disarmo nucleare. Per il momento gli indiani si sentono maltrattati e si stringono con una tendenza unificante di tipo nazionalista che è spesso l’effetto degli embarghi e delle sanzioni. Si badi, io partecipo alla emozione generale per quanto è accaduto. Ma non mi sembrano efficaci né legittimi certi interdetti.


23 maggio
Pippo for president

Se non vi saranno nuovi ripensamenti, il capo dello Stato non sarà più eletto dai parlamentari insieme ai rappresentanti delle Regioni ma uscirà da una consultazione diretta di tutto il popolo. È il metodo già in vigore per i sindaci che ha dato buona prova. Vi è però una sensibile differenza. Anche se nelle grandi città non è facile la conoscenza personale dei candidati, vi sono mezzi ravvicinati per apprezzarne le capacità e le virtù. Sul piano nazionale invece risulterà determinante l’influenza delle televisioni con il rischio di vittoria non del migliore ma del candidato più telegenico e telepopolare. In America si dice che se fosse esistita la televisione non sarebbe mai stato eletto Abramo Lincoln, dato il suo aspetto così lugubre. Personalmente poteva convenirgli risparmiandosi l’attentato mortale, ma gli Stati Uniti non avrebbero avuto un grande presidente che segnò una svolta anche nei diritti umani. Si dice che con l’elezione diretta si metterà fine al prepotere dei partiti. Su questo si può dubitare perché dei canali di orientamento ci saranno sempre. Potrà venire fuori una presidenza di Pippo Baudo? E chi dice che sia una disgrazia?


25 maggio
Dove Nenni fece bene

Nemmeno un panegirista o una innamorata di Pietro Nenni sarebbero disposti ad attribuire al leader socialista romagnolo una particolare competenza giuridica. Eppure, nei pochi mesi che ebbe a disposizione per coordinare, come ministro per la Costituente, il lavoro preparatorio dell’Assemblea, riuscì a mobilitare tutte le migliori forze disponibili, facendo predisporre un ottimo materiale (anche comparativo) e attivando all’esterno dibattiti efficaci e approfonditi. Conservo la raccolta del relativo bollettino, redatto graficamente alla meglio sulla grossolana carta disponibile e senza l’ausilio di quei mezzi elettronici e simili di cui oggi forse si sconta la disponibilità per eccesso. Non dovremmo sentirci sottovalutati noi parlamentari e anche i commentatori politici se andassimo a studiare quelle carte, non indugiando nelle stucchevoli dispute sugli schemi gastronomici della bravissima Maddalena Letta. Vi troveranno tra l’altro due illustrazioni lucidissime dei possibili sistemi di legge elettorale. Perché la gente ne fosse informata i rispettivi relatori le esposero anche alla radio, sempre a cura del Ministero Nenni. L’Assemblea costituente adottò con grande convinzione il metodo proporzionale.


28 maggio
Aborto e diritti umani

Al monito del Papa contro la legislazione abortista non si può rispondere invocando l’autonomia del potere civile, e neppure con la messa allo studio di correzioni alla legge Balzamo. Mi sembra che si debba avere il coraggio e la lealtà di porre il problema anche nell’ambito dei diritti umani che formano oggi parte essenziale delle nuove aggregazioni interstatali tra cui l’Unione europea e l’Organizzazione di cooperazione e sicurezza. Non è quindi una decisione solo italiana. Se è vero che la scienza riconosce la “vita” nell’embrione al momento del concepimento e non più dopo un numero x di mesi o dopo l’articolarsi di un minimo di struttura degli organi, ne consegue che l’aborto è un assassinio. Con la stessa logica moderna con cui si sostengono i diritti delle donne vanno riconosciuti i diritti della persona umana come tale. Non è questione di accorciare i mesi della normativa vigente o di riconsiderare il tema del coinvolgimento del padre. Resta l’angoscioso dubbio nel caso di pericolo di morte della madre. Vent’anni fa sul piano scientifico le convinzioni erano meno nette o almeno meno divulgate. Oggi non è lecito fingere di non sapere. Occorre individuare la strada giusta e correre ai ripari.


31 maggio
Scendere in piazza ricordando i baschi di gedda
L’espressione «scendere in piazza» ebbe nel dopoguerra il significato minaccioso di pressione di massa per costringere le autorità ad adottare o a revocare un provvedimento. Ma ci fu un giorno nel quale le strade di Roma si riempirono come d’incanto di giovani cattolici convenuti da tutta l’Italia per rinnovare solennemente la fedeltà alla promessa di ispirare la loro vita al trinomio programmatico di preghiera, azione e sacrificio.
Ci fu chi ironizzò sui “baschi di Gedda” e chi temette che la mobilitazione preludesse a un movimento integralista di contestazione al pluralismo democratico. Ma furono interpretazioni maliziose e riduttive. La “gente” comprese che si trattava di una riserva morale sulla quale la nazione poteva fare affidamento per un sostegno spirituale al progresso sociale altrimenti dissacrante.
Il ricordo di quel grande raduno era spontaneo ieri dinanzi alla pacifica invasione di centinaia di migliaia di cattolici aderenti ai “movimenti” che hanno integrato o sostituito la vecchia Azione cattolica. Sono venuti a esprimere fedeltà a un Papa che sempre più interpreta le aspirazioni a un effettivo umanesimo integrale.
Ed è stato imperativo il richiamo all’unità sostanziale ammonendo – come fece a suo tempo san Paolo con i Corinti – a «non fare a pezzi Cristo» dividendosi in cristiani dello stesso Paolo, di Cefa o di Apollo.


10 giugno
Ricordo quando cercÒ di salvare Moro dalle Br

L’omaggio internazionale alla memoria del cardinale Casaroli è stato ieri di una ampiezza e di una multilateralità straordinarie. A uomini di Chiesa si sono uniti statisti, diplomatici e giuristi di ogni continente. Ma forse per l’illustre scomparso – uscito di scena in punta di piedi, come viveva da anni – non sono tanto le condoglianze ufficiali a suscitare commozione, quanto il pianto sommesso di tante piccole famiglie romane, delle quali don Agostino è stato da decenni e per più generazioni assistente affettuoso, amico comprensivo, instancabile consolatore. Vale in misura eccelsa quel che usa dirsi per i diplomatici della Santa Sede: non sono ambasciatori che in più dicono messa; ma sono sacerdoti che hanno come componente del proprio ministero la rappresentanza della Chiesa nel mondo, senza invadere i ruoli dell’episcopato e delle Chiese locali.
Qualche anno fa, quando tutti i Paesi europei, più Stati Uniti e Canada, si ritrovarono a Parigi per riconfermare e aggiornare la politica di sicurezza e cooperazione, il cardinale Casaroli poté far notare, con perdonabile soddisfazione, di essere l’unico dei firmatari dell’Atto di Helsinki del 1975 che era ancora lì a rappresentare il Papa in questo atto di altissimo valore politico, che agli inizi si poteva giustamente definire profetico. Per l’Italia, a Helsinki aveva firmato Aldo Moro. Chi gli aveva obiettato la contraddizione con le teorie di sovranità limitate che Breznev non smetteva di enunciare rispose: «Breznev passerà e questi valori manterranno il loro costruttivo vigore».
Casaroli e Moro. Tre anni più tardi il cardinale, accanto a Paolo VI, cercò di fare il possibile e l’impossibile per strappare Aldo dalla morsa delle Br. Lunedì prossimo sarà presentato il libro di documentazione specifica curato da monsignor Pasquale Macchi. La prefazione è stata scritta dal cardinale Casaroli, che sarebbe certamente stato all’Istituto Sturzo in questa significativa convocazione. Quando lunedì sera si apprese che lo avevano ricoverato per accertamenti sperammo che si trattasse davvero soltanto di riscontri e di controlli. Non è andata così.
Chiamare sorella la morte dovrebbe essere spontaneo per un cristiano. Ma è tanto difficile.


12 giugno
Guerra e pace

Leggendo che era stata raggiunta la pace ho avuto per un attimo la piacevole sensazione che fosse finita sul nascere l’inopinata ripresa di guerra tra l’Etiopia e l’Eritrea. Niente affatto. Si trattava dell’annuncio che dopo tre ore di colloquio a Portofino la pace era stata fatta tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Che e da quando fossero in guerra non è noto neppure agli addetti ai lavori. Ma nella stessa giornata alla voce dei due leader si era aggiunta quella del terzo uomo, Massimo D’Alema, per il quale sembra che la preoccupazione più angosciosa è che si torni al passato. Era stato insieme ai due ospite dei Giovani industriali. Le tribune politiche, oltre quelle televisive, sono parecchie; manca solo quella istituzionale. Ben di rado infatti il dibattito si svolge nella sede propria del Parlamento. Non dovrebbe dispiacere ai segretari dei tre maggiori partiti (e agli altri) un consiglio. In attesa delle auspicate riforme, esprimano le loro idee in Parlamento e promuovano un dibattito pubblico tra gli eletti che aiuti la gente a capire. Nel passato questo accadeva.


15 giugno
Combattiamo il secessionismo con la ragione

Mentre attraverso trattati internazionali si dilata il concetto di cittadinanza e si afferma la libertà di circolazione oltre le frontiere almeno dei cittadini comunitari, il Consiglio dei ministri è dovuto intervenire per bloccare la delibera di un Comune lombardo (Lazzate) che ha fissato modifiche alla procedura dei concorsi privilegiando i «residenti in determinate aree». Il governo si appella alla Costituzione che assicura l’eguaglianza dei cittadini nell’accesso agli uffici pubblici. Sul piano giuridico nulla da dire. Se si vogliono cambiare norme fondamentali, non lo può fare isolatamente un ente locale, che può oltretutto risentire di quello spirito partigiano che porta a diffidare dei “forestieri”. In quanto alla lamentela nordica per una forte prevalenza di impiegati meridionali, non ha fondamento perché per molti anni i settentrionali hanno disertato i concorsi avendo altre e più attraenti opportunità di lavoro. Ciò non vuole dire che il problema non esiste e che il reclutamento regionale possa essere introdotto. Non vorrei passare per un leghista, ma il secessionismo si combatte meglio ragionando che non con le demonizzazioni e le invettive.


17 giugno
Non hanno ideali se non lo cantano

Mi associo – anche senza farne una tragedia – al rammarico di quanti osservano che tutti i nostri calciatori restano muti durante l’esecuzione dell’inno nazionale.
E se questa afonia si nota negli incontri bilaterali, diviene più pungente nelle intense giornate dei campionati mondiali, quando di inni se ne ascoltano ogni giorno sei o almeno quattro. Mi domando però se non si debba trovare una attenuante a questo silenzio italico. In effetti la Repubblica non ha mai scelto il suo inno ufficiale.
All’indomani del referendum del 1946 in un semplice comunicato del Consiglio dei ministri si rese noto che per il giuramento dei militari si adottava provvisoriamente l’Inno di Mameli.
Per qualche tempo l’argomento fu oggetto di discussioni, in parallelo con la sorte della bandiera; al posto della croce sabauda nella banda bianca doveva collocarsi un simbolo nuovo o l’insieme delle quattro Repubbliche marinare? Alla fine prevalse il tricolore puro e semplice, mentre la disputa tra i favorevoli e i contrari all’elmo di Scipio continuò senza grande impegno sondandosi il favore comparativo tra il coro del Nabucco e quello dei Lombardi (di Padania allora non si parlava).
Un deputato musico, Corrado Terranova, cercò di risolvere il caso componendo un inno originale, che a sue spese fece incidere e diffondere, ma senza alcun pratico risultato.
Intanto le cancellerie straniere sollecitavano la decisione e erano pronte in caso di visite di Stato dei presidenti italiani.
Al silenzio ufficiale riparò la solerzia del Cerimoniale, dando al Mameli l’investitura praticamente ufficiale. Nell’attesa erano accaduti nel mondo due episodi spiacevoli per l’esecuzione burocratica della vecchia Marcia reale non so se con o senza il complemento del Salve o popolo di eroi (Giovinezza).
Ormai è cosa fatta e il Mameli è divenuto di ruolo. Chi giustificasse la bocca chiusa con la provvisorietà dell’inno non avrebbe alibi.


19 giugno
Madri e figlio

I meno sguaiati tra i ragazzini della mia generazione non sfuggivano nelle liti al malvezzo di evocare qualche volta la madre del contendente; ma lo facevano in forma per così dire attenuata, chiamandolo: «Figlio di una cooperativa». Comunque il sospetto di pluralità riguardava soltanto i padri, perché «mater semper certa est». Ma questo fino alla prima Repubblica; perché si è appresa ora l’esistenza di un consorzio genetico a tre, con maggioranza assoluta di donne. Faccio fatica a riconoscere che si tratti di progresso. Tornando al latino, sembrava la versione romanesca del «filius matris ignotae». D’ora in poi non solo le genitrici saranno note, ma più di una. A noi sembrò indice di grande civiltà l’abolizione di quel degradante N.N. Ma non pensavamo agli sviluppi di cui tra l’altro non si parla nelle riviste culturali, ma nelle cronache quotidiane, con quale impatto negativo è facile ritenere.


23 giugno
Einaudi e i giornali

All’indomani della tumultuosa conclusione a Palazzo Madama del dibattito sulla legge elettorale del 1953, una delegazione di parlamentari della sinistra si recò al Quirinale per chiedere al capo dello Stato di non considerare valido un voto emesso in una confusione babelica. I protestanti agitavano i giornali con cronache molto colorite della poco edificante seduta della Camera alta.Einaudi rifiutò l’udienza e fece rispondere lapidariamente: «Il presidente non legge i giornali e conosce solo i messaggi inviatigli dalle Camere». In quello del presidente Ruini si diceva soltanto che ad appello nominale la legge era stata approvata a maggioranza. Nulla da dire sul piano formale. Per il resto, essendo lì come sottosegretario, non potrei definire esagerate le cronache della stampa, sulle tavolette divelte dai banchi; sul tentativo di Velio Spano, dalla tribuna sovrastante la presidenza, di scagliare una poltrona sul seggio presidenziale; sul chiasso da curva sud che copriva largamente la “chiama” del segretario. Per fortuna non vi erano ancora le riprese televisive.Si sarebbe visto altrimenti una specie di marziano al banco del governo: ero io, con l’unico casco protettivo disponibile (il cestino della carta) contro l’infuriare dei lanci. Einaudi non lesse i giornali, ma firmata la legge, sciolse anche il Senato che, a norma di Costituzione, aveva ancora un anno di vita.


24 giugno
I senatori «Esteri» ignorano la partita

Se uno studioso, scartabellando di qui a trenta anni gli atti del Senato, si domandasse perché mai l’assemblea il 23 giugno 1998 non si riunì come sempre alle 16.30 ma alle 18.00 cercherebbe invano i motivi nel verbale della seduta, destinata tra l’altro ad un tema non molto incisivo come i termini in materia di acque di balneazione. Noi sappiamo benissimo che alle 16.00 di ieri si giuocava in Francia la partita Italia-Austria in una fase delicata delle qualificazioni del campionato mondiale di calcio. Sarebbe stato impossibile pretendere che i senatori si privassero di questa trasmissione televisiva, né poteva mettersi uno schermo in aula magari soltanto con il video. Anche se qualche mese fa il Senato ha ospitato in aula un concerto diretto dal maestro Gazzelloni. Ma non era in giorno parlamentare lavorativo. Torna però ad onore dei senatori della Commissione Esteri che, avendo iniziato alle quindici un incontro con il presidente del Parlamento europeo, allo scoccare della sedicesima ora sono rimasti fermi ai loro posti. Oltretutto richiamare l’attenzione dell’ospite spagnolo Gil Robles sul torneo in corso non sarebbe stato molto delicato.



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