Il tempo dell’esilio: quando si impara che è Dio che opera
Una meditazione del cardinale Godfried Danneels, arcivescovo di Mechelen-Brussel
Una meditazione del cardinale Godfried Danneels
La crisi delle vocazioni nei Paesi dell’Europa
occidentale... gli storici
se ne occupano e tentano di fissarne le tappe; se ne occupano i sociologi e
forniscono le loro spiegazioni; gli psicologi se ne occupano e tracciano il
ritratto del giovane moderno. Dei teologi se ne occupano e delineano un
profilo rinnovato dei ministeri ordinati e non ordinati. Dei sinodi si
occupano, tra l’altro, della vita consacrata e della formazione dei
giovani preti. Tutti se ne occupano e questo è un fatto positivo;
tutti danno la loro spiegazione, senza dubbio valida.
Ma vi è un’altra ottica con la quale osservare l’evoluzione di questi ultimi anni: l’ottica della fede. In questo caso si impone un’altra spiegazione: ciò che noi stiamo vivendo è una prova. L’espressione è alquanto forte, ma riflette la mia convinzione. Quando osservo attorno a me e dentro il mio cuore, quando guardo le singole vocazioni e la loro storia, le vicende che abbiamo vissuto in questi ultimi trenta o quaranta anni, non posso non giungere alla conclusione che tutto ciò ha un senso e che il senso è sicuramente quello di una prova che Dio ci manda.
Se Dio manda una prova è per renderci più buoni
Ma Dio non invia mai la prova per suo mero diletto o per mortificarci. Se Dio manda una prova è per renderci più buoni. Non è la prima volta nella storia della Chiesa che in una maniera o in un’altra Dio spinge il suo popolo all’esilio. L’esilio più noto di cui ci parla la Bibbia è quello dei fiumi di Babilonia dove gli ebrei erano stati deportati. Anche in quell’occasione i sociologi avevano dato la loro spiegazione e altrettanto avevano fatto gli storici, – non gli psicologi, perché allora non esistevano ancora – e, senza dubbio, lo stesso avevano fatto i teologi, gli scribi e i farisei. Ma la vera natura dell’esilio babilonese era quella di una prova. E credo che Dio ha qualcosa da insegnare anche alla nostra epoca.
La prima impressione che si ha quando si vive nella prova e in esilio è un’impressione di scoraggiamento e di tristezza: «Perché, mio Dio?» sono le prime parole che ci vengono alle labbra. «Perché, Signore?». Ciò può persino andare oltre lo scoraggiamento, fino alla ribellione. Ma la ribellione resta ancora una preghiera, soprattutto se rivolta direttamente contro Dio, se ci si rivolge a lui come i due rabbini del campo di concentramento di Auschwitz che dicevano: «Signore, tu non esisti, perché se tu esistessi noi non saremmo qui in questa miseria». E dopo essersi ribellati per dieci minuti, dicevano: «E adesso preghiamo». Dio ci mette alla prova in una sorta di esilio e la prima reazione che abbiamo è: «Dio, perché? Non è giusto!». Di fatto, a quanto ci è dato sapere, nel corso della storia della Chiesa mai come nella nostra epoca sono stati fatti così tanti sforzi per le vocazioni con così scarsi risultati. Che non siano mai stati così scarsi non ne sono certo, ma ad ogni modo i risultati sono senza dubbio minimi. Non abbiamo mai avuto in Francia e in Belgio degli educatori e dei seminari così buoni e così pochi seminaristi. Perché, allora?
L’esilio: il tempo dove si impara che è Dio che opera
Se lo si osserva un po’ più da vicino, l’esilio di Israele a Babilonia – che resta l’esilio-tipo, una sorta di icona dell’esilio nella quale possiamo leggere tutto ciò che comporta e implica ogni genere di esilio – ha rappresentato un tempo di benevolenza e di tenerezza estreme di Dio nei confronti del suo popolo. Sono convinto che Dio guarda a noi con la medesima tenerezza mentre ci dibattiamo nella problematica delle vocazioni. La tenerezza di Dio è attratta dai fiumi di Babilonia, come l’acqua attira il fulmine e il tuono. Cosa hanno imparato gli ebrei dall’esilio? Cosa ha donato loro Dio come regalo in questa prova?
La prima cosa che gli ebrei hanno detto, secondo le parole del profeta Daniele, è: «Signore, non abbiamo né templi, né re, né una città santa, né una sinagoga, né una scuola, né offerte, né sacrifici, né preti, né rabbini. Non abbiamo più nulla. La sola cosa che abbiamo» aggiunge il profeta «è un cuore umile e contrito». Sono certo che quarant’anni fa, pur senza dirlo, eravamo assolutamente convinti di poter sistemare, organizzare la Chiesa a nostro piacimento con le nostre sole forze. Ovviamente, se ce lo avessero chiesto avremmo risposto: «No, è opera del Signore». Ma quella era in un certo senso la teoria. Dentro di noi ci dicevamo: «Abbiamo molti sacerdoti, molto personale, una certa potenza e un certo potere, prestigio, mezzi. Dei cento metri che dobbiamo percorrere, per i primi novantacinque ce la sbrighiamo da soli, per i restanti cinque puoi intervenire tu, Signore!». Eravamo convinti che con le nostre forze, la nostra creatività, il nostro prestigio, i nostri mezzi finanziari, le nostre risorse di personale, fossimo in grado di costruire la Chiesa.
Adesso stiamo imparando con lentezza e fatica che non ne siamo affatto capaci. Che è sufficiente un piccolo cambiamento di rotta della storia per privarci di tutte le nostre sicurezze, dei nostri sostegni e che, come gli ebrei sulla riva dei fiumi di Babilonia, ci domandiamo: «Signore, cosa abbiamo ancora? Cosa ci resta?». L’altro giorno, un giovane di diciotto anni mi diceva: «Monsignore, se non mi sbaglio, le sue cose non vanno poi tanto bene!». Gli ho risposto: «Lo dici meglio di me!». Le cose stanno esattamente in questo modo. Il Signore ci insegna che non è con la forza «dei cavalli e degli eserciti», con grandi mezzi, che costruiremo il Regno di Dio. Perché ce lo insegni adesso e non lo abbia fatto cinquant’anni fa, è affar suo. Forse cinquant’anni fa non eravamo in grado di recepirlo. Ora, è chiaro, impariamo a vivere nella dipendenza, apprendiamo progressivamente e duramente a rinunciare al mito dell’autosufficienza spirituale ed ecclesiastica; un insegnamento salutare ma duro. Impariamo di nuovo ciò che la teologia ci aveva già insegnato come una tesi assolutamente astratta, situata da qualche parte nella storia del IV e del V secolo, ai tempi del dibattito sulla grazia di sant’Agostino. Senza saperlo eravamo tutti dei pelagiani. Cosa vuol dire questo? Che noi eravamo persone che pensavano di poter costruire il Regno di Dio con le loro proprie forze. Pelagio diceva: «È sufficiente avere un po’ di volontà e si arriva al cielo!». Siamo noi con la nostra libertà a decidere ciò che faremo, e siamo noi che in pratica meritiamo il nostro cielo. No, diceva Agostino, «tutto è grazia». Noi possiamo semplicemente accogliere la grazia, e questo è tutto. Il pelagiano, limitando le pretese, ribatteva: «Sì, ma per lo meno all’inizio siamo comunque responsabili». Costoro erano i cosiddetti semipelagiani. E Agostino rispondeva di no anche ai semipelagiani. «Tutto è grazia».
a beatitudine; ma quando il Signore ci dice: «È giunto il momento», noi non capiamo più nulla. «Beati i poveri!», certo, ma la povertà non è un’emozione, non è un fatto estetico. La povertà è di moda! Di tanto in tanto ci disputiamo i poveri. Ma in realtà la povertà è dura e per niente attraente. E siamo in piena povertà, per quanto riguarda le vocazioni.
Il tempo della tenerezza di Dio
L’esilio è anche il tempo della tenerezza di Dio. I più bei testi di Isaia sulla maternità di Dio sono stati scritti durante l’esilio. Israele all’apogeo della sua potenza e della gloria di Gerusalemme, non era in grado di comprendere che Dio ci insegna a camminare, come una madre insegna i primi passi al figlio. Dio era concepibile solo come un valente guerriero alla testa del suo esercito, ma certamente non come una madre. Gli ebrei hanno appreso anche che Dio non tanto genera quanto partorisce, vale a dire che Egli porta dapprima la creatura dentro di sé e infine la mette al mondo con sofferenza. È in questo modo che ci ha creati, e non come un despota onnipotente o come un orologiaio superiore che non si lascia coinvolgere nella nascita di una nuova vita. E noi oggi, nella pastorale delle vocazioni, quasi visceralmente, sentiamo quanto sia duro e doloroso partorire delle vocazioni; mentre, all’epoca in cui sono entrato in seminario, eravamo ben in ottanta ad accedere al primo anno. Al vescovo bastava soltanto firmare un documento, ci si accalcava alla porta d’ingresso, quell’anno, e una ventina di noi non fu ammessa. Il mio vescovo non soffriva alcun dolore durante il parto: era una sorta di Giove, non di Maria.
Sì, credo che siamo giunti a questo momento, che, benché duro, non è affatto da considerare una disgrazia: siamo giunti al tempo dell’umiltà, della dipendenza, dell’onnipotenza della grazia, della tenerezza di Dio, della pazienza del parto, delle sofferenze. Così non ci restano che due vie d’uscita, due possibilità: o ci lasciamo scoraggiare o ci lasciamo costringere alla fede. Dio ci pone davanti le due vie del Salmo 1; bisogna scegliere. Non c’è alternativa, non esiste un cammino intermedio. O lo scoraggiamento o la fede. Siamo condotti ad aderire e ciò è un vantaggio nei confronti di Dio.
Siamo dunque come obbligati ad aderire, ad attaccarci, ad incollarci alla Parola di Dio senza alcuna garanzia, alcun punto d’appoggio, esattamente come Pietro che va in acqua. Non abbiamo che questa parola: «Getta le tue reti», nient’altro. La parola di Gesù non è sostenuta da indagini, statistiche o estrapolazioni: non vi sono che pochi segni premonitori, il che non significa che le cose non possano cambiare, ma questa è un’altra questione. Siamo come obbligati a credere e a sperare, ad attaccarci interamente alla nuda Parola di Dio, ai sacramenti, allo Spirito Santo, all’unica barca in grado di salvarci dai flutti, la Chiesa. Tutto diventa assolutamente nudo. Non vi sono più decorazioni, ma solo muri bianchi e nient’altro. Ciò avrà il vantaggio – e già si manifesta – di farci ancorare lentamente e saldamente al Vangelo, senza note a pie’ di pagina, senza scrivere fra le righe o ai margini.
È Dio che stabilisce il momento in cui opera
Quando il Vangelo – il Vangelo tale e quale l’ha vissuto san Francesco d’Assisi, Evangelium sine glossa, come diceva lui, il Vangelo senza commenti, senza note, senza aggiunte tra le righe – quando dunque il Vangelo ci dice: «Se ti colpiscono alla guancia sinistra, porgi l’altra guancia», non è necessario aggiungere nulla in nota, salvo «è necessario capire bene». Sì, dice Gesù, è necessario capire bene, non c’è nulla da aggiungere, è tutto estremamente chiaro. Siamo tentati di interpretare il Vangelo, ma non approfondendolo, bensì edulcorandolo, rendendolo plausibile, annegandolo in una sorta di infinita preevangelizzazione, nella quale, alla fine, si rimane nell’atrio della Chiesa oppure nella navata propriamente detta, ma presso l’acquasantiera, senza nemmeno bagnarsi la mano. Orbene, ho modo di constatare che quando si comincia ad edulcorare in questo modo il Vangelo, a commentarlo privandolo della sua forza che ci sprona ad agire, i giovani non lo ascoltano più. Ed hanno ragione, poiché il Vangelo infarcito di plausibilità cessa di essere plausibile: ovunque è possibile ritrovare quello che dice. Sì, credo che la prova ci insegnerà ad attaccarci al Vangelo senza glosse, senza commenti.
Poi, con calma e progressivamente, impareremo anche a rendere familiare il tempo. La cosa più difficile per l’uomo moderno è vivere nel tempo. Vogliamo assolutamente ucciderlo, privarlo della sua durata per aspirare all’immediatezza. Ma ciò va contro il Vangelo: se si elimina la durata e, di conseguenza, la pazienza, l’attesa che Dio stabilisca lui stesso il kairos, il momento in cui è Lui a dire a noi: «È il momento», e non noi a dire a Lui: «Signore, è il momento»; se facciamo questo, eliminiamo, assassiniamo tutto ciò che è Avvento nella nostra vita. Non esiste più il mese di dicembre. Cristo nascerà subito. Non esiste più l’Antico Testamento, non esiste più l’attesa del ritorno di Gesù. Esiste solo il momento attuale nel quale io vivo me stesso, del quale io sono padrone. Noi tutti ci trasformiamo in piccoli dèi, ognuno con la propria cronologia.
Scrive Péguy: «La speranza, dice Dio, questa sì che mi stupisce»
Vivere il tempo, rendere familiare il tempo coinvolge anche la speranza. L’unica grande tentazione dei santi e delle sante è stata quella contro la speranza. Voi mi direte: «No, è stata quella contro la fede». Per prima cosa vi rispondo che la fede e la speranza sono quasi la stessa cosa. Ma, come scrive Péguy: «Non mi stupisco, dice Dio, che credano in me. Gli basta osservare la mia creazione ed essi crederanno». «La carità, neanche mi stupisce, perché per loro è un vantaggio che si amino gli uni con gli altri: essi si fanno del bene. Ma la speranza, questa sì che mi stupisce».
I grandi santi non sono stati tentati direttamente contro la fede e contro la carità; il demonio sa bene che ciò non è possibile, che essi non si lasceranno prendere al laccio. L’unica grande tentazione è quella che Gesù stesso ha subito nell’orto degli ulivi dove il diavolo deve avergli sussurrato all’orecchio parole più o meno simili a queste: «Piccolo mio, se credi che con la tua morte, con la tua croce banale – perché prima di te ci sono stati centinaia di crocifissi – tu potrai abbattere questa montagna, quest’Himalaya di peccati e di mali nel mondo, allora sei proprio un ingenuo: non servirà a nulla». Ed è allora che Cristo ha sudato sangue, gocce di sudore simili a sangue. Teresa di Lisieux sul suo letto di morte è stata tentata contro la speranza: «Mia cara, pensi veramente che vi sia qualcosa dopo la morte?». E il curato d’ Ars, che ha preso per due o tre volte il suo bagaglio per fuggire da Ars, non l’ha fatto perché gli mancava la fede o la carità, bensì la speranza. Tutti i santi sono passati per questa tentazione. D’altronde, l’unica differenza tra Giuda e Pietro è che il primo ha disperato, mentre il secondo ha sperato, il loro peccato infatti era simile. Non sono sicuro che il peccato di Pietro sia stato meno grave di quello di Giuda – non è nostro compito determinare la gravità del peccato –; ma comunque stiano le cose, la sola differenza risiede nella speranza o nella disperazione. E se oggi noi preti, vescovi, religiosi, fedeli siamo tentati, lo siamo contro la speranza. «Monsignore, la sua situazione è disperata, vero? Andiamo, siamo seri, lei afferma che le cose vanno bene, ma non è vero, o sbaglio?». Noi siamo obbligati a sperare, un po’ come Abramo che rischiava di perdere Isacco, l’unico figlio sul quale era riposta la promessa divina di una discendenza, Abramo che ha creduto e sperato in tutto e contro tutto.
Ciò significa che se noi riflettiamo e preghiamo per le vocazioni, bisogna certamente studiarne gli aspetti sociologici, psicologico-culturali e teologici, argomenti che tratteremo domani. Sono aspetti che non devono essere né rifiutati né sottovalutati, tuttavia dobbiamo soprattutto intraprendere un esercizio di speranza continuo e perseverante, cercare di imparare a sperare. Cosa dunque è necessario fare per imparare a sperare? Non vi è che un solo mezzo, quello che Gesù stesso utilizzava ogni volta che era tentato dalla disperazione o era tentato di deviare dalla volontà del Padre, una volontà dura: trascorreva la notte in preghiera. Prima di essere tentato quando doveva scegliere, prima di ricevere il battesimo: «Era in preghiera», San Luca lo dice cinque o sei volte. Il battesimo è il momento in cui egli ha scelto di servire e di lasciarsi battezzare da Giovanni il Battista.
Prima di scegliere gli apostoli non ha pregato per valutare i pro e i contro, per sapere chi sarebbero stati i dodici, quasi si trattasse di fare delle nomine politiche: chi possiamo scegliere? No, Gesù ha pregato per piegarsi alla volontà del Padre, giacché il suo problema, credo, non era quello di scegliere fra i 72, o i 120, o i 200, o i 300 che lo seguivano, ma piuttosto: «Ce n’è almeno uno che meriti di essere scelto? Cosa farò con questi dodici poveretti? Quando penso a tutti gli sforzi d’inculturazione che bisognerà fare per secoli e secoli, non avendo come punto di partenza nient’altro che dodici pescatori di Galilea. Loro non ce la faranno mai a risolvere tutti questi problemi. E come potranno un giorno riuscire a penetrare nella cultura della Cina? Bisognerà almeno che qualcuno di loro sia un intellettuale, inoltre...». E nell’orto degli ulivi Gesù ha sfiorato la disperazione, e tuttavia pregava. La sorgente della speranza è, dunque, la preghiera, l’urgenza della preghiera, la vigilanza. Oppure – ma è in fondo la stessa cosa –, la vigilanza del servitore inutile il quale fa tutto il possibile ma che, terminato il suo lavoro, dice ancora: «Signore, non sono che un servitore inutile» e resta vigile. La fede sulla nuda parola di Cristo. Per esercitarsi nella speranza, credo sia necessario, insieme a una disposizione continua alla preghiera, assumere l’atteggiamento perseverante del “sì” di Maria. In altre parole, si tratta di divenire Maria nel senso più profondo del termine, ossia di dire di sì a tutto ciò che il Signore ci invia.
Un piccolo seme di grazia è capace di trasformare completamente il cuore
La speranza è la preghiera, la nuda parola, il servitore inutile, l’apprendimento del “sì”, l’antidoto al mito dell’efficienza, il senso del gratuito; l’opposto del principio economico che mira alla proporzionalità tra investimento e risultati. La speranza è la rinuncia alla proporzionalità nel Regno di Dio, significa rompere la bilancia. La speranza e l’esercizio della speranza significano anche sostegno reciproco. In altri termini, significa prendere coscienza che nella Chiesa il singolo non è in grado da solo di portare il peso del problema delle vocazioni, ma sono tutti quelli che lo circondano a portarlo, non solamente i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i diaconi o i consacrati. Significa avere l’umiltà di accettare che c’è bisogno dell’appoggio degli altri.
Mai come nella nostra epoca si fa un gran parlare di senso comunitario e tuttavia mai come adesso siamo stati così individualisti. Così come accade per l’aiuto di Dio, ci aspettiamo l’aiuto della comunità solo per gli ultimi cinque metri, perché siamo convinti che per i primi novantacinque ce la faremo da soli. Abbiamo semplicemente sostituito Dio con il prossimo, il verticale con l’orizzontale; allo stesso modo in cui neghiamo in pratica la grazia di Dio, così neghiamo la grazia che ci viene attraverso il prossimo.
Per concludere, dirò che vi sono due atteggiamenti da coltivare se vogliamo affrontare di petto il problema delle vocazioni. Bisogna vivere simultaneamente e profondamente questi due atteggiamenti, malgrado essi siano spesso difficili da praticare insieme.
Da un lato è indispensabile conoscere la situazione dei giovani, rendersi conto della qualità del campo che si vuol seminare (chi è il giovane d’oggi?) e portare avanti questa analisi, avendo il coraggio di modificarla radicalmente ogni cinque anni, perché in questo lasso di tempo i giovani subiscono mutamenti sostanziali. Nel momento in cui penso di aver finalmente capito i giovani, è proprio allora che non li capisco più.
Da una parte, dunque, l’analisi, lo sguardo fisso sui giovani, giovandosi di tutte le scienze ausiliarie: l’antropologia, la psicologia, la sociologia, senza tralasciarne alcuna. Ma d’altro canto è necessario nello stesso tempo credere profondamente nell’onnipotenza del seme del Vangelo che Cristo paragona a un granellino di senape. Il più piccolo dei semi esistenti, dice, ma non è esatto: Gesù vuole sottolineare il contrasto tra il piccolo seme e la dimensione dell’arbusto che crescerà. Ebbene, il più piccolo seme evangelico che cade nel cuore di un giovane è in grado di trasformare completamente questo giovane. Bisogna pertanto aver presente le due cose: l’analisi seria di ciò che è il giovane e una fede profonda nell’onnipotenza del seme del Vangelo che cade in lui. Analizzare il campo e non dimenticare il tipo di seme che vi è seminato.
Quello che i giovani sono, lo sono anch’io
Analizzare i giovani, conoscerli, impiegare tutte le scienze ausiliarie e, ovviamente, riflettere anche in occasione dei contatti personali. Sfortunatamente, accade spesso che quando parliamo dell’atteggiamento interiore dei giovani, delle loro caratteristiche attuali, della loro tipologia, impercettibilmente il nostro discorso assume un tono di requisitoria. Diciamo: «È soggettivista, egocentrico, fragile, emotivo, proviene da un ambiente familiare in crisi, non è padrone del suo tempo, non ha il minimo senso della durata, vive alla giornata, è instabile, gli manca una solida scala di valori». Senza dubbio tutto questo è vero, ma vi sono due modi distinti di avvicinarsi al giovane: o dicendogli: «Sei fatto così, così e così. È indispensabile che tu cambi, mio caro, se Dio ti chiama». Oppure possiamo usare queste stesse parole: «Sei fatto così, così e così», guardandolo con lo sguardo traboccante d’amore, lo stesso che Gesù aveva per il giovane ricco. Le cose cambiano radicalmente. Da un lato, l’analisi fredda e esatta simile a un taglio inciso con il bisturi da chirurgo, un bisturi motivato solo dalla curiosità. Dall’altro lato, possiamo fare e dire esattamente la stessa cosa ma con una tenerezza e una compassione immense, non nel senso «ho pietà di lui, poveraccio», bensì provo con lui ciò che lui stesso prova, e soffro con lui.
Di fatto, ho sempre creduto, e credo tuttora, che i giovani siano soggettivisti, ecc., d’altronde lo sono anch’io. Mi riconosco perfettamente nei giovani, con la sola differenza che loro lo dicono e io lo penso. Ma tra il pensare e il dire, Gesù non vede differenza. Se guardate con occhio cattivo, avete già commesso l’atto. Anch’io sono fatto allo stesso modo, perciò devo evitare, analizzando i giovani, di fare come se mi trovassi in una sala operatoria. L’uomo che si trova sul tavolo operatorio davanti al chirurgo, non è che un ammasso di tessuti – fortunatamente, mi direte voi, perché se il chirurgo riflettesse sulle emozioni e sui pensieri che affollano il cuore e la mente del povero paziente, rischierebbe di fare un pessimo lavoro! Noi non siamo chirurghi e tuttavia talvolta ho l’impressione che le nostre analisi siano delle vere e proprie operazioni chirurgiche.
Non i nostri sforzi, ma la grazia è sufficiente per iniziare e continuare l’opera
L’alternativa alla fredda analisi è un atteggiamento completamente diverso, quello stesso che ebbe Gesù nei confronti del giovane ricco che aveva esattamente gli stessi problemi e gli stessi difetti dei giovani d’oggi. E tuttavia Cristo lo guardava con amore, non gli rimproverava nulla, non accusava, amava. Dunque, se noi tracciamo il ritratto del giovane, è necessario farlo con amore, altrimenti ci comportiamo né più né meno come sociologi, come psicologi, come antropologi e via discorrendo. Non è compito nostro. Una volta accettata l’idea dell’onnipotenza della grazia del Verbo divino e del seme del Vangelo, ci troviamo più o meno nella medesima situazione descritta da Marco al capitolo 4, quando i discepoli sono tentati di dire a Gesù: «Signore, ma è proprio con noi, poveri pescatori, che erigerai il Regno di Dio? Ciò non è possibile!». Allora Gesù racconta quattro parabole: la parabola del seminatore, la parabola del granello di senape, la parabola della semina e della mietitura e quella della lucerna sotto il moggio. Tutto questo per spiegare una sola cosa agli apostoli, ossia che le leggi della crescita e del successo nel Regno di Dio non corrispondono affatto alle leggi di crescita e di successo nel mondo.
In genere interpretiamo così la parabola del seminatore: se vi sono rovi, raccoglieremo pochi chicchi; se vi saranno pietre, pure; ecc. Poi di tanto in tanto vi sarà anche il buon terreno... tutto è proporzionato. Ma non è questo il significato delle parole di Cristo, egli ci dice: se annunciate il Regno di Dio, fate come il contadino palestinese. Egli esce di casa e non ha un campo bello e pronto a disposizione come succede oggi – quando ci capita di guardare la terra dall’oblò di un aereo, osserviamo ovunque terreni ben delimitati. Ma il contadino dei tempi di Gesù esce di casa e getta i semi un po’ ovunque; vede i rovi, vede i sassi, vede il sentiero destinato ad essere calpestato, ma sa che se semina dappertutto ci sarà sempre un angolino di buona terra dove il grano crescerà. «Così» dice Gesù «se annunciate il Regno di Dio, vi saranno rovi, pietre... ma non preoccupatevene, non dite che non ne vale la pena e che perciò ve ne restate a casa. Seminate ovunque, vi sarà sempre un angolino di buona terra che darà buone messi». La prima legge del Regno di Dio è: seminate sempre perché, come ovunque vi sono i rovi, così c’è ovunque anche la buona terra. E spesso là dove meno ve l’aspettate. Se voi prima fate uno schema, un piano di semina e seminate solo dove pensate che possa crescere qualcosa, allora non crescerà nulla.
La seconda legge è: nel mondo, se si investono mille lire, alla fine dell’anno esse saranno diventate mille e duecento; diecimila lire daranno dodicimila; centomila daranno centoventimila. È la legge della proporzionalità tra l’investimento e il risultato. Nel Regno di Dio, dice Gesù, le cose vanno altrimenti. All’inizio è come il granello di senape, è minuscolo ma dà un risultato grandissimo. La seconda legge è: non esiste proporzionalità tra l’investimento e il risultato.
La terza legge è tratta da una breve parabola che non viene quasi mai letta. Nella liturgia anteriore al Concilio, era addirittura completamente trascurata. Si tratta della parabola nella quale Gesù dice: «Il Regno di Dio è simile a un contadino che esce e getta il seme in terra. La sera va a dormire, si leva il giorno dopo e continua il suo lavoro, ma non va a guardare il campo già seminato, perché» dice Gesù «il grano produce da se stesso i frutti. E quando le spighe sono mature, subito vi mette dentro la falce, perché è venuto il tempo della mietitura». Cosa significa? Che nel mondo, il risultato e il frutto sono conseguenza degli sforzi che facciamo per far crescere il grano; nel Regno di Dio, invece, il Vangelo porta in se stesso, come ogni singolo chicco di grano, nutrimento sufficiente per cominciare e per continuare l’opera. Restate a letto, per favore. Non andate a verificare il giorno dopo se cresce o non cresce; lasciate il grano in pace, ma seminate. Anche noi, credo, ogni tanto perdiamo la fiducia nel grano che abbiamo seminato.
La quarta legge, infine, è: se accendete la candela o la lucerna, non mettetela sotto il moggio o sotto il letto, ma ponetela bene in vista. Ciò significa, in concreto, che se avete intrapreso l’opera di evangelizzazione, la soluzione più assennata, più umana e più realistica è di continuare. Forse non avreste mai dovuto cominciare, ma questo è un altro problema. Avete cominciato, e la cosa più saggia da fare è proseguire.
Ma vi è un’altra ottica con la quale osservare l’evoluzione di questi ultimi anni: l’ottica della fede. In questo caso si impone un’altra spiegazione: ciò che noi stiamo vivendo è una prova. L’espressione è alquanto forte, ma riflette la mia convinzione. Quando osservo attorno a me e dentro il mio cuore, quando guardo le singole vocazioni e la loro storia, le vicende che abbiamo vissuto in questi ultimi trenta o quaranta anni, non posso non giungere alla conclusione che tutto ciò ha un senso e che il senso è sicuramente quello di una prova che Dio ci manda.
Se Dio manda una prova è per renderci più buoni
Ma Dio non invia mai la prova per suo mero diletto o per mortificarci. Se Dio manda una prova è per renderci più buoni. Non è la prima volta nella storia della Chiesa che in una maniera o in un’altra Dio spinge il suo popolo all’esilio. L’esilio più noto di cui ci parla la Bibbia è quello dei fiumi di Babilonia dove gli ebrei erano stati deportati. Anche in quell’occasione i sociologi avevano dato la loro spiegazione e altrettanto avevano fatto gli storici, – non gli psicologi, perché allora non esistevano ancora – e, senza dubbio, lo stesso avevano fatto i teologi, gli scribi e i farisei. Ma la vera natura dell’esilio babilonese era quella di una prova. E credo che Dio ha qualcosa da insegnare anche alla nostra epoca.
La prima impressione che si ha quando si vive nella prova e in esilio è un’impressione di scoraggiamento e di tristezza: «Perché, mio Dio?» sono le prime parole che ci vengono alle labbra. «Perché, Signore?». Ciò può persino andare oltre lo scoraggiamento, fino alla ribellione. Ma la ribellione resta ancora una preghiera, soprattutto se rivolta direttamente contro Dio, se ci si rivolge a lui come i due rabbini del campo di concentramento di Auschwitz che dicevano: «Signore, tu non esisti, perché se tu esistessi noi non saremmo qui in questa miseria». E dopo essersi ribellati per dieci minuti, dicevano: «E adesso preghiamo». Dio ci mette alla prova in una sorta di esilio e la prima reazione che abbiamo è: «Dio, perché? Non è giusto!». Di fatto, a quanto ci è dato sapere, nel corso della storia della Chiesa mai come nella nostra epoca sono stati fatti così tanti sforzi per le vocazioni con così scarsi risultati. Che non siano mai stati così scarsi non ne sono certo, ma ad ogni modo i risultati sono senza dubbio minimi. Non abbiamo mai avuto in Francia e in Belgio degli educatori e dei seminari così buoni e così pochi seminaristi. Perché, allora?
L’esilio: il tempo dove si impara che è Dio che opera
Se lo si osserva un po’ più da vicino, l’esilio di Israele a Babilonia – che resta l’esilio-tipo, una sorta di icona dell’esilio nella quale possiamo leggere tutto ciò che comporta e implica ogni genere di esilio – ha rappresentato un tempo di benevolenza e di tenerezza estreme di Dio nei confronti del suo popolo. Sono convinto che Dio guarda a noi con la medesima tenerezza mentre ci dibattiamo nella problematica delle vocazioni. La tenerezza di Dio è attratta dai fiumi di Babilonia, come l’acqua attira il fulmine e il tuono. Cosa hanno imparato gli ebrei dall’esilio? Cosa ha donato loro Dio come regalo in questa prova?
La prima cosa che gli ebrei hanno detto, secondo le parole del profeta Daniele, è: «Signore, non abbiamo né templi, né re, né una città santa, né una sinagoga, né una scuola, né offerte, né sacrifici, né preti, né rabbini. Non abbiamo più nulla. La sola cosa che abbiamo» aggiunge il profeta «è un cuore umile e contrito». Sono certo che quarant’anni fa, pur senza dirlo, eravamo assolutamente convinti di poter sistemare, organizzare la Chiesa a nostro piacimento con le nostre sole forze. Ovviamente, se ce lo avessero chiesto avremmo risposto: «No, è opera del Signore». Ma quella era in un certo senso la teoria. Dentro di noi ci dicevamo: «Abbiamo molti sacerdoti, molto personale, una certa potenza e un certo potere, prestigio, mezzi. Dei cento metri che dobbiamo percorrere, per i primi novantacinque ce la sbrighiamo da soli, per i restanti cinque puoi intervenire tu, Signore!». Eravamo convinti che con le nostre forze, la nostra creatività, il nostro prestigio, i nostri mezzi finanziari, le nostre risorse di personale, fossimo in grado di costruire la Chiesa.
Adesso stiamo imparando con lentezza e fatica che non ne siamo affatto capaci. Che è sufficiente un piccolo cambiamento di rotta della storia per privarci di tutte le nostre sicurezze, dei nostri sostegni e che, come gli ebrei sulla riva dei fiumi di Babilonia, ci domandiamo: «Signore, cosa abbiamo ancora? Cosa ci resta?». L’altro giorno, un giovane di diciotto anni mi diceva: «Monsignore, se non mi sbaglio, le sue cose non vanno poi tanto bene!». Gli ho risposto: «Lo dici meglio di me!». Le cose stanno esattamente in questo modo. Il Signore ci insegna che non è con la forza «dei cavalli e degli eserciti», con grandi mezzi, che costruiremo il Regno di Dio. Perché ce lo insegni adesso e non lo abbia fatto cinquant’anni fa, è affar suo. Forse cinquant’anni fa non eravamo in grado di recepirlo. Ora, è chiaro, impariamo a vivere nella dipendenza, apprendiamo progressivamente e duramente a rinunciare al mito dell’autosufficienza spirituale ed ecclesiastica; un insegnamento salutare ma duro. Impariamo di nuovo ciò che la teologia ci aveva già insegnato come una tesi assolutamente astratta, situata da qualche parte nella storia del IV e del V secolo, ai tempi del dibattito sulla grazia di sant’Agostino. Senza saperlo eravamo tutti dei pelagiani. Cosa vuol dire questo? Che noi eravamo persone che pensavano di poter costruire il Regno di Dio con le loro proprie forze. Pelagio diceva: «È sufficiente avere un po’ di volontà e si arriva al cielo!». Siamo noi con la nostra libertà a decidere ciò che faremo, e siamo noi che in pratica meritiamo il nostro cielo. No, diceva Agostino, «tutto è grazia». Noi possiamo semplicemente accogliere la grazia, e questo è tutto. Il pelagiano, limitando le pretese, ribatteva: «Sì, ma per lo meno all’inizio siamo comunque responsabili». Costoro erano i cosiddetti semipelagiani. E Agostino rispondeva di no anche ai semipelagiani. «Tutto è grazia».
a beatitudine; ma quando il Signore ci dice: «È giunto il momento», noi non capiamo più nulla. «Beati i poveri!», certo, ma la povertà non è un’emozione, non è un fatto estetico. La povertà è di moda! Di tanto in tanto ci disputiamo i poveri. Ma in realtà la povertà è dura e per niente attraente. E siamo in piena povertà, per quanto riguarda le vocazioni.
Il tempo della tenerezza di Dio
L’esilio è anche il tempo della tenerezza di Dio. I più bei testi di Isaia sulla maternità di Dio sono stati scritti durante l’esilio. Israele all’apogeo della sua potenza e della gloria di Gerusalemme, non era in grado di comprendere che Dio ci insegna a camminare, come una madre insegna i primi passi al figlio. Dio era concepibile solo come un valente guerriero alla testa del suo esercito, ma certamente non come una madre. Gli ebrei hanno appreso anche che Dio non tanto genera quanto partorisce, vale a dire che Egli porta dapprima la creatura dentro di sé e infine la mette al mondo con sofferenza. È in questo modo che ci ha creati, e non come un despota onnipotente o come un orologiaio superiore che non si lascia coinvolgere nella nascita di una nuova vita. E noi oggi, nella pastorale delle vocazioni, quasi visceralmente, sentiamo quanto sia duro e doloroso partorire delle vocazioni; mentre, all’epoca in cui sono entrato in seminario, eravamo ben in ottanta ad accedere al primo anno. Al vescovo bastava soltanto firmare un documento, ci si accalcava alla porta d’ingresso, quell’anno, e una ventina di noi non fu ammessa. Il mio vescovo non soffriva alcun dolore durante il parto: era una sorta di Giove, non di Maria.
Sì, credo che siamo giunti a questo momento, che, benché duro, non è affatto da considerare una disgrazia: siamo giunti al tempo dell’umiltà, della dipendenza, dell’onnipotenza della grazia, della tenerezza di Dio, della pazienza del parto, delle sofferenze. Così non ci restano che due vie d’uscita, due possibilità: o ci lasciamo scoraggiare o ci lasciamo costringere alla fede. Dio ci pone davanti le due vie del Salmo 1; bisogna scegliere. Non c’è alternativa, non esiste un cammino intermedio. O lo scoraggiamento o la fede. Siamo condotti ad aderire e ciò è un vantaggio nei confronti di Dio.
Siamo dunque come obbligati ad aderire, ad attaccarci, ad incollarci alla Parola di Dio senza alcuna garanzia, alcun punto d’appoggio, esattamente come Pietro che va in acqua. Non abbiamo che questa parola: «Getta le tue reti», nient’altro. La parola di Gesù non è sostenuta da indagini, statistiche o estrapolazioni: non vi sono che pochi segni premonitori, il che non significa che le cose non possano cambiare, ma questa è un’altra questione. Siamo come obbligati a credere e a sperare, ad attaccarci interamente alla nuda Parola di Dio, ai sacramenti, allo Spirito Santo, all’unica barca in grado di salvarci dai flutti, la Chiesa. Tutto diventa assolutamente nudo. Non vi sono più decorazioni, ma solo muri bianchi e nient’altro. Ciò avrà il vantaggio – e già si manifesta – di farci ancorare lentamente e saldamente al Vangelo, senza note a pie’ di pagina, senza scrivere fra le righe o ai margini.
È Dio che stabilisce il momento in cui opera
Quando il Vangelo – il Vangelo tale e quale l’ha vissuto san Francesco d’Assisi, Evangelium sine glossa, come diceva lui, il Vangelo senza commenti, senza note, senza aggiunte tra le righe – quando dunque il Vangelo ci dice: «Se ti colpiscono alla guancia sinistra, porgi l’altra guancia», non è necessario aggiungere nulla in nota, salvo «è necessario capire bene». Sì, dice Gesù, è necessario capire bene, non c’è nulla da aggiungere, è tutto estremamente chiaro. Siamo tentati di interpretare il Vangelo, ma non approfondendolo, bensì edulcorandolo, rendendolo plausibile, annegandolo in una sorta di infinita preevangelizzazione, nella quale, alla fine, si rimane nell’atrio della Chiesa oppure nella navata propriamente detta, ma presso l’acquasantiera, senza nemmeno bagnarsi la mano. Orbene, ho modo di constatare che quando si comincia ad edulcorare in questo modo il Vangelo, a commentarlo privandolo della sua forza che ci sprona ad agire, i giovani non lo ascoltano più. Ed hanno ragione, poiché il Vangelo infarcito di plausibilità cessa di essere plausibile: ovunque è possibile ritrovare quello che dice. Sì, credo che la prova ci insegnerà ad attaccarci al Vangelo senza glosse, senza commenti.
Poi, con calma e progressivamente, impareremo anche a rendere familiare il tempo. La cosa più difficile per l’uomo moderno è vivere nel tempo. Vogliamo assolutamente ucciderlo, privarlo della sua durata per aspirare all’immediatezza. Ma ciò va contro il Vangelo: se si elimina la durata e, di conseguenza, la pazienza, l’attesa che Dio stabilisca lui stesso il kairos, il momento in cui è Lui a dire a noi: «È il momento», e non noi a dire a Lui: «Signore, è il momento»; se facciamo questo, eliminiamo, assassiniamo tutto ciò che è Avvento nella nostra vita. Non esiste più il mese di dicembre. Cristo nascerà subito. Non esiste più l’Antico Testamento, non esiste più l’attesa del ritorno di Gesù. Esiste solo il momento attuale nel quale io vivo me stesso, del quale io sono padrone. Noi tutti ci trasformiamo in piccoli dèi, ognuno con la propria cronologia.
Scrive Péguy: «La speranza, dice Dio, questa sì che mi stupisce»
Vivere il tempo, rendere familiare il tempo coinvolge anche la speranza. L’unica grande tentazione dei santi e delle sante è stata quella contro la speranza. Voi mi direte: «No, è stata quella contro la fede». Per prima cosa vi rispondo che la fede e la speranza sono quasi la stessa cosa. Ma, come scrive Péguy: «Non mi stupisco, dice Dio, che credano in me. Gli basta osservare la mia creazione ed essi crederanno». «La carità, neanche mi stupisce, perché per loro è un vantaggio che si amino gli uni con gli altri: essi si fanno del bene. Ma la speranza, questa sì che mi stupisce».
I grandi santi non sono stati tentati direttamente contro la fede e contro la carità; il demonio sa bene che ciò non è possibile, che essi non si lasceranno prendere al laccio. L’unica grande tentazione è quella che Gesù stesso ha subito nell’orto degli ulivi dove il diavolo deve avergli sussurrato all’orecchio parole più o meno simili a queste: «Piccolo mio, se credi che con la tua morte, con la tua croce banale – perché prima di te ci sono stati centinaia di crocifissi – tu potrai abbattere questa montagna, quest’Himalaya di peccati e di mali nel mondo, allora sei proprio un ingenuo: non servirà a nulla». Ed è allora che Cristo ha sudato sangue, gocce di sudore simili a sangue. Teresa di Lisieux sul suo letto di morte è stata tentata contro la speranza: «Mia cara, pensi veramente che vi sia qualcosa dopo la morte?». E il curato d’ Ars, che ha preso per due o tre volte il suo bagaglio per fuggire da Ars, non l’ha fatto perché gli mancava la fede o la carità, bensì la speranza. Tutti i santi sono passati per questa tentazione. D’altronde, l’unica differenza tra Giuda e Pietro è che il primo ha disperato, mentre il secondo ha sperato, il loro peccato infatti era simile. Non sono sicuro che il peccato di Pietro sia stato meno grave di quello di Giuda – non è nostro compito determinare la gravità del peccato –; ma comunque stiano le cose, la sola differenza risiede nella speranza o nella disperazione. E se oggi noi preti, vescovi, religiosi, fedeli siamo tentati, lo siamo contro la speranza. «Monsignore, la sua situazione è disperata, vero? Andiamo, siamo seri, lei afferma che le cose vanno bene, ma non è vero, o sbaglio?». Noi siamo obbligati a sperare, un po’ come Abramo che rischiava di perdere Isacco, l’unico figlio sul quale era riposta la promessa divina di una discendenza, Abramo che ha creduto e sperato in tutto e contro tutto.
Ciò significa che se noi riflettiamo e preghiamo per le vocazioni, bisogna certamente studiarne gli aspetti sociologici, psicologico-culturali e teologici, argomenti che tratteremo domani. Sono aspetti che non devono essere né rifiutati né sottovalutati, tuttavia dobbiamo soprattutto intraprendere un esercizio di speranza continuo e perseverante, cercare di imparare a sperare. Cosa dunque è necessario fare per imparare a sperare? Non vi è che un solo mezzo, quello che Gesù stesso utilizzava ogni volta che era tentato dalla disperazione o era tentato di deviare dalla volontà del Padre, una volontà dura: trascorreva la notte in preghiera. Prima di essere tentato quando doveva scegliere, prima di ricevere il battesimo: «Era in preghiera», San Luca lo dice cinque o sei volte. Il battesimo è il momento in cui egli ha scelto di servire e di lasciarsi battezzare da Giovanni il Battista.
Prima di scegliere gli apostoli non ha pregato per valutare i pro e i contro, per sapere chi sarebbero stati i dodici, quasi si trattasse di fare delle nomine politiche: chi possiamo scegliere? No, Gesù ha pregato per piegarsi alla volontà del Padre, giacché il suo problema, credo, non era quello di scegliere fra i 72, o i 120, o i 200, o i 300 che lo seguivano, ma piuttosto: «Ce n’è almeno uno che meriti di essere scelto? Cosa farò con questi dodici poveretti? Quando penso a tutti gli sforzi d’inculturazione che bisognerà fare per secoli e secoli, non avendo come punto di partenza nient’altro che dodici pescatori di Galilea. Loro non ce la faranno mai a risolvere tutti questi problemi. E come potranno un giorno riuscire a penetrare nella cultura della Cina? Bisognerà almeno che qualcuno di loro sia un intellettuale, inoltre...». E nell’orto degli ulivi Gesù ha sfiorato la disperazione, e tuttavia pregava. La sorgente della speranza è, dunque, la preghiera, l’urgenza della preghiera, la vigilanza. Oppure – ma è in fondo la stessa cosa –, la vigilanza del servitore inutile il quale fa tutto il possibile ma che, terminato il suo lavoro, dice ancora: «Signore, non sono che un servitore inutile» e resta vigile. La fede sulla nuda parola di Cristo. Per esercitarsi nella speranza, credo sia necessario, insieme a una disposizione continua alla preghiera, assumere l’atteggiamento perseverante del “sì” di Maria. In altre parole, si tratta di divenire Maria nel senso più profondo del termine, ossia di dire di sì a tutto ciò che il Signore ci invia.
Un piccolo seme di grazia è capace di trasformare completamente il cuore
La speranza è la preghiera, la nuda parola, il servitore inutile, l’apprendimento del “sì”, l’antidoto al mito dell’efficienza, il senso del gratuito; l’opposto del principio economico che mira alla proporzionalità tra investimento e risultati. La speranza è la rinuncia alla proporzionalità nel Regno di Dio, significa rompere la bilancia. La speranza e l’esercizio della speranza significano anche sostegno reciproco. In altri termini, significa prendere coscienza che nella Chiesa il singolo non è in grado da solo di portare il peso del problema delle vocazioni, ma sono tutti quelli che lo circondano a portarlo, non solamente i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i diaconi o i consacrati. Significa avere l’umiltà di accettare che c’è bisogno dell’appoggio degli altri.
Mai come nella nostra epoca si fa un gran parlare di senso comunitario e tuttavia mai come adesso siamo stati così individualisti. Così come accade per l’aiuto di Dio, ci aspettiamo l’aiuto della comunità solo per gli ultimi cinque metri, perché siamo convinti che per i primi novantacinque ce la faremo da soli. Abbiamo semplicemente sostituito Dio con il prossimo, il verticale con l’orizzontale; allo stesso modo in cui neghiamo in pratica la grazia di Dio, così neghiamo la grazia che ci viene attraverso il prossimo.
Per concludere, dirò che vi sono due atteggiamenti da coltivare se vogliamo affrontare di petto il problema delle vocazioni. Bisogna vivere simultaneamente e profondamente questi due atteggiamenti, malgrado essi siano spesso difficili da praticare insieme.
Da un lato è indispensabile conoscere la situazione dei giovani, rendersi conto della qualità del campo che si vuol seminare (chi è il giovane d’oggi?) e portare avanti questa analisi, avendo il coraggio di modificarla radicalmente ogni cinque anni, perché in questo lasso di tempo i giovani subiscono mutamenti sostanziali. Nel momento in cui penso di aver finalmente capito i giovani, è proprio allora che non li capisco più.
Da una parte, dunque, l’analisi, lo sguardo fisso sui giovani, giovandosi di tutte le scienze ausiliarie: l’antropologia, la psicologia, la sociologia, senza tralasciarne alcuna. Ma d’altro canto è necessario nello stesso tempo credere profondamente nell’onnipotenza del seme del Vangelo che Cristo paragona a un granellino di senape. Il più piccolo dei semi esistenti, dice, ma non è esatto: Gesù vuole sottolineare il contrasto tra il piccolo seme e la dimensione dell’arbusto che crescerà. Ebbene, il più piccolo seme evangelico che cade nel cuore di un giovane è in grado di trasformare completamente questo giovane. Bisogna pertanto aver presente le due cose: l’analisi seria di ciò che è il giovane e una fede profonda nell’onnipotenza del seme del Vangelo che cade in lui. Analizzare il campo e non dimenticare il tipo di seme che vi è seminato.
Quello che i giovani sono, lo sono anch’io
Analizzare i giovani, conoscerli, impiegare tutte le scienze ausiliarie e, ovviamente, riflettere anche in occasione dei contatti personali. Sfortunatamente, accade spesso che quando parliamo dell’atteggiamento interiore dei giovani, delle loro caratteristiche attuali, della loro tipologia, impercettibilmente il nostro discorso assume un tono di requisitoria. Diciamo: «È soggettivista, egocentrico, fragile, emotivo, proviene da un ambiente familiare in crisi, non è padrone del suo tempo, non ha il minimo senso della durata, vive alla giornata, è instabile, gli manca una solida scala di valori». Senza dubbio tutto questo è vero, ma vi sono due modi distinti di avvicinarsi al giovane: o dicendogli: «Sei fatto così, così e così. È indispensabile che tu cambi, mio caro, se Dio ti chiama». Oppure possiamo usare queste stesse parole: «Sei fatto così, così e così», guardandolo con lo sguardo traboccante d’amore, lo stesso che Gesù aveva per il giovane ricco. Le cose cambiano radicalmente. Da un lato, l’analisi fredda e esatta simile a un taglio inciso con il bisturi da chirurgo, un bisturi motivato solo dalla curiosità. Dall’altro lato, possiamo fare e dire esattamente la stessa cosa ma con una tenerezza e una compassione immense, non nel senso «ho pietà di lui, poveraccio», bensì provo con lui ciò che lui stesso prova, e soffro con lui.
Di fatto, ho sempre creduto, e credo tuttora, che i giovani siano soggettivisti, ecc., d’altronde lo sono anch’io. Mi riconosco perfettamente nei giovani, con la sola differenza che loro lo dicono e io lo penso. Ma tra il pensare e il dire, Gesù non vede differenza. Se guardate con occhio cattivo, avete già commesso l’atto. Anch’io sono fatto allo stesso modo, perciò devo evitare, analizzando i giovani, di fare come se mi trovassi in una sala operatoria. L’uomo che si trova sul tavolo operatorio davanti al chirurgo, non è che un ammasso di tessuti – fortunatamente, mi direte voi, perché se il chirurgo riflettesse sulle emozioni e sui pensieri che affollano il cuore e la mente del povero paziente, rischierebbe di fare un pessimo lavoro! Noi non siamo chirurghi e tuttavia talvolta ho l’impressione che le nostre analisi siano delle vere e proprie operazioni chirurgiche.
Non i nostri sforzi, ma la grazia è sufficiente per iniziare e continuare l’opera
L’alternativa alla fredda analisi è un atteggiamento completamente diverso, quello stesso che ebbe Gesù nei confronti del giovane ricco che aveva esattamente gli stessi problemi e gli stessi difetti dei giovani d’oggi. E tuttavia Cristo lo guardava con amore, non gli rimproverava nulla, non accusava, amava. Dunque, se noi tracciamo il ritratto del giovane, è necessario farlo con amore, altrimenti ci comportiamo né più né meno come sociologi, come psicologi, come antropologi e via discorrendo. Non è compito nostro. Una volta accettata l’idea dell’onnipotenza della grazia del Verbo divino e del seme del Vangelo, ci troviamo più o meno nella medesima situazione descritta da Marco al capitolo 4, quando i discepoli sono tentati di dire a Gesù: «Signore, ma è proprio con noi, poveri pescatori, che erigerai il Regno di Dio? Ciò non è possibile!». Allora Gesù racconta quattro parabole: la parabola del seminatore, la parabola del granello di senape, la parabola della semina e della mietitura e quella della lucerna sotto il moggio. Tutto questo per spiegare una sola cosa agli apostoli, ossia che le leggi della crescita e del successo nel Regno di Dio non corrispondono affatto alle leggi di crescita e di successo nel mondo.
In genere interpretiamo così la parabola del seminatore: se vi sono rovi, raccoglieremo pochi chicchi; se vi saranno pietre, pure; ecc. Poi di tanto in tanto vi sarà anche il buon terreno... tutto è proporzionato. Ma non è questo il significato delle parole di Cristo, egli ci dice: se annunciate il Regno di Dio, fate come il contadino palestinese. Egli esce di casa e non ha un campo bello e pronto a disposizione come succede oggi – quando ci capita di guardare la terra dall’oblò di un aereo, osserviamo ovunque terreni ben delimitati. Ma il contadino dei tempi di Gesù esce di casa e getta i semi un po’ ovunque; vede i rovi, vede i sassi, vede il sentiero destinato ad essere calpestato, ma sa che se semina dappertutto ci sarà sempre un angolino di buona terra dove il grano crescerà. «Così» dice Gesù «se annunciate il Regno di Dio, vi saranno rovi, pietre... ma non preoccupatevene, non dite che non ne vale la pena e che perciò ve ne restate a casa. Seminate ovunque, vi sarà sempre un angolino di buona terra che darà buone messi». La prima legge del Regno di Dio è: seminate sempre perché, come ovunque vi sono i rovi, così c’è ovunque anche la buona terra. E spesso là dove meno ve l’aspettate. Se voi prima fate uno schema, un piano di semina e seminate solo dove pensate che possa crescere qualcosa, allora non crescerà nulla.
La seconda legge è: nel mondo, se si investono mille lire, alla fine dell’anno esse saranno diventate mille e duecento; diecimila lire daranno dodicimila; centomila daranno centoventimila. È la legge della proporzionalità tra l’investimento e il risultato. Nel Regno di Dio, dice Gesù, le cose vanno altrimenti. All’inizio è come il granello di senape, è minuscolo ma dà un risultato grandissimo. La seconda legge è: non esiste proporzionalità tra l’investimento e il risultato.
La terza legge è tratta da una breve parabola che non viene quasi mai letta. Nella liturgia anteriore al Concilio, era addirittura completamente trascurata. Si tratta della parabola nella quale Gesù dice: «Il Regno di Dio è simile a un contadino che esce e getta il seme in terra. La sera va a dormire, si leva il giorno dopo e continua il suo lavoro, ma non va a guardare il campo già seminato, perché» dice Gesù «il grano produce da se stesso i frutti. E quando le spighe sono mature, subito vi mette dentro la falce, perché è venuto il tempo della mietitura». Cosa significa? Che nel mondo, il risultato e il frutto sono conseguenza degli sforzi che facciamo per far crescere il grano; nel Regno di Dio, invece, il Vangelo porta in se stesso, come ogni singolo chicco di grano, nutrimento sufficiente per cominciare e per continuare l’opera. Restate a letto, per favore. Non andate a verificare il giorno dopo se cresce o non cresce; lasciate il grano in pace, ma seminate. Anche noi, credo, ogni tanto perdiamo la fiducia nel grano che abbiamo seminato.
La quarta legge, infine, è: se accendete la candela o la lucerna, non mettetela sotto il moggio o sotto il letto, ma ponetela bene in vista. Ciò significa, in concreto, che se avete intrapreso l’opera di evangelizzazione, la soluzione più assennata, più umana e più realistica è di continuare. Forse non avreste mai dovuto cominciare, ma questo è un altro problema. Avete cominciato, e la cosa più saggia da fare è proseguire.