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LIBANO
tratto dal n. 04 - 1998

Intervista con il ministro degli Esteri

Guerre d’armi e d’altari


Dopo il no alla proposta di Netanyahu per un ritiro “condizionato” dalla “fascia di sicurezza” a sud del Paese, ora il Libano vive al suo interno uno scontro durissimo sull’introduzione del matrimonio civile. E stavolta musulmani e cristiani combattono uniti: per mantenere uno Stato confessionale. Parla Fares Bouez


Intervista con Fares Bouez di Giovanni Cubeddu e Joseph Zogheib


Da lunghi anni Fares Bouez è ministro degli Esteri in Libano. La sua persona è nota in patria e fuori e, dicono i soliti maligni, la sua visita in Italia ed in Vaticano nei primi giorni di aprile è stata una sorta di ulteriore “accreditamento” prima di tentare il prossimo autunno l’avventura di presidente della Repubblica. Ciò gli sarebbe possibile sia in quanto genero dell’attuale capo di Stato Elias Hrawi sia – scherzi a parte – in quanto cristiano maronita, qualità imprescindibile secondo il patto nazionale stipulato nel Paese dal momento dell’indipendenza dalla Francia. Patto secondo cui in Libano si può aspirare alle tre cariche più importanti (Presidenza della Repubblica, Presidenza del Consiglio e Presidenza del Parlamento) solo se si è (o ci si è dichiarati) rispettivamente cristiano maronita, musulmano sunnita e musulmano sciita. La sua visita era programmata da tempo ma il destino ha voluto che cadesse proprio negli stessi giorni in cui il governo Netanyahu dichiarava la disponibilità dell’esercito israeliano a ritirarsi dalla cosiddetta “fascia di sicurezza” del Libano meridionale, occupata da Israele nel 1978 e da sempre campo di battaglia tra i guerriglieri sciiti di Hezbollah e l’esercito occupante. La risoluzione 425 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, già nel marzo ’78 obbligava gli israeliani ad un ritiro totale ed incondizionato, mentre il 1° aprile di quest’anno Netanyahu ha invece collegato il ridispiegamento dei suoi soldati ad «appropriati accordi» per garantirsi da future ed eventuali ritorsioni degli hezbollah “liberati”: magari qualche nuovo lancio di missili sulla Galilea. Beirut, ovviamente, ha sin qui rifiutato l’offerta, perché, come spiega Bouez nell’intervista che segue, qualunque trattativa invaliderebbe la risoluzione dell’Onu e renderebbe il Libano «ostaggio» delle trattative con Israele. Di più: metterebbe apertamente Beirut contro Damasco, che del Libano sinora ha fatto un “protettorato” e che in queste ultime esternazioni di Netanyahu non ha udito alcun accenno alla liberazione delle alture del Golan, anch’esse occupate da Israele sin dal ’67. Problemi gravi, tutti connessi e talvolta neanche ben visibili: basti pensare all’esercito libanese, le cui truppe sono a maggioranza sciita e quindi potenzialmente più sensibili ai richiami anti israeliani nei momenti di tensione. Ben giudicava dunque la risoluzione 425 dell’Onu quando affermava che l’occupazione del Libano «impedisce il raggiungimento di una giusta pace in Medio Oriente». Ed è stato forse involontariamente ironico il ministro della Difesa israeliano Ytzhak Mordechai quando ha negato che la decisione del governo Netanyahu fosse «meramente retorica».
Ma il dramma del Libano non si esaurisce ai conflitti esterni. Già solo la lottizzazione confessionale delle cariche istituzionali fa comprendere come il confronto politico si mescoli ad una “guerra di posizione” tra le diverse fedi religiose, di cui 18 finora ufficiali, tutte con propri organi e tribunali che regolano il culto ed il diritto di famiglia dei cittadini. Ecco perché la proposta lanciata circa un anno fa da Elias Hrawi di un progetto di legge per introdurre il matrimonio civile ha suscitato fortissime ripercussioni: i musulmani, e ultimamente anche i cattolici, in una sorta di tattico gioco al rialzo per la custodia della fede, si sono schierati ufficialmente contro. Forse poco o nulla cambierà per chi ai sacramenti si accostava con vera fede e non come un dovere civico, culturale o sociale di fronte a ministri ed enti religioso-politici, ma i leader religiosi capiscono che rendendo possibile un matrimono civile (peraltro non obbligatorio ma “facoltativo”) inizierebbe la lenta erosione del confessionalismo e dei suoi equilibri consolidati. Soprattutto in un momento nel quale il Paese sta tentando una ricostruzione economica. Non dimentichiamoci poi che Hrawi, nello stesso momento in cui ha lanciato la campagna per il matrimonio civile (progetto di legge ora fatto proprio dal governo), ha chiesto al presidente del Parlamento, lo sciita Nabih Berry, l’istituzione di una commissione che ridiscuta completamente l’assegnazione confessionale delle tre più alte cariche statali. Nel primo e nel secondo caso la parola spetta ora al Parlamento.
Parlare di inizio della laicità dello Stato è assai prematuro, ma l’intervista con Fares Bouez, pur dietro alcune formule da ragion di Stato, focalizza che il Libano si trova ad un punto di svolta e che lo scontro è anche su cosa significhi libertà della fede e intolleranza religiosa. Cattolici compresi.
L’intervista che segue è stata realizzata da padre Joseph Zogheib, responsabile della sezione araba della Radio Vaticana.

Signor ministro, lo scorso 2 aprile, durante il suo incontro con il Santo Padre, gli ha parlato dell’offerta del gabinetto israeliano di ritirare a certe condizioni l’esercito dal sud del Libano? Ha potuto scorgere qualche segno di consenso del Santo Padre al rifiuto libanese?
FARES BOUEZ: La risoluzione 425 è chiara e franca: chiede ad Israele il ritiro immediato e completo senza imporre alcuna condizione al Libano. Ciò significa che il Libano non è tenuto a negoziare né la portata del ritiro, poiché si presume sia integrale, né i tempi della sua attuazione, poiché si presume sia immediata.
Israele non ha quindi il diritto, come sta facendo ora, di aggiungere condizioni non contemplate dalla risoluzione. Ho spiegato a Sua Santità come la strategia di Netanyahu consista nel trascinare il Libano al tavolo dei negoziati: nel momento in cui il Libano dovesse prendere posto a questo tavolo, avrebbe riconosciuto che tale risoluzione non presenta un carattere esecutivo e che i negoziati risultano quindi necessari. Così facendo, il Libano si ritroverebbe ostaggio dei negoziati, in un labirinto senza fine e senza via d’uscita, e ci ritroveremmo davanti ad un’incognita con Israele. Diventa quindi chiaro come, attraverso il vincolo dell’esecuzione della risoluzione a delle condizioni originariamente non presenti nella risoluzione stessa, il governo israeliano stia cercando non di mettere in atto la risoluzione ma di silurarla, usando astutamente i mezzi d’informazione o influenzando psicologicamente. Ho introdotto il Santo Padre in questo clima, e penso che l’interpretazione del Vaticano non differisca da quella libanese, come pure credo che il punto di vista internazionale e quello italiano, espressomi dal presidente Scalfaro, non differiscano affatto da quello libanese. La quantità di dubbi che si nutrono nei confronti della sensatezza e della sincerità di Netanyahu è molto grande su scala mondiale, per non dire che è pressappoco inesistente la sua credibilità.
Il Libano insiste nel voler vincolare la liberazione del suo confine sud alla questione del Golan. Perché?
BOUEZ: Credo che questa domanda esprima davvero il fatto di essere cascati nella trappola israeliana, poiché il Libano non ha affatto associato l’esecuzione della risoluzione 425 a nessun’altra considerazione. Il Libano ha partecipato al processo di pace in base a due principi: l’esecuzione della risoluzione 425, la quale risolverà la questione dell’occupazione del sud del Libano da parte di Israele, e l’esecuzione della risoluzione 242 [la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che obbliga Israele al ritiro dai territori occupati palestinesi e al riconoscimento delle reciproche sovranità israeliana e palestinese sulle proprie terre, ndr], che dovrà determinare un processo di pace e un accordo di pace. La risoluzione 242 presuppone una pace globale tra gli arabi e Israele – non soltanto tra alcuni Paesi arabi e Israele – e presuppone anche dei negoziati. Finché esistono in questo conflitto questioni in comune tra noi e il mondo arabo e tra noi e la Siria in particolare, non possiamo fare altro che agire di concerto con la Siria. I palestinesi hanno abbandonato di loro propria volontà la solidarietà araba e si sono isolati. Solo la comunanza fra Siria e Libano è rimasta in vigore. 1193385325845">BOUEZ: Vorrei dire subito a coloro che spargono queste notizie preoccupanti – le quali a volte prevedono scontri tra l’esercito e la resistenza, altre volte tra la resistenza e gli abitanti, e altre volte ancora infinite complicazioni – che tutte queste profezie sono infondate. Forse alcuni tentano un paragone con il risultato che ebbe il ritiro israeliano dalla regione libanese dello Chouf, nella “guerra della montagna”, come venne chiamata nel 1983. Ma la situazione era completamente diversa. A quei tempi non esisteva alcun vero potere statale, le fazioni libanesi si trovavano in uno stato di guerra, e quel ritiro provocatorio fu attuato per lasciare il campo libero all’esplosione della resa dei conti e dell’odio reciproco. Oggi esiste in Libano uno Stato, esiste anche un esercito ed è tornata la sicurezza; c’è inoltre un’intesa comune in base alla quale la guerra è finita. Posso quindi affermare categoricamente, senza nutrire alcun dubbio in proposito, che qualsiasi ritiro israeliano sarebbe il benvenuto, anzi Israele è tenuto a ritirarsi oggi stesso dal Libano piuttosto che domani.
Signor ministro, cosa pensa dell’introduzione del matrimonio civile nel Paese? In particolare, dopo le reazioni infuocate di leader religiosi musulmani e cristiani contro tale progetto di legge, che stabilisce peraltro un regime facoltativo…
BOUEZ: La risposta si trova già nella domanda, quando lei dice che questo matrimonio è facoltativo. La Costituzione libanese garantisce la libertà a tutte le confessioni di praticare il proprio culto, garantisce a tutti la libertà di credo religioso. Non dice che tale libertà si limita esclusivamente alle varie confessioni, è una Costituzione creata per una società multiculturale e multiconfessionale. Di conseguenza, tale progetto di legge non limita minimamente la libertà di credo delle varie confessioni. Al contrario, conferma a coloro che desiderano un matrimonio civile la libertà di celebrare questo tipo di matrimonio apertamente e senza ipocrisia, senza nascondersi né viaggiare per sposarsi all’estero come tutti fanno oggi.
Alcune confessioni si sono opposte, e io vorrei contestare la loro opposizione, poiché le confessioni non hanno alcun diritto di annullare la libertà degli altri. Anche se io personalmente sono contro il matrimonio civile, in quanto leader politico responsabile sono tenuto a tutelare la libertà di coloro che optano effettivamente per il matrimonio civile.
Ho anch’io una domanda: come queste confessioni possono accettare di legalizzare e confermare un matrimonio civile celebrato all’estero, mentre non accettano che venga celebrato nel Libano? Ma se è così si può allora affermare che il problema non è confessionale, di credo, bensì un problema di libertà. In un passato recente abbiamo riconosciuto la confessione copta perché conta cinquemila seguaci. Supponiamo che vi siano cinquemila laici nel Libano, oppure cinquemila cittadini desiderosi di praticare il matrimonio civile. Con quale diritto possiamo rifiutare di riconoscerli, e con quale diritto possiamo raggirare la Costituzione e il principio della libertà a favore invece di un monopolio confessionale limitato a 18 confessioni soltanto? Pertanto, ribadisco con la massima franchezza che il problema è un problema di libertà. Se un domani un gruppo sociale venisse a dirci che è un gruppo di laici, ciò non escluderebbe che il problema della fede religiosa sia profondamente sentito da questo gruppo, il quale purtuttavia potrebbe volersi sottoporre alla legge civile. Il governo sarebbe allora tenuto a garantirne la libertà, pena la violazione non solo della Costituzione ma degli stessi principi religiosi. Siccome nella religione islamica non vi è alcuna costrizione nella fede, e siccome per i cristiani la religione è, in origine e fondamentalmente, la fede di chi crede liberamente, non si può costringere nessuno né impegnarlo a praticare qualsivoglia credo. Anzi, la religione cristiana ha pagato a caro prezzo il voler trarre norme giuridiche dai testi sacri, norme poi rese obbligatorie per apportare modificazioni obbligatorie ai concetti religiosi; ha anche pagato un caro prezzo per difendere la propria libertà.
Perciò ribadisco, come disse Voltaire: forse, per quanto mi riguarda personalmente, non condivido il parere dei promotori del matrimonio civile. Tuttavia sono pronto a compiere qualunque sforzo e qualunque sacrificio allo scopo di tutelare la libertà degli altri.
Alcune autorità religiose, in particolare cristiane, criticano però l’aggettivo «facoltativo» che denomina il progetto di legge, e chiedono che sia chiamato col suo nome: ovvero un regime matrimoniale civile che sostituirà il matrimonio religioso…
BOUEZ: Lei pensa che costoro vorrebbero sentirci dire che abbiamo adottato il matrimonio civile come matrimonio obbligatorio, ovvero che imponiamo ai cittadini di abbandonare gli insegnamenti delle loro religioni e di abbracciare questo tipo di matrimonio? È questo che vogliono le varie confessioni? Non lo penso proprio. Credo che il carattere facoltativo sia un carattere naturale, autentico e inerente a questa legge. Essa è all’insegna della libertà. Vorrei dire con la massima franchezza che gli uomini di fede devono ottenere dallo Stato i diritti che spettano loro, e la Costituzione deve garantire loro questi diritti. Tuttavia non loro sono tenuti ad interpretare la Costituzione e le libertà a favore di un monopolio del credo e dell’esercizio del culto. Non trovo quindi nessuna contraddizione tra il dovere dei capi religiosi, che esortano i loro seguaci ad attenersi agli insegnamenti della loro religione – e questo è un loro diritto, anzi un loro dovere –, e il riconoscimento del matrimonio civile da parte dello Stato, qualora venga scelto da alcuni, in quanto appunto facoltativo.
Colgo l’occasione per chiedere: secondo i cristiani, la Francia, quale figlia primogenita della Chiesa, non è cristiana perché pratica il matrimonio civile? La Turchia, la Tunisia e il Marocco e i musulmani in quei Paesi non sono musulmani perché praticano il matrimonio civile? Questo non è affatto vero. Nessuno nega la cristianità della Francia e il suo impegno cristiano, il suo ruolo nel cristianesimo e la sua difesa del cristianesimo, anche se in Francia viene praticato il matrimonio civile, e anche se la Rivoluzione ha separato la religione dallo Stato. Nessuno può negare ai musulmani di un certo numero di Paesi arabi ed islamici, i quali praticano legalmente il matrimonio civile, la loro appartenenza alla religione islamica e il loro impegno di musulmani. Dobbiamo uscire da questa demagogia e abbandonare questo modo superficiale di pensare, il quale mira a fare proseliti con la scusa che tale questione leda la religione.


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