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NIGERIA
tratto dal n. 04 - 1998

Il diario del cardinale Francis Arinze

Il vero bene dell’Africa


«I mass media hanno collegato i due recenti viaggi nel continente nero: quello dell’inquilino della Casa Bianca di Washington e quello del vescovo di Roma. In realtà si tratta solo di una coincidenza. Ma anche il viaggio del presidente Clinton è un fatto. Speriamo che anche questo viaggio serva a promuovere il vero bene dell’Africa. E sottolineo l’aggettivo vero»


del cardinale Francis Arinze


Roma. Vigilia della partenza. Il viaggio in Nigeria è molto atteso. C’è attesa anche a livello internazionale. Gli occhi sono puntati su quello che il Papa dirà sulla questione dei diritti umani. A questo proposito scende in campo anche lo scrittore nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel in esilio. La mia preoccupazione principale comunque è la beatificazione di padre Cyprian Michael Iwene Tansi. Questo è il motivo del viaggio del Papa. Per questo la visita dura solo tre giorni. Nonostante questo non si può dimenticare che va in un Paese concreto. Non può fare finta di non sapere che va in Nigeria. Per questo sono sicuro che parlerà anche della Nigeria di oggi.
Viaggio in aereo. Durante il volo il Santo Padre si allontana un attimo e va parlare con i giornalisti. Scoprirò dopo che pronuncia una bella frase in difesa della memoria di Pio XII. Il riferimento è al documento sulla Shoah presentato pochi giorni prima dal cardinale Edward Idris Cassidy.
Aeroporto internazionale Nnamdi Azikiwe di Abuja. Discorso di saluto al capo di Stato, generale Sani Abacha. Il Santo Padre riconosce il ruolo avuto dalla Nigeria per il ristabilimento della pace in Sierra Leone e in Liberia. E ammonisce: «Cari amici nigeriani, siete tutti chiamati, nel vostro Paese, a fare appello alla vostra saggezza e alle vostre capacità nel difficile e pressante compito di costruire una società che rispetti tutti i suoi membri nella loro dignità, nei loro diritti e nelle loro libertà».
Abuja. Il Santo Padre incontra il generale Abacha. Noi del seguito non partecipiamo, ovviamente, né a questo incontro né a quello tra il ministro degli Esteri e il segretario di Stato. In questa occasione il cardinale Angelo Sodano fornisce un elenco di sessanta persone, chiedendo, a nome del Papa, che vengano liberate. Il ministro degli Esteri risponde che la questione verrà presa in considerazione. Speriamo bene.
Onitsha, spianata di Oba. È il giorno più importante. Il Santo Padre presiede la solenne liturgia in cui viene beatificato padre Tansi. È il primo sacerdote africano dei tempi moderni che viene elevato agli onori degli altari. Non possiamo dimenticare infatti i grandi santi africani dei primi secoli: Agostino, Cipriano, Cirillo d’Alessandria. Né dobbiamo dimenticare i 22 martiri d’Uganda, uccisi in odium fidei nel 1885 e già canonizzati, e poi altri beati: la suora Clementina e il signor Isidore – entrambi del Congo-Kinshasa –, Victoire del Madagascar. Partecipare alla beatificazione di padre Tansi è per me una gioia immensa. L’ho conosciuto personalmente. È stato lui che mi ha battezzato. Con lui ho fatto la prima confessione. È lui che mi dato la prima comunione. Avevo scelto lui come sacerdote per assistermi nella prima messa celebrata nel 1958 a Roma (allora si usava così), ma essendo monaco trappista non poteva viaggiare dall’Inghilterra e così chiese ad un suo confratello dell’Urbe di rappresentarlo. Padre Tansi aveva molto a cuore l’educazione dei bambini. Non ha retto una scuola media ma aveva scuole elementari. Ricordo che nel ’44 un’intera classe fece l’esame per entrare nel seminario minore. E tutti lo superarono. Il rettore del seminario, un irlandese, rimase molto sorpreso, quasi non voleva crederci. E non ne accettò nessuno. L’anno seguente solo uno è tornato a bussare al seminario. Se quel rettore avesse accettato tutti, chissà quanti sacerdoti ci sarebbero oggi... Tansi non aveva chiesto a nessuno di loro di entrare in seminario, ma la sua figura affascinava talmente quei ragazzi che tutti volevano essere come lui. Era magnifico. Era un sacerdote davanti al quale non si poteva rimanere indifferenti. Predicava come fuoco e spada, perché usava termini chiari, non ambigui. Ma si vedeva anche in lui un uomo di Dio che amava le persone e si sacrificava per loro. La sua parrocchia ne ha generate altre quattordici. Padre Tansi era una persona ascetica. Il suo cuoco aveva poco lavoro, ne aveva molto solo quando aveva degli ospiti. Ma lui era lieto ed era generoso verso gli altri. Io comunque non suggerisco ai sacerdoti africani di mangiare così poco, come faceva padre Tansi. A questo proposito mi permetto di ricordare un aneddoto. Fra i sacerdoti ordinati insieme a padre Tansi nel ’37 c’era anche William Obelagu, scomparso nel 1977. Lo conoscevo bene: quando fui promosso arcivescovo di Onitsha nel ’67, era il sacerdote più anziano del clero nigeriano. Anche lui ottimo sacerdote, ma con un carattere del tutto diverso da padre Tansi. Era estroverso, infatti, mangiava normalmente. Bene, si dice che una volta, mentre si trovavano a mangiare insieme, monsignor Obelagu disse a padre Tansi: «Tu non mangi, tu non bevi vino: tu andrai in Cielo... Io mangio cibo e bevo vino: ma in Cielo andrò anch’io!». Due caratteri diversi, ma tutti e due grandi sacerdoti.

Abuja, nunziatura apostolica. Incontro coi capi musulmani. Sedici anni fa non fu possibile. Questa volta hanno partecipato tutti i venticinque leader nazionali veramente di spicco. Il loro capo, il sultano di Sokoto, capo spirituale dei musulmani nigeriani, ha fatto un lungo discorso. Il Papa legge il suo e poi li saluta uno per uno. Alla fine mi presenta a loro e dice: «Ecco il cardinale Arinze, che proviene dal vostro Paese ed è lui che guida il mio ufficio per i rapporti con le altre religioni, inclusi i musulmani». All’incontro partecipano anche alcuni dei 52 vescovi nigeriani. Non sono tutti, ma è un numero significativo. Pochi sanno che nell’episcopato nigeriano due vescovi sono nati in una famiglia musulmana e uno di loro ha ancora dei fratelli di religione islamica. Questo è significativo del fatto che in Nigeria ci sono dei luoghi in cui la convivenza tra cristiani e musulmani è buona, dove non ci sono problemi. Speriamo che questo possa essere di buon esempio per altri Paesi africani e anche non africani. Cristiani e musulmani devono accettare che in questo mondo la pluralità religiosa è un fatto. Non è una cosa che abbiamo costruito noi: c’è, piaccia o non piaccia. Non possiamo avere unità religiosa con la forza, politica, fisica o economica che sia. Non è degno dell’uomo e non è degno di Dio creatore che ci ha dato la libertà. La nostra religione si può e si deve proporre, certo, mai imporre. C’è posto per tutti. Non che voglia propagare un supermercato delle religioni, ma dove le persone non vogliono accettare il cristianesimo, la cosa da fare è di stabilire buone relazioni. Cristiani e musulmani sono già la maggioranza dell’umanità intera. In Nigeria costituiscono insieme l’85 per cento della popolazione. Perciò tutto quello che i leader cristiani e musulmani fanno insieme è di grande importanza per tutto il Paese.

Abuja, spianata di Kubwa. Il Santo Padre celebra la messa. Il tema conduttore del discorso pontificio è la Chiesa come famiglia. Il Papa parla anche di tutta la nazione come una famiglia. Parla dell’armonia che deve sussistere tra i diversi popoli, tra i diversi gruppi etnici, tra i diversi partiti politici. Dell’armonia tra cristiani di diverse confessioni e tra cristiani e musulmani. Un’armonia di cui la Nigeria e tutta l’Africa ha disperato bisogno. Il Santo Padre poi rivolge un pensiero alle donne, ai bambini, agli ammalati. In questo contesto fa esplicita menzione dei malati di Aids.
Abuja, nunziatura apostolica. Incontro con i vescovi nigeriani. Il Santo Padre ricorda che l’impegno più importante del vescovo è quello di predicare il Vangelo: in primis con la sua vita, col suo esempio, che è più potente delle parole. Il Papa ha lodato l’episcopato per l’azione evangelizzatrice che sta compiendo e chiede di dare molta attenzione ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, ai seminaristi, che grazie a Dio sono numerosi. A questo proposito chiede di essere attenti ai singoli candidati al sacerdozio, perché quando il numero è alto c’è pericolo di non dare abbastanza attenzione al singolo individuo nella formazione. Il Papa poi loda i laici, uomini e donne, sottolinea la collaborazione tra clero e laici, e sprona la presenza dei laici nella società, inclusa la politica. Il Santo Padre ricorda poi il dovere dei vescovi di un arrivederci. Ma il saluto del Santo Padre non è formale. Approfitta di questa occasione per lanciare un appello alla comunità internazionale «affinché non ignori le necessità dell’Africa, ma cooperi con voi e, in uno spirito di sempre maggiore collaborazione, sostenga tutti gli sforzi tesi ad assicurare lo sviluppo e la crescita pacifica del continente». Non è la prima volta che il Santo Padre chiede alla comunità internazionale di non dimenticare l’Africa. Lo ha fatto durante il Sinodo africano. Lo ha fatto nell’esortazione postsinodale Ecclesia in Africa. Lo ha fatto nel discorso di quest’anno al corpo diplomatico e anche in quello del ’97. Proprio in questo stesso giorno il presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, comincia un lungo tour africano. I mass media hanno collegato i due viaggi: quello dell’inquilino della Casa Bianca a Washington e quello del vescovo di Roma. In realtà si tratta solo di una coincidenza. Ma anche il viaggio del presidente Clinton è un fatto. Speriamo che anche questo viaggio serva a promuovere il vero bene dell’Africa. E sottolineo l’aggettivo vero.


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