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ORDINI RELIGIOSI
tratto dal n. 05 - 1998

«Sovveniva il povero e, cosa dilettevole a vedersi, sempre se ne stava allegro»


Così veniva descritto dai contemporanei Girolamo Emiliani, il fondatore dei Somaschi, che nel marzo di settant’anni fa è stato proclamato protettore universale degli orfani. Era un nobile patrizio veneziano vissuto nel XVI secolo che, abbandonati titoli e proprietà, insieme ad alcuni amici cominciò a occuparsi dei diseredati dell’Italia del Nord sconvolta dalla fame e dalla peste


di Paolo Mattei


È il 27 agosto 1511: un uomo combatte sugli spalti della fortezza di Castelnuovo di Quero, nella Repubblica di Venezia. È a capo di un manipolo di suoi compagni decisi a vendere cara la pelle contro i soldati alleati dell’imperatore tedesco Massimiliano d’Asburgo, capo della Lega di Cambrai, in guerra contro la Serenissima. Quell’uomo si chiama Girolamo Emiliani. È una battaglia impari: i soldati del castellano Emiliani, che strenuamente difendono la guarnigione veneziana situata in una posizione importante per la sicurezza della Repubblica di San Marco, sono in numero troppo inferiore rispetto agli agguerriti nemici, e sperare nella vittoria è illusorio. Il tramonto vede tre soli superstiti. E, alla fine, un solo prigioniero, Girolamo, per il cui rilascio la taglia richiesta è troppo esosa e la sua famiglia, benché nobile e facoltosa, non può permettersi di pagarla. Il governo della Repubblica, dal canto suo, spera in una futura rivincita e nella conseguente liberazione del prigioniero. Il quale, nel frattempo, viene ospitato nei sotterranei del suo castello, chiuse le caviglie in pesanti ceppi ed il collo incatenato a una ponderosa palla di marmo. Una salus victis nullam sperare salutem: il poveretto forse non poteva fare di meglio.
Eppure, qualche anno dopo, questo nobile patrizio veneto darà speranza e gioia a una moltitudine di persone che incontrerà sulla sua strada, e la sua vita sarà interamente dedicata ai poveri e ai diseredati che popolavano, in quegli anni, l’Italia settentrionale. Fonderà una Compagnia che sarà all’origine dei Chierici regolari somaschi e il 16 luglio 1767, circa due secoli dopo la sua morte, sarà proclamato santo.

Il nobile Emiliani
Girolamo era nato nel 1486 a Venezia, «situata nelle lagune dell’Adriatico, ricca di splendidi palazzi e di una multiforme popolazione proveniente da ogni parte del mondo, rinomata per l’antico, glorioso e libero dominio, e umanamente così splendida da non aver bisogno di lode altrui»: così descrive la città l’anonimo redattore della prima biografia del santo. La scrive nel 1537, anno della morte di Emiliani, discendente «da una nobilissima famiglia che è soprannominata Ca’ dei Miani, ma, come molti affermano, essa si deve chiamare Emiliani». Una schiatta illustre, insomma, da sempre inserita negli affari di governo, che ha sempre onorato e servito la Repubblica attraverso il gran numero di «Prelati e Senatori» che l’hanno resa famosa. Girolamo, ultimo di quattro fratelli, non traligna dall’impegnativa tradizione familiare e segue fedelmente il cursus honorum a cui è destinato, da giovane servitore al Gran Consiglio, alla Reggenza della fortezza di Castelnuovo di Quero. Certo non ebbe un’infanzia facile, poiché rimase orfano di padre quando aveva dieci anni e fu costretto ad accollarsi le ereditate incombenze del commercio laniero: fu l’occasione per affinare le innate doti di abile organizzatore, di intelligente uomo d’affari. Ma, noblesse oblige, il servizio al doge richiedeva il suo impegno anche nella vita pubblica e militare, durante la quale, racconta il biografo amico del santo, «non seppe evitare quei disordini comuni alla gente d’armi dei nostri giorni» che trasformano l’esercito «in un disonesto e pessimo latrocinio, peggio, in una sentina d’ogni immoralità». Il tirocinio pubblico lo condusse, alla fine, a combattere per la sua patria e a guardare la morte negli occhi. Il giovane Girolamo «di costituzione forte e nervosa, alle volte pronto all’ira» si trovò prostrato e solo, su un freddo pavimento degli ipogei del suo castello ormai in mano al nemico. Fu quella l’occasione in cui si affidò all’aiuto della Madonna, della quale aveva sentito parlare quando, bambino, la madre gli insegnava a pregare. Gli anni passati non avevano sbiadito quel ricordo, che riaffiorava in quell’attimo con una chiarezza sorprendente assieme alla memoria dei racconti sui miracoli che, nel Santuario della Madonna Grande di Treviso, Maria aveva fatto a cavalieri e uomini d’armi: «Avendo sentito nominare» si legge su un manoscritto del 1531 «questa Madonna di Treviso, con umile cuore si raccomanda a Lei, promettendo di visitare questo luogo miracoloso, venendo scalzo, in camicia, e di far celebrare messa». Girolamo manterrà subito la promessa. Racconterà lui stesso, la mattina del 28 settembre 1511, ai Canonici di San Salvatore, che officiavano il Santuario trevigiano, di essere stato liberato dalla Madonna la sera precedente: «Et lui proprio contò questo stupendo miracolo», si legge ancora oggi in uno dei libri conservati nel Santuario per registrare i miracoli operati dalla Vergine. In quel luogo sono ancora oggi esposti gli oggetti della cattività di Girolamo.

I primi amici
«Sovveniva il povero con quanta elemosina poteva, lo consigliava, lo visitava, lo difendeva e, cosa dilettevole a vedersi, sempre se ne stava allegro...». I veneziani erano rimasti colpiti dal cambiamento del loro illustre concittadino. Un cambiamento non repentino, ma che, nel tempo, mostrava di essere il segno di qualcosa d’altro che era intervenuto nella sua vita. Aveva avuto incontri che confermavano il bene ricevuto nel giorno decisivo della sua liberazione. E si affidava a quegli uomini che erano il segno tangibile di quel bene da cui era stato visitato: «Preferiva la compagnia di quelli che lo potevano aiutare con il consiglio o con l’esempio o con la preghiera». Nel 1527 conosce Gaetano Thiene che aveva fondato a Venezia, sette anni prima, l’Ospedale degli Incurabili e la Confraternita del Divino Amore. Sta con lui e lo segue nei luoghi da lui frequentati. Diventa amico del vescovo Gian Pietro Carafa, futuro papa Paolo IV. Di lui Girolamo si ricorderà per tutta la vita nelle sue preghiere. Questi e molti altri amici lo circonderanno negli anni a venire. Saranno anni di incontri e di grazia, anni pieni di una bellezza che era giunta inaspettata nella vita di un uomo che aveva già iniziato il regolare tirocinio proprio del suo lignaggio e che, probabilmente, mai si sarebbe immaginato che qualcosa potesse stravolgere così decisivamente quel nobile cliché.

I piccoli orfani di Girolamo
«Nel 1528 sopravvenne (come ognuno sa e con lacrime ricorda) tanta carestia per l’Italia e l’Europa che per le campagne, borghi e città si vedevano morire migliaia di persone. [...] In conseguenza di questa calamità, innumerevoli file di uomini, inteso che nella nostra città si poteva trovare di che vivere più che in altre d’Italia, se ne vennero a Venezia con le mogli e i figli. [...] Si vedevano i disgraziati nelle piazze e nelle vie [...] silenziosamente piangere la imminente loro morte». Girolamo ha di fronte questo spettacolo terribile quando, insieme ad alcuni amici, decide di costruire un ospedale-ospizio per accogliere i bisognosi di assistenza che l’Ospedale degli Incurabili non riesce a contenere. Si chiamerà Bersaglio, dal nome del terreno su cui è costruito. Girolamo è, in quella circostanza, circondato da un gran numero di bambini orfani che lo seguono ovunque e che lui accoglie anche in casa sua. Il loro numero aumenta, i parenti di Girolamo sono, alla fine, infastiditi da quel rumoroso viavai di ragazzini che scompigliano e creano disordine. Un disordine festoso che Girolamo decide di trasferire altrove, nel quartiere di San Basilio, dove in una casa presa in affitto allestisce un laboratorio per «batter la lana», in cui i bambini imparano un mestiere dignitoso per guadagnarsi da vivere.
Il Bersaglio e San Basilio sono le due prime opere del futuro santo. Che nel frattempo si ammala della peste generata dal protrarsi della carestia. Ma che il Signore tiene in vita perché «Iddio non abbandona mai quelli che si mettono al suo servizio, ma anzi suole far cose nuove e mirabili nei suoi servi».
I bambini orfani che Girolamo raccoglie e assiste a Venezia aumentano continuamente. La voce circola, si viene a sapere che c’è un padre per la moltitudine dei fanciulli che hanno perduto i genitori. Lo raggiungono, gli si stringono attorno, così come sono, vestiti del poco che nelle giornate randagie non è andato lacerato e perduto. Stanno con lui, così come sono, senza il pudore di chiedere aiuto come solo i piccoli sanno fare. E Girolamo li accoglie, li porta a casa, ne affitta un’altra nel quartiere di San Rocco: là «aperse una tal scuola che mai Socrate si sognò di veder uguale, nonostante la sua sapienza». Si sposta in continuazione dall’una all’altra casa, per dirigere la vita quotidiana di quell’irrequieta compagnia di ragazzini di strada e fissa le «buone usanze» da rispettare per la civile convivenza. Alcuni maestri artigiani insegnano ai fanciulli a costruire brocche, a confezionare berrette, a rifinire il panno e altro ancora. Girolamo, che da poco aveva di fatto abbandonato tutti gli impegni che lo legavano ancora alla conduzione degli affari pubblici e di famiglia, per dedicare tutto il suo tempo all’assistenza dei suoi piccoli amici, mette in atto anche con loro le sue singolari capacità organizzative e manageriali istituendo il commercio dei manufatti.
Ma gli viene chiesto di più. C’è bisogno di lui anche negli ospedali, che aveva un po’ trascurato per la cura degli orfani, «ed egli, così disposto a non voler legare l’anima sua (fatta a immagine di Dio) ad alcuna opera particolare, per eseguire in tutto la volontà del Signore vi andò», riunendo nell’Ospedale degli Incurabili le due case dei bambini.

I primi miracoli
Tra il marzo e l’aprile del 1532 Girolamo lascia Venezia. È l’inizio di un viaggio che lo porterà in varie città del territorio della Repubblica veneta e anche fuori di esso. Infatti è chiamato a Verona dal vescovo monsignor Giberti, poi si reca, nel maggio dello stesso anno, a Brescia, dove fonda, con l’aiuto di alcuni cittadini facoltosi, un orfanotrofio. In estate fa tappa a Bergamo, invitato dal vescovo Pietro Lippomano. Aiutato economicamente da nobili, magistrati, mercanti e medici, il patrizio veneziano, che aveva abbandonato, ormai anche ufficialmente, tutti i suoi averi, apre due case per gli orfani. Attentissimo ai diversi temperamenti e alle diverse personalità dei bambini, ne rispetta le caratteristiche, facendoli, a seconda dei casi, studiare o lavorare. Da alcuni di loro si fa accompagnare per la cittadina e nelle campagne circostanti a invitare «i paesani alla beata vita del santo Vangelo». È a Bergamo che Girolamo è protagonista di quei primi miracoli che lo faranno diventare leggendario quando è ancora in vita: quattro pani donati da uno sconosciuto sono moltiplicati e sfamano abbondantemente le ventotto bocche degli orfani della casa di San Leonardo che quel giorno non avevano nulla da mangiare. E un’altra volta, in analoghe circostanze, Girolamo si rivolge pregando alla Divina Provvidenza che apparecchia miracolosamente la mensa. Con l’aiuto del vescovo fonda anche una casa per le prostitute convertite. Sarà la terza fondazione bergamasca. Ad opera di un uomo semplice, che rimarrà nello stato laicale per tutta la vita.
Intanto aumenta il numero dei suoi amici, tra i quali anche due sacerdoti, don Agostino Barili e don Alessandro Besozzi, nei quali egli già vede, probabilmente, i primi membri della Compagnia che si accinge a fondare.

A Milano
«Girolamo Miani andava in cerca d’orfani pezzenti e sbandati per nutrirli e per disciplinarli con quella premura che metterebbe un ambizioso a diventare educatore del figlio d’un re...». Sono le parole di un milanese illustre, Alessandro Manzoni, ex alunno somasco, scritte nel capitolo XV delle Osservazioni sulla morale cattolica. A Milano Girolamo approda tra il dicembre del 1533 e il gennaio del 1534. La fama della sua santità lo aveva preceduto presso il duca Francesco II Sforza, il quale gli offre ospitalità presso la corte. Ma Girolamo preferirà alloggiare in una modestissima dimora accanto alla chiesa del Santo Sepolcro. Il duca di Milano però non rinuncia ad adoperarsi per aiutarlo e gli mette a disposizione due case dipendenti dall’Ospedale di San Martino, una per gli orfani l’altra per le orfane. “Martinitt”: così verranno chiamati, e il termine ancora oggi è usato, i piccoli ospiti dei due orfanotrofi. A Milano, intorno a Girolamo, si crea un grande movimento di persone che lo aiutano e lo accompagnano nella realizzazione delle opere. Numerosi gentiluomini, affascinati da quest’uomo, elargiranno generosamente aiuti economici per sostentare i “suoi” bambini abbandonati. E Francesco Sforza concede in suo favore un’ampia lettera commendatizia indirizzata a vescovi, prelati, ecclesiastici, autorità civili del ducato esortandoli ad assecondare attivamente le opere che egli intende intraprendere.
«Ancora ringraziamo il nostro Signore Dio e Padre celeste di tutti i doni e grazie che ci ha fatto e che di continuo ci fa, pregandolo che per l’avvenire si degni di soccorrerci in tutte le necessità, sia temporali che spirituali»: così Girolamo ringrazierà Dio in una preghiera in cui si rivolge a Lui, chiamandolo «Dolce padre nostro». «Abbiamo vera speranza in lui solo, perché tutti coloro che sperano in lui non saranno confusi in eterno, e saranno stabili, fondati sopra la ferma pietra». Prega anche per «quelli che sono nella sua grazia, perché accresca loro le virtù e la grazia e li conservi nell’osservanza dei suoi comandamenti», per «i peccatori, perché conceda loro conversione di vita e remissione dei peccati», per «gli infedeli... perché doni loro il lume della fede» e per «tutti i benefattori di tutte le opere, per i procuratori, cassieri, spenditori...».

La casa di Somasca
Il 1534 è l’anno in cui nasce la Compagnia dei servi dei poveri. Girolamo scelse un piccolo villaggio al confine fra la Repubblica veneta e il Ducato di Milano per istituire la dimora di tutta l’opera. Il nome di questo minuscolo paese è Somasca, oggi in provincia di Lecco. E Somaschi vengono comunemente chiamati i chierici della Congregazione, riconosciuta dalla Chiesa per opera di san Pio V il 6 dicembre 1568. A Somasca Girolamo sceglie come casa un castello diroccato, che si trova su un altipiano alle spalle del paese. Lo ristruttura, vi ricava delle austere stanzette, restaura una malridotta cappella dedicata a sant’Ambrogio. «Era uno spettacolo mirabile [...] vedere un gentiluomo veneziano, in abito rustico, in compagnia di molti mendichi [...] e gentiluomini nobilissimi [...] andare per le campagne a zappare, tagliar migli e compiere simili lavori, sempre cantando salmi e inni al Signore». Lo “spettacolo mirabile” di questa compagnia non smette di stupire chi vi si imbatte anche qui, in questo paesino sperduto, in questa zona di confine. Ma ormai tutta la Lombardia ha sentito parlare di lui, delle sue opere, dei miracoli di cui era stato strumento. Farà altri viaggi: sarà a Como, di nuovo a Venezia, poi a Vicenza, a Verona, poi di nuovo a Somasca.
Il suo amico Gian Pietro Carafa è, nel frattempo, diventato cardinale e abita a Roma. Lo invita là, a trovarlo nella Città Santa, che lui, in questi cinque anni di viaggi tra le città e i paesi del Nord Italia, non ha avuto il tempo di visitare. Ma Girolamo sa che non potrà aderire all’invito del suo amico perché sente prossima la sua ora. «Venne dunque, per volontà divina, una epidemia nel Bergamasco»: anche lui è colpito dalla peste e il 4 febbraio del 1537 viene ricoverato in una stanzetta a Somasca. È circondato dai suoi piccoli amici orfani. Accarezza loro il capo. Non vogliono che se ne vada. «In Cielo vi sarò più utile di quanto non lo sia ora in terra», ripete loro. Muore nella notte tra il 7 e l’8 febbraio, dopo aver esortato i suoi amici «ad amarsi l’un l’altro e ad aver cura dei poveri». E ad accudire gli orfani, di cui sarà dichiarato patrono universale giusto settant’anni fa, da papa Pio XI, nel marzo 1928.


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