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CINA
tratto dal n. 05 - 1998

CATTOLICI. Intervista con il vescovo coadiutore di Hong Kong

Un realismo che viene da lontano


Il Sinodo per l’Asia in Vaticano si è aperto e chiuso nel segno del Celeste impero. Monsignor Joseph Zen fa il punto sullo stato dei rapporti tra la Chiesa di Cina e il governo. E racconta difficoltà, aperture, escamotage per vivere la fede nel regime comunista…


Intervista con Joseph Zen di Gianni Valente


Le due poltrone dell’aula sinodale che erano riservate a Mattia Duan Yinming, vescovo di Wanxian, e Giuseppe Xu Zhixuan, suo coadiutore, sono rimaste vuote. Eppure la Chiesa cattolica di Cina ha segnato con la sua ingombrante assenza tutta l’assemblea del Sinodo per l’Asia, svoltasi in Vaticano tra il 19 aprile e il 14 maggio. L’intera kermesse sinodale si è aperta e chiusa nel segno della Cina. Durante la cerimonia d’apertura, il Papa stesso aveva annunciato di aver convocato tra i padri sinodali anche i due anziani vescovi cinesi. Un gesto forte di apertura, visto che i due vescovi scelti rappresentavano le persone giuste per rompere il ghiaccio che dal ’51 si è formato nei rapporti tra Santa Sede e regime di Pechino: ambedue fedeli al papa (Duan Yinming era stato nominato vescovo da Pio XII, prima della rottura tra la patria di Mao e il Vaticano) e ambedue riconosciuti dall’Associazione patriottica, l’organismo governativo con cui il regime di Pechino pretende di controllare la vita della Chiesa di Cina. Ma le autorità cinesi non hanno concesso ai due vescovi il permesso di venire a Roma, giustificando il veto proprio con l’assenza di rapporti diplomatici con la Santa Sede. Il Papa, nell’omelia della messa di chiusura del Sinodo, ha di nuovo dedicato un ampio passaggio alla Cina, esprimendo il proprio dispiacere per il mancato arrivo dei due vescovi convocati e auspicando che «mentre la Repubblica popolare cinese si apre sempre di più al resto del mondo, anche alla Chiesa di Cina sia consentito di aprirsi sempre più alla Chiesa universale».
Tra i “sinologi” cattolici prevale la sensazione di una grossa occasione mancata. Si registra il fatto che la Cina ha respinto un’apertura senza precedenti, considerato che era la prima volta che il Papa invitava pubblicamente a un’assemblea ecclesiale in Vaticano due vescovi riconosciuti dal governo, di cui uno (il coadiutore Xu Zhixuan) nominato dall’Associazione patriottica cinese. Per alcuni l’esito negativo dell’iniziativa vaticana è dovuto forse in parte anche all’eccessiva precipitazione dei diplomatici della Santa Sede. L’invito ai due vescovi cinesi è stato pubblicizzato prima che da Pechino fosse giunto alcun segnale esplicito di consenso (c’erano state solo alcune comunicazioni verbali con i funzionari dell’ambasciata cinese a Roma).
30Giorni ha parlato del caso Cina con Joseph Zen, il salesiano sessantaseienne vescovo coadiutore di Hong Kong, l’uomo che la Santa Sede ha messo a fianco del cardinale John Baptist Wu per guidare la Chiesa dell’ex colonia britannica negli anni incerti del ritorno alla madrepatria cinese.

La Cina ha negato il visto ai due vescovi invitati dal Papa al Sinodo per l’Asia. Lei era stato informato dell’iniziativa vaticana?
JOSEPH ZEN: Il fatto di aver convocato Duan Yinming e il suo coadiutore mi era stato comunicato pochi giorni prima di recarmi a Roma per il Sinodo. Mi sembrava che avessero scelto le persone giuste, visto che i due vescovi sono riconosciuti dal governo. Poi, quando sono arrivato a Roma, la notizia dell’invito è stata resa pubblica dal Papa durante la messa per l’apertura del Sinodo...
Il fatto di rendere pubblico l’invito prima di avere la certezza di ottenere il permesso cinese non ha forse complicato la vicenda?
ZEN: Si tratta di sapere cosa voleva la Santa Sede. Se si voleva far venire Duan Yinming a Roma, si doveva prima trattare in maniera riservata e assicurarsi il consenso del governo cinese. Se tale consenso non era stato esplicitamente garantito, era prevedibile che un annuncio pubblico dell’invito avrebbe provocato una risposta negativa. La Cina è suscettibile, non fa concessioni a richieste e iniziative esterne che possano essere interpretate come un cedimento o una smentita delle sue precedenti posizioni. Ma forse la dinamica è stata un’altra. Forse la Santa Sede ha prima chiesto il permesso, e poi, visto che non arrivava, si è decisa a far conoscere al mondo l’atteggiamento di chiusura della Cina, rendendo pubblico l’invito a Duan. Ma, ripeto, se volevano Duan al Sinodo, il fatto di rendere pubblico l’invito prima di avere ricevuto il nullaosta rendeva non realistica ogni attesa.
C’è forse in ambienti ecclesiastici l’idea che la Chiesa possa approfittare della prossima visita di Clinton a Pechino per risolvere i suoi problemi con la Cina...
ZEN: Nella attuale disperata situazione, in cui sembra che la Cina non sia interessata ad intavolare un dialogo diretto con la Santa Sede, si capisce che questa si serva dei buoni uffici dei rappresentanti diplomatici di altre nazioni. Per un cinese, invece, la cosa è molto diversa. Comprendo come Pechino si irriti nel caso che un cinese si rivolga a potenze straniere per far pressione sul governo. Prima del ritorno di Hong Kong alla Cina, sono venute a trovarci diverse delegazioni di congressmen americani. Anch’io le ho incontrate e ho risposto alle loro domande, ma premettevo sempre: guardate, quello che vi dico, non ve lo dico perché poi voi andiate a difendere le nostre cose con la Cina. Se devo dire qualche cosa a Pechino ci vado io. Pensare di affidarsi alla potenza americana per risolvere i problemi dei cattolici in Cina è pericoloso, rischia di riaccendere il vecchio pregiudizio di chi in Cina ha sempre descritto il cattolicesimo come uno strumento delle invasioni e delle interferenze occidentali. Un problema, questo, che c’era già secoli prima del comunismo. Anche Celso Costantini, il primo delegato apostolico della Santa Sede in Cina, quando arrivò a Pechino nel 1922 rifiutò di farsi accompagnare dai rappresentanti delle potenze europee, e preferì presentarsi da solo davanti alle autorità cinesi. Scrisse nel suo diario, spiegando i motivi di questa scelta: «Di fronte specialmente ai cinesi, ho creduto opportuno di non dover accreditare in alcun modo il sospetto che la religione cattolica apparisca come messa sotto tutela e, peggio ancora, come uno strumento politico al servizio delle nazioni europee...».
Lei, da Hong Kong, ha avuto problemi a venire a Roma per il Sinodo?
ZEN: Non ho dovuto chiedere permessi. Ad Hong Kong finora siamo abbastanza liberi in questo senso. Col nostro documento possiamo entrare e uscire quando vogliamo. Possiamo andare liberamente anche nella Cina continentale. Io ci sono andato già due volte da quando Hong Kong è tornata sotto il controllo di Pechino. Prima di partire ho sempre informato i funzionari dell’agenzia Nuova Cina (l’agenzia stampa che ad Hong Kong nel periodo coloniale ha sempre funzionato come sede di rappresentanza del regime di Pechino, ndr), per evitare problemi. In un caso mi hanno fatto alcune obiezioni e ho ritenuto opportuno posticipare il viaggio. Non volevano che incontrassi vescovi e sacerdoti prima della Conferenza nazionale dei rappresentanti cattolici cinesi che si è tenuta a gennaio per rieleggere i vertici degli organismi patriottici. Forse temevano che potessi influenzarli con qualche indicazione proveniente da Roma, dove ero stato di passaggio qualche mese prima.
Cosa è cambiato ad Hong Kong dopo il ritorno alla Cina?
ZEN: Per la Chiesa non è cambiato niente. Anche i missionari stranieri sono abbastanza soddisfatti, quelli che risiedevano a Hong Kong da più di sette anni hanno potuto ottenere la cittadinanza perpetua. Ma a livello sociale e politico, sotto sotto, si avvertono i segnali della restrizione. Sono state resuscitate le leggi più severe di controllo sociale della dominazione britannica, che nell’ultima fase coloniale erano cadute in disuso fino ad essere formalmente abolite. L’Assemblea legislativa eletta “quasi” democraticamente nel 1995, è stata sostituita da Pechino con un’Assemblea legislativa provvisoria che doveva anzitutto fare le leggi elettorali per la prima vera Assemblea legislativa della regione speciale di Hong Kong, eletta il 24 maggio di quest’anno. Quelle leggi erano estremamente contorte e congegnate in modo da impedire il successo delle forze democratiche critiche verso Pechino, che invece avevano trionfato nelle elezioni volute dal governatore britannico Patten... (alle elezioni del 24 maggio, i partiti democratici hanno comunque conquistato ben 14 dei 20 seggi eletti a suffragio universale, ndr).
In realtà neanche il regime coloniale era democratico. Solo nella fase finale furono celebrate elezioni democratiche, dopo decenni di regime oligarchico-coloniale. E comunque, anche la Chiesa è stata invitata a partecipare alla designazione dei nuovi legislatori. Come avete risposto?
ZEN: Rispondo all’affermazione con cui lei ha introdotto la sua domanda, dicendo che è vero che sotto il regime coloniale non c’era democrazia, ma c’erano le libertà, mentre si teme che nel nuovo regime le libertà non si salveranno senza la democrazia. Venendo alla domanda: come dicevo, il sistema elettorale era farraginoso. Dei sessanta legislatori, solo venti sono stati eletti a suffragio universale, mentre trenta sono stati scelti dalle corporazioni professionali e gli ultimi dieci sono stati indicati da un comitato di ottocento persone, rappresentanti di diverse categorie sociali: finanzieri, amministratori locali, pescatori, e anche rappresentanti delle religioni. Alla religione cattolica sono stati assegnati sette posti nel comitato degli ottocento. Noi, come rappresentanti della Chiesa cattolica, abbiamo detto chiaro che questo sistema di designazione è balordo, che è un pasticcio e va corretto, e abbiamo evitato di nominare rappresentanti ufficiali. Ma anche per non dare l’impressione di boicottaggio, e per non privare di tale opportunità i fedeli che volevano partecipare, abbiamo consentito che dal basso le parrocchie e i gruppi designassero i loro rappresentanti.
Ha avuto notizie sulla Conferenza nazionale dei rappresentanti cattolici cinesi? Cosa pensa dei nuovi vertici eletti alla guida degli organismi patriottici?
ZEN: All’Assemblea erano presenti più o meno duecento rappresentanti, tra cui una quarantina erano i vescovi. Si sa che le elezioni si fanno ad alzata di mano, di fronte a tutta l’Assemblea e a rappresentanti del governo. Il vescovo di Nanchino, Giuseppe Liu Yuanren, eletto alla presidenza del Consiglio dei vescovi, è una buona persona, ma è molto timoroso. E si sa che il presidente dell’Associazione patriottica ha una posizione superiore al presidente del Consiglio episcopale. Si sa anche che tra i vescovi prevale la linea di chi vuole la normalizzazione dei rapporti di comunione col Vescovo di Roma, ma evidentemente ciò non è ancora permesso.
In Occidente si segue ancora lo schema per cui in Cina ci sarebbero due Chiese cattoliche: una clandestina, fedele al papa, e una ufficiale, emanazione del governo. È una semplificazione? E quali sono i rapporti tra i due gruppi ecclesiali?
ZEN: Le cose sono molto complesse, differenti da una situazione locale all’altra, cambiano col tempo, quindi è impossibile ridurre tutto in uno schema. In generale i vescovi clandestini e quelli riconosciuti dal governo non collaborano tra loro, a volte si contrappongono, in forma più o meno marcata.
Può descrivere qualche situazione locale che dia l’immagine di come sono i rapporti tra i diversi gruppi?
ZEN: Faccio alcuni esempi. In alcune province del nord, fino a poco tempo fa, le comunità “clandestine” lo erano solo di nome, agivano in pubblico, allo scoperto, e per questo ora le stanno schiacciando. Un altro esempio: in una grande città, il vescovo clandestino è conosciuto dalla polizia, ogni tanto viene convocato dagli ufficiali di governo per rendere conto di quello che fa, ma riesce a vivere tranquillo, può ricevere ospiti e anche libri. Vi è poi un’altra grande città, dove c’è un vescovo ufficiale, tra i primi ad essere consacrati senza il permesso della Sede apostolica, e un vescovo clandestino, vecchissimo ma ancora vivace. Questi due vescovi si sono messi d’accordo. Il vescovo clandestino è uscito allo scoperto, portando con sé tutti i preti che lo seguivano, ed è andato a risiedere nel seminario. Il governo non lo riconosce vescovo, ma tutti lo chiamano vescovo. Chiamarlo così non fa niente, l’importante è non scriverlo. È un uomo tranquillo, tutti gli vogliono bene, è come un grande padre. Qualche volta viene a trovarlo da un altro distretto urbano un altro vescovo clandestino: questo è un duro, uno che non cede a nessun compromesso, e il governo prova a schiacciarlo. L’altro gli dà buoni consigli, ad esempio gli dice: «Quando gli ufficiali del governo vengono a parlarti, non c’è bisogno che tu dica subito no a ogni richiesta. Digli invece: ci penserò sopra, e intanto ti godi altri tre mesi di libertà. Quando tornano, gli dici che ci sono dei problemi, che ci devi ancora riflettere. Se invece dici subito no, finisce che ti cacciano via dalla cattedrale o ti arrestano». Io, questi due, li ammiro entrambi. Ma ammiro di più quello prudente.
Di recente, in riferimento ai rapporti tra Vaticano e Cina, il canonista Giorgio Feliciani ha ricordato le varie forme in cui la Santa Sede, anche nel presente, continua ad accettare l’intervento degli Stati e dei poteri politici nelle nomine episcopali. Potrebbe questa via contribuire alla normalizzazione dei rapporti tra Santa Sede e Pechino?
ZEN: Ma guardi che già lo sanno. A Pechino sanno bene che la Santa Sede sarebbe disposta a grosse concessioni sulle richieste che fanno. Sono loro che non vogliono cedere niente.
Anche rispetto a Taiwan? Ha raccolto qualche reazione negativa, da parte cinese, sulla creazione di un cardinale a Taiwan nel corso dell’ultimo Concistoro?
ZEN: Da Pechino non è arrivata nessuna protesta per la nomina del cardinale taiwanese. Sarebbe ridicolo che la Cina protestasse. Da Roma il Santo Padre potrebbe rispondere: volete il cardinale? Ve ne do due, basta che non abbiate nulla in contrario al fatto che io sono il papa. Ma se non mi riconoscete come papa, come faccio? Se nomino due cardinali cinesi, dite subito che interferisco nei vostri affari interni. Per questo non hanno protestato. Anzi, qualche giornalista ha scritto che la Santa Sede ha nominato il cardinale taiwanese per concedere una consolazione a Taiwan, prima di chiederle un sacrificio...


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