Home > Archivio > 03 - 1998 > Che errore quel Fronte
ELEZIONI DEL 18 APRILE 1948
tratto dal n. 03 - 1998

Che errore quel Fronte


Per il presidente di Rifondazione comunista, che visse le elezioni dall’altra parte della barricata, tra i motivi della sconfitta ci fu l’idea stessa di un Fronte popolare. E spiega che il progetto della divisione del mondo in due blocchi non partì da Mosca


di Armando Cossutta


L’anno 1948 è carico di eventi, dai quali sono derivate conseguenze rilevanti sulle vicende politiche per un’intera fase della nostra storia. Sono noti gli accadimenti internazionali che, per la verità, trovano la loro gestazione nell’anno precedente, il 1947, anno di cerniera, o meglio di rottura, con la precedente fase caratterizzata dalla intesa fra le grandi potenze antifasciste nella guerra contro Hitler e Mussolini. L’intesa, già precaria durante molti momenti della stessa guerra mondiale, e specialmente dopo la scomparsa di Roosevelt che aveva saputo ricucire a Yalta, e prima e dopo Yalta, con acuta lungimiranza, gli strappi tra Churchill e Stalin, si spezza definitivamente con il discorso del leader britannico a Fulton, allorché con una efficace – sebbene dolorosissima – configurazione plastica egli parlò di un «sipario di ferro» che da quel momento avrebbe diviso l’Europa da Stettino a Trieste.
Eppure a quella separazione, a quella rottura non credono (o non vogliono arrendersi a credere) i principali esponenti della sinistra italiana; comunque non i dirigenti del Pci. Infatti nel 1947, subito dopo il viaggio di De Gasperi a Washington, comunisti e socialisti vengono cacciati dal governo di cui facevano parte dal 1944 (i socialisti non continuativamente). Ma a quella cacciata, persino brutale e oggettivamente immotivata, non si reagisce.
Ero allora giovane ventenne segretario del Pci a Sesto San Giovanni (18mila iscritti al Partito, schiacciante maggioranza elettorale); ho colto in prima persona le impressioni su quegli avvenimenti: non vi fu non dico uno sciopero, ma nessuna manifestazione – né grande né modesta – contro quella cacciata che avrebbe dato avvio a una totale discriminazione anticomunista per un periodo lunghissimo. Perché? Come mai nessuna seria opposizione, pure in presenza di una robusta ed incisiva capacità di azione delle sinistre nella vita politica, sindacale, culturale del Paese?
Mi sono posto più volte questi interrogativi. Mi sento di dire che Togliatti non volle. Certo perché intendeva evitare una pericolosa spaccatura con la Dc nel momento in cui si stava per concludere il lavoro unitario della Costituente che avrebbe promulgato il 1° gennaio 1948 lo storico testo costituzionale, con le tre firme espressive esse stesse dell’intesa democratica fra le principali componenti ideali e politiche di un’intera epoca: il liberale De Nicola, il cattolico De Gasperi, il comunista Terracini. Ma forse egli non volle anche perché riteneva che la divisione si sarebbe ricomposta e che a scadenza ravvicinata i tre “partiti di massa” (come allora si diceva di democristiani, comunisti e socialisti) sarebbero tornati a governare insieme. E forse questa era su scala mondiale anche l’opinione di Stalin che dimostrava di non volere accettare come definitiva la nuova situazione e di ritenere ancora possibile la ripresa della collaborazione fra gli Stati vincitori della guerra. E invece era cominciata la nuova guerra, la cosiddetta guerra fredda. Fu un errore grave, credo, di sottovalutazione. Così come, tornando all’Italia, si sottovalutò l’incidenza della scissione in casa socialista, operata da Saragat per dare vita a una formazione socialdemocratica nettamente contrapposta ai comunisti.
Si arrivò alle elezioni politiche del 18 aprile 1948 con le sinistre impreparate allo scontro, convinte di un successo che era fuori della realtà. La stessa formazione del Fronte popolare fu un errore, perché rendeva oggettivamente più difficile un’azione distinta (non separata né tantomeno contrapposta) dei socialisti, della quale viceversa c’era bisogno sia per contrastare l’avvenuta scissione saragattiana e sia per tentare di ottenere adesioni da alcune frange del mondo cattolico, accecato dall’anticomunismo ma non del tutto disponibile a seguire una politica antioperaia.
La campagna elettorale fu in effetti un capolavoro della propaganda anticomunista: ricordo i manifesti della Dc, da una parte terrificanti rispetto al pericolo della vittoria dei comunisti (non solo questi avrebbero portato alla dittatura sopprimendo le libertà democratiche, ma avrebbero tolto la casa, requisito la vacca e la terra e avrebbero messo persino in comune le donne) e dall’altra suadenti rispetto alle prospettive dipinte di rosa in caso di una propria vittoria. E ricordo l’intervento massiccio della Chiesa, da parte di ogni parrocchia e di ogni convento, sul territorio, e da parte delle massime autorità ecclesiastiche che giunsero a proclamare, con papa Pio XII, la scomunica per i comunisti e gli amici dei comunisti. Ho conservato un manifesto che diceva testualmente così: «LA SCOMUNICA AI COMUNISTI. 1. Non è lecito iscriversi a partiti comunisti o dare ad essi appoggio. 2. Non è lecito pubblicare, diffondere o leggere libri, periodici, giornali o fogli volanti, che sostengono la dottrina o la prassi del comunismo, o collaborare in essi con degli scritti. 3. Non sono ammessi ai sacramenti i fedeli che compiono consapevolmente e liberamente gli atti di cui sopra. 4. Sono scomunicati come apostati i fedeli, che professano la dottrina del comunismo materialista ed anticristiano, ed anzitutto coloro che la difendono e se ne fanno propagandisti».
Famoso e purtroppo efficacissimo fu lo slogan del giornalista Giovanni Guareschi, propagandato in modo ossessivo in tutta Italia: «Nel segreto della cabina Dio ti vede, Stalin no». Meno visibile ma autorevolissimo e fortemente condizionante fu l’intervento straniero: ricordo le promesse americane circa gli aiuti economici e alimentari e contemporaneamente la loro pesante minaccia con lo scorrazzare delle proprie navi da guerra nei nostri mari. Un intervento straniero inammissibile: fu in quegli anni che non un comunista ma un antico liberale, Vittorio Emanuele Orlando, lanciò nell’aula di Montecitorio l’invettiva bruciante contro il governo accusato di «cupidigia di servilismo».
Gli avvenimenti internazionali furono utilizzati per accentuare le necessità di questa presenza straniera di fronte alle pretese minacce di invasione dell’Unione Sovietica, che aveva occupato i Paesi del centro Europa, che aveva provocato la crisi cecoslovacca con la defenestrazione del governo democratico, e che aveva costituito il Cominform. Ma possiamo ora ben dire che la minaccia di un intervento sovietico in Italia fosse stata sempre del tutto infondata. L’Urss né voleva né poteva intervenire nel nostro Paese, così come non era intervenuta in Grecia malgrado la sollevazione e la guerra civile, guidate dal comunista Marcos, perché quel Paese era sotto la protezione angloamericana. L’Italia era sotto la protezione dell’unica potenza atomica di allora, gli Stati Uniti. E che per l’Italia l’Urss non avesse alcun disegno di intervento era fra l’altro provato dal ben noto incontro a Mosca fra Pietro Secchia, allora vicesegretario del Pci, e lo stesso Stalin che lo ricevette insieme a Molotov e a Beria. Secchia racconta che alla sua domanda circa la possibilità di un intervento o di un aiuto sovietico nel caso si fosse giunti in Italia ad una fase di tipo prerivoluzionario, Stalin rispose tre volte con la mossa negativa del dito indice, accompagnata, per tre volte, da un secco «niet». Per altro ascoltai io stesso un esponente fra i maggiori della Dc, l’onorevole Taviani, che ebbe a dire (ma parecchi anni dopo!) nell’aula del Senato che fu un errore quello di concentrare tutto l’apparato difensivo militare italiano nel Nord Est in previsione di una minaccia di invasione sovietica che viceversa era inconsistente, anzi, inesistente. E Taviani parlava allora nelle sue vesti di ministro della Difesa.
C’era un gran timore in vastissimi ceti per l’eventuale vittoria del Fronte popolare, cioè dei socialcomunisti (come allora venivano chiamati con un sol nome comunisti e socialisti) ma c’era anche una grande speranza in quella vittoria da parte di grandi e forti masse popolari. Per queste la delusione dopo la sconfitta del 18 aprile fu enorme. Ne derivò una frustrazione lancinante, fortissima, ed una altrettanto fortissima voglia di rivincita. Si spiega anche così la forza impetuosa del moto di lotta che si determinò pochi mesi dopo, il 14 luglio, per l’attentato contro Palmiro Togliatti: un moto di proporzioni enormi, uno sciopero che


Español English Français Deutsch Português