CHIAPAS. In bilico tra speranze di pace e rischio di nuove stragi
Attenti all’alibi della guerra di religione
Da alcuni mesi si sta cercando di avvalorare la tesi che le tensioni nella piccola ma strategica regione messicana siano provocate dallo scontro tra i cattolici e le sette. Una mistificazione. Come spiega Miguel Alvarez Gándara, segretario esecutivo della Commissione nazionale di intermediazione (Conai). Intervista
Intervista con Miguel Alvarez Gándara di Davide Malacaria
«Il più grande aiuto che può dare
la Chiesa alla costruzione della pace in Chiapas è la
speranza» afferma Miguel Alvarez Gándara, segretario esecutivo
della Conai, la Commissione nazionale di intermediazione, nata su
iniziativa del vescovo Samuel Ruiz García per favorire la pace in
Chiapas. La speranza è una bambina, scriveva Péguy, che
cammina per mano alle sue sorelle più grandi, la fede e la
carità. All’apparenza sono le maggiori a portare la fanciulla,
in realtà avviene il contrario. E ora sembra che questa bambina
debba faticare di più per portare le sorelle. In un tempo di
drammatica attesa, tra speranze di pace e rischi di nuovi massacri.
Per cercare di capire meglio la situazione chiediamo ausilio alla Conai. Miguel Alvarez Gándara ci riceve in un ufficio a Città del Messico. Offre un caffè. «All’inizio, dopo l’insurrezione dell’Ezln [Esercito zapatista di liberazione nazionale] del gennaio ’94, fu il governo a chiedere a Samuel Ruiz di porsi come mediatore» spiega. «Allora la Conferenza episcopale messicana creò una commissione composta da sei vescovi, con a capo lo stesso presidente della Conferenza episcopale, per favorire il dialogo e la pace in Chiapas. Uno di questi sei vescovi era monsignor Samuel Ruiz». Più tardi, il 13 ottobre ’94, Ruiz lancia una nuova iniziativa pubblica, allargando questo ruolo di mediazione a persone della società civile. Nasce la Conai. Riprende Miguel Alvarez: «La Conai viene riconosciuta prima dagli zapatisti e quindi dal governo. Non è un organo ecclesiale, ma ha di fatto il sostegno della Conferenza episcopale, tramite la commissione composta dai sei vescovi e trova sostegno in vari organismi civili, politici, universitari e accademici». Il lavoro della Conai dà i suoi frutti nella negoziazione di San Andrés, un pacchetto di accordi nati dalla convergenza di richieste del governo e degli zapatisti. «Si era giunti alla definizione di sei temi su cui negoziare: diritti e cultura indigena, democrazia e giustizia, sviluppo e benessere, situazione e diritti della donna, partecipazione politica e sociale dell’Ezln, distensione militare e, da ultimo, riconciliazione della società chiapaneca. A differenza di altri processi di pace, in Chiapas si era stabilito di stilare una lista di argomenti da trattare: raggiunto l’accordo sul primo punto si doveva iniziare il lavoro di compimento e di verifica di questo mentre, simultaneamente, iniziava la trattativa sul secondo tema e così via. Un primo accordo su diritti e cultura indigena si era raggiunto il 16 febbraio del ’96, ma poi il dialogo si è fermato». Passano i mesi e poi, nel novembre ’96, a tentare di sbloccare la situazione è la Cocopa (Commissione di concordia e pacificazione). «È una commissione nata per favorire il dialogo e la pace» continua Miguel Alvarez. «Istituita dal governo, rappresenta una parte, non è quindi un organismo di mediazione come la Conai. In ogni caso la Cocopa decide di raccogliere quanto negoziato a San Andrés e di farne una proposta di riforma costituzionale. La proposta viene accettata dall’Ezln, ma trova l’opposizione del governo». Nel frattempo in Chiapas si moltiplicano i gruppi paramilitari e la tensione sale. Si arriva così alla strage di Natale del ’97, ad Acteal. «Il massacro ha obbligato il governo a rivedere la sua strategia, il suo atteggiamento diventa più sicuro, più aggressivo. Da questo clima nasce la proposta di legge lanciata ora. Ma è una proposta pericolosa che invece di favorire la pace, rischia di creare nuove tensioni, perché la pace non si costruisce solo con una legge. Gli accordi di San Andrés prevedevano anche una legge, ma soprattutto una serie di impegni, normative, accordi politici, amministrativi. Insomma è un problema più complesso, si tratta di elaborare una riforma costituzionale, in cui è necessario tener presente le esigenze di milioni di indigeni che chiedono di essere riconosciuti come popolo. Inoltre occorre dare all’Ezln il diritto di intervenire in questa iniziativa legislativa, diritto che proprio il governo gli aveva accordato. Attualmente questa proposta deve essere vagliata dal Congresso, insieme alle iniziative legislative elaborate dal Pan [Partito di azione nazionale] e dai Verdi. Ma il Prd [Partito della rivoluzione democratica] e alcuni senatori del Pri [Partito rivoluzionario istituzionale] hanno avanzato la proposta di allungare i tempi di discussione e di approvazione della legge, finché non si trovi un modo per garantire che anche l’Ezln possa intervenire». Intanto la situazione in Chiapas resta critica, alcune chiese cattoliche restano chiuse, e i catechisti sono intimiditi e minacciati. «In questo periodo il governo sta accreditando l’ipotesi che le cause del conflitto siano da ricercare in problemi locali e, tra questi, i contrasti religiosi» spiega il segretario esecutivo della Conai. «Da una parte i cattolici con la diocesi di San Cristóbal, dall’altra i paramilitari con le loro simpatie verso le sette di origine nordamericana. È un problema che esiste, ma perché queste tensioni vengono alimentate e strumentalizzate a fini politici. Ma non è certo questa la causa del conflitto, che invece ha radici diverse, da ricercare in fattori economici, politici, sociali. Oltretutto se i contrasti religiosi sono identificati come causa del conflitto, automaticamente la diocesi di San Cristóbal diviene parte del conflitto e causa di tensione; e si squalifica il suo ruolo di mediazione e di ausilio alla costruzione della pace». Ruiz è stato anche bersaglio di critiche per le sue posizioni vicine alla teologia della liberazione. Replica Miguel Alvarez: «In questi anni Ruiz è stato invitato da varie diocesi del mondo, ha visitato la maggior parte dei Paesi del mondo occidentale, oltre che tanti Paesi latinoamericani e asiatici. E tante sono state le presenze di vescovi e sacerdoti che in questi anni hanno visitato San Cristóbal. Tutto questo dimostra il sostegno che trova l’impegno della diocesi a favore della pace. E come questa opera sia rispettata e sostenuta all’interno della Chiesa anche nelle diversità di orientamenti pastorali». E continua sottolineando come un ruolo di mediazione non sia estraneo alla missione episcopale, tanto che sono molti i vescovi e gli uomini di Chiesa chiamati a svolgere questa funzione nei tanti conflitti che attualmente insanguinano il mondo: «La costruzione della pace è un servizio evangelico. Quando a un uomo di Chiesa viene richiesto questo compito non si può tirare indietro» commenta Miguel Alvarez. Ai tanti costruttori di pace ultimamente si è aggiunta Rigoberta Menchú, Nobel per la pace ’92: «Rigoberta» ricorda il segretario esecutivo della Conai «quando era esule dal Guatemala è stata ospitata dal vescovo Ruiz e ha documenti d’identità messicani. Ma non può lavorare come fosse un indigeno messicano, e la pace deve essere costruita dai messicani. Lei ne è cosciente e sa che il suo ruolo è la testimonianza».
Durante la settimana santa le speranze di riconciliazione hanno ripreso respiro. «In quei giorni duecento sacerdoti provenienti da tutte le diocesi del Messico sono andati in Chiapas» dice Miguel Alvarez «come segno di comunione e di sostegno al lavoro di riconciliazione e di pace svolto dalla diocesi». Insieme ai sacerdoti è sceso in questo ultimo lembo del territorio messicano anche il presidente della Conferenza episcopale messicana, il vescovo di Torreón, monsignor Luis Morales Reyes. Dopo aver manifestato la sua solidarietà ai vescovi di San Cristóbal, in conferenza stampa ha detto parole di speranza. Riportiamo, come conforto per la fede e a sostegno delle speranze di pace, le sue dichiarazioni riprese da un giornale messicano. Per il conforto alla pace. Alla fede: «Adesso che sembra che il problema sia più complesso, io sento che queste dense tenebre possono annunciare una pronta pioggia apportatrice di pace». E alla domanda sul perché di questa speranza il prelato rispondeva: «Mi baso su Gesù Cristo, re della pace, non perché abbia molti indicatori di tipo sociale […]. Credo che Lui ci aiuterà perché questa pace giunga presto, tocchi i cuori di tutte le persone coinvolte, senza escludere nessuno, perché trovino nelle loro divergenze spazi di convergenza per il bene del Messico, del Chiapas, degli indigeni e dei più poveri. È solo una speranza, un anelito che si appoggia sulla mia fede».
La speranza bambina che trascina. Anche nei momenti difficili. Intanto a metà maggio 134 osservatori italiani, tra cui un prete e quattro parlamentari, giunti a Taniperlas, un villaggio del Chiapas ad alto rischio (si teme una nuova Acteal), sono stati aggrediti da contadini filogovernativi e alcuni di loro espulsi dal Messico con la revoca del visto per i prossimi dieci anni. «Ingerenza straniera» è il commento del governo messicano. Fotografia di una situazione complessa e delicata.
Per cercare di capire meglio la situazione chiediamo ausilio alla Conai. Miguel Alvarez Gándara ci riceve in un ufficio a Città del Messico. Offre un caffè. «All’inizio, dopo l’insurrezione dell’Ezln [Esercito zapatista di liberazione nazionale] del gennaio ’94, fu il governo a chiedere a Samuel Ruiz di porsi come mediatore» spiega. «Allora la Conferenza episcopale messicana creò una commissione composta da sei vescovi, con a capo lo stesso presidente della Conferenza episcopale, per favorire il dialogo e la pace in Chiapas. Uno di questi sei vescovi era monsignor Samuel Ruiz». Più tardi, il 13 ottobre ’94, Ruiz lancia una nuova iniziativa pubblica, allargando questo ruolo di mediazione a persone della società civile. Nasce la Conai. Riprende Miguel Alvarez: «La Conai viene riconosciuta prima dagli zapatisti e quindi dal governo. Non è un organo ecclesiale, ma ha di fatto il sostegno della Conferenza episcopale, tramite la commissione composta dai sei vescovi e trova sostegno in vari organismi civili, politici, universitari e accademici». Il lavoro della Conai dà i suoi frutti nella negoziazione di San Andrés, un pacchetto di accordi nati dalla convergenza di richieste del governo e degli zapatisti. «Si era giunti alla definizione di sei temi su cui negoziare: diritti e cultura indigena, democrazia e giustizia, sviluppo e benessere, situazione e diritti della donna, partecipazione politica e sociale dell’Ezln, distensione militare e, da ultimo, riconciliazione della società chiapaneca. A differenza di altri processi di pace, in Chiapas si era stabilito di stilare una lista di argomenti da trattare: raggiunto l’accordo sul primo punto si doveva iniziare il lavoro di compimento e di verifica di questo mentre, simultaneamente, iniziava la trattativa sul secondo tema e così via. Un primo accordo su diritti e cultura indigena si era raggiunto il 16 febbraio del ’96, ma poi il dialogo si è fermato». Passano i mesi e poi, nel novembre ’96, a tentare di sbloccare la situazione è la Cocopa (Commissione di concordia e pacificazione). «È una commissione nata per favorire il dialogo e la pace» continua Miguel Alvarez. «Istituita dal governo, rappresenta una parte, non è quindi un organismo di mediazione come la Conai. In ogni caso la Cocopa decide di raccogliere quanto negoziato a San Andrés e di farne una proposta di riforma costituzionale. La proposta viene accettata dall’Ezln, ma trova l’opposizione del governo». Nel frattempo in Chiapas si moltiplicano i gruppi paramilitari e la tensione sale. Si arriva così alla strage di Natale del ’97, ad Acteal. «Il massacro ha obbligato il governo a rivedere la sua strategia, il suo atteggiamento diventa più sicuro, più aggressivo. Da questo clima nasce la proposta di legge lanciata ora. Ma è una proposta pericolosa che invece di favorire la pace, rischia di creare nuove tensioni, perché la pace non si costruisce solo con una legge. Gli accordi di San Andrés prevedevano anche una legge, ma soprattutto una serie di impegni, normative, accordi politici, amministrativi. Insomma è un problema più complesso, si tratta di elaborare una riforma costituzionale, in cui è necessario tener presente le esigenze di milioni di indigeni che chiedono di essere riconosciuti come popolo. Inoltre occorre dare all’Ezln il diritto di intervenire in questa iniziativa legislativa, diritto che proprio il governo gli aveva accordato. Attualmente questa proposta deve essere vagliata dal Congresso, insieme alle iniziative legislative elaborate dal Pan [Partito di azione nazionale] e dai Verdi. Ma il Prd [Partito della rivoluzione democratica] e alcuni senatori del Pri [Partito rivoluzionario istituzionale] hanno avanzato la proposta di allungare i tempi di discussione e di approvazione della legge, finché non si trovi un modo per garantire che anche l’Ezln possa intervenire». Intanto la situazione in Chiapas resta critica, alcune chiese cattoliche restano chiuse, e i catechisti sono intimiditi e minacciati. «In questo periodo il governo sta accreditando l’ipotesi che le cause del conflitto siano da ricercare in problemi locali e, tra questi, i contrasti religiosi» spiega il segretario esecutivo della Conai. «Da una parte i cattolici con la diocesi di San Cristóbal, dall’altra i paramilitari con le loro simpatie verso le sette di origine nordamericana. È un problema che esiste, ma perché queste tensioni vengono alimentate e strumentalizzate a fini politici. Ma non è certo questa la causa del conflitto, che invece ha radici diverse, da ricercare in fattori economici, politici, sociali. Oltretutto se i contrasti religiosi sono identificati come causa del conflitto, automaticamente la diocesi di San Cristóbal diviene parte del conflitto e causa di tensione; e si squalifica il suo ruolo di mediazione e di ausilio alla costruzione della pace». Ruiz è stato anche bersaglio di critiche per le sue posizioni vicine alla teologia della liberazione. Replica Miguel Alvarez: «In questi anni Ruiz è stato invitato da varie diocesi del mondo, ha visitato la maggior parte dei Paesi del mondo occidentale, oltre che tanti Paesi latinoamericani e asiatici. E tante sono state le presenze di vescovi e sacerdoti che in questi anni hanno visitato San Cristóbal. Tutto questo dimostra il sostegno che trova l’impegno della diocesi a favore della pace. E come questa opera sia rispettata e sostenuta all’interno della Chiesa anche nelle diversità di orientamenti pastorali». E continua sottolineando come un ruolo di mediazione non sia estraneo alla missione episcopale, tanto che sono molti i vescovi e gli uomini di Chiesa chiamati a svolgere questa funzione nei tanti conflitti che attualmente insanguinano il mondo: «La costruzione della pace è un servizio evangelico. Quando a un uomo di Chiesa viene richiesto questo compito non si può tirare indietro» commenta Miguel Alvarez. Ai tanti costruttori di pace ultimamente si è aggiunta Rigoberta Menchú, Nobel per la pace ’92: «Rigoberta» ricorda il segretario esecutivo della Conai «quando era esule dal Guatemala è stata ospitata dal vescovo Ruiz e ha documenti d’identità messicani. Ma non può lavorare come fosse un indigeno messicano, e la pace deve essere costruita dai messicani. Lei ne è cosciente e sa che il suo ruolo è la testimonianza».
Durante la settimana santa le speranze di riconciliazione hanno ripreso respiro. «In quei giorni duecento sacerdoti provenienti da tutte le diocesi del Messico sono andati in Chiapas» dice Miguel Alvarez «come segno di comunione e di sostegno al lavoro di riconciliazione e di pace svolto dalla diocesi». Insieme ai sacerdoti è sceso in questo ultimo lembo del territorio messicano anche il presidente della Conferenza episcopale messicana, il vescovo di Torreón, monsignor Luis Morales Reyes. Dopo aver manifestato la sua solidarietà ai vescovi di San Cristóbal, in conferenza stampa ha detto parole di speranza. Riportiamo, come conforto per la fede e a sostegno delle speranze di pace, le sue dichiarazioni riprese da un giornale messicano. Per il conforto alla pace. Alla fede: «Adesso che sembra che il problema sia più complesso, io sento che queste dense tenebre possono annunciare una pronta pioggia apportatrice di pace». E alla domanda sul perché di questa speranza il prelato rispondeva: «Mi baso su Gesù Cristo, re della pace, non perché abbia molti indicatori di tipo sociale […]. Credo che Lui ci aiuterà perché questa pace giunga presto, tocchi i cuori di tutte le persone coinvolte, senza escludere nessuno, perché trovino nelle loro divergenze spazi di convergenza per il bene del Messico, del Chiapas, degli indigeni e dei più poveri. È solo una speranza, un anelito che si appoggia sulla mia fede».
La speranza bambina che trascina. Anche nei momenti difficili. Intanto a metà maggio 134 osservatori italiani, tra cui un prete e quattro parlamentari, giunti a Taniperlas, un villaggio del Chiapas ad alto rischio (si teme una nuova Acteal), sono stati aggrediti da contadini filogovernativi e alcuni di loro espulsi dal Messico con la revoca del visto per i prossimi dieci anni. «Ingerenza straniera» è il commento del governo messicano. Fotografia di una situazione complessa e delicata.